| Il volto banale
della xenofobia
Adriano Prosperi |
"la Repubblica", 1 luglio 2008
Rilevare le impronte ai bambini
degìi zingari è una misura razzista. Le proteste del ministro
che le propone e dei molti che silenziosamente o rumorosamente le approvano
ci mettono davanti al volto autentico del razzismo.
Che non è quello mostruoso
e abnorme che ci piace immaginare per nostra tranquillità: è
quello pulito e rispettabile di tanti buoni padri di famiglia amanti della
natura, dei cani e dei bambini, bene intenzionati nei confronti dell'umanità,
decisi a isolare, rieducare o sopprimere le frange irregolari, sporche,
malate, deformi. Una parola dal suono e dal significato benevolo riassume
tutto questo: eugenetica. Basta visitare musei e centri di ricerca nelle
capitali della scienza medica tedesca per trovarci davanti ai documenti
lasciati negli anni dalla volontà di selezionare e migliorare la
specie umana. Eppure, come da sempre accade quando si parla di zingari,
ebrei e altre vittime predestinate del razzismo, chi propone o difende
certe misure non vuole che lo si definisca razzista.
Ma la storia può aiutare a togliergli qualche illusione. Anche a un esame rapido e superficiale emerge che le misure scientifiche applicate al corpo umano sono una cosa diversa e recente, che spicca nel percorso millenario delle barriere di artificiali differenze alzate tra "noi" e gli altri". All'inizio ci furono quelle linguistiche. Sono l'esito più antico del tentativo di porci al di sopra di altri gruppi umani: "noi" parliamo, "gli altri" farfugliano, balbettano sillabe incomprensibili. Per questo li abbiamo chiamati "barbari". Poi ci furono le barriere religiose: con l'avvento in Europa del cristianesimo come religione universale e obbligatoria, gli "altri" sono diventati gli "infedeli" se al di là dei nostri confini, gli "eretici" o i "giudei" se all'interno. Bisognò individuarli per impedire loro di contaminarci: le mura dei ghetti e un panno giallo sul cappello o una stella di David per gli ebrei, una tunica nera coi diavoli dipinti sopra per gli eretici. Se l'eretico o il giudaizzante finiva sul rogo, l'abitello restava appeso in luogo sacro a perpetuare la memoria e l'infamia. Oggi ne rimane qualcuno nei musei, documento di un passato lontano.
Ma prendere le impronte digitali
è cosa diversa.
Sir Francis Galton, il grande scienziato
inglese cugino di Darwin e autore di un'opera fondamentale sulla classificazione
delle impronte digitali (Fingerprints, 1892), non era razzista. Credeva
nella scienza e nelle possibilità di sviluppo dell'intelletto umano.
E tuttavia il metodo della rilevazione delle impronte trovò la sua
prima applicazione nel 1897 in un'area dove la civiltà occidentale
era decisa a modificare una cultura diversa: lo usò un ufficiale
di polizia inglese nel Bengala. Dunque fin dall'inizio un metodo nato nell'ambito
della ricerca scientifica fu usato su di un popolo dominato dall'Occidente
e divenne lo strumento poliziesco per l'identificazione dei criminali.
Da allora le tecniche di misurazione dei corpi e di individuazione delle
differenze dalla cosiddetta "normalità" si sono prestate all'impiego
in funzione della selezione delle "razze" buone e dell'eliminazione di
quelle "cattive". Come ha spiegato il maggiore storico del razzismo moderno,
George Mosse, nel mondo contemporaneo il razzismo tende a diventare il
punto di vista della maggioranza. È un modo di vedere le cose che
si è impadronito di idee di uomini di scienza non razzisti e le
ha usate per imporre l'ideale di rispettabilità borghese e di moralità
della classe media, fatto di pulizia, onestà, serietà morale,
duro lavoro e vita familiare. Chi si distacca da quell'ideale è
considerato un diverso, un essere pericoloso, un criminale in potenza.
La sua esistenza è un attentato alla salute del corpo sociale, quell'individuo
collettivo, quella entità gigantesca, preziosa, di cui siamo le
membra e che siamo tenuti a proteggere. Se si può isolare scientificamente
la diversità - ecco il sogno del razzista - il pericolo si può
eliminare. Perché criminale si nasce, non lo si diventa. Come scrisse
nel 1938 un avvocato tedesco destinato a grande fortuna, Hans Frank, "la
biologia criminale, o teoria della delinquenza congenita, indica l'esistenza
di un nesso tra decadimento razziale e tendenze criminali". Ecco perché
bisogna portare il bambino figlio di zingari davanti alla macchina che
registrerà le sue impronte digitali. La sua è una razza degenerata,
decaduta, dedita al nomadismo, all'alcoolismo, al furto. Lui non lo sa,
ma noi sì. Prima o poi quella traccia schedata dalla polizia (o
dai vigili? a loro la risposta) si rivelerà utile. L'occhio della
legge non lo perderà di vista.
Già, l'occhio. La Giustizia ha tanti occhi e tante orecchie. Si discute da millenni se sia più importante l'udito o la vista. C 'è chi l'ha rappresentata con la benda sugli occhi, in modo da garantire l'uguaglianza di trattamento a chi è ricco e a chi è povero, ai potenti e ai miserabili. Oggi la Giustizia italiana apre tutti i suoi occhi per guardare i bambini zingari mentre chiude gli occhi e si tura le orecchie davanti ad alcuni potenti. È un fatto nuovo e originale.
Si prendano dunque le impronte digitali
agli zingari e ai loro bambini. Nelle linee della mano le zingare hanno
letto per secoli il nostro destino, ora è venuto il tempo di leggere
e decidere il loro. Quanto ai bambini, ci dicono che è per proteggerli.
Non per tutti sarà possibile: quella bambinaa cui fu messa in mano
una bambola esplosiva le dita non ce le ha più.