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Il topo incantatore di Giacomo Vit |
[testo proposto e trascritto da Orietta]
Un topo era solito recarsi nello
studio di un poeta, poiché in quello stanzino freddo e semibuio,
il cestino era gonfio di carta.
Il topo Erminio rosicchiava felice
quei fogli, senza badare a ciò che in essi vi era scritto. In fondo,
lui non era un topo intellettuale; era un sorcio pratico, al quale
importava solo il fatto che il cestino del poeta fosse sempre ben fornito.
Un giorno, il topo Erminio stava
conversando con la moglie, topa Ernesta, quando gli scappò dalla
bocca un:
Cespugli
Di miele
Son le tue gote.
Ella arrossì per tanta inaspettata
tenerezza da parte di quel rude marito. Ma anche Erminio arrossì,
sotto il grigio pelo, perché quelle non erano sue parole, ma gli
erano uscite dalle labbra così, senza che se ne fosse accorto.
Ma non finirono lì le sorprese.
Spesso, quando parlava con qualcuno, in un incrocio di fogne o fra montagne
di grano, sul più bello del discorso, ecco che gli sgorgavano dalla
bocca, contro la sua volontà frasi del tipo:
Il cielo
Mare rovesciato
Di purezza
Oppure
Le gocce
sulla margherita:
argento-siderale
La gente (gli altri topi) si stupiva di conoscere un sorcetto dal cuore così sensibile. Non bisogna nascondere, però, che ogni tanto, si creavano anche delle situazioni comiche. Come quella volta che, conversando con una grossa e bisbetica topa, appena uscita dal parrucchiere, gli scappò di dire:
I tuoi capelli,
code di maiale,
che danzano nel vento
vi lascio immaginare il resto della
scena.
O come quando, passando vicino a
un topo sapientone che si dava delle arie, gli scivolò dalle labbra
un:
Le tue parole
Monete false
Nel forziere della voce
Oppure, come quell'altra volta ancora, quando alla taverna, discutendo di formaggi, improvvisamente gridò:
I buchi
Del gruviera
Lentiggini di sapore!
Ma perché, vi chiederete voi,
il topo Erminio si comportava così?
È chiaro che ciò che
gli accadeva era l'effetto del rosicchiamento di quelle carte, contenenti
i versi del poeta. Egli ne parlò, allora, con il Presidente dei
topi. Questi gli rispose che, in verità, a parte qualche piccolo
imbarazzo, il fatto di inserire nei discorsi quotidiani un po' di poesia,
era senz'altro un bene. Infatti, nello Stato dei topi, era proprio lui,
Erminio, il più simpatico, quello a cui tutti si rivolgevano con
un rotondo sorriso. Ma non era tutto. Il Presidente decise che sarebbe
diventata legge un'idea che da un po' di tempo gli svolazzava per il cervello:
tutti i topi della sua nazione dovevano rifornirsi presso il cestino del
poeta. La cosa si realizzò in breve tempo. Tutti, a turni di tre,
si recarono in quello stanzino. Qualcuno aveva con sé una grossa
borsa per portare un po' di carta a casa, per moglie e figlioletti o per
parenti anziani, che non potevano muoversi a causa dei reumatismi.
Sapete come diventò, nel
giro di qualche anno, lo Stato dei topi? Il luogo della cortesia, della
dolcezza, della simpatia.
Insomma, là era bello viverci!