| Bruno Vespa, il
cantastorie
di Sergio Luzzatto |
[Introduzione a Via Rasella. La storia mistificata. Carteggio con Bruno Vespa, di Rosario Bentivegna, Roma 2006]
Bruno Vespa non si accontenta, con
la trasmissione "Porta a porta", di tenere semi-quotidiana compagnia ai
nottambuli del Belpaese. Verso la fine di ogni anno, pensa bene di offrire
a tutti gli italiani - ai dormiglioni come ai tiratardi - qualcosa come
un libro-strenna da regalarsi a Natale.
Così, per una manciata di
euro i più devoti fra gli aficionados possono disporre, fra i variopinti
pacchetti sotto líalbero, di una versione rilegata del brunovespismo televisivo.
I titoli dei volumi firmati da Vespa
fra il 1994 e il 2001, cioè fra il primo e il secondo governo Berlusconi,
sono istruttivi in se stessi: bastano da soli a testimoniare - oltreché
ovvie esigenze di richiamo commerciale - una certa maniera di pensare la
storia dellíItalia contemporanea. Il cambio (1994), Il duello (1995), La
svolta (1996), La sfida (1997), La corsa (1998), Dieci anni che hanno sconvolto
líItalia (1999), Scontro finale (2000), La scossa (2001): presi uno per
uno, i titoli dei libri di Vespa scandiscono ogni volta un presunto momento
epocale, quando non suggeriscono uníemergenza nazionale o addirittura una
crisi rivoluzionaria. Presi in serie, viceversa, essi alludono alla consolante
evidenza per cui più tutto cambia, più tutto è la
stessa cosa.
Se poi si guarda ai titoli delle
ultime due strenne, la Storia díItalia da Mussolini a Berlusconi (2004)
e Vincitori e vinti (2005), si scopre come líambizione dellíautore non
si limiti più alla volontà, propria di un giornalista, di
raccontare il presente in un modo più disteso di quanto lo consenta
la stampa quotidiana o periodica. Da un anno a questa parte, Bruno Vespa
ha voluto aggiungere al proprio un secondo mestiere: si è messo
in testa di parlare agli italiani da storico. E a giudicare dai numeri
delle vendite, in molti gli hanno riconosciuto le carte in regola per farlo.
La bandella di copertina dellíultima
fatica di Vespa è altrettanto parlante del suo titolo. In poche
decine di righe, è dato a qualsiasi lettore raziocinante di sospettare
non soltanto la penosa inconsistenza storiografica di Vincitori e vinti,
ma anche la sua insidiosa valenza ideologica. Líinconsistenza storiografica:
la bandella vanta come "poderosa" la documentazione su cui il libro sarebbe
fondato; dietro verifica, si scopre come questa non consista in una fonte
díarchivio che sia una, bensì in un centinaio di volumi indifferentemente
di storia o di memoria, autorevoli o improbabili, di qualità o di
paccottiglia. La valenza ideologica: fin dalla prima riga, la bandella
propone la tesi pelosamente buonista secondo cui lí"odio è un fiume
carsico"; cioè propina la bufala - di matrice berlusconiana - di
una storia dellíItalia contemporanea come guerra civile permanente, dal
fascismo alla Resistenza e dalla Resistenza ai giorni nostri. Quanto al
sottotitolo del volume, Le stagioni dellíodio dalle leggi razziali a Prodi
e Berlusconi, sfonda le porte del cattivo gusto per suggerire che la legislazione
antiebraica del 1938 e líattuale lotta politica della sinistra contro la
destra facciano parte di uníunica vicenda, la storia degli italiani che
odiano altri italiani.
Non si rischia granché a
prevedere che il destino dellíultimo capolavoro somiglierà a quello
dei volumi che líhanno preceduto, nella collana Mondadori intitolata nientepopodimeno
che "I libri di Bruno Vespa". Dopo avere scalato le classifiche dei titoli
più venduti alla vigilia del Natale, Vincitori e vinti finirà
rapidamente dimenticato, inscaffalato, inutile: dallíEpifania in poi, a
nessun recensore (e probabilmente a nessun lettore) verrà più
in mente di interrogarsi sul suo contenuto.
Quanto agli storici di mestiere,
ormai abituati a operazioni di uso pubblico del passato del genere di quelle
care a Bruno Vespa o a Giampaolo Pansa - la guerra di liberazione come
una carneficina altrettanto sanguinolenta che gratuita; gli eccidi perpetrati
dai neri ampiamente compensati da quelli perpetrati dai rossi; il delitto
Gentile contro il delitto Rosselli, i fratelli Govoni contro i fratelli
Cervi, il "triangolo della morte" emiliano contro la Resistenza sulle montagne,
eccetera -, pochi fra loro avranno il coraggio di prendere in mano Vincitori
e vinti e di guardarci dentro, magari per riflettere intorno ai guasti
morali e civili di una storia raccontata dai dilettanti.
A partire dallíinverno 2006, nessuno
più si ricorderà di quanto pure era sembrato, nellíautunno
2005, così importante da meritare al libro di Vespa "in uscita"
i lanci delle agenzie e i titoloni dei giornali. Né qualcuno si
prenderà la pena di denunciare il malcostume culturale di un paese
dove le vicende della nostra storia contemporanea, anche le più
delicate, vengono trattate con la leggerezza dello scoop ferragostano di
un rotocalco popolare. Un paese dove tutti, ma proprio tutti gli opinion-makers
- i giornalisti bravi come gli scarsi, i politici progressisti come i reazionari,
gli intellettuali a ricarica come quelli a gettone - si sentono in diritto
e quasi in dovere di commentare le "anticipazioni" su quello che Berlusconi
ha detto a Vespa sui caduti di Nassiriya, o su quello che DíAlema ha detto
a Vespa su piazzale Loreto. Un paese cioè dove non solo gli ignoranti,
ma anche i colti riconoscono al giornalista Bruno Vespa le carte in regola
per esercitare il suo nuovo mestiere, a cui nulla lo ha preparato e in
cui è totalmente incapace: il mestiere di storico.
* * *
Durante líinverno del 2005, almeno
un lettore della Storia díItalia da Mussolini a Berlusconi ebbe ragione
di non dimenticare il libro-strenna di Vespa nel breve volgere di qualche
settimana. Questo lettore era un personaggio del libro stesso, menzionato
dallíautore alle pagine 21 e 22. Era un ex combattente della Resistenza,
gappista a Roma e poi partigiano in montagna, due volte decorato al valore
militare, comunista allora e per il resto della sua vita. Questo lettore
era - è - Rosario Bentivegna. Il quale figura nei libri di storia
soprattutto per avere fatto parte del commando che il 23 marzo 1944 pose
una bomba in via Rasella, uccidendo al passaggio trentatré militari
delle forze dÇoccupazione germaniche: líattentato cui seguì, líindomani,
la strage nazifascista delle Fosse Ardeatine. Sorpreso, deluso, indignato
di riconoscere nelle due paginette di Vespa tutti (o quasi tutti) i luoghi
comuni che per sessantíanni hanno alimentato una leggenda nera dellíattentato
di via Rasella, alla vigilia di Natale del 2004 Bentivegna scrisse allíautore
della Storia díItalia da Mussolini a Berlusconi, per chiedergli di rettificare
una presentazione degli eventi che líex partigiano giudicava inesatta,
oltreché lesiva della sua reputazione. Da qui líintrecciarsi di
una corrispondenza privata che, con il consenso di Vespa, Bentivegna ha
deciso ora di rendere pubblica.
Il gappista contro líanchorman:
davanti a questi due personaggi, lo storico di mestiere è chiamato
a svestire - almeno in prima battuta ? i panni di cittadino della Repubblica,
che può avere le sue buone ragioni per preferire il più vecchio
al più giovane, il più oscuro al più famoso, il più
genuino al più sfuggente. Inoltre, lo storico deve rifuggire dalla
tentazione di considerare il partigiano più attendibile del giornalista
per il solo fatto che líuno cÇera, in via Rasella, mentre líaltro non sarebbe
venuto al mondo che due mesi dopo: deve ricordarsi che la memoria può
ingannare non meno di certa storia. In ogni caso, prima ancora di essersi
tolto la maschera (dicendo chiaro e tondo che il suo cuore di cittadino
batte per il gappista molto più per líanchorman), lo storico di
mestiere ha il dovere di sottolineare líimpressionante pochezza di Bruno
Vespa ìstoricoî di via Rasella e delle Fosse Ardeatine. E ha il dovere
di riconoscere, viceversa, la sorprendente lucidità di Rosario Bentivegna
come ìstoricoî di se stesso.
Nella dozzina di lettere che si
sono scambiati fra il dicembre 2004 e il giugno 2005, i due corrispondenti
mettono in scena un pirandelliano gioco delle parti, ma invertito di segno
e di senso. Il Personaggio cerca di sottrarsi alla propria soggettività,
si sforza di ricostruire gli eventi romani del 23-24 marzo 1944 in una
maniera che vorrebbe essere obiettiva; líAutore cerca di ricacciarlo indietro,
vuole rinchiuderlo nella gabbia del passato con argomenti che pertengono
alla memoria, alla politica, alla morale, a tutto fuorché alla storia.
Ne risulta un dialogo fra sordi. E non già per motivi banalmente
generazionali, né per cause esclusivamente ideologiche. Il dialogo
è fra sordi anzitutto per motivi epistemologici: perché i
due corrispondenti non condividono uníidea comune di che cosa significhi
ricostruire il passato. Líuno, Bentivegna, prova a farlo con gli strumenti
della storiografia, e spesso ci riesce; líaltro, Vespa, finge di volerlo
fare, e non ci riesce mai.
* * *
Nella sua Storia díItalia da Mussolini
a Berlusconi, il giornalista ha rimproverato al partigiano di "non essersi
consegnato" dopo líattentato di via Rasella, "nonostante líavvertimento
scritto sui manifesti fatti affiggere dal comando tedesco", che minacciavano
una durissima rappresaglia. Bentivegna ha buon gioco nel replicare a Vespa
che quella dei manifesti affissi dai tedeschi è uníautentica leggenda,
smentita sia da varie sentenze processuali, sia da un libro di storia particolarmente
serio e autorevole. Scritto da Alessandro Portelli e pubblicato dallÇeditore
Donzelli nel 1999, fin dal suo titolo ? Líordine è già stato
eseguito - questo libro si era proposto di dimostrare, fra líaltro, líinesistenza
di qualsiasi annuncio della rappresaglia da parte germanica. Da subito
dopo la sua uscita, il volume di Portelli era stato accolto dalla critica
come lo studio più importante che mai fosse stato scritto su via
Rasella e sulle Fosse Ardeatine. Dei suoi meriti si erano accorti in molti,
anche al di fuori della cerchia ristretta degli storici: compresi i giurati
del premio Viareggio, che quellíanno gli avevano attribuito il massimo
riconoscimento nella sezione della saggistica. Niente da fare: nellíanno
di grazia 2004, un imperterrito Bruno Vespa ha potuto scrivere la sua paginetta
sullíattentato del 23 marzo senza neppure accorgersi che la favola dei
manifesti tedeschi era ormai altrettanto credibile che la favola della
Befana nel camino.
Come altri lettori, Bentivegna ha
avuto ragione di trovare "splendido" il libro di Portelli anche perché
questo si fonda sopra un uso esemplare delle cosiddette fonti orali. Per
scrivere Líordine è già stato eseguito, lÇautore ha intervistato
varie centinaia di romani (díorigine o díadozione): protagonisti e comprimari,
sopravvissuti e discendenti del dramma uno e bino di via Rasella e delle
Fosse Ardeatine. Ne è nato un libro corale, che racconta - con i
concreti svolgimenti della storia ? gli obliqui percorsi della memoria.
E ne è riecheggiato un coro dissonante, poiché le memorie
di un medesimo passato sono sempre plurali: oltre mezzo secolo dopo, ci
sono quasi altrettante vie Rasella che persone in grado di ricordarsene.
Travestendosi da storico, Bruno Vespa non ha ritenuto opportuno né
di leggere Portelli, né di impratichirsi con la metodologia delle
fonti orali. La sua gola profonda per ricostruire il passato è quella
di un unico romano, ma díeccellenza: Giulio Andreotti.
È davvero stupefacente la
nonchalance con cui Vespa ha potuto sostenere che il giudizio di un Alcide
De Gasperi sullíattentato di via Rasella "fu negativo", perché così
gli ha detto Andreotti. Questíultimo gli ha spiegato anche come líattentato
venne compiuto "contro il parere del Cln, che non aveva autorizzato azioni
militari contro gli occupanti": dixit un ex presidente del Consiglio, e
il principe dei giornalisti nostrani ha creduto necessario di prenderlo
alla lettera. Così, Bentivegna non fatica a sbugiardare Vespa con
argomenti talmente cogenti da apparire imbarazzanti per la loro ovvietà.
In cuor suo De Gasperi giudicò severamente líazione di via Rasella?
Forse, commenta oggi il partigiano che nel 1944, travestito da netturbino,
aveva innescato líordigno mortale.
Ma allora perché, nel 1950,
proprio De Gasperi insignì Rosario Bentivegna (e il suo comandante
nei Gap romani, Franco Calamandrei) di una medaglia díargento al valor
militare, "particolarmente" per quanto da loro compiuto "nellíUrbe" il
23 marzo 1944? Il Comitato di liberazione nazionale vietò qualsiasi
azione militare contro gli occupanti tedeschi? Ma dove, ma come, ma quando?,
chiede Bentivegna a Vespa. E gli ricorda un comunicato del Cln datato 28
marzo, nel quale líoperazione di via Rasella fu rivendicata come un "atto
di guerra" di "patrioti italiani".
Altre volte, le repliche di Bentivegna
agli strafalcioni storiografici di Vespa non riescono così trionfanti
da apparire quasi banali; al contrario, rappresentano un contributo originale
a una riflessione la più seria possibile intorno allíuso pubblico
di via Rasella e delle Fosse Ardeatine. Tale appare il ragionamento dellÇex
partigiano sopra una questione terminologica rispetto alla quale - dÇaltronde
- sarebbe ingiusto muovere rimprovero al solo Bruno Vespa: líabitudine
invalsa di definire "rappresaglie" certe stragi perpetrate dai nazifascisti
nel 1944, a Roma o a Marzabotto, a Civitella in Val di Chiana o a SantíAnna
di Stazzema. Come se davvero, per qualificare tali eventi, non esistessero
altre parole che quelle tratte dal vocabolario dei carnefici. E come se
impiegare la terminologia degli aguzzini non rischiasse di legittimarne
la logica, suggerendo líesistenza di una correlazione diretta fra líattentato
quale causa efficiente e líeccidio quale risposta necessaria.
"Rappresaglia" non è tuttavia
il più fuorviante fra i termini comunemente utilizzati - anche qui,
da Vespa come da altri - in riferimento ai caduti delle Fosse Ardeatine.
Il vocabolo che bisognerebbe maneggiare con un massimo di cautela, riguardo
ai 335 uomini prelevati dai tedeschi a Regina Coeli e in via Tasso e assassinati
con un colpo alla nuca presso una cava di pozzolana, è allíapparenza
il più innocente e il più solidale: è il termine "vittime".
Parola per eccellenza, mot-fétiche di questa nostra età grondante
di un pietismo moralmente indifferenziato quanto politicamente untuoso.
Mentre bisognerebbe pur dire che i 335 caduti delle Fosse Ardeatine non
erano vittime nellíaccezione generica della parola: agnelli sacrificali
immolati a una divinità. A parte gli ebrei incarcerati per la mera
loro condizione di israeliti, quegli uomini erano dei combattenti, che
il 24 marzo si trovavano nelle prigioni di Roma in quanto nemici dellíoccupante
nazista e del collaboratore saloino. Dunque, erano resistenti: cioè
appartenevano allo stesso genere di Rosario Bentivegna.
Sicché occorre tutto il buonismo
- zuccheroso quanto ipocrita - del Bruno Vespa di turno, per intenerirsi
sulla sorte delle 335 vittime innocenti, dando addosso a presunti colpevoli
come Bentivegna: i quali altro non erano che i loro compagni di lotta,
e avrebbero ben potuto trovarsi al loro posto.
* * *
Quello fra Bentivegna e Vespa è
un dialogo fra sordi per ragioni anzitutto epistemologiche: perché
il gappista sa di che cosa sta parlando, líanchorman non lo sa. Bentivegna
ne esce trionfante non già per esserci stato, in via Rasella, né
per avervi fatto la cosa giusta (il che rimane materia díopinione). Ne
esce trionfante perché, quasi sempre, discute di storia con le parole
e con gli argomenti degli storici; mentre Vespa discetta per sentito dire,
imbratta carta senza avere studiato sui libri.
Nondimeno, sarebbe riduttivo interpretare
le incomprensioni epistolari fra Bentivegna e Vespa come niente più
che un equivoco sullo statuto disciplinare della storia o sul metodo di
amministrazione delle prove. Di là dai toni cortesi che pure improntano
la loro corrispondenza, il gappista e líanchorman fanno scintille perché
li separa tutto un modo di sentirsi cittadini e, al limite, di essere italiani.
Bentivegna rivendica la propria idea di cittadinanza come militanza, e
allude a una propria idea di italianità come appartenenza programmaticamente
antifascista, se non proprio comunista. Vespa si orienta nel passato alla
stessa maniera in cui si muove nel presente: dando un colpo al cerchio
e uno alla botte, inchinandosi ora a destra ora a sinistra per galleggiare
sempre e comunque sullíoceano delle storie.
Cíè un luogo della corrispondenza
dove questa diversità ìesistenzialeî si manifesta con particolare
chiarezza: è quando Vespa - invitato da Bentivegna a non descrivere
líattentato di via Rasella come líalzata díingegno di un singolo comunista
travestito da netturbino - si impegna per il futuro a sottolineare che
il gappista aveva agito insieme ad altri compagni, dietro líimpulso di
un alto dirigente nazionale del Pci comíera Giorgio Amendola. Premuroso,
Vespa aggiunge: "Tutto questo, caro Professore, per togliere dalle sue
sole spalle il peso e la responsabilità di quanto è avvenuto
e per distribuirlo anche a un livello politico e militare più elevato".
Fiero, Bentivegna gli risponde fugando ogni dubbio intorno al presunto
suo desiderio di togliersi un peso dalle spalle:
Caro Dottor Vespa,
evidentemente non siamo fatti per
intenderci. Io ero in Via Rasella perché volevo esserci e sono orgoglioso
di esserci stato, sono i fascisti e i nazisti a nascondersi dietro il dito
degli ordini ricevuti. Líattacco di Via Rasella non è stato realizzato
da un "cane sciolto" ma dal più agguerrito ed efficiente reparto
militare della Resistenza romana, i Gap centrali garibaldini sotto la guida
di Giorgio Amendola, della Giunta militare del Cln, di Carlo Salinari,
Antonello Trombadori e Franco Calamandrei. Abbiamo riportato perdite gravissime
(90% degli effettivi) ma, dallíottobre 1943 alla fine dellíaprile 1944,
quando per un tradimento quasi tutti i membri dellíorganizzazione furono
catturati, abbiamo inflitto perdite pesanti ai nazisti tedeschi e ai collaborazionisti
italiani. E vuole che non sia orgoglioso di aver fatto parte di questa
vicenda? Ma se lei parla di "gesto di Bentivegna" ogni cosa si trasforma
in una confusa narrazione degli
eventi.
Questa pagina basterebbe da sola
per rendere civilmente preziosa la pubblicazione della corrispondenza privata
fra Rosario Bentivegna e Bruno Vespa. In effetti, non capita spesso di
assistere, nellíItalia del ventunesimo secolo, a uno spettacolo altrettanto
illustrativo della posta che è in gioco quando si discute della
nostra storia novecentesca. Ecco qui un vecchio partigiano, ormai fra gli
ultimi sopravvissuti della guerra di liberazione, che leva la voce per
contestare a un figlio della Repubblica "nata dalla Resistenza" il diritto
di denunciarlo come un irresponsabile bombarolo (anzi, come un consapevole
terrorista). Ecco un eroe della guerra civile il quale, rifiutando líinvito
a cospargersi il capo con la cenere, apertamente difende la funzione storica
della violenza come levatrice di progresso. E chi legge - se appena appena
possiede una qualche familiarità con la storia francese di metà
Ottocento - fatica a non confrontare tale scena con uníaltra: quella dei
vecchi giacobini accusati di terrorismo dalla generazione stessa dei loro
figli. Uomini stanchi ma alteri, che raccoglievano le forze residue per
ricordare ai posteri come la libertà da questi goduta fosse stata
conquistata a carissimo prezzo: rischiando la vita e facendola rischiare,
uccidendo i nemici della Repubblica e rimanendone uccisi.
Al climax del discorso epistolare
di Bentivegna corrisponde lÇanticlimax
della replica di Vespa, burocratica
nella forma e liquidatoria nella
sostanza. Invano lÇex partigiano
gli ha ricordato come la "certezza della
rappresaglia" germanica, dopo lÇattentato
del 23 marzo 1944, fosse stata
esclusa da numerose sentenze processuali
del dopoguerra ("ecco quindi che
fra Via Rasella e le Fosse Ardeatine
non cÇè alcun filo conseguenziale,
come invece sostenuto dalla storiografia
revisionista"). Dopo avere
"confronta[to] la [sua] posizione
con quella dellÇufficio legale della
Mondadori" ("che la condivide in
pieno"), Vespa chiude la porta: "Nel
libro si dedicano poche righe alla
vicenda di Via Rasella e non cÇè alcuna
ragione di riportarsi alle vicende
giudiziarie".
* * *
La quarantina di righe dedicate a
via Rasella e alle Fosse Ardeatine dalla Storia dÇItalia da Mussolini a
Berlusconi sono divenute circa duecentocinquanta in Vincitori e vinti:
nel suo secondo libro-strenna da ìstoricoî, Bruno Vespa ha indugiato sulla
vicenda da p. 239 a p. 245. Menzionando esplicitamente la corrispondenza
scambiata nel frattempo con Bentivegna, il giornalista ha riconosciuto
le ragioni del partigiano "su un solo punto": la vexata quaestio dei manifesti
tedeschi che avrebbero invitato gli attentatori di via Rasella a consegnarsi
al Comando germanico, pena una dura rappresaglia. Invece - ha ammesso Vespa
- "la rappresaglia fu immediata e segreta, e gli attentatori la conobbero,
come tutti, a eccidio avvenuto". Per il resto, nel momento in cui pure
ha scelto di ampliare la propria analisi sugli eventi del 23-24 marzo 1944,
Vespa non ha ritenuto di concedere nullíaltro alle argomentazioni di Bentivegna.
Né ha pensato bene di allargare il raggio delle sue letture, magari
scoprendo líesistenza dello studio magistrale di Alessandro Portelli. Il
risultato è prevedibile, e sconsolante. Le sette pagine di ìstoriaî
vergate da Vespa nel 2005 sono, se possibile, ancora più inconsistenti
(e più indecenti) delle due paginette da lui partorite nel 2004.
Cominciamo con líindecenza, e accontentiamoci
di un unico esempio. Abbiamo visto come, secondo la versione di Bentivegna,
la medaglia díargento da lui ricevuta nel 1950 rappresentasse la prova
che il democristiano Alcide De Gasperi non giudicava poi così severamente
líazione militare compiuta dai comunisti nel 1944. In Vincitori e vinti,
Vespa conferma però la tesi della contrarietà di De Gasperi,
affidandosi una volta di più - sic et simpliciter - alla testimonianza
della sua gola profonda: "Andreotti insiste nella sua versione". Ma ora
Vespa fa di più (e di peggio) che riscrivere la storia per sentito
dire: trucca le carte del passato, o quanto meno le imbroglia fino a renderle
inservibili. Ammette infatti che "De Gasperi propose per [Bentivegna] la
concessione di una medaglia díargento" (si noti la scelta del verbo: propose).
Aggiunge che "la vicenda alzò un polverone allÇinterno degli stessi
reduci della Resistenza, al punto che un partigiano fiorentino minacciò
di riconsegnare la propria medaglia se ne fosse stata consegnata una ai
protagonisti di via Rasella" (si noti il modo verbale, al congiuntivo:
se fosse stata).
Senonché Vespa non chiarisce
affatto, con verbi allíindicativo, che nel 1950 Bentivegna fu effettivamente
decorato della medaglia (e Franco Calamandrei con lui): per giunta, con
una motivazione che richiamava proprio il merito dellíazione militare da
loro compiuta nella Roma del 23 marzo 1944. Così, il fiducioso lettore
viene menato per il naso dal malfido autore di Vincitori e vinti.
Accontentiamoci di un unico esempio
anche per documentare la rinnovata inconsistenza di Bruno Vespa ìstoricoî.
A quanto sembra, nel corso del 2005 il giornalista è stato colto
dalla curiosità di meglio conoscere líidentità dei 33 militari
uccisi dai partigiani in via Rasella. Ha scoperto così quanto avrebbe
dovuto già sapere, poiché líinformazione figura in ogni studio
serio al riguardo: i 33 ìtedeschiî dellíXI compagnia del III battaglione
dello SS Polizeiregiment Bozen erano, in realtà, degli italiani;
più esattamente, come suggeriva il nome stesso del reggimento, erano
altoatesini. Cioè, poverini, erano nostri connazionali.
Più cruciale ancora Vespa
ritiene il dato relativo allÇetà media della compagnia colpita dallíordigno
innescato da Bentivegna: 33 anni. "I caduti avevano tra i 26 e i 42 anni.
Nel reparto, quindi, cíerano anche dei cinquantenni, o giù di lì".
Parlando di loro come di "vecchi" e di "padri di famiglia", un testimone
dellÇesplosione aveva dunque esagerato, "ma solo fino a un certo punto".
In ogni caso - conclude Vespa dopo questi calcoli anagrafici - "la tesi
di uníazione militare contro un reparto scelto e spavaldo di SS ne esce
notevolmente ridimensionata".
Sottoscrivere uníaffermazione del
genere equivale a non avere imparato nulla, ma proprio nulla, dalla storiografia
internazionale dellíultimo quindicennio. Se soltanto Bruno Vespa fosse
abbastanza informato da avere letto il libro ormai classico di Christopher
R. Browning, Uomini comuni (Einaudi 1995), saprebbe che líetà anagrafica
dei militari combattenti per Hitler non ebbe alcun rapporto con la maggiore
o minore ferocia delle azioni da loro intraprese sul campo. Saprebbe che
non solo le ordinarie misure di polizia nelle città dellíEuropa
occupata, ma le azioni di accerchiamento e di rastrellamento dei partigiani
sulle montagne, la deportazione dei prigionieri politici e gli eccidi delle
popolazioni civili, financo le varie operazioni destinate alla "Soluzione
finale del problema ebraico", furono compiute da anziani come da giovani,
dalla truppa come dagli ufficiali, da soldati come da riservisti, dalla
Wehrmacht come dalle SS. Se avesse letto Browning (o qualunque altro studioso
accreditato in materia), Vespa saprebbe inoltre che gli "uomini comuni"
originari del Terzo Reich trovarono zelanti alleati di carneficina in uomini
comuni delle nazionalità più varie: lituani e polacchi, ungheresi
e croati, altoatesini e italiani. Se poi avesse letto sino in fondo un
saggio che pure egli cita, specificamente dedicato alla storia del Polizeiregiment
Bozen, Vespa saprebbe che dopo la liberazione di Roma da parte anglo-americana
e il ripiegamento tedesco verso il Nord, gli effettivi del III battaglione
sopravvissuti allíattentato di via Rasella si impegnarono in uníintensiva
attività antipartigiana, da Firenze alla Val di Susa e dalla Valsugana
al Cadore. Erano forse padri di famiglia, ma sapevano rastrellare, torturare,
giustiziare.
Naturalmente, quella di Vespa non
è pura e semplice incultura. Oltre allíignoranza, la sua ricetta
ìstoriograficaî comprende altri ingredienti, a cominciare dallíastuzia.
Per limitarsi al caso del Polizeiregiment Bozen, risulta evidente come
una presentazione lacrimevole dei 33 altoatesini uccisi in via Rasella
quali cisalpine e stagionate "reclute coatte" sia funzionale a una rappresentazione
peggiorativa della lotta gappistica quale inutile spargimento di sangue.
"A che serviva decimare un battaglione che non era certo formato dalle
truppe scelte di Reder?", si chiede Vespa. È una domanda retorica,
che presuppone la risposta: non serviva a niente. E la risposta comporta
- impliciti, ma non troppo ? due corollari gravi. Primo: i partigiani comunisti,
i vari Bentivegna o Calamandrei, combattevano la Resistenza come una fiera
delle crudeltà. Secondo: quanti cadevano sotto i loro colpi, se
pure indossavano uníuniforme tedesca, erano comunque delle vittime.
Lungi dallíappartenere esclusivamente
alla logica argomentativa di Bruno Vespa, questíultima deduzione sostiene
oggi il discorso di altri pseudo-maestri di storia dellíItalia contemporanea,
il più noto dei quali è Giampaolo Pansa. La regola del gioco
è una vittimizzazione generalizzata di chi più drammaticamente
fu coinvolto nella nostra guerra civile: degli antifascisti giustiziati
alle Fosse Ardeatine come delle SS saltate in aria in via Rasella, dei
civili trucidati a Marzabotto come dei gerarchi appesi in piazzale Loreto.
Lo scopo del gioco è la banalizzazione retrospettiva dei valori
e dei disvalori, dei meriti e delle bassezze, delle ragioni e dei torti.
La durata del gioco resta da determinare: ma finché uomini come
Rosario Bentivegna conserveranno la forza per opporvisi, uomini come Bruno
Vespa faranno bene a non sentirsi la vittoria in tasca.