| Chi
l'ha visto
Alerino Palma presenta La scuola dei tre no, di Roberto Maragliano |
le repliche:
[Fresca
di ssis, di Silvia aka Murasaki] [Postumi
di ssis, di Eros Grossi]
[Elogio
della scuola tecno, di Maurizio Bonfanti] [Il
futuro della scuola, di Vittorio Corona]
Un mesetto fa ho smarrito questo esile libretto nella sala professori del mio liceo. Era un sabato. Il lunedì è il mio giorno libero. Martedì ho trovato il segnalibro, oggetto di nessun valore, il mio segnalibro, ma a cui tenevo più che al libro, se non altro per l'inveterata abitudine a trasferirlo di libro in libro, finché non è diventato una striscia di cartoncino irriconoscibile e inusabile.
E anche perché non tenevo particolarmente al libro che, proprio nel momento in cui l’ho lasciato, stavo decidendo di abbandonare e quindi, adiuvante Freud, ho di fatto abbandonato.
Un libro è sempre un libro, e perciò ho avuto per qualche giorno la mezza idea di scrivere sulla lavagna della sala professori un annuncio di questo tipo: chi avesse trovato casualmente il libro la scuola dei tre no è pregato di tenerselo. Però mi avrebbe fatto piacere, e comodo, poter rileggere certe note a margine che ho scritto sul treno. Anche perché mi capita raramente.
Di prendere il treno, prima di tutto, e di scrivere glosse, secondo poi. Per me leggere i libri è come bere. E quando bevo non centellino, non centrifugo, non lecco il bordo del bicchiere. Quindi, attestazione di un’esistenza, l’incontro con il libro c’è stato. E dopo c’è stato il divorzio.
Non stiamo a farla lunga, poi. Le glosse erano molto elementari, qua e là dei punti interrogativi, esclamativi, e serie di punti interrogativi ed esclamativi insieme. Ad un certo punto ho scritto: i professori yes. Mi riferivo ad un lungo affondo contro la classe docente: l’opinione contraria dei docenti, argomenta finemente il Maragliano, è considerata uno degli ostacoli alla riforma della scuola.
Qualsiasi riforma, peraltro. L’input del libro, condivisibilissimo, è che la scuola deve essere riformata. Il focus è che non si riesce a farlo. Non ci è riuscito Berlinguer e neppure la Moratti ci sta riuscendo. O dovrebbe essere: non ci stava, la data di pubblicazione del libro non la so.
Tutte le riforme tentate, e miseramente abortite, e comunque svuotate, si schiantano contro la resistenza della classe docente. Una classe docente che, senza distinzioni, viene fatta segno, riga dopo riga, dal tipico disprezzo del pedagogista che crede di avere tutte le ricette. Avevo sottolineato molti esempi di questa mentalità gretta e pedante.
Naturalmente la classe docente non è on line (una volta si scriveva à la page). Per esempio non accetta il fatto che la scuola ha perso il monopolio dell’istruzione (a favore di chi e che cosa, qui i punti interrogativi erano parecchi) e, naturalmente, non si eccita per le nuove tecnologie, di cui si parla nel terzo e ultimo capitolo, dove avevo fatto una croce perché sta storia della multimedialità a scuola è buona giusto per il cane.
Lasciamo perdere il cane. Dite quello che volete, non mi va di tornare su questo argomento che, in passato, mi è costato più di un’amarezza. Io mi ero soffermato di più sulla resistenza. Maragliano è molto furbo, non suggerisce un modo per venire a un accordo con questi insegnanti riottosi, ma aizza il riformatore contro di loro.
Dice: la riforma non deve limitarsi a una nuova idea di formazione, a un nuovo modo di apprendere, ma anche a un nuovo modo di insegnare, e quindi deve riformare anche gli insegnanti, cambiargli le idee, renderli collaborativi e non riottosi: i professori yes, avevo scritto.
Io non nego il disagio di essere un insegnante di questa scuola di mezzo tra un’epoca in cui regnavano dei dogmi, sbagliati, e un’altra in cui ci sono altri dogmi, ugualmente sbagliati, ma sicuramente diversi. Più che disagio è una sensazione indefinibile, quasi di paura, un boccheggiare fuori dalla pozzanghera, per certi versi.
Continua.
le repliche
Fresca di
SSIS
di Silvia aka Murasaki
Siccome sono fresca (...cioè, per quanto si possa essere freschi oggi) di due anni di SSIS (che hanno trasformato la mia iniziale irritazione verso i pedagogisti in una rabbia omicida) un paio di considerazioni ce le metto, nonostante il caldo.
Si è detto: gli insegnanti sono contrari per principio alle riforme, prova ne sia che non gli andava bene la riforma Berlinguer, che era di sinistra, e non gli va bene quella Moratti, che è di destra.
Gli insegnanti sono conservatori per natura, ed è verissimo. Ma siccome hanno a che fare ogni anno con decine di vulcani in piena attivita' (detti "allievi") sono anche sperimentatori per natura. Borbottano sempre, per principio, ma provano di tutto. E la riforma di Berlinguer forse era di sinistra, ma faceva pena. E la riforma Moratti forse è di destra (a me sembra più che altro un pastone per maiali, privo di ogni connotazione politica) ma fa pena peggio che mai.
A questo punto, che io sia di destra, di sinistra, di centro oppure priva del benché minimo colore politico, sputo su entrambe.
Cambiare il modo di insegnare degli insegnanti può essere una buona idea, ma va fatto con una pur minima consapevolezza di cos'è la scuola. Sotto questo aspetto la SSIS (almeno quella della Toscana) si è rivelata agghiacciante: le molte sciocchezze che ci sono state ammanite per due anni possono forse rivelarsi relativamente innocue per chi ha già un po' di pratica scolastica, ma mi sembrano deleterie al massimo grado per chi in classe non c'è mai entrato.
Non basta consolarsi pensando che
"le SSIS sono destinate a scomparire" (quando, non si sa, visto che partira'
in autunno l'ottavo ciclo); perché, se mai scompariranno, verranno
sostituite da un clone parimenti organizzato da pedagogisti, dove tutta
l'attenzione sarà puntata non sulla programmazione, ma sulla capacità
di scrivere un certo tipo di programmazione - cioè qualcosa che
lascia veramente il tempo che trova.
Murasaki Shikibu
Ho letto quel libro di cui parli
e all'epoca in cui l'ho letto non mi ha lasciato così perplesso
(benché anch'io
l'abbia smarrito, nella mia libreria,
per motivi che il mio inconscio si rifiuta di dirmi). La perplessità,
se c'era, riguarda altri elementi che Maragliano con intelligenza mette
in evidenza.
Diciamo pure che parlare male della
pedagogia e dei pedagogisti è diventato uno sport nazionale per
gli insegnanti (saranno i postumi della SSIS?), nonostante l'esistenza
di una pedagogia larvata che volenti o nolenti si applica quotidianamente
a scuola.
Maragliano, mi pare di ricordare,
mette in evidenza tre elementi:
1. la scuola, pascolo quotidiano
per la politica nazionale, è in grado di sublimare al suo interno
le divisioni politiche del paese (destra/sinistra) nel fronte del NO (così,
in sala professori, ti puoi trovare di fronte a strenui difensori della
Casa delle Libertà, che con disinvoltura si accaniscono contro la
Riforma del "proprio" governo). De Mauro, nel libro "La cultura degli italiani",
ricorda come, di fronte ad un progetto di revisione del contratto nazionale
dei "lavoratori della scuola", basato sull'introduzione di forme di aumento
salariale, scatenò le ire della CGIL: cosa diranno i metalmeccanici?
Come spiegheremo loro le ragioni di una simile discriminazione salariale?
Gli insegnanti sono "vestali della classe media" (oggi, medio-bassa) e
non possono fare la scalata sociale: questa è la logica dei rappresentanti
sindacali (a loro, invece, la scalata sociale è permessa);
2. La multimedialità, dice
Maragliano, non consiste nell'introdurre il computer a scuola e nel sostituirlo
alla lavagna: questo vuol dire "tinteggiare" le pareti di un edificio pericolante;
3. E' strano come, a differenza
di tutti gli altri settori del pubblico (sanità, trasporti ecc.),
la scuola è l'unica che guarda al passato come un'età dell'oro:
i Licei di una volta, in quelli sì che si studiava e si era rispettati!
Secondo me, Maragliano, benché
pedagogista, non ragiona male (ma forse il mio inconscio interferisce nel
ricordo).
E. G.
Elogio della
scuola tecno
di Maurizio Bonfanti
I
Caro collega,
non conosco il libro di Maragliano.
Avendo vissuto per molti anni la
professione di ingegnere e poi un numero sufficiente di anni la scuola,
privata e pubblica, ho una mia posizione ben precisa, che, ammesso interessi,
è in rete sul sito della biblioteca che personalmente ho costruito
(una scuola senza una biblioteca è una pura barbarie, ma l'ostilità
espressa e praticata per questo lavoro si esprime come totale assenza degli
insegnanti dalla biblioteca - per fortuna gli studenti l'apprezzano), alla
pagina
http://www.lunadicarta.net/laboratorio/testi/ASQ_introduzione.htm.
Dell'articolo in oggetto ho preso nota solo del paragrafo che segue:
"Naturalmente la classe docente non è on line (una volta si scriveva à la page). Per esempio non accetta il fatto che la scuola ha perso il monopolio dell’istruzione (a favore di chi e che cosa, qui i punti interrogativi erano parecchi) e, naturalmente, non si eccita per le nuove tecnologie, di cui si parla nel terzo e ultimo capitolo, dove avevo fatto una croce perché sta storia della multimedialità a scuola è buona giusto per il cane."
Ecco. Io penso che quest'affermazione sia l'analogo o l'equivalente di quanto verosimilmente si disse quando comparvero i tipi di Gutemberg.
In realtà è quello che si dice quando si teme un cambiamento che si vede bene che non potrà essere fermato, e che metterà a margine chi lo rifiuta. La soluzione (psicologicamente parlando) è il disprezzo: "è buona giusto per il cane". Ma questa è davvero una soluzione, se non nel senso dell'ignorare il problema?
Non credo sia questione di essere "à la page" per chi, per il proprio piacere e la propria convenienza, usa la macchina e il televisore e il videoregistratore e il decoder quant'altro la tecnologia offre, incluso il mezzo su cui in questo momento stiamo comunicando e su cui è stato pubblicato l'articolo in oggetto.
Credo sia questione di pigrizia e spesso di paura - di non essere in grado di dominare il mezzo se non come macchina da scrivere.
Il mondo cambia mentre la scuola non cambia affatto. Io ho cominciato a mettere le mani su una tastiera nel '65, per ragioni culturali, oltre che professionali, perché un linguaggio di programmazione è quanto di più potente per comprendere certe problematiche proprio filosofiche del linguaggio, oltre che abituare a una logica rigorosa che neppure i corsi di matematica sono in grado di dare. E oggi parlare di linguaggio senza tenere conto dei linguaggi formali mi sembra a dir poco anacronistico, visto che la relativa problematica risale ai linguisti, ai matematici e ai logici dei primi decenni del '900. E sto parlando solo di linguaggio. Non entro nei problemi - filosofici e didattici - della scienza e della tecnologia, tuttavia l'ambito del linguaggio formale, esploso con i Goedel e con i Turing, ma anche con i Russell e i Wittgenstein e gli Hilbert (ecc.), è proprio il terreno su cui un concreto incontro fra cultura umanistica e cultura scientifica è possibile. Ma nella scuola questo "link" è totalmente inesistente, sia perché i "docenti" di matematica non vanno mai al di là delle formule, sia perché i "docenti" di discipline umanistiche si guardano bene dall'andare al di là di testi stracotti di letteratura, ripetendo moduli critici che sapevano di muffa cinquant'anni fa.
A me dunque questo sprezzante rifiuto sembra profondamente irrazionale, e giustifica il profondo (totale) distacco che esiste fra il mondo dei ragazzi (*) e la stragrande maggioranza degli insegnanti. E, quando c'è questo distacco (per non parlare del distacco abissale fra la formazione di chi si diploma o laurea e il mondo - non dico il mondo del lavoro ma il mondo), la scuola non serve più a niente. Diventa un parcheggio sia per i ragazzi sia per gli insegnanti. A spese delle famiglie e dello Stato.
Un saluto.
Maurizio Bonfanti
(*) ragazzi che si trovano davanti
a questi mezzi ogni giorno, mentre nessuno si proccupa di insegnar loro
a usarli in modo critico e proficuo (perché "la multimedialità
a scuola è buona giusto per il cane"). Come mettere nelle loro mani
una Ferrari ma non far loro sostenere l'esame della patente.
II
<<Apprezzo molto il tuo intervento, che non mancherò di pubblicare>>
Se integrato da quanto scrivo (e scrivi) qui, altrimenti è incompleto come manifestazione di un punto di vista.
<< ma credo che tu non hai proprio capito lo spirito della mia critica, probabilmente perché io sono molto telegrafico e definitivo e perché ti mancano alcuni pezzi del problema>>.
Riguardo al libro, ne ho letto perlomeno
una sintesi. E io avrei molte altre denunce da fare contro questa scuola
che si oppone a ogni cambiamento, che ha fatto fallire ogni iniziativa
uccidendola nei pezzi di carta, nei formalismi, senza accettare in concreto
alcuno spunto per tenere conto del (non dico adeguarsi al) mondo che cambia.
Ho visto fallire delle straordinarie iniziative della non-realizzata riforma
Brocca, come l'introduzione della sistemistica (che è stata travisata
a "materia" qualunque, mentre nel mondo tecnico e non solo tecnico è
un modo di pensare che interessa trasversalmente, in termini di metodo,
tutte le discipline, proprio nessuna esclusa), o come l'area di progetto,
la cui realizzazione da "testo consigliato" sfiora il ridicolo e non fa
capire in alcun modo che cosa significa 'progetto' nel mondo di fuori.
Questo e altro ho visto fallire davanti ai *NO*, che sono ben altro che
tre.
I collegi docenti a cui io assisto
sono un coro di *NO*, fino al limite di sentir urlare (urlare!) che se
qualcosa sa anche solo lontanamente di riforma non se ne deve neppure parlare
- e si impedisce in concreto di parlarne. E la scuola è tappezzata
di cartelli (spesso beceri) non solo contro la riforma, ma contro chiunque
in qualche modo collabori a qualche innovazione (per occuparmi del progetto
Campus per i nuovi corsi post-diploma, progetto voluto dalla Regione e
dal Miur, devo lavorare praticamente di nascosto). Al Consorzio Scuola
Lavoro, che collabora al progetto Campus e che voleva montare uno stand
(un tavolino!) alla festa di fine anno per distribuire qualche volantino
ai diplomandi, è stato *vietato* di farlo, perché l'espressione
"istruzione e formazione tecnica superiore" sa di riforma e quindi è
tabù. In poche parole: siamo vicini allo squadrismo. E non si tratta
di una scuola di qualche paesello della provincia, ma di un ITI di Milano
che fino a qualche anno addietro era il più prestigioso della provincia:
lo era quando innovava e il sindacato non se ne era impadronito.
Io rispetto le opinioni, ma l'e-learning
è talmente diffuso nelle imprese formatrici specialiste (parlo di
Aica, di Cisco ecc. ecc.) che le aziende assumono i diplomati (e i laureati)
e poi li iscrivono proprio lì per tappare le loro falle di formazione.
Del resto l'e-learning lo ha usato
anche il Miur per gli aggiornamenti dopo i concorsi di fine millennio (quindi
non era una cosa "di destra" come dicono alcuni).
E più in generale la classe
virtuale accosto a quella reale può aprire spazi di comunicazione
altrimenti impensabili. I miei allievi mi mandano relazioni e mi pongono
domande via mail dandomi l'occasione poi di parlarne a tutta la classe,
per la stessa via o nella classe propriamente detta se la cosa interessa
tutti. E un buon testo multimediale vale almeno il classico "testo consigliato",
con la differenza che il mezzo usato è lo stesso che i ragazzi ormai
usano a tempo pieno - il PC, - ed è comunque molto più maneggevole
di un libro tradizionale.
Ma quale produttore di software,
anche del più sofisticato (es. di matematica), fornisce più
i manuali per insegnare a usare un'applicazione? Fornisce manuali multimediali,
eventualmente stampabili, ma molto più incisivi sul monitor, che
ha mezzi di rappresentazione infinitamente più potenti di qualunque
testo cartaceo.
La classe virtuale a fianco di un
corso multimediale risolve anche molti problemi della formazione continua
- una necessità che si farà sentire molto, a fronte del crollo
di competitività, - e risolve inoltre l'anacronismo dei corsi serali.
Quello che io vedo di decisamente paradossale nel rifiuto diffuso nella scuola nei confronti del mezzo informatico (non solo della multimedialità) nella didattica è che, mentre la cultura si fonda sulla comunicazione e naturalmente sull'informazione, la scuola invece rifiuta proprio i mezzi più potenti di comunicazione e informazione esistenti. Io dico che nemmeno Epimenide avrebbe osato un simile paradosso.
Io ovviamente parlo da tecnico e da insegnante tecnico, ma forse le discipline "umanistiche" sono escluse dall'informazione e dalla comunicazione? Vien da sorridere solo a pensarlo.
<< Non mi pare che la multimedialità, intesa come supporti multimediali che si possono usare a scuola, sia questa grande novità che scrivi, tale d compararsi all'introduzione della stampa a caratteri mobili>>.
Rispetto ai "testi consigliati" e
alla lezione frontale c'è lo stesso abisso. Fra una lezione frontale
a un'intera classe e una lezione interattiva che può *anche* essere
fruita e provata e riprovata in autonomia, ciascuno con i propri tempi
(e questo è importantissimo, perché non tutti hanno la stessa
rapidità di comprensione e di apprendimento), supportata dalla classe
virtuale, c'è appunto un abisso. La classe diventa un laboratorio
e si estende fino ad arrivare dentro alle pareti domestiche.
Ma.
Ma c'è un problema.
Approntare un testo multimediale
richiede un impegno che nella scuola di oggi, col suo freno tirato e con
una "libertà di insegnamento" che si riduce a fare le stesse cose
per vent'anni (persino in elettronica!!!), te lo sogni.
Cosa penso della didattica multimediale
lo ho scritto qui, e sotto forma di
progetto:
http://www.lunadicarta.net/laboratorio/testi/Didatticamultimediale.htm
(Nota che su questo progetto si
sta formando un consorzio... fuori dalla scuola, e personalmente non solo
non ci partecipo, ma per così dire mi offende che la scuola pubblica
invece lo snobbi, perché è per essa che è pensato.)
Ma diverse università (molto
professionalmente), e anche alcune scuole medie (meno bene), ci stanno
già lavorando da tempo.
Sull'e-learning si sta muovendo
in realtà il mondo intero. E non come sostituto del docente, ma
proprio come supporto alla didattica. E' (in parte) sostituto del docente
solo per autodidatti adulti, che hanno il loro bravo diritto di studiare
nel tempo che hanno, senza dover frequentare e senza neppure doversi accontentare
di ciò che si offre loro sotto casa.
Nel progetto che ho proposto, ho
indicato come elemento secondo me determinante far partecipare i ragazzi
alla fase di costruzione dei testi multimediali, riservando al docente,
ovviamente, la guida scientifico-disciplinare dell'attività. E questa
responsabilità operativa ha a sua volta valenza formativa per gli
studenti.
<<Detto questo non sono contrario a introdurre nella didattica qualsiasi strumento informatico che possa migliorare l'efficienza e permettere di conseguire obiettivi importanti, ma ribadisco strumento didattico (e non per esempio strumento politico)>>.
Lo strumento politico si accontenta,
nella mia scuola, dei volantini o della distribuzione in classe di pamphlet
ideologici, o di lezioni-comizio (manca solo che si adotti il libretto
di Mao per i corsi di "italiano").
Figuriamoci se questa gente "si
abbassa" a usare del software per costruire testi multimediali! Sanno fare
di più, quanto a multimedialità, i terroristi islamici.
Un saluto.
Maurizio
che sul progetto 'Didattica Multimediale'
non intende di sicuro mollare malgrado tutti i NO di questo mondo.
III
<< Il nucleo della mia rabbia verso Maragliano nasce dall'insofferenza verso i pedagogismi, che potremmo definire come tutte quelle ricette che persone non competenti di scuola (e neppure di pedagogia, per la precisione), ci vogliono imporre, per il gusto di pontificare (senza il quale non potrebbero vivere>>
Vero anche questo. Io, da quando
sono nella scuola, sono costantemente "turbato" da ciò che leggo
nelle circolari, spesso chilometriche, e nei vari documenti ministeraili,
che richiedono una laurea in lingua scuolese, non affatto in italiano.
E ciò molto prima della Moratti.
E ti assicuro che durante i concorsi
di fine millennio (e non c'era la Moratti, neppure all'orizzonte), i corsi
di formazione pedagogici furono tenuti in quel linguaggio, con citazioni
a valanga; e furono tenuti da insegnanti che di pedagogia e di psicologia
sapevano (in senso proprio) quello che io so dello swahili.
Mi hanno ricordato i corsi di management
che si tenevano nelle aziende di Stato (quando c'erano ancora): consulenti
del piffero che non avevano mai gestito neppure una bottega.
Allora ho pensato che nella scuola
esiste la stessa corruzione che esisteva nelle aziende di Stato: per tenere
i corsi si sceglievano gli amici degli amici degli amici, che poi si leggevano
in tutta fretta qualche articolo e venivano a pontificare a gente che doveva
gestire centinaia di persone, e rispondere di un sacco di risorse.
Bene: i signornò più
duri della mia scuola erano quasi tutti insegnanti di "pedagogia" ai corsi
di formazione per i concorsi che si tenevano nella scuola stessa. Chissà
come mai. E chissà come mai erano tutti sindacalisti.
Perciò io leggerò Maragliano,
ma non mi incazzerò più di quanto mi sono incazzato seguendo
quei corsi di management o i corsi di "formazione" di fine millennio.
Sai quando m'incazzo davvero? Quando
uno di quei "docenti" fa comizi in classe e lavora a disinformare i ragazzi.
Questo sì che mi fa uscire dai gangheri.
<< Questo a prescindere dal fatto che i professori siano yes o no e anche dal dato deprimente che nulla, nessuna proposta, nessuna terza via nasce o nascerà mai dalla loro iniziativa.>>
Del che posso darti ampia testimonianza.
Due anni fa, una delle più urlatrici delle nostre "docenti" pretese
una commissione tutta sua per la "qualità della didattica" (perché
noi siamo tanto creativi, diceva). Bene, alla prima riunione se ne andò
in fretta dopo pochi minuti, mentre un'altra distribuiva (foto)copie di
un libro di Edgar Morin, che lei giudicava la punta avanzata del pensiero
didattico-pedagogico (ah, i francesi!), solutore del conflitto umanesimo-scienza.
A parte il fatto che trovai il libro irrealistico fino al limite dell'idiozia
ideologica (e a parte la crassa incompetenza di Morin in tema di scienza),
la commissione finì i suoi lavori lì. Non ne è uscito
letteralmente nulla. L'anno successivo il preside formò un gruppo
di lavoro che formulasse delle proposte per la nuova scuola tecnica, dato
che da Roma veniva solo un progetto-cornice ma era chiesto alle scuole
di riempirlo e sperimentarlo (e ciò risponde in parte a una tua
osservazione, ma su questo ritornerò poi). Anche in quel caso si
inneggiò alla "creatività" ecc. ecc. Bene: dopo un anno di
"ampie discussioni" non è venuto fuori niente. Zero. Ma non è
finita qui. Nel frattempo io ho scritto un progetto, per il primo triennio,
che la nostra public-relations ha fatto pervenire alla Direzione Scolastica
Regionale e in Regione. Bene, quel progetto è stato scelto fra tutti
quelli presentati in Lombardia, e DSR e Regione hanno offerto alle scuole
risorse non indifferenti per sperimentarlo. Comica finale: il mio istituto
ha rifiutato di sperimentarlo (e dita negli occhi a me, inutile dirlo:
"Come ti sei permesso?").
E non è neppure finita qui,
perché, come ti dicevo, quest'anno sto lavorando al progetto Campus
per i corsi di formazione tecnica superiore (e con questo ho acquisito
all'istituto risorse per 330 mila euro dal Miur), e devo farlo di nascosto,
perché il collegio docenti ha votato con esito bulgaro una mozione
in cui *rifiuta* ogni progetto che solo lontanamente sappia di riforma.
Così la sperimentazione si farà, ma le risorse andranno alle
sedi che faranno la sperimentazione (e sai quanti centri di formazione
superiore avevano fatto carte false per ottenere quei corsi e quei finanziamenti?
Bene, ora li avranno.)
<<Siccome sono degli inetti, e non hanno certo, singolarmente presi o nell'insieme, la vista lunga che possono avere i "saggi", le riforme vengono fatte dall'alto, senza interpellare né i diretti interessati, né tanto meno gente che ha un minimo di sale in zucca.>>
Due cose.
La prima: da quando sono nella scuola
la cocente sensazione di inettitudine è quotidiana. E te ne ho dato
solo un piccolo esempio qui sopra. Mai nella professione avevo incontrato
ambienti così densamente popolati da inetti, e spesso incompetenti
nella loro stessa disciplina (parlo perlomeno di insegnanti tecnici; sugli
altri non mi pronuncio, ma so che alla maturità leggo cose, nella
prova di italiano, da far accapponare la pelle). La seconda: come dicevo
sopra, per i percorsi tecnici il Miur ha indicato un contenitore - una
cornice - ma ha chiesto **alle scuole** di indicare i contenuti e di sperimentarli
(con tanto di finanziamenti, e non trascurabili), riservandosi di scegliere
poi fra le varie proposte prima di adottare - peraltro ancora sperimentalmente
- un nuovo ordinamento. Allora non è vero che le riforme sono fatte
dall'alto. Non questa riforma, caro Vale.
Certo che se le scuole danno risposte
come quella che ha dato la mia scuola - cioè zero di suo e ostruzione
a chi ha proposto qualcosa - è ovvio che poi le cose piovono in
testa dall'alto. E' esattamente quello che dissi in collegio più
di due anni fa (quando si urlava "non si deve neppure parlare di riforma");
dissi: se noi non facciamo niente così come non abbiamo fatto niente
dell'autonomia, qualcuno ci penserà e ci farà cadere dall'alto
cose decise altrove, però decise altrove non "sopra" le nostre teste,
ma semplicemente da altri istituti che si sono rimboccati le maniche, magari
a Vattelapesca. Io ho la (magra) consolazione che due dei progetti approvati
in Lombardia sono miei. Magra davvero.
Ah! Altra comica finale. La scorsa settimana, dopo l'annuncio del varo della riforma, immediata riunione sindacale e fulminea mozione bulgara alla preside: "La preside deve inviare al Ministero una dichiarazione di rifiuto della riforma." Ora, scusami, ma si è mai sentito niente di più demente come chiedere a un funzionario dello Stato di respingere una legge dello Stato?
<<La direzione che prendono le riforme non mi pare quella che tu auspichi: la bozza di decreto della scuola secondaria è ispirata a una mentalità molto trasparente: tagliare, semplificare, dare a tutti un diploma.>>
Come dicevo sopra, non è così.
Dare a tutti *una formazione* è
sacrosanto.
Ma una *formazione*.
E *formazione* non significa "diploma",
fino a prova contraria. Per di più si è detto esplicitamente:
voi insegnanti che ve ne intendete (che dovreste intendervene), come vi
proponete di muovervi per offrire una formazione migliore, dato che quella
attuale è grossolanamente inadeguata? E quale è stata la
risposta? Proposte nessuna, zero assoluto, ma solo "abbasso la Moratti".
La realtà è che la
scuola così come è ora è talmente comoda che guai
a chi la tocca. Io dico che è una cornucopia di privilegi (oltre
che di sprechi). Questa è la sola realtà. Ah, no: c'è
un'altra realtà. Quella che la scuola è un feudo indiscusso
del sindacato, che per proteggere i privilegi è diventato il primo
della classe (peggio di confindustria). Quindi io, che vengo dall'industria
e sono scandalizzato da questa situazione, vedrei molto di buon occhio
un'accetta su privilegi e incompetenza e sprechi. Ma sono l'ultimo a ritenere
che si debba dare un diploma a tutti.
Quello che vedo, in realtà,
è che proprio ora si dà un diploma a tutti, come dicono le
statistiche. E' la scuola *attuale* a essere un diplomificio, non quella
della riforma (chiedi all'università che ne pensa dei diplomati
che le arrivano oggi: è un fatto ben noto che deve continuamente
abbassare i suoi standard). Per i percorsi tecnici è stato prescritto
che il conoscere senza il saper fare non dà alcun diploma. E infatti
il mio triennio che ha appena cominciato la sperimentazione ha fatto una
selezione da decimazione. Poi nel mio progetto non si boccia nessuno, ma
si ottiene la qualifica *solo* quando si dimostra che si *sa fare* in relazione
a ciò che si è appreso in teoria, altrimenti niente; però
- col tempo necessario, ché non si può fare tutto subito
e perfetto - si intende offrire il massimo di flessibilità nella
scelta del percorso, per andare incontro ai diversi talenti; e ciò
limiterà i fallimenti senza regalare proprio niente a nessuno; i
dettagli sono nel link che ti ho già indicato del mio 'laboratorio'.
E anche i licei faranno bene a pensarci su, al discorso della flessibilità,
anziché costringere tutti nella medesima gabbia.
<< Non vedo perché la classe insegnante dovrebbe lasciarsi imporre un così drastico, e tragico, ridimensionamento del significato del suo lavoro per il solo gusto di non passare per la classe degli insegnanti no. >>
La classe insegnante deve definire
a se stessa con chiarezza il significato del suo lavoro (come contestavo
alla Mastracola), e deve dimostrare di saperlo svolgere. Io vedo invece
che, in nome di una maleintesa "libertà di insegnamento", la classe
insegnante si limita a crogiolarsi nei suoi privilegi, nella sua inerte
intoccabilità, mentre si riempie la bocca di una "professionalità"
che, salvo qualche mosca bianca, non dimostra affatto. E perché
mai si deve parlare di "classe insegnante" come se fosse una casta a sé???
Insegnante è chi ha *solide*
conoscenze in una certa disciplina e sa trasmetterle come conoscenze (non
come nozioni). Punto. Perciò si deve anche adottare una tecnica
di selezione degli insegnanti che non sia grottesca come l'attuale.
<< quando la ministra fa schifo, e manca tutto, e si viene presi in giro, non si può far altro che dire no. Un no deciso, motivato, quello che vuoi, però un no.>>
Credo di averti esposto con sufficiente
chiarezza il mio punto di vista. Mancano ancora dei dettagli, nel senso
che io sarei molto più severo con la scure sulla scuola, ma credo
che per oggi basti così.
Certo che nella scuola manca tutto!
Manca tutto quello che gli insegnanti non vogliono fare.
Io ti dico, per lunga esperienza,
quello che si fa nelle imprese: inizialmente ti vengono dati degli incarichi
e delle risorse molto limitate, quasi niente. Se dimostri che con quasi
niente ottieni dei risultati, ecco che allora arrivano le risorse. Non
si danno incentivi a fondo perduto (e che nessuno veramente controlla dove
finiscono), ma si danno risorse a chi dimostra di saperle usare: a chi
crea ricchezza, cioè formazione nel caso nostro. Non si danno risorse
a chi le consuma soltanto. Come la nostra scuola.
Perciò, visti i risultati,
io trovo giustissimo che si stringano i cordoni della borsa alla scuola.
La scuola dimostri di saper fare meglio con quello che ha, e vedrai che il pubblico stesso verrà dalla sua parte. Oggi il pubblico non è dalla sua parte, e lo sappiamo bene tutti quanti. Il pubblico vede insegnanti che hanno quattro mesi di vacanza, che lavorano poche ore del mattino, ma soprattutto che producono analfabeti, a parte - assai spesso - l'arroganza nei confronti dei ragazzi e delle famiglie. Questo vede il pubblico che paga le tasse. E non è di sicuro colpa della Moratti o di Berlinguer o del congiuntivitico D'Onofrio ecc. ecc., ma *unicamente* degli insegnanti.
Inciso pubblicitario, ma (stranamente?) connesso alla letteratura: visita il sito della mia biblioteca, cioè il mio sito, www.lunadicarta.net Sono benvenuti gli invii di inediti (molti sono di ragazzi e vengono da mezza Italia) e di recensioni, ma anche di riflessioni per il laboratorio.
Un saluto.
Maurizio
Prof. Palma,
non sarei così sconsolato
circa il futuro della scuola.
Io non sono un pedagogista né
mi interessa esserlo (e credo qualsiasi insegnante). Nella scienza sarei
uno scienziato e non un manager della ricerca.
Se è vero che io vedo cose
che il pedagogista non vede, devo anche ammettere che lui vede cose che
io non riesco ad apprezzare dal mio orizzonte limitato di ben 8 classi
all'anno.
Sono anche molto disincantato circa
le corporazioni (i ricercatori, i banchieri, gli imprenditori, gli insegnanti),
ma ammetto che quella in cui mi trovo è certamente più simpatica
di tante altre. Se non altro perché ingenuamente, non si rende conto
dell'immenso potere che le è proprio, e perciò non si pavoneggia,
anche (spero) nella critica.
Devo quindi ammettere che dal mio
orizzonte vedo qualche problema.
Prima di tutto la mancanza di apertura
verso gli studenti, che si manifesta anche in senso contrario, ma anche
verso ciò che è al di fuori della scuola.
In questo senso positivo interpreto
i professori yes. Altrimenti sarebbe una pagliacciata.
D'altronde sarai d'accordo con me
nel dire che l'isolamento della scuola è pericolosissimo; poiché
la condanna ad una deriva, trasformandola in una sorta di monastero. Non
credo che questa sia educazione.
un abbraccio
Vittorio Corona