Compito di italiano: non avevo mai preso un 5
Il mio tema all'ultimo (!?) concorso a cattedre

Questo brano è tratto dal più noto romanzo di Italo Svevo, "La coscienza di Zeno", pubblicato nel 1923, a distanza di più di venti anni dai precedenti romanzi "Una vita" e "Senilità". Ma, nonostante il lungo silenzio intercorso, sono numerosi i punti di contatto tra queste opere: la presenza di un personaggio "inetto", in balia di se stesso e delle sue ossessioni, il suo essere più o meno fuori dagli schemi e la sua innata difficoltà a comunicare, a rapportarsi con gli altri, in genere presentati come sani, normali, dotati di buon senso.

La distanza della "Coscienza di Zeno", tuttavia, riguarda elementi non marginali: il romanzo, usando l'espediente del "manoscritto" (da consegnare al Dottor S., fuori della scena, come cura della propria malattia), presenta una struttura articolata in blocchi tematici distinti e narrati in prima persona; l'inettitudine di Zeno Cosini non fa di lui un "perdente" come nel caso di Alfonso Nitti ed Emilio Brentani che avevano viceversa ancora molti caratteri in comune, sia pure in negativo, con tanti eroi tipici del romanzo ottocentesco, ma anche con certi loro coetanei rappresentati da scrittori come Fogazzaro, il Pirandello delle novelle degli anni Novanta, gli scapigliati (1). Zeno, al contrario, trova la sua dimensione peculiare in un forte impulso razionale, e in tal senso "La coscienza di Zeno" può essere letta, procedendo all'inverso, come la storia di una guarigione da una malattia, l'inettitudine, conseguita grazie ad un personale approccio alle cure del dottor S., che consisteva nello scrivere la storia della propria vita e che Zeno afferma di rifiutare proprio nel momento in cui l'ha portata a termine, ma anche grazie a solidi appigli materiali, non ultima l'identificazione nel buon senso borghese della moglie Augusta (non presente in questo brano, peraltro anteriore al matrimonio) (2). Ciò permette a Zeno di affermare, a conclusione del suo percorso narrativo, che gli affari fatti durante la prima guerra mondiale gli hanno permesso di liberarsi dalla cura psicanalitica e acquistare finalmente un sereno equilibrio. (3)

Questo testo rappresenta efficacemente, a livello tematico, la condizione del personaggio, il suo atteggiamento tipico nei confronti sia del mondo esterno che delle proprie manie; inoltre rappresentando un dialogo con un "altro" con caratteri parzialmente affini a quelli del protagonista, getta luce su alcuni nodi cruciali del romanzo: il problema dell'auto-inganno, della malattia e dei suoi sintomi. A livello linguistico, peraltro, è lo specchio fedele di meccanismi e di uno stile presenti in tutta l'opera di Svevo in particolare per quanto riguarda la paratassi (4), i tempi del racconto e il carattere connotativo del lessico utilizzato nonché la sua espressività.

La situazione rappresenta in un caffè di sobborgo (5) tra Zeno e Tullio, un ex compagno di scuola, "povero zoppo", ma che "occupava un buon posto". Si tratta di un incontro casuale, non desiderato da Zeno che approda qui perché, convinto di non incontrarvi alcun conoscente, intende continuare una privata discussione con la signora Malfenti, dal carattere ovviamente immaginario, a proposito di certe scorrettezze che Zeno avrebbe commesso nel corteggiare la figlia Ada (6). Il dialogo tra i due personaggi, che occupa in realtà solo alcune essenziali battute, è filtrato attraverso il più ampio monologo di Zeno che descrive il proprio stato con interventi che ristabiliscono, di volta in volta, il suo punto di vista sulla situazione.

Il brano prende le mosse da una proposizione sentenziosa ("Da molti anni io mi consideravo malato, ma di una malattia che faceva soffrire piuttosto gli altri che me stesso") da cui ci si aspetta che discenda un racconto che espliciti, argomentandolo, tale assunto. L'inizio del capoverso successivo ("S'iniziarono così"), i fatti narrati (l'incontro, il dialogo), la conclusione, con il suo tono moraleggiante ("Ma ancora oggidì...") non contraddicono queste aspettative. Rimangono invece imprecisati, secondo un procedimento tipico di tutto il romanzo, i reali termini del problema posto: la natura e i sintomi della malattia. Procedendo attraverso il brano la malattia viene richiamata più volte in modo esplicito e appare implicita in numerosi comportamenti e sensazioni che il personaggio riporta. Ma soprattutto: il punto centrale attorno a cui ruota tutto il brano è il confronto tra la malattia di Zeno e quella di Tullio e il diverso atteggiamento dei due personaggi. La prima informazione che riceviamo è tanto chiara quanto indefinita: la malattia è dolore ("dolente") perché è una somma di sensazioni fisiche sgradevoli che hanno l'effetto di rendere infelici. Il piano dolore fisico/sensazioni sgradevoli condiziona dunque quello interiore. Il testo è ricco di riferimenti in tal senso: l'insonnia, i sudori freddi, l'insofferenza verso l'acidità dei limoni che provoca anche dei brividi, il fumare esagerato. Ma, ad una lettura attenta non manca di emergere più di una contraddizione a questo assunto fino a determinare un vero e proprio ribaltamento. Zeno, infatti, non dissimula un certo disagio: i rimproveri subiti, o da lui stesso immaginati, sono all'origine dei sudori; il "fingere" di prendere parte al gioco del biliardo, la "distrazione" con cui ordina una spremuta nonostante "non possa soffrire il sapore del limone", il simulare una "viva partecipazione" verso i reumatismi di Tullio. Tale contraddizione diventa più stringente nel momento in cui avviene il confronto tra la malattia dei due personaggi. Qui si registra una serie di paradossi: Zeno mente raccontando che lavora dodici ore al giorno (il fatto che menta su questo punto è sintomatico dal momento che in tutta la "Coscienza" si insinua il dubbio che la guarigione può avvenire al momento della completa integrazione nella classe borghese), ma ottiene così "quello che ambivo", la commiserazione dell'interlocutore ("non sei mica da invidiare, tu!") con la quale si identifica rendendosi più infelice che mai. Precedentemente Zeno si era lasciato trasportare dal discorso a raccontare del proprio amore infelice (argomento che aveva riservato inizialmente per il colloquio immaginario con la signora Malfenti) permettendo che Tullio si sentisse meglio credendolo più malato di lui. (7)

La conclusione di questo confronto è un dolore che non è più né fisico né mentale e ambigua è la formulazione di Zeno riguardo al possibile rapporto di causa-effetto ("in quel morbido stato di compassione di me stesso, si capisce io sia stato esposto a delle lesioni").

L'ultima parte del testo esemplifica un altro elemento nella mentalità di Zeno. Mentre Tullio, razionalmente, accetta una malattia il cui studio costituisce una distrazione e confida in un rimedio "strano" come mangiare una grande quantità di limoni, interpretando una forma diversa, opposta di auto-inganno rispetto a Zeno, questo rimane a tal punto condizionato dalla scomposizione in movimenti del passo umano da cominciare a zoppicare e, anzi, essere sul punto di cadere al pensiero dei "cinquantaquattro" movimenti che compie quando qualcuno lo guarda, quasi fosse il fatto di essere osservato a creare la complessità del movimento.

Una forte impronta dello scrittore è presente anche a livello stilistico e formale. L'allineamento paratattico del discorso, il continuo variare dei cotrutti e dei tempi verbali riflettono il carattere di riflessione non sequenziale, fatta per accostamento di pensieri che seguono uno sviluppo imprevedibile. È così possibile riscontrare nel testo una molteplicità di piani che si intersecano: quello più propriamente narrativo, molto ridotto, è inframmezzato da quello del pensiero reso con il discorso indiretto e più spesso con brevi frasi sentenziose ("L'assente ha sempre torto", "Tantalo e non Ercole") che determinano che determinano una rottura della linearità del discorso.

Il lessico è scarno ed essenziale: sono molto scarsi, per esempio, gli aggettivi. Ma tale mancanza di ornamenti è compensata da una grande efficacia connotativa, che si risolve nella capacità, usando una nota definizione di Debenedetti, di "mordere le cose", anche a costo di cadere in frequenti ripetizioni. Ma non sono casuali, hanno anzi le funzioni di rafforzare le sensazioni, le ripetizioni di alcune parole-chiave come malattia, infelice/infelicità, umore, reumatismi, rimproveri, limoni. L'essenzialità del linguaggio e l'uso parsimonioso di qualsiasi elemento decorativo e retorico hanno come conseguenza una prevalenza della sintassi verbale su quella nominale. Ma la sensazione di movimento che ne deriva è da intendersi come puramente interiore.

Il rispecchiarsi reciproco di due diversi modi di ingannare se stessi, le contraddizioni implicite ed esplicite disseminate nel testo, l'ambiguità dell'interlocutore che or appare come un alter-ego del protagonista, ora come un antagonista rimandano tutti ad una specifica qualità della scrittura di Svevo, al suo relativismo. Zeno nega un assunto nello stesso momento in cui lo afferma, rimette continuamente in discussione quelle che fino ad un momento prima apparivano certezze consolidate. Ma questo modo di procedere non è frutto della volontà pura e semplice di confondere le idee (per esempio al proprio lettore implicito: allo psicanalista Dottor S.) quanto della constatazione dell'impossibilità di giungere a tale chiarimento. Zeno si configura così non più come l'inetto che non può vivere perché subisce passivamente la propria contraddizione, ma come un personaggio quasi compiaciuto del suo stato, che non manca di ironizzare su se stesso.

Verso la fine del romanzo, ad esempio, si assiste alla caduta di quelle che erano state le certezze più luminose: la bellezza di Anna (8) viene sfigurata dal morbo di Basedow; Guido, il rivale sano e fortunato, si suicida per un tracollo negli affari; persino la salute della moglie Augusta, presentata in ogni occasione come l'incarnazione perfetta della sanità, viene ora messa in dubbio. La malattia, che era all'inizio il segno dell'inettitudine del personaggio, come si ravvisa anche in questo brano, diventa ora qualcosa di universale, di pervasivo, connaturato alla natura stessa dell'uomo.

Per la sua esemplarità della scrittura, dei temi e dello stile di Svevo questo testo può essere uno tra i tre o quattro brani proposti in una classe finale di un liceo scientifico. L'antologia, che potrà comprendere brani tratti dai capitoli della "Coscienza" che trattano del vizio del fumo, della morte del padre e del corteggiamento di Ada hanno lo scopo di permettere agli alunni un incontro con l'opera. Gli obiettivi didattici da perseguire in tale percorso si articolano nei seguenti punti: il consolidamento negli alunni della capacità di leggere e interpretare un testo narrativo tenendo conto dei meccanismi linguistici e formali e con una terminologia adeguata; la capacità di individuare e collegare tematiche all'interno di letture differenziate di testi narrativi; la capacità di contestualizzare l'opera nel suo tempo. L'incontro con l'opera potrà richiedere un massimo di 4 ore scolastiche e potrà articolarsi in due fasi. Nella prima il docente procederà alla lettura del testo che avrà scelto per iniziare tale percorso corredando in una lezione frontale tale spiegazione con opportuni riferimenti al contesto e sciogliendo i principali nodi interpretativi. Nella fase successiva i testi potranno essere letti dagli alunni, autonomamente e a casa, formulando un'analisi personale sulla base di alcune consegne loro assegnate e rinvenendovi temi, procedure e meccanismi linguistici rinvenuti in precedenza. (9)

Tali consegne, se riferite a questo testo, potrebbero articolarsi in questi punti: individuare e isolare i riferimenti alla malattia dei due personaggi e indicarne, con opportuni riferimenti al testo, la rispettiva visione; individuare in che modo, a livello di linguaggio (10) Zeno ironizza sulla malattia del suo interlocutore; (11)

Su un piano sommativo si potranno assegnare consegne in cui si richiede di collegare tra loro, in punti diversi dell'opera, elementi come l'auto-inganno (per esempio nel capitolo sul vizio del fumo), la propria inettitudine (per esempio nel capitolo sulla morte del padre, nel corteggiamento di Ada) allo scopo di stabilire analogie e contraddizioni nell'atteggiamento di Zeno che rendono possibile delineare con maggiore luce la complessa dimensione della sua personalità. In alternativa, se la programmazione richiedesse una maggiore attenzione agli elementi formali, le consegne potranno riguardare un'analisi incentrata sulla sintassi e sul lessico; l'individuazione della funzionalità di tali elementi al piano tematico dell'opera.



note

(1) Avrei dovuto scrivere "gli ultimi scapigliati".

(2) Non sono mai andato a controllare la veridicità di questa affermazione che avrei potuto evitare.

(3) Tutta questa parte, verbosa, ipotattica e un po' inconcludente, avrebbe dovuto essere la cosiddetta contestualizzazione, passaggio essenziale di una seria analisi testuale e richiesta specificamente dalla G.U. e dalla traccia della prova che alla G.U. si richiama. Posso facilmente ipotizzare una commissione frettolosa (temi corretti in circa cinque minuti) che dopo cinque o dieci righe scarta il tema perché "dov'è, insomma, l'analisi del testo?". O peggio. Ma io il tema l'ho fatto in tutte le sue parti, contando - come era diritto di tutti i partecipanti - che in tutte le parti fosse letto.

(4) Segni di interpunzione sono probabilmente sfuggiti nella copiatura.

(5) nel copiare ho saltato "l'incontro".

(6) Figlia di chi? In effetti è male espresso.

(7) "Vacci a capo qualche volta" ha osservato una collega che per la verità il tema l'ha letto camminando per via Cavour, durante la manifestazione del 16 ottobre.

(8) Naturalmente si trattava di Ada.

(9) La ripetizione, e una certa difficoltà in genere nella scrittura di questa parte finale, sono dovute al poco tempo rimasto per copiare. Anche la grafia ne ha risentito pesantemente.

(10) C'è una cancellatura e la correzione con "linguaggio" senza che sia stato corretto anche "a livello di" con "a livello del".

(11) Altro errore dovuto alla fretta.



vedi anche
Un tema escluso all'ultimo concorso ordinario, 15 settembre 2001
I criteri di valutazione del "tema" di italiano (2), di Carla Bernardini, 22 ottobre 2000
I criteri di valutazione del "tema" di italiano: ecco come siamo stati mandati al macello, 9 ottobre 2000
Sull'inadeguatezza delle norme vigenti in materia di commissioni di concorso a cattedra nella scuola secondaria, di Teo Orlando, 21 settembre 2000
 


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