| Sole
di Leo P. Sarpi |
E’ una giornata come tutte le altre, salvo per una nuvola che stamattina si è piazzata tra me e il sole e mi ha tolto per un po’ la sensazione opprimente di caldo all gola. Corro intorno al campo del Coni, penso a niente. Solo uno due tre giri fino a dieci - pausa - sorso d’acqua dalla fontanella. Il custode guarda non guardando. Fuma la sua Ms. Deve essere stato una specie d’atleta, in gioventù. Da come guarda la pista. Io no, io sono un "amatore". Poi un cane, piccolo, di quelli bastardi incazzati, mi è venuto in contro abbaiando. Vicino ci sono quattro ragazzi, che parlano. Sento solo lui, il custode che sgrida il cane. E poi quell’altro custode, che lo acciuffa. L’altro custode con la panza e l’aria di paese. Sonnino, forse. Dice sempre cose tipo: stai attento cosa giri in quel modo, che poi si vede il segno. Falciare l’erba.
E mi sono ricordato un film. Un attore, (io guardo gli attori ?maschi, sarò omosessuale, boh?) affermava che il profumo dell’erba tagliata è una cosa che un atleta sente, e manca quando smetti.
Un bel film. Già, forse solo da morti si può giocare col padre. Già. Continuo a girare.
Questa cosa, correre, non lo so come mi è venuta. Ho iniziato per caso, per mettere giù panza: pensavo "quando arrivo ad ottanta, trovo la ragazza giusta". Sono arrivato a settanta. Niente. Intanto era successo un casino. Uno di quelli che ti prendono, ti sbattono per terra, e non c’è cristi. Giro ancora intorno alla pista: undici volte. Quattrocento per quindici fa sei chilometri. All’inizio penso sempre di farne venti, di giri. Non so come mi è venuta questa cosa. Certe volte, mentre corro, mi immagino alla maratona a New York. Inizio a correre un mattino di febbraio, credo. La gola fredda. Il vento, il mare. Il mare di Littoria, a febbraio... Non c’è un’anima. Trecento metri. Mi blocco. L’aria nei polmoni m’impedisce di andare avanti. Mi fermo. Continuo a piedi. Dico, piano piano, qualche giorno e poi potrò arrivare fino al primo molo. Quasi due chilometri. Una volta c’ero venuto con un mio amico. Vincenzo. Ma avevo diciotto anni. Ora ne ho ventisei. E poi continuo. Ci rivado il giorno dopo. E così per una settimana, due, tre. Insomma fino a maggio: e a maggio arrivavo fino al secondo molo, e ritorno. Quasi otto chilometri. Ma allora non pensavo più ai chilometri, ai chili, a tutto. Pensavo a lei. Sempre, a lei. Fottuto, finito.
Continuo a girare. Mi fa male l’adduttore della coscia destra. Dai, su, un altro giro. Mi battono le tempie. Questo caldo tremendo, trentadue-trentratrè gradi. Basta stop. Piglio la tuta, me la metto. Torno alla Golf.
Stamattina ho sognato la Solmi. Non era la mia preferita, al liceo, ma la stimavo; un’intellettuale. Fece latino con Paratore, ed andava fiera raccontando del sorriso del cattedratico quando le diede trenta.
Tra noi studenti e la Solmi c’era rispetto, una forma di quasi-stima. Per qualcuno lei era "bastarda" Succede sempre così quando vai male in latino, o in Italiano.
Catullo. Ho sognato che volevo essere interrogato su Catullo.
Dovrei scriverle." Cara professoressa, Lei si ricorderà di me, ma non come io mi ricordo di Lei. Scuserà la mia prosa scarna, ma volevo dirle, a distanza di tempo, che Le sono grato per…”
Oggi ho sognato la Solmi. Ma perché?
A Littoria l’estate è una fucilata alla bocca dello stomaco. Ti toglie il respiro, ti atterra, ti fa fare pensieri bassi.
E luglio è il mese peggiore. Almeno ad agosto tu sai che devi essere in vacanza, e consideri normale il fatto di andare al mare, o in montagna, o al limite te ne stai in casa aspettando il tardo pomeriggio per incominciare la giornata.
Ma luglio no. Ha quel misto d’attesa e di sfinimento che rende impossibile il pensare. La notte si dorme male.
Le giornate passano, e la sera la gente si disperde per le strade, per una stessa strada, misto di città e campagna. Littoria è una città sottratta provvisoriamente al suo essere palude. Non si diventa città impunemente. La palude è lì, come il caos che, riportato nei limiti di un ordine forzato e provvisorio, attende di nascosto di riemergere e di riprendere il suo dominio.
Littoria è il segno della creazione. Provvisoria. Estemporanea. Non è come i paesi qui intorno e la gente dei paesi.
La gente dei paesi, settant’anni fa, quando qui c’erano i pantani, le rane e le zanzare, approfittava dell’estate per scendere a valle, e pescare, rischiando la malattia. Ma in ogni modo la gente aveva un rapporto gioioso con l’acqua, che in fondo, per quanto potesse essere nemica, era assai benevola.
I paesi qui intorno sono le uniche cose preesistenti.
Adesso la gente dei paesi è scesa nella città, si è mischiata con i coloni.
Ed i figli dei figli dei coloni amano passeggiare nel corso principale, illuminato dalle luci al silicio. Sembra però che le luci non riescano a scalfire la notte della campagna.
L’aria della palude la puoi ancora sentire, se solo ti allontani dal centro e ti fermi, di sera in un casale di Borgo. E la puoi respirare. E‚ aria di contado, di podere, e rimane anche nella strana parlata della gente, quest’aria di fatica e di contagio, resa meno veneta da sessant’anni di televisioni accese, cosicché di dialetto sono rimaste poche cose, i toni e le bestemmie.
A stento si potrebbe riconoscere in Littoria una città. Forse lo è più Sabaudia dove la gente d’estate viene, con quella brezza che sale dal mare e ti fa godere il passeggio d’incantesimo onirico intorno alla stessa piazza. Ma non certo se ti chiudi in camera per dormire, alle dieci, con le serrande abbassate. Ma a Littoria nessuno ci viene. "Manco i cani", dice Pennacchi.
La Solmi in un mattino di scuola. Amava leggere romanzi, diceva che la lettura per lei era tutto. Ma non ci parlava dei libri, né degli autori. Ricordo: il clima, la tensione in classe, la paura del giorno dopo, quella paura che ti faceva passare interi pomeriggi intorno, letteralmente dentro pagine di versioni. Latino e greco. L’italiano no, non c’era bisogno di ripetere. Leggevi una, due, tre volte il Salinari. Poi leggevi i testi e con una matita, nelle righe più difficili, segnavi parole chiave.
Il professore di matematica andò dietro ad una ragazza bionda probabilmente per tre anni. Se n’era innamorato, dicono. Noi non capivamo. Ma ci faceva una pena immensa vederlo arrivare a scuola solo, con la sua giacchetta celeste di lino, le mani oliva d‚impiegato siciliano e la pelata a mezzaluna. Cercava sul registro i nostri nomi. Metà interrogava, metà spiegava. Con metodo. La "mmatemateca deve essere studiata". L’unico che ci capiva un po’ era Fantini; lui sì che era geniale.
Della Solmi ricordo il sorriso e gli occhi. Vividi e intelligentissimi: di una freddezza glaciale, quando t’interrogava, per nulla simpatica. Era breve, essenziale, preparatissima.
La vedemmo una volta armeggiare con un foglio in cui si potevano scorgere segni strani, altri. Era grafia latina medioevale, ci disse con un certo orgoglio.
Ricordo che mi diede sette e mezzo in una versione di latino, che avevo fatto in fretta perché dovevo partire per i tre giorni a la Spezia (niente, un buco, solo gli androni glaciali della caserma, le file e poco altro).
… il professore di filosofia. Lì si era misurati rigorosamente dal voto, ed il voto era accettato come un giusto e oggettivo criterio di valutazione delle nostre anime, ora dovrei dire, delle nostre attitudini filosofiche. Capirci è l’unico professore che consideravamo un maestro. Per me lo è stato. Mi ha cambiato la vita. Probabilmente non glielo dirò mai. Dovrei andare a trovarlo, ma la timidezza me lo impedisce. Ogni tanto vedevo la moglie, donna con cui vive in un sodalizio perfetto. Ma lui non l’ho mai visto per le strade della città. Neppure lui mi ha mai visto. Ma riconoscerebbe senz’altro la mia voce.
Quasi tutti i miei compagni di allora lo ricordano con affetto, si scambiano piccoli ricordi legati al suo cane, alle sue impuntature, al suo tono di voce fanciullesco, di quei ragazzi preparati che ti spiegano la lezione in modo che tu la possa capire del tutto, e se non la capisci vuol dire che sei proprio tonto. Povero te.
T’interrogava così, a due per volta. Domande secche. Non potevi arzigogolare. Non potevi neppure sfogliare il bignamino, cosa che teoricamente poteva sembrare fattibile, ma che in pratica non lo era, dato che lui sapeva che tu eri lì, sentiva la tua preparazione, forse anche il tuo respiro, e io ero convinto che vedesse anche nei pensieri. Ti vedeva molto meglio di quanto tu potessi pensare. Un personaggio da romanzo d‚avventura per bambini, un Baden Powel tutto d’un pezzo, al cui solo apparire sentivi odore di banchi frequentati da una vita, fòrmica tacchettata con le mani affusolate da pianista, nelle orecchie il suono di mille voci che narravano di solito le stesse scuse per non aver studiato. Lui ti parlava della filosofia. E poi t’introduceva nella mente dei grandi filosofi, che a catene vedevi riunirsi come mattoncini Lego, ma non affastellandosi così a caso, bensì in ordine, a costruire una casa di campagna, un ponte, un nido di mitragliatrice o un albero: un albero, verde con i rami rossi e la terra marrone intorno alle radici.
Ha ragione Jankélèvitch:
"Si può vivere senza filosofia, senza musica senza gioia e senza amore. Ma mica tanto bene".
"Lo sapete, ragà so’ anch’io di Aquino. Ma “lui” era santo, io no. So’martire… perché me so‚ sposato!" Ma quando hai diciassette anni, cosa vai a pensare al lavoro? Sarai qualcosa di grande...
Gli Alti Ideali. A diciassette anni si vive di Alti Ideali. Qualcuno ci rimane, letteralmente, anche quando ce n’ha trenta, di anni. Ma allora è malato. Lo riconosci. In genere gli alti ideali cominciano a svaporare verso i ventiquattro anni, se fai lettere, i ventisei se fai giurisprudenza. Subito se fai ingegneria. Oh, ce ne fosse uno che non si è perduto, maledetta ingegneria! In ogni modo quelli di lettere e filosofia, di solito, poi diventano i più cinici. Quando, sin dalle prime lezioni, i professori invece di accendere in te il sacro entusiasmo per l’Umanitas non fanno che ripetere "non avete prospettive, fate un corso di computer, datevi scadenze e poi cambiate facoltà" (a me uno mi ha pure detto: "che studi a fare è tutto inutile", ci aveva quarant’anni, era completamente pazzo e molestava le studentesse, ma era un esperto di Heidegger, beato lui) tu mandi subito “a puttane” qualunque Alto Ideale. Torni a casa, con il treno e pensi che dovrai sostenere venti esami e poi la tesi*
Ma del resto che vuoi fare?
Diario
No, ora mi è passata, forse. Macché,
non mi è passata “pe’ gnente”. L’ho vista qualche sera fa’, al Camelot.
Mi ero girato, così. Visto una. Vestita
di nero. Camminava.
C’era un quid che mi faceva continuare a guardarla, ma non l’avevo riconosciuta.
Poi sì. Poi ho sentito il suo odore. Fine della serata.
Ritorni
Dario è partito per la Germania. Francesca è partita per la Grecia. Io vado a Filettino con i genitori.
Non è l’Alta Engandina, va bene, ma é‚ sempre l’aria delle altezze, frega cazzi!
Lo so. Nietzsche era cotto di Lou Salomè, e lei voleva solo l‚amicizia. Lolù, Lou Salomè, sì insomma come si chiamava lei.
Camminare da solo per le montagne, in mezzo ai boschi. Sempre pensando a nulla di preciso, di progettabile. Togliete a chiunque i progetti e gli avrete tolto il futuro, la speranza.
Ricordo. Io e lei, di sera, lei è abbastanza
carina. Le dico: ti porto in un posto bello. Sabaudia. Di sera, di maggio,
fresco sulla testa, umido. Ci sediamo in un chiosco, dove conosco qualcuno.
Loro stanno mangiando, imbarazzati mi dicono che ancora non è aperto,
ma sedetevi pure. Viene a servirci una ragazza, bionda russa, carina.
-Pensi ancora a lei?
-Eh, sì, almeno credo.
-Vedi, io mi sono messa il cuore in pace. Quello
è un bastardo*
-Giusto.
-Giusto. Ma sai, qualche volta mi arriva uno squillo
di notte. Di notte, il bastardo telefona, sento qualcuno che ascolta. E
mette giù.
(penso che l’ho fatto anch’io con l’Altra. Una domenica. Le dieci. Prendo il telefono e mi vengono quei numeri. Pronto? Una voce. La Voce. Una fucilata. Non ce la faccio a dire qualcosa. Niente. E‚ da infami lo so. Io allucino ciò che voglio.)
Beviamo una Bud. Sento il liquido fresco che scende nella gola. E piano va in circolo. Marlboro. Continuiamo a parlare. Altra sigaretta. Le parole escono euforiche come un DJ di mattina. (questa credo sia una citazione)
[Poi facemmo l’amore.
Il cuore in pace*cazzate. Lo sanno tutti. Chiodo scaccia chiodo.
Oggi stavo cercando di studiare.
Ma non ci sono riuscito.
Non faccio che pensare a lei.
La cosa che più mi distrugge è il
pensiero che un giorno la vedrò sposata, con i bambini, e sarà
ancora bellissima.
E io sono sicuro che la amerò ancora. E ancora.
Ah, se fossi un soldato, la sera prima del mio ultimo giorno, agguattato nella mia trincea, scriverei una lettera d’amore.
"Mio dolce unico amore, domani alle cinque ci sarà
l’assalto. Se sopravviverò, straccerò questa lettera Se morrò,
qualcuno la troverà già imbustata... Voglio che tu mi ricordi
con gioia.
Il dolore della mia morte non sarà per
me nulla.
La morte mi toglierà il vero dolore, quello
di vivere una vita sapendo che non mi ami.
Benedico il giorno e l’ora che ti conobbi e vidi
i tuoi occhi timidi e neri abbassarsi sul mio sguardo.
Ti amo e tu sarai il mio ultimo pensiero.
La dove sarò sarà gioia. Qui sulla
terra, è tutto dolore.
Ma se continuassi a vivere continuerei ad amarti
soffrendo, perché tu sei il mio unico senso.
Al di là del possibile."
Ma non sono un tenente degli alpini sul Carso, né un soldato dell’ARMIR, né un condannato a morte.
O meglio, lo sono. Ma una morte lenta, senza l’attimo eroico della gioia suprema. Senza il dono del sacrificio.
Per amore. Io posso tutto, ma l’Altro tace. Io parlo, e lei non risponde.
Capita talora
Alle volte capita di pensare al passato con rabbia. Se potessi tornare indietro non farei questo e quest’altro. Io se tornassi indietro non farei solo una cosa.
Ma ne varrebbe la pena?
La conoscevo da quattro mesi. E già le prime volte che la frequentavo, come accade, non facevo che pensare a lei.
Una grazia semplicemente incantevole. Capelli lunghi neri, talvolta legati con un nastro blu scuro, due occhi incorniciati da occhiali tondi. Un sorriso intelligentissimo proiettato su dentatura simmetrica. Una corporatura scolpita da anni di danza classica, le mani perle d’olivo leggermente tozze, ma terminanti in unghie poco curate. Quel collo eretto, che prendeva radice in un busto forte robusto innestato in seni stupendi.
Equilibrio totale. Ne rimango fin dal primo momento affascinato.. Nell’odore di sapone, privo di qualunque abbellimento o fruttazione, c’era e c’è ancora, forse, impresso tutto il ricordo di quell’emozione forte, inaspettata, euforizzante, che mi prendeva quando lei era là. Davanti a me i suoi occhi neri, e non casualmente il suo naso leggermente storto, e i suoi occhiali che li schermavano e li rendevano più grandi. Il dovermi parlare, come ogni miope, da vicino, accostando la sua bocca alla mia, il dovermi dire qualcosa di quotidiano, componeva il contrasto tra quello che vivevo, e forse (ma perché no?) vivevamo, e le semplici mansioni che ci stava toccando fare.
Cosa mi piace in una donna? Ma il movimento, klar.
Il ritmo.
Ritmo. Pensa: lei che studia in una camera. La luce del tardo pomeriggio entra e proietta sulla parete opposta il suo profilo. Le spalle erette, il capo perfettamente simmetrico al busto. La concentrazione totale. Il movimento pur nell’assenza di movimento.
Come posso dimenticarti? Come potrò dimenticarti?
Dapprima cercai di dissimulare la mia attrazione nei suoi confronti ostentando sicurezza e determinazione.
E non facevo che pensare a lei. Tutto il giorno. La sera prima di prender sonno. E mi preparavo, e mi pettinavo, e mi specchiavo, tutto perché avrei voluto essere il più bello possibile per quando m’avesse visto.
Macché bello! Sono fuori gioco fin da subito. O almeno mi ci sentivo, fuori dai panni, e mi ci vedevo, nei tremila specchi di una pubertà infelice (urlata a mezza voce…).
Un po’ grassoccio, tentai di rimediare correndo, come ho già detto. Eppure non era questo che bastava, e man mano che il mio corpo andava dimagrendo, non per questo risultava più attraente ai suoi occhi, evidentemente. Se quando, il quattordici di febbraio (ma dico io, che sincronismo da baci Perugina, appunto) lei prese quella lettera in cui io dichiaravo il mio amore, senza rendermela che sette giorni dopo con un silenzio imbarazzato, negando di avere per me, poi dovetti estorcerglielo, quel giusto (justus -“conforme a diritto”) sentimento che si doveva avere in questi casi. Mi consumavo poi lentamente, di una consunzione tanto più veloce quanto più alla fine inconsapevole, presa nel vortice di sentimenti di lacerazione, strappo, frattura, squartamento, squinternamento, nel pieno di uno sbocco di sangue che continua a uscire, misto a sudore. E a notti insonni. E a sveglie subitanee alle sei di mattina. Lucide, senza più sonno. Scendere giù, mettersi le scarpette, e via in macchina al mare, ascoltando non è Francesca. (o Laura non c’è. Giuro, è vero tutto vero)
E quel capodanno in Parrocchia (oh, sì) rinunciando a un Capodanno a Londra coi genitori, e sentendo continuamente un disco dei Genesis. E vedermi tutto, in due giorni senza dormire, Heimat Zwei
Dunque dovrei descriverla. Forse allora non avrei potuto, dico veramente, senza provare continue coltellate all’addome. Forse potrei farlo ora, con qualche tempo di distanza, con la lontananza di un cannocchiale che guarda un animale buffo e pelosetto, o meglio che osserva dall’alto del sentiero il baratro di rocce e pietraie del costone. E poi giù, sempre più giù, quel puntino nero. Quello forse un lupo, o una mucca. E poi, di colpo un po’ più su...
Tentativo di descrizione di un pasto mancato, nella piazza di Littoria, Italia. (2002)
Quelli che piamente.
Quelli che supinamente.
Quelli che inghiottono.
Quelli che non respirano quando la vedono arrivare
Quelli che sentono il suo profumo.
Quelli che non vogliono sentirne.
Quelli che "era lei, no, non era lei, si era lei!".
Quelli che guidano di sera sotto la strada dove abita.
Quelli che alzano il telefono di notte.
Quelli che s’interrompono all’ultima cifra del suo numero.
Quelli che "è meglio che non ci si veda più".
Quelli che, certo va bene, restiamo amici, se soffri così.
Quelli che piangono di pomeriggio davanti al telefono che non squilla.
Quelli che fingono di essere tranquilli.
Quelli che hanno finto dei mesi di essere tranquilli.
Quelli che parlano con l’amica.
Quelli che si ubriacano e fumano per sopportare l’assenza.
Quelli che non riescono a studiare.
Quelli che hanno 67 in bilancia, ma non gliene frega più nulla.
Quelli che hanno Venere in Capricorno
Quelli che "Dio perché proprio a me?".
Quelli che: l’amore non esiste, esiste solo il suo simulacro.
Quelli che fingono che gli sia passata.
Quelli che: tutto è già stato detto da Trouffaut, ne La chambre verte.
Quelli che empiamente.
Quelli che tentano disperatamente di rintracciare il suo numero di cellulare.
Quelli che spiano dal vetro retrovisore
Quelli che hanno paura a camminare soli per strada per non incrociarla.
Quelli che, vedono una mattina sul volto un piccolo punto giallo.
Quelli che, forse non è stato vero niente.
Quelli che …fa niente!
Una scuola, forse un vecchio asilo. Il luogo prefabbricato dove anni e anni addietro ero anche stato. Tento di ricostruire il luogo dove la incontrai. Mi viene in mente, o dovrei dire ai sensi, un odore di magazzino ammuffito, di sudore (come a scuola) misto a detersivo per pavimenti. Il luogo è un prefabbricato, di proprietà di un commerciante di tessuti, che in passato dopo essere stato asilo fu sede di uffici comunali, poi magazzino dismesso e luogo di riunione dei gruppi dell’adiacente (ed edificanda) Parrocchia; ora è in affitto all’associazione Domus Mea e al circolo Arcobaleno di Legambiente. Io sono là, obiettore di coscienza, sto nel tavolino posto all’entrata del salone principale, e aspetto le persone che si vogliono iscrivere ai corsi vari (come succede a queste associazioni culturali, in realtà corsifici per insegnanti di scuola con altri talenti e hobbies, e con il pallino talvolta della partecipazione politico-assemblearistica e dell’educazione popolare; vagamente di sinistra, oscillante tra un sessantotto non vissuto e un settantasette in realtà rifiutato, nella sua deriva violenta. Qualcuno aveva aderito a DP, altri al pensiero antroposofico di Rudolf Steiner, altri alla filosofia Yoga. Poi DP è diventata Legambiente e Unicobas, come sappiamo)
Lì ho conosciuto Sole, studentessa di psicologia
al quarto anno, ventidue anni, il corpo scolpito da lunga frequentazione
a corsi di danza*. E‚ lì per guadagnarsi qualche soldo, collaborando
alla reception, all’accoglienza dei corsi. E lì conosce me, e io
conosco lei.
L’immagine.
L’immagine è quello che ci tiene prigionieri. Che c’esclude dal mondo dell’Altr*. La parola accomoda, lenisce, equivoca. Ma l’immagine no. L’immagine è definitiva, univoca. Taglia fuori.
Voglio continuare.
Una telefonata attesa. Ora so cosa vuol dire passare
interi pomeriggi accanto al telefono che non squilla.
Tu pensi a lei, sempre, ogni singolo respiro del
tuo corpo non interrompe il pensiero di lei. Ogni minuto riempie questo
senso di senza respiro col quale passo le mie giornate. Come in un acquario
da cui non si può uscire. Non so.
Un giorno, qualche tempo dopo, stiamo con alcuni
amici nella mia macchina, e lei è anche lì con loro. Uno
sguardo da dietro il vetro retrovisore dell’auto.
Lei mi sta guardando. Io alzo gli occhi, perché
so che lei mi guarda. Ma non riesco a far di meglio che abbassarli subito.
Non era lei che mi guardava. Ero io che pensavo che mi guardasse. Ognuno
guarda come vuole.
Lei guardava me. Ma non guardava me. Non era per
me che guardava me.