La scuola di destra, la scuola di sinistra
Scuolanostra

Sintesi delle proposte e dei programmi elettorali per una scelta consapevole.
A campagna elettorale ormai avviata cominciamo a fare il bilancio delle prime prese di posizione dei due principali schieramenti sulle politiche scolastiche

       In principio erano le ideologie. Poi, come in un favola dal finale incerto, in cui vissero per sempre  né felici, né contenti, ci dissero che le ideologie erano scomparse. Insieme a una cospicua percentuale di idee, potremmo aggiungere. E di sogni.
       Líelenco dei profeti di questa lenta eutanasia è lungo e illustre. Cominciò Pasolini, mezzo secolo fa e in piena guerra fredda, a parlare di ëomologazioneí antropologica e politica dei nostri giovani. Poi, mentre alcuni si arroccavano su posizioni escatologico-apocalittiche del presente di cui il terrorismo fu parentesi, insieme, balorda e strumentale, il Paese reale scivolava, mesto, verso il compromesso storico (e culturale) e verso la fine delle barricate.
       Più in là venne il muro di Berlino; anzi, andò giù. E con esso ­ e per via di Tangentopoli ­ andò giù la Prima Repubblica, amante inquieta del marxismo e moglie fedifraga del cattolicesimo engagé.
       Oltre quella soglia (e magari anche prima) non restava che la parabola ascendente del pensiero debole, nella sua dimensione colta e filosofica, da un lato, e dallíaltro, in quella di facile consumo, del disincanto, della diffidenza a prescindere verso il potere e, infine, della cosiddetta antipolitica, nella versione provinciale da Bar dello Sport e in quella tecnologica dellíassertività internettara.
       Parte della mia generazione è cresciuta con il complesso di inferiorità di non essere stata né sessantottina, per ragioni anagrafiche, né post-sessantottina, per ragioni culturali, né pro, né contro, e di non essere in grado di abbracciare, ma neanche di rifiutare, le grandi visioni organiche del mondo, perché quelle visioni si erano abbondantemente suicidate da loro, con la vergogna del socialismo reale, con la conserva sotto formalina (e meno male) dei neofascismi, con la secolarizzazione strisciante (figlia legittima del consumismo e del capitale e non certo più dei comunisti mangia-preti) e con quella entropia emotiva e cerebrale paninara, godereccia e dannatamente triste di Mamma RAI e di Cíè posta per te.
       Cosicché più che líepico eroismo dei nostri nonni e più che il sofferto travaglio politico e coscienziale dei nostri padri, a guardare líItalia di oggi, a molti di noi sembra di poterla dire, con Woody Allen: ìDio è morto, Marx è morto, e neanche io mi sento molto beneîÖ
       Diciamo subito, però, che questa descrizione dei fatti, più che elegiaca, è essa stessa ideologica. Già, proprio così.
       Perché la fretta di catalogare sotto lo stesso sistema di valori, e disvalori, centro-destra e centro-sinistra, in certi settori, più che antipolitica, è autolesionismo puro.
       E mentre manipoli di pubblicitari ed esperti in comunicazione aziendale si spremono le meningi per coniare simboli, slogan, 6¥3 e jingle per le convention di partito, anche qui, molto modestamente, si vuole lanciarne uno di slogan: ìAffermare che i politici ­ e le coalizioni ­ sono tutti uguali è il miglior sistema per fare in modo che siano sempre i peggiori a governareî.
       E, diversamente dai creativi dei partiti-azienda, si prova anche a spiegarlo.
       Il fatto è che se lavori nella scuola, se graviti attorno alla scuola o, semplicemente, ti sta a cuore la scuola, non puoi permetterti di disancorarti dalla crudezza della realtà. E ciò in virtù del fatto che mentre ci si sdraia sul tappeto urticante dellíantipolitica, la politica, quella vera, gestisce la tua vita, la tua libertà e persino il tuo posto di lavoro!
       Quindi, nei giorni in cui si sciorinano programmi in vista delle elezioni, cerchiamo di riassumere alcuni dei principali punti di differenza tra i programmi dei due schieramenti, in fatto di istruzione pubblica, punti che, negli ultimi anni, lo si rammenti, hanno davvero fatto la differenza, per molte, molte persone, e promettono di farla ancora per tante altre se il Paese dovesse pendere il 13 e 14 aprile decisamente da un lato o dallíaltro.
       Per quanto riguarda la terminologia si adotterà, con una convenzione discutibile ma necessaria, come ëcentro-destraí il Pdl e i suoi alleati e con ëcentro-sinistraí il Pd e la Sinistra Arcobaleno, con la consapevolezza che queste accezioni sono in rapida ridefinizione ma anche che le forze (e le persone) che esse identificano hanno una storia e uníidentità che sopravvive al maquillage elettorale.
       Si lasciano, volutamente, fuori dallo schema le forze che stanno dando vita a un nuovo ëcentroí in attesa che esse esprimano posizioni riconoscibili sulle politiche scolastiche ma, soprattutto, che esprimano riconoscibili apparentamenti parlamentari dopo il 14 aprile.

Pubblico e privato
Diciamocelo: la destra di casa nostra ha uno spiccato vizietto antistatalista. Vizietto che non è necessariamente nei cromosomi delle destre europee. Eí una faccenda tutta italiana, insomma. E tutta del dopoguerra, anzi della Seconda Repubblica. Ed è anche un atteggiamento che tende a dimenticare come nei servizi essenziali, dai trasporti alle telecomunicazioni, alla sanità, privatizzazione non è affatto sinonimo di efficienza né, tanto meno, di vantaggio per il contribuente. Eí sufficiente prendere un treno da Napoli a Roma per capirlo: prezzi alle stelle, meno corse, tempi molto più lunghi, più ritardi. Un caos a forte compartecipazione ëprivataí.
       E tende soprattutto a dimenticare come, nei servizi essenziali, lo Stato deve agire non come regolatore asettico del libero mercato, ma come garante delle pari opportunità, dei diritti dei più deboli. Altrimenti le ragioni del patto sociale sul quale si basa il nostro sistema economico vengono disattese e quello stesso patto cessa di essere una soluzione praticabile.
       Una delle obiezioni che si pongono, da sinistra, a un ministro come Fioroni è quella di non aver contrastato le scuole private, confermando le risorse a favore di queste ultime e che ciò avrebbe, in sostanza, omologato centro-destra e centro-sinistra.
       Mi permetto di pensarla diversamente. Il fatto è che esiste una grande differenza tra il sostegno economico alle private, soprattutto nei settori in cui lo Stato è ancora deficitario, come la scuola dellíinfanzia, e quella cosa abnorme e intollerabile che è il principio di ësussidiarietàí. Questa ultima è una storpiatura del dettato costituzionale il quale, è vero, ammette la libertà di insegnamento, anche sotto la forma della creazione di scuole private, ma garantisce allo Stato, in via del tutto prioritaria, il ruolo principale nella formazione e nellíeducazione dei cittadini. Sussidiarietà, lo si ricordi, aldilà dellíevanescenza della formula, significa due cose:
a) lo Stato arretra nella fornitura del servizio scolastico demandando a una serie di agenzie esterne alcune discipline (in pratica è come se dalle scuole medie scomparissero líeducazione musicale a favore di insegnanti di musica esterni, le scienze motorie a favore di palestre, líeducazione tecnica a favore di corsi privati di informatica, ecc.);
b) lo Stato arretra dallíeccellenza e dalla qualità occupandosi, sostanzialmente, dellíarea del disagio; la scuola statale, in questo modo, viene esclusa dallíarea della progettualità avanzata del sistema-Paese ed entra in quella del welfare.
       Silvio Berlusconi, al Teatro San Babila, nel giorno dellíinaugurazione della campagna elettorale, ha detto chiaramente che la valorizzazione del servizio privato, nellíistruzione, fa parte integrante del programma del Pdl. Gli ha fatto eco, poche ore dopo, Valentina Aprea, in Pole Position per il ruolo di ministro dellíIstruzione per il centro-destra.
       A ciò si aggiunge uno dei cavalli di battaglia della ex Casa delle libertà: e cioè líidea che siano i cittadini a dover scegliere tra pubblico e privato attraverso la fornitura di appositi voucher utili a finanziare la frequenza presso strutture private. Poche settimane or sono, in un convegno tenuto a Milano, Formigoni ha ribadito la necessità di stimolare la privatizzazione delle università attraverso il sistema del finanziamento indiretto. Eí di queste ore la notizia che líOn. Mariastella Gelmini, di Forza Italia, avrebbe già pronto un disegno di legge che estenderebbe il sistema dei voucher anche alla scuole private.
       Uno degli aspetti più caratterizzanti di questo progetto politico è la richiesta di cancellazione, pari pari, del valore legale dei titoli di studio (Fioroni è stato ëdiffidatoí da Formigoni proprio perché il governatore della Lombardia non ha gradito la fermezza, in senso garantista, del Ministero).
       Con la scusa di ësburocratizzareí la scuola la destra prospetta il disegno di aprire pubblici concorsi, ruoli statali e libere professioni allíavventurismo di enti formativi le cui basi giuridiche, didattiche e confessionali sarebbero nelle mani di qualche oscura commissione ministeriale di nomina politica.
       Una giungla degna del peggiore degli incubi!
       La distinzione che si vede tra i due schieramenti è, quindi, facilmente riassumibile: da un lato il centro-sinistra che, aldilà dellíatteggiamento accomodante di un pezzo della coalizione nei confronti di alcuni finanziamenti alle scuole private, acquisisce, di fatto, nel proprio programma, la centralità della scuola e dellíuniversità statali per il futuro del nostro sistema formativo. Dallíaltro il centro-destra che la relega, anche in via di principio, a ruotino di scorta del sistema, nel segno della sussidiarietà. E  si tratta di principi che, dalla teoria, si traducono immediatamente nella pratica. Vediamo come.
 
Tempo scuola
Il Partito delle libertà ha cominciato a mettere i puntini sulle ìIî (per il momento non sono ancora tre) sulla questione del tempo scuola. Troppe ore di lezione, in sostanza, alcune delle quali del tutto inutili (secondo loro).
       Due vicende, per tutte, nellíera morattiana, ce la dicono lunga su questo argomento: quella del tempo pieno e prolungato, osteggiati in tutti i modi dal governo di centro-destra, sin dal 2001, e bloccati letteralmente ­ a fronte di una grande richiesta dallíutenza e di un movimento spontaneo di protesta mai visto nella società civile ­ dalla circolare 16/2002, e quella del curricolo di base della scuola media, ridotto a 27 ore del DLgs 59/2004. Quello stesso che ha coniato il concetto di ìdiritto-dovereî allíistruzione, cui va dedicato un paragrafo a parte, e che ha anche introdotto il principio della facoltatività del tempo scuola, principio prima inesistente (circa 1/5 del tempo scuola, grazie alla riforma Moratti, diventava tale).
       In questi giorni, invece, Mariangela Bastico, su una strada diametralmente contraria, ha sentito líesigenza di rassicurare le famiglie sulle intenzioni del centro-sinistra di garantire più tempo scuola, a partire dal tempo pieno e prolungato. Uníassunzione di responsabilità che dovrà pesare, dopo le elezioni, qualunque sarà il ruolo delle forze del centro-sinistra, sia in caso di vittoria, sia in quello di espressione di uníopposizione sensibile alle richieste delle famiglie e alle necessità del sistema.

Líobbligo scolastico
Pochi giorni fa sono scaduti i termini per le iscrizioni al prossimo anno scolastico. Per la prima volta nella storia italiana, per impulso del governo uscente, i ragazzi che escono dalla scuole medie hanno dovuto ìobbligatoriamenteî iscriversi alla scuola superiore. Un passo decisivo verso la realizzazione delle direttive europee in tema di obbligo fino ai 18 anni.
       Un traguardo che non sarebbe stato per nulla scontato, vista la caratterizzazione giuridica che la riforma Moratti aveva dato alla frequenza scolastica.
       Líarticolo 1, comma 3, della Legge 53/2003 di riforma introduce, infatti, per la prima volta nellíordinamento repubblicano, il concetto di ìdiritto-dovere di istruzione e formazioneî per tutti i bambini e i ragazzi, laddove líArt. 34 della Costituzione parla, espressamente, di istruzione ìobbligatoria e gratuitaî.
       Che significa ìdiritto-dovereî? Da un punto di vista giuridico è un diritto-dovere di un cittadino italiano prendersi cura dei propri genitori malati. Ma se non lo fa nessuno può sanzionarlo. Eí diritto-dovere, in Italia, dare solidi principi morali ai propri figli. Ma se un genitore insegna loro líipocrisia e líegoismo quale tribunale lo può accusare?
       Un ìdiritto-dovereî è uno statuto giuridico che non ha a che fare con i principi costituzionali e lascia aperte maglie che facilmente si possono allargare, sul fronte della dispersione, dellíabbandono, dellíinsuccesso e dei diritti reali dellíinfanzia.
       Uníenormità strutturale e di principio che ingigantirà le proprie conseguenze se, come dice la Aprea, si riprenderà ìdove era stato interrotto il processo riformatore avviato dal governo Berlusconiî.

Immissioni in ruolo
A ben guardare, però, esistono alcune questioni che meritano di figurare tra le vere emergenze nel prossimo futuro. E quelle legate al destino dei lavoratori precari sono in cima a questa lista.
       Nel dicembre del 2006 Silvio Berlusconi ha bollato come ëoperazione clientelareí il doveroso piano di assunzioni che è stato approntato per risanare la situazione di gravissima sofferenza creatasi da cinque anni di assunzioni con il contagocce realizzate dal 2001 al 2006. Per anni líex Ministro Moratti si è vantata di aver realizzato, nel 2001, 60.000 assunzioni che erano state, invece, programmate líanno prima dal centro-sinistra, glissando sul fatto che, in cinque anni di centro-destra, per due anni le assunzioni sono state bloccate, tout-court, e per un anno sono state assunti la metà dei pensionati; 12.500: una cifra ridicola.
       E quanto alle intenzioni per il futuro, pochi giorni fa, ci ha pensato il Senatore Valditara a chiarire ogni dubbio: ìNegli ultimi 40 anni si è affermata líidea che la scuola debba servire a trovare posti di lavoro, a risolvere la disoccupazione intellettuale. Bisogna voltare pagina una volta per tutte: la scuola deve servire unicamente a dare una preparazione adeguata ai nostri giovaniî.
       Rimane oscuro come pensa, il Senatore Valditara, che una scuola fatta di precari possa preparare adeguatamente i giovani.
       La seconda tranche del piano triennale di 180.000 assunzioni sarebbe, a quanto ha assicurato líOn. Bastico, in dirittura díarrivo. Se le forze del centro-sinistra dovessero vincere promettono anche la terza tranche.
       E il centro-destra che ha intenzione di fare? Per il momento non cíè alcuna sicurezza in merito. Anzi: le esternazioni vanno nella direzione diametralmente opposta. A sentire Valditara, infatti, pare che líintenzione sia di bloccare le assunzioni appena ritornati al governo.
       Ci sbagliamo? Abbiamo capito male? Che qualcuno, nel Partito delle Libertà, batta un colpoÖ

Organici
La politica sugli organici è quella in cui il raffronto tra le ultime due maggioranze parlamentari denuncia una sostanziale continuità nel segno dei tagli.
       Se dal 2001, infatti, è iniziata un sistematica politica di decurtazioni (eliminazione dellíorganico funzionale, interventi sullíorganico di diritto per il sostegno, interventi sulle certificazioni degli alunni diversabili, saturazione di tutte le cattedre a 18 ore frontali, generalizzazione dello straordinario fino a 24 ore settimanali, tagli al tempo scuola, decurtazione di risorse stimate, complessivamente, per oltre un miliardo di euro alla scuola, allíuniversità e alla ricerca, ecc.), gli ultimi provvedimenti hanno inciso nuovamente in maniera negativa sulle consistenze del personale in organico di diritto e di fatto. La Finanziaria per il 2007 ha aumentato dello 0,4 il rapporto medio nazionale alunni/classi e ha ridotto líorganico ATA. Ed è proprio di questi giorni la notizia di un Decreto interministeriale che taglierebbe, a conti fatti, altri 11.000 posti per il prossimo anno scolastico.
       Particolare sofferenza, in questa carneficina, ha vissuto líorganico di sostegno. Le nuove norme sulla certificazione degli alunni diversabili, volute dalla Finanziaria per il 2003 e applicate con DPCM n° 23 febbraio 2006, n° 185, hanno reso tortuosa la procedura di certificazione. Gli effetti, soprattutto nella scuola superiore, si sono già visti pesantemente nellíultimo anno scolastico. Il governo Prodi non è intervenuto in maniera correttiva su questo aspetto che abbisognava di grande attenzione.
        Si tratta, di fatto, dellíaspetto più fallimentare del centro-sinistra sulla scuola. Aspetto che ha contribuito a generare conflittualità con le organizzazioni di categoria e malcontento nel settore
 
Graduatorie e reclutamento
Varrà la pena di ricordare che nei confronti delle graduatorie degli insegnanti la ex Casa delle libertà ha mostrato uníattenzione ossessiva. Il 28 giugno del 2001, nel corso del primo Consiglio dei ministri del neonato governo, veniva varata la prima legge del centro-destra che riguardava, manco a farlo apposta, le graduatorie permanenti.
       Quella legge dava un potere contrattuale immenso alle scuole private, conferendo loro la possibilità di favorire in maniera diretta il reclutamento anche nello Stato, spesso a prezzo di condizioni contrattuali da terzo mondo,  e recava, come velenoso corollario, le premesse per una grave instabilità.
       Negli anni successivi a ciò si aggiungeva, tra líaltro, líodiosa compra-vendita di titoli a pagamento (del tutto inesistente, fino al 2004, nel doppio canale), al punto che oggi líimmissione in ruolo costa, mediamente, diverse migliaia di euro a tantissimi docenti.
       La situazione era talmente deteriorata che al governo uscente è stato solo possibile limare alcuni elementi, come la supervalutazione di alcuni servizi e la limitazione del numero dei titoli mercificati valutabili.
       Attualmente la trasformazione delle graduatorie pubbliche in graduatorie a esaurimento e líalto numero di pensionamenti previsti negli anni prossimi consente líassorbimento progressivo dei docenti in attesa anche da molti anni. Ripetutamente sia Fioroni che molti esponenti del governo uscente si sono pronunciati con rassicurazioni in tal senso. Per quanto riguarda la riforma del reclutamento si prospetta, nel centro-sinistra, un percorso di formazione quinquennale con  un concorso pubblico trasparente e un anno di formazione.
      La soluzione del centro-destra, invece, esposta di seguito, ci collega a un altro aspetto della questione che davvero un eufemismo definire ideologico.

La retorica dellíuomo forte
Se cíè qualcosa che continua, inesorabilmente, a identificare destra e sinistra è sicuramente líidea che il ìbuon governoî, per dirla con Berlusconi, ad ogni livello e in ogni ambito, non sia un processo di accumulo di competenze e di controllo reciproco tra soggetti di pari dignità, ma possa discendere dalle capacità salvifiche del capo.
       Per líamor del cielo: aldilà delle inclinazioni politiche di ciascuno, questo habitus mentale sarebbe davvero comico se non facesse prima trasalire di sconcerto.
       Nel 2001 líOn Angela Napoli, di AN, firmò un disegno di legge finalizzato alla nascita di un albo regionale degli insegnanti. Da questo elenco, contenente i docenti abilitati, sarebbe stato possibile accedere al ruolo tramite i concorsi previsti dallíArt. 5 della riforma Moratti e dal Dlgs 227/05. La cosa curiosa di quella proposta di legge era che, se per i ruoli si parlava di concorsi, nulla veniva detto sugli incarichi annuali. Ma questo vuoto è stato ripetutamente riempito da diverse prese di posizione in merito che hanno completato lo scenario. Ultime, in ordine di tempo, quelle di Aprea-Valditara, di pochi giorni fa: selezione dopo líuniversità e ëdecentralizzazioneí, che si deve spingere fino a permettere alle scuole (cioè ai dirigenti scolastici) di scegliere i propri docenti tra i ëmigliorií. Come faccia, poi, questo sistema a non ingenerare nepotismo gli onorevoli di cui sopra non lo spiegano.
      Attendiamo, fiduciosamente, chiarimenti.
      Ma líidea che la qualità della scuola possa essere affidata alla sagacia ­ e al decisionismo ­ del capo trasuda da diverse altre asserzioni di questi giorni. Il dirigente deve poter licenziare gli incapaci, ci viene detto. Dimenticando che le norme per licenziare persone resesi indegne dellíinsegnamento esistono già. Ciò che non ci è detto è come possa la minaccia del licenziamento non creare gravi turbative nella serenità del rapporto di collaborazione tra dirigente e dipendente in un settore in cui, alla fine della fiera, non è mica il dirigente che paga, ma lo Stato, cioè noi, dipendente compreso che si finanzia un terzo dello stipendio con i suoi contributi.
       Ci viene detto, inoltre, che i più meritevoli devono guadagnare di più (sempre a discrezione del dirigente scolastico?). Si omette, però, che la progettualità di istituto è una pratica largamente digerita dalle scuole italiane e che essa è già di per sé uno strumento, migliorabile ma efficace, per manifestare e realizzare le idee e le professionalità migliori. Ma si dimentica anche di segnalare con quali risorse si dovrebbe poi coprire questi stipendi, vista anche líaria che è tirata, dal 2001 al 2006, in tema di risorse per la scuola.
       Qualche spunto sulle intenzioni ce lo ha dato, come abbiamo visto, Valditara. Díaltronde ìmeno insegnanti, stipendi più altiî è un cavallo di battaglia della destra dal 2001 in poi, da quando, cioè, Letizia Moratti disse, papale papale, che in Italia ci sono 200.000 insegnanti di troppo e che vanno eliminati per pagare meglio i più bravi. Un pellegrinaggio dellíattuale sindaco di Milano a un convegno dellíassociazione Treelle, da sempre portabandiera di questa equazione, sancì, nei primi mesi del suo governo, le intenzioni delle destra sugli organici. Intenzioni pienamente confermate negli anni che seguirono.
       Né va dimenticato un altro aspetto sostanziale della ëpersonalizzazioneí del rapporto tra dirigenza e struttura: quello legato alla contrattazione e agli organi collegiali adombrati, senza mezzi termini, da Valditara, come espressione della ìdemagogia sessantottinaî. A questa si dovrebbe contrapporre il ridimensionamento del ruolo dei contratti nazionali, a favore di una contrattazione ëpersonalizzataí, che disciplini, in maniera flessibile e individuale, gli aspetti retributivi, líorario di lavoro, le sanzioni disciplinari, ecc.

Il merito
Si dedica líultima nota di questo articolo alla più ideologica delle orditure che viene fuori da quanto detto sopra e da quanto si ascolta in questi giorni.
       Il quadro che risulta dalle prime schermaglie di campagna elettorale del centro-destra è abbastanza banale ma anche molto pericoloso.
       La scuola post-sessantottina, come la definisce Valditara, sarebbe un colabrodo. E questo perché piena di insegnanti sanati, di dirigenti con le mani legate dalla burocrazia (leggasi: ìdalla democraziaîÖ), di alunni indisciplinati che non aspettano altro che una sana dose di nerbate e di torme di sindacalisti pronte a difendere anche il più imbelle dei dipendenti al fine di compartecipare al potere e di strappare qualche privilegio.
       Il programma della destra, gratta gratta, si può ridurre davvero a pochi slogan. Perseguire il merito, limitando al minimo líintervento organizzativo dello Stato, ma aumentando il flusso di denaro pubblico verso líimpresa privata; diminuendo, di pari passo e in maniera drastica, il servizio erogato e gli addetti al settore; affidando poteri definitivi ai dirigenti; ridimensionando il ruolo dei contratti collettivi; elasticizzando e indebolendo le garanzie di stabilità contrattuale; legando, infine, reclutamento, aspetti retributivi, organizzativi e disciplinari a una contrattazione meno regolamentata e, di fatto, ancorata a quel tortuoso meccanismo la refrattarietà verso il quale ha consentito, finora ­ e chissà ancora per quanto ­ al pubblico impiego di sottrarsi, in quanto a condizioni di lavoro, alla zona grigia del ricatto e della prevaricazione che regna in tante, troppe, imprese a scopo di lucro e secondo il principio che se la scuola verrà retta con metodi aziendali le inefficienze si rimetteranno a posto da sé.
       Noi, invece, guarda caso, pensiamo che il merito non sia un appannaggio del centro-destra e non lo abbia inventato Berlusconi.
       Anzi: questa asserzione, che svetta in cima alle argomentazioni di questo scampolo di campagna elettorale, oltre che ideologica è anche abbastanza volgare e prelude a chissà quali altre mistificazioni dei prossimi due mesi.
       Se tra gli insegnanti il merito non fosse già ampiamente diffuso, con quello che passa il convento e con la drammatica impressione che la scuola sia assediata da stimoli culturali ed etici esterni che spingono alcuni giovani a comportamenti provocatori, devianti o nichilisti, molti istituti avrebbero già chiuso i battenti e molti bravi insegnanti avrebbero già cambiato mestiere, senza aspettare le puntate demagogiche del Pdl.
       Il fatto, però, è che Berlusconi e i suoi non parlano alla scuola, che il Cavaliere stesso non ha esitato a isolare dal campo dei suoi terreni di rappresentatività, bollandola come uno dei ìpoteri fortiî a lui ostili. Berlusconi parla ad altri soggetti sociali e non ha bisogno di stare a spiegare troppe cose: bastano pochi slogan appiccicaticci.
       Il mondo della scuola, invece, da queste elezioni attende qualcosa di più. Si aspetta che le forze politiche sappiano incarnare il disagio, il bisogno di partecipazione, che siano disponibili a costruire una reale progettualità condivisa per il futuro del paese e il bene dei ragazzi. Vuole che questo settore non sia soltanto un bagaglio di voti da blandire prima delle elezioni e da dimenticare il giorno dopo. Si aspetta, soprattutto, una decisa e definitiva inversione di tendenza sugli organici e sulle risorse!
       La campagna elettorale sterzi verso le emergenze reali del settore: senso di solitudine, bisogno di efficienza vera e di capacità progettuale a ogni livello, necessità di riaccreditamento e non mera ossessione ragionieristica, superamento della precarietà, stabilità delle regole, strumenti che assicurino líautorevolezza, rispetto per chi insegna e per chi studia. E anche il centro-sinistra abbia líumiltà di ammettere che, per quanto riguarda gli organici, dopo il 10 aprile, non si è fatta quella inversione di tendenza che in molti si aspettavano e prenda impegni precisi, in merito, per líimmediato futuro.
       La scuola italiana chiede rappresentanza non demagogia. E pretende una svolta culturale che riconosca, finalmente, la formazione come volano dello sviluppo, come è nei più avanzati paesi europei. Chiede attenzione e rispetto, non insofferenza e minacce neanche tanto velate.
       Idee, finalmente, non ideologia.
       Da quattro soldi al chilo.
 


invia un commento