| Io so e ho le prove
di Roberto Saviano |
Da «Gomorra», pp. 234-40
Io so e ho le prove.
Io so come hanno origine le economie
e dove prendono líodore. Líodore dellíaffermazione e della vittoria.
Io so cosa trasuda il profitto.
Io so. E La verità della parola non fa prigionieri perché
tutto divora e di tutto fa prova. E non deve trascinare controprove e imbastire
istruttorie. Osserva, soppesa, guarda, ascolta. Sa. Non condanna in nessun
gabbio e i testimoni non ritrattano. Nessuno si pente.
Io so e ho le prove.
Io so dove le pagine dei manuali
díeconomia si dileguano mutando i loro frattali in materia, cose, ferro,
tempo e contratti.
Io so. E lo sanno le mie prove.
Le prove non sono nascoste in nessuna pen-drive celata in buche sotto terra.
Non ho video compromettenti in garage nascosti in inaccessibili paesini
di montagna. Né possiedo documenti ciclostilati dei servizi segreti.
Le prove sono inconfutabili perché parziali, riprese con le iridi,
raccontate con la parole e temprate con le emozioni rimbalzate su ferri
e legni. Io vedo, trasento, guardo, parlo, e così testimonio, brutta
parola che ancora può valere quando sussurra: ìè falsoî allíorecchio
di chi ascolta le cantilene a rima baciata dei meccanismi di potere. La
verità è parziale, in fondo se fosse riducibile a formula
oggettiva sarebbe chimica.
Io so e ho le prove.
E quindi racconto. Di queste verità.
Cerco sempre di calmare questíansia
che mi si innesca ogni volta che cammino, ogni volta che salgo scale, prendo
ascensori, quando struscio le suole su zerbini e supero soglie. Non posso
fermare un rimuginio díanima perenne su come sono stati costruiti palazzi
e case. E se poi ho qualcuno a portata di parola riesco con difficoltà
a trattenermi dal raccontare come si tirano su piani e balconi sino al
tetto. Non è un senso di colpa universale che mi pervade, né
un riscatto morale verso chi è stato cassato dalla memoria del sentiero
della storia. Piuttosto cerco di dismettere quel meccanismo brechtiano
che invece ho connaturato, di pensare alle mani e ai piedi della storia.
Insomma più alle ciotole perennemente vuote che portarono alla presa
della Bastiglia piuttosto che ai proclami della Gironda e dei Giacobini.
Non riesco a non pensarci. Ho sempre questo vizio. Come qualcuno che guardando
Veermer pensasse a chi ha impastato i colori, tirato la tela coi legni,
assemblato gli orecchini di perle, piuttosto che contemplare il ritratto.
Una vera perversione. Non riesco
proprio a scordarmi come funziona il ciclo del cemento quando vedo una
rampa di scale, e non mi distrae da come si mettono in torre le impalcature
il vedere una verticale di finestre. Non riesco a far finta di nulla. Non
riesco proprio a vedere solo il parato e penso alla malta e alla cazzuola.
E persino ai calli che genera il manico di legno del frattazzo usato sino
allo stiramento del polso per spianare líintonaco. Sarà forse che
chi nasce in certi meridiani ha rapporto con alcune sostanze in modo singolare,
unico. Un rapporto che altrove non potrebbe che essere diverso.
Non tutta la materia viene recepita
allo stesso modo in ogni luogo. Non so, credo che in Qatar líodore di petrolio
e benzina rimandi a sensazioni e sapori che sanno di residenze immense,
monocultura e lenti da sole e limousine anche se magari nel quotidiano
il tanfo di benzina e petrolio avviene meno che a Madrid. Lo stesso odore
acido del carbonfossile credo a Minsk rimandi a facce scure, fughe di gas,
e città affumicate mentre in Belgio rimandi allíodore díaglio degli
italiani ed alla cipolla dei magrebini, i corpi che si inabissavano nelle
miniere. Lo stesso accade col cemento per il líItalia, per il mezzogiorno.
Il cemento. Petrolio del sud. Tutto
nasce dal cemento. Non esiste impero economico nato nel mezzogiorno che
non veda il passaggio nelle costruzioni. Appalti, gare díappalto, cave,
cemento, inerti, malta, mattoni, impalcature, operai. Líarmamentario dellíimprenditore
italiano è questo. Líimprenditore italiano che non ha i piedi del
suo impero, (principato o feudo da valvassore) nel cemento non ha speranza
alcuna. Bisogna immaginarsi la sua valigetta simile a quella che qualche
anni fa produceva la MicroMachine. Una valigetta per bimbi, che si apriva
e dalle pareti uscivano microbetoniere e nano-operai, scivoli e gru. Bisognerebbe
pensare così la valigetta di chiunque si appresta a voler diventare
imprenditore vincente e potente. È il mestiere più semplice
per far soldi nel più breve tempo possibile, acquistarsi fiducia,
assumere persone nel tempo adatto di uníelezione, distribuire salari, accaparrarsi
finanziamenti, moltiplicare il proprio volto sulla fama dei palazzi che
si edificano. Il talento del costruttore è quello del mediatore
e del rapace. Possiede la pazienza del certosino compilatore di documentazioni
burocratiche, di attese interminabili, di autorizzazioni sedimentate come
lente gocce di stalattiti. E poi il talento di rapace capace di planare
su terreni insospettabili sottrarli per pochi quattrini e poi serbarli
sino a quando ogni loro centimetro ed ogni bruco divengono rivendibili
a prezzi esponenziali.
Líimprenditore rapace sa come saper
far usare becco e artigli. Le banche italiane sanno accordare ai costruttori
il massimo credito, diciamo che le banche italiane sembrano edificate per
i costruttori. E quando proprio non ha meriti e le case che costruirà
non bastano come garanzie, ci sarà sempre qualche buon amico del
costruttore che garantirà per lui. La concretezza del cemento e
delle stanze è líunica vera materialità che le banche italiane
conoscono. Ricerca, laboratorio, agricoltura, artigianati, i direttori
di banca li immaginano come territori vaporosi, iperurani senza presenza
di gravità. Stanze, piani, piastrelle, prese del telefono e della
corrente.
Io so e ho le prove. So come è
stata costruita mezzíItalia. E più di mezza. Conosco le mani, le
dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli.
Quartieri, parchi, ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file infinite
dei camion, che depredavano il fiume Volturno della sua sabbia. Dagli anni
ë70 in poi. Camion in fila, che attraversavano le terre costeggiata da
contadini che mai avevano visto questi mammuth di ferro e gomma. Erano
riusciti a rimanere, a resistere senza emigrare e davanti ai loro occhi
gli portavano via tutto. Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini
abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova. Ora non è più
il fiume che va al mare, ma il mare che entra nel fiume. Ora nel Volturno
si pescano le spigole, e i contadini non ci sono più. Senza terra
hanno iniziato a coltivare e bufale, dopo le bufale hanno iniziato a mettere
su piccole imprese edili assumendo giovani nigeriani e sudafricani sottratti
ai lavori stagionali, e quando non si sono consorziati con le imprese dei
clan hanno incontrato la morte precoce.
Io so chi ha costruito líEmilia
Romagna, i quartieri nuovi di Milano, io so chi costruisce le ville in
Toscana, le ditte di Michele Zagaria uno dei latitanti più ricercati,
che lavorano in subappalto in mezzíItalia. I vantaggi che hanno queste
ditte ed i loro committenti sono infiniti, gli inerti vengono saccheggiati
portati vie dalle colline e dalle montagne. Le ditte díestrazione vengono
autorizzate per sottrarre quantità minime, ed in realtà mordono
e divorano intere montagne. Quintali di pietrisco a basso costo partono
da questi luoghi. Inerti a costo zero che andranno a rendere competitive
le ditte al nord Italia mentre in mezza Europa cercheranno di accaparrarsi
poiché sempre più diviene merce rara. Ma non a sud. Dove
non cíè altro che scavare, costruire, tirare su.
Io so e ho le prove. Qui la deportazione
delle cose ha seguito quella degli uomini. Montagne e colline sbriciolate
e impastate nel cemento finiscono ovunque. Da Tenerife a Sassuolo. Spesso
mentre le ditte dei clan trivellano, rompono per errore una falda acquifera
e le cave diventano laghi artificiali. Potrebbe sembrare un freno alla
corsa divoratrice dei palazzinari. Non lo è. I clan gestendo anche
i traffici di rifiuti vincono gare di appalto per lo smaltimento dei veleni
industriali, e fingendo di smaltire in inesistenti discariche si aggiudicano
lo smaltimento di rifiuti pericolosi con prezzi bassi che nessuníaltra
azienda in Europa avrebbe potuto proporre. Non si trattava di smaltire
ma di buttare. In realtà le ditte non hanno alcun luogo dove smaltire
rifiuti tossici, né impianti adatti. Li inabissano nei laghetti.
In tal modo non solo hanno guadagnato dallíestrazione abusiva ma hanno
anche creato un luogo dove nascondere i rifiuti tossici. In tal senso si
può ricavare nuovo danaro e rendere le proprie ditte ancor più
competenti al servizio in subappalto dei migliori costruttori in circolazione.
Una volta in una vecchia trattoria
di San Felice a Cancello, incontrai don Salvatore. Un vecchio mastro. Era
una specie di salma ambulante, non aveva più di 70 anni ma ne mostrava
oltre 80. Mi ha raccontato che per dieci anni ha avuto il compito di smistare
nelle impastatrici le polveri smaltimento fumi. Quintali di cemento impastato
assieme a polveri velenose il cui costo di smaltimento per le aziende era
una delle voci più alte del bilancio. Con la mediazione delle ditte
dei clan camorristici, ogni costo si è abbassato e lo smaltimento
occultato nel cemento è divenuta la cinetica che permette alle ditte
di presentarsi alle gare díappalto con prezzi da manodopera cinese.
Ora garage, pareti e pianerottoli
hanno nel loro petto i veleni. Non accadrà nulla sin quando non
si creperanno, e qualche operaio magari magrebino respirerà le polveri
crepando qualche anno dopo incolpando per il suo cancro la malasorte. Gli
imprenditori italiani vincenti non hanno altra forza che queste ditte capaci
di stravincere come prezzi e qualità. Ogni vantaggio è scaricato
su manodopera e sui materiali. Provengono dal cemento. Loro stessi sono
parte del ciclo del cemento. Prima di trasformarsi in uomini di fotomodelle,
in manager da barca, in assalitori di gruppi finanziari in acquirenti di
quotidiani, prima di tutto questo e dietro tutto questo cíè il cemento,
le ditte in subappalto, la sabbia, il pietrisco, i camioncini zeppi di
operai che lavorano di notte e scompaiono al mattino, le impalcature marce,
le assicurazioni fasulle.
Lo spessore delle pareti è
ciò su cui poggiano i trascinatori dellíeconomia italiana. La costituzione
dovrebbe mutare. Scrivere che si fonda sul cemento e sui costruttori. Sono
loro i padri. Non Einaudi, Ferruccio Parri, Nenni e il comandante Valerio.
Furono proprio i palazzinari, a tirare per lo scalpo líItalia affossata
dal crac Sindona e dalla condanna senza appello del Fondo monetario internazionale.
Quei costruttori si chiamavano Genghini, Belli, Parnasi. Poi ci fu líarrivo
dei Caltagirone. Cementifici, appalti, palazzi e quotidiani. Oggi i nuovi
volti. Ricucci, Coppola, Statuto. I tre nuovi rampanti imprenditori.
Io so. So come si lavora nei cantieri.
Come le impalcature vengono messe a castello, come la parte maggiore dei
cantieri presenti in Italia non sia messo a norma, come i materiali siano
saccheggiati, i terreni sottratti, gli operai tenuti a nero. I meccanismi
sono scientifici, foggiati dalle più brillanti menti dei commercialisti
del bel paese. Gli operai vengono costretti a sottoscrivere buste paga
perfettamente regolari, così, soprattutto al nord, per eventuali
controlli e monitoraggi di sindacati tutto è in regola. In realtà
i lavoratori percepiscono il 50 per cento in meno di quanto indicato. Un
modo per dimostrare agli ispettori del lavoro il rispetto dei contratti.
Una vera e propria evasione fiscale a tavolino che sottrae allo Stato solo
per le ditte operanti al nord 500 milioni di euro, secondo quanti affermano
i sindacati confederati degli edili. Cifre che rientrano nelle logiche
del massimo ribasso.
Oltre il 40 per cento delle ditte
edili che agiscono in Italia sono del sud. Agro-aversano, napoletano, salernitano.
Senza contare le miriadi di ditte di subappalto che non hanno traccia e
quindi non rientrano nelle statistiche. Le imprese arrivano cariche di
ragazzi meridionali e romeni. Pochissimi gli africani. La forza assoluta
dei cartelli criminali è líedilizia. Il certificato antimafia. Ormai
ridicolo. Ogni ditta di Totò Riina e di Francesco Schiavone Sandokan
avevano i certificati antimafia. Per poterlo ricevere basta dimostrare
che nella propria azienda non lavorano personaggi condannati per associazione
mafiosa. Che ingenuità! E anche qualora qualche affiliato condannato
per mafia fosse loro dipendente questi lavorerebbe a nero e i controlli
sono inesistenti. Eppure è vero. Nellíedilizia finiscono gli affiliati
al giro di boa. Dopo che si fa una carriera da killer, da estorsore o da
palo. Insomma dopo che si è passati nellíesercito dei clan si finisce
nellíedilizia o a raccogliere spazzatura.
Piuttosto che filmati e conferenze
a scuola, potrebbe essere interessante prendere i nuovi affiliati, i ragazzini,
e portarli a fare un giro per cantieri mostrando il destino di quando invecchieranno
(se galera e morte dovessero risparmiarli) staranno su un cantiere invecchiando
e scatarrando sangue e calce. Mentre imprenditori e affaristi che i boss
credevano di gestire avranno committenze e spose modelle.
Di lavoro si muore. Continuamente.
La velocità di costruzioni la necessità di risparmiare su
ogni tipo di sicurezza e su ogni rispetto díorario. Turni disumani 9/12
ore al giorno compreso sabato e domenica. 100 euro a settimana la paga
con lo straordinario notturno e domenicale di 50 euro ogni 10 ore. I più
giovani se ne fanno anche quindici. Magari tirando coca, che qui vendono
a 15 euro a pista. Le mascherine per evitare che le polveri siano inalate
sembrano una provocazione e il cordino che dovrebbe assicurare alle impalcature
i corpi degli operai è usato come portachiavi dei mazzi molteplici
dei capimasto.
Quando si muore nei cantieri, si
avvia
un meccanismo collaudato. Il corpo se morto viene portato via dal cantiere
e a seconda della zona viene simulato un incidente stradale. Lo mettono
in auto che poi si fanno cascare in scarpate o dirupi, non dimenticando
di far prendere fuoco allíauto. La somma che líassicurazione pagherà
al morto verrà girata alla famiglia come liquidazione. Non è
raro che per simulare líincidente si feriscano anche i simulatori in modo
grave, soprattutto quando cíè da ammaccare uníauto contro il muro,
prima di darle fuoco con il cadavere dentro. Quando il mastro è
presente il meccanismo è funzionante. Quando è assente il
panico spesso attanaglia gli operai. Ed allora si prende il ferito grave,
il quasi-cadavere e lo si lascia quasi sempre vicino ad una strada che
porta allíospedale. Si passa con la macchina si adagia il corpo e si fugge.
Quando proprio lo scrupolo è allíeccesso si avverte un'autoambulanza.
Chiunque prende parte alla scomparsa o allíabbandono del corpo quasi cadavere
sa che lo stesso faranno i colleghi qualora dovesse accedere al suo corpo
di sfracellarsi o infilzarsi. Sai per certo che chi ti è a fianco
in caso di pericolo ti soccorrerà nellíimmediato per sbarazzarsi
di te, come dire ti darà il colpo di grazia. E così si ha
una specie di diffidenza nei cantieri. Chi ti è a fianco potrebbe
essere il tuo boia o tu sarai il suo. Non ti farà soffrire ma sarà
anche quello che ti lascerà crepare da solo su un marciapiede o
ti darà fuoco in uníauto. Tutti i costruttori sanno che funziona
in questo modo. E le ditte del sud hanno garanzie migliori. Lavorano e
scompaiono ed ogni guaio se lo risolvono senza clamore.
Io so ed ho le prove. E le prove
hanno un nome. Sono Ciro Leonardo morto a 17 anni mentre stava riparando
un solaio cascando dal settimo piano. Le prove si chiamano Francesco Iacomino,
aveva 33 anni quando líhanno trovato con la tuta da lavoro sul selciato
allíincrocio tra via Quattro Orologi e via Gabriele DíAnnunzio a Ercolano.
Nicola Tricarico 26 anni, fulminato mentre lavorava alla ristrutturazione
di un negozio. A nero. Dopo líincidente sono scappati tutti, geometra compreso.
Nessuno ha chiamato líautoambulanza temendo potesse arrivare prima della
loro fuga. Lasciando lì il cadavere raffreddarsi.
E quando si muore al nord se non
cíè tempo di abbandonare a sud il corpo la macchina incidentata
è già pronta assieme alla benzina per occultare il corpo
in un incidente sulle affollate e insanguinate strade padane. In sette
mesi nei cantieri a nord di Napoli sono morti 15 operai edili. Cascati,
finiti sotto pale meccaniche o spiaccicati da gru gestite da operai stremati
dalle ore di lavoro.
Bisogna far presto. Anche se i cantieri
durano anni, le ditte in subappalto devono lasciar posto subito ad altre.
Guadagnare, battere cassa e andare altrove. Prima si alzano palazzi, prima
si vendono, prima si diviene imprenditori, prima i danari vanno altrove.
Prima si possono comprare pompe di benzina, prima si possono avere garanzie
con le banche, prima si possono sposare modelle e comprare giornali. A
sud si può estrarre, si può ancora estrarre. Si possono depredare
terre, mordere montagne, nascondere i veleni sotto la moquette della terra.
A sud possono ancora nascere gli imperi le maglie dellíeconomia si possono
forzare e líequilibrio dellíaccumulazione originaria non è stato
ancora completato. A sud bisognerebbe appendere dalla Puglia alla Calabria
dei cartelloni con il BENVENUTO per gli imprenditori che vogliono lanciarsi
nellíagone del cemento e in pochi anni entrare nei salotti romani e milanesi.
Un BENVENUTO che sa di buona fortuna siccome la ressa è molta e
pochissimi galleggiano sulle sabbie mobili.
Io so. Ed ho le prove. E i nuovi
costruttori proprietari di banche e di panfili, principi del gossip e maestà
di nuove baldracche celano il loro guadagno. Forse hanno ancora uníanima.
Hanno vergogna di dichiarare da dove vengono i propri guadagni. Nel loro
paese modello, negli Usa quando un imprenditore riesce a divenire riferimento
finanziario, quando raggiunge fama e successo accade che convoca analisti
e giovani economisti per mostrare la propria qualità economica,
e svelare le sue strade battute per la vittoria sul mercato. Qui silenzio.
Vergogna. E il danaro è solo danaro. Giuseppe Statuto e Danilo Coppola
gli imprenditori vincenti che vengono dallíaversano da una terra malata
di camorra, rispondono con cristallinità chi li tormenta sul loro
successo: ìho comprato a 10 e venduto a 300î. Una formula che difficilmente
potrà essere sbandierata come modello di meritocrazia e perseveranza
per ostacolare le cinetiche criminali.
Ma chi segnalava questi affari,
chi aveva un così capillare controllo del territorio? Quali validi
agenti hanno usato capaci di comprare a così poco terreni? Nessuna
risposta. Dalla terra prendi poi costruisci dalla costruzione hai garanzia
e puoi avere così il debito e dal debito ancora palazzi e poi barche,
e poi banche. Il meccanismo è banale. Terra è spazio per
costruzioni. È come se si estraesse al contrario. Non si scava dalla
terra carbone e bauxite. Ma dalla terra si cava líaria e poi la luce e
si occupano vani di ossigeno, il percorso è inverso, spalle al terreno
e estrazione al contrario.
Qualcuno ha detto che a sud si può
vivere come in un paradiso. Basta fissare líalto e mai, mai osare far cascare
gli occhi al basso. Ma non è possibile. Líesproprio dÇogni prospettiva
ha sottratto anche gli spazi della vista. Ogni prospettiva è imbattuta
in balconi, soffitte, mansarde, condomini, palazzi abbracciati, quartieri
annodati. Qui non pensi che qualcosa possa cascare dal cielo. La pioggia
díangeli descritta da Anatole France che casca su Parigi per organizzare
la più grande rivolta contro gli errori del creato, non è
neanche pensabile nel delirio etilico di qualche serata. Qui scendi giù.
Ti inabissi.
Perché cíè sempre
un abisso nellíabisso. Qui dovrai urlare le parole del padre di Ciro: ìQuando
sbatti per terra e muori, ti immagini non che líanima evapori, come ti
raccontano al catechismo o vedi nel film Ghost, ma che delle mani ti prendano
e ti portino più giù. Ancora più giù se è
possibile della terra díinferno dove viviamoî. E questíabisso non ha il
suo popolo. LíEast End di Londra che ammonticchiava i suoi derelitti non
esiste, e Jack London per comprendere la ferita della ragione occidentale
dovrebbe alternare i suoi giorni tra le serate del generone imprenditoriale
romano e i cantieri edili notturni. Così quando pesto scale e stanze,
quando salgo nelle ascensori non riesco a non sentire è un vizio
della mia psiche.
Perché io so. Ed è
una perversione. E così quando mi trovo tra i migliori e vincenti
imprenditori non mi sento bene. Anche se questi signori sono eleganti,
parlano con toni pacati, e votano a sinistra. Io sento líodore della calce
e del cemento, che esce dai calzini, dai gemelli di Bulgari, dai loro meridiani
di Italo Calvino e dai loro thriller di Grisham.
Io so. Io so chi ha costruito il
mio paese e chi lo costruisce. So che non si vive la propria vita di scorribande
e tormenti nelle belle ville in Toscana o in Puglia dei film di Giordana
e della Comencini, so che stanotte parte un treno da Reggio Calabria che
si fermerà a Napoli a mezzanotte e un quarto prima di giungere a
Milano. Sarà colmo. E alla stazione i furgoncini e le Punto polverose
preleveranno i ragazzi per nuovi cantieri. Un'emigrazione senza residenza
che nessuno studierà e valuterà poiché rimarrà
nelle orme della polvere di calce e solo lì.
Io so qual è la vera costituzione
del mio tempo, qual è la ricchezza delle imprese.
Io so in che misura ogni pilastro
è il sangue degli altri.
Io so e ho le prove. Non faccio
prigionieri.