| Saltatempo
(un brano)
Stefano Benni |
[testo proposto e trascritto da Orietta]
«Questa è vita» dice il Dio
stirandosi, e con lo sguardo divino individua un fungo prataiolo, e sì
che lì non è zona, lo coglie e se lo pappa metà lui
e metà il cane.
«Buon appetito» dico io.
«Grazie» dice lui «è
una giornata meravigliosa per andare a pescare, o anche perché accada
uno stromenamento temporale e si crei uno spazio di Filler-Gauss oppure
che uno si innamora di colpo e se ne accorge il giorno dopo».
«Proprio così» dico io.
«Bene, come ti chiami, ragazzo che non vuole
andare mai a scuola?»
«Mi chiamano Lupetto.
«Piccolo lupo del bosco» dice il Dio
alzando al cielo un dito sozzo e magnifico «goditi la libertà
e un giorno avrai l'onore di uccidere l'imperatore. Hai un pezzo di paneterno?».
Glielo do.
«Tu non sai quanto ci mangerò con
questo» dice l'omone «e cosa ti darò in cambio. Dunque
Lupetto, mettiti sotto quel nocciolo umido di brina, e fai in modo di ascoltare
il rumore delle stille che cadono. Fatto? Ora ti spiegherò una cosa
fondamentale. Questo» dice «è un orologio per il mondo
di fuori.
E tira fuori una cipolla meravigliosa, di acciaio
brunito con un disegno di stelle e pesci. Lo apre e dentro c'è un
carillon, dodici ballerine che girano e quando ti passano davanti si inchinano
e in mezzo uno gnomo che batte i secondi su un'incudine.
«È meraviglioso» dico io.
«Il diavolo ne ha di più belli, con
le lancette incandescenti e il cucù che ti becca gli occhi. Ma anche
questo non è male. Questo è l'orologio che segna il tuo giorno
cosiddetto normale: quello del far tardi a scuola, dell'alzarsi presto,
delle ore che non passano mai, dei calendari, del lei guarirà in
dieci giorni, del lei morirà tra sei mesi, dei moti stellari e delle
maree e delle partite di calcio. Ma attenzione!
Il signor Dio ingoia l'orologio in un boccone.
«Niente paura» dice «l'ho ingoiato,
è sparito, ma il tempo non si è fermato. Vedi, la gazza non
è ferma in volo, le gocce cadono, e tu invecchi. Ora ascolta».
E io ascoltai il ticchettio delle gocce che cadevano
dal nocciolo.
«Ecco, questo è il rumore dell'orologio
dentro. Questo misura un tempo che non va dritto, ma avanti e indietro,
fa curve e tornanti, si arrotola, inventa, rimette in scena. È un
tempo che non puoi misurare né coi cronometri né col più
sofisticato astromacchinario. È il tempo tuo, misura la tua vita
che è unica, e quindi è diverso dal mio e da quello di Gabriele,
il mio emerito cane».
Il cane si inchinò e vidi che aveva un
orologio alla zampa.
«Non ti spaventare, ma tu vivrai sempre
con due orologi, uno fuori e uno dentro. Quello fuori ti sarà utile
per non fare tardi a scuola, quando aspetti la corriera e il giorno che
muori, per calcolare quanto hai vissuto. L'altro, che comprende centosettantasei
tempi protologici, novanta escatologici e trentasei tempi romanzati caotici,
l'hai ingoiato da piccolo, anche se non ricordi. Chiamalo pure secondo
orologio, anzi orobilogio. Ogni volta che sentirai il suo ticchettio, il
gocciolare dell'acqua, le crome di un grillo, qualsiasi ritmo e balbettio
del mondo, potrà succedere che l'orobilogio parta, non potrai fermarlo,
e tu correrai avanti o scapperai indietro e vedrai cose e altre ne rivedrai».
«E come è fatto un orobilogio?».
«Non si può vedere, è fatto
di tante parti insieme che mescolandosi diventano invisibili. Vuoi un esempio?
La tua casa, la guardi dal di fuori e dici: questa è la mia casa.
Ma la casa ha sotto la cantina, la tinaia buia con le botti e il formaggio,
la muffa sulle pareti e quell'odore di anni e secoli ma in quel passato
oscuro fermenta il vino e i formaggi maturano. Sopra c'è il granaio,
con la farina, le mele, le noci e i pomodori secchi, e ci frullano i topi
rosicchioni e i ghiri ladruncoli, lì ci sono le provviste per il
tuo futuro. Poi c'è la casa dove abiti, col camino caldo, la cucina
che fuma e il cesso che scroscia, e il letto che ti accoglie e prepara
i sogni, ma anche gli incubi, e le lenzuola gelate d'inverno, e la febbre
e le ore che non dormi la notte. E a volte tutto cambia: dal camino entra
la notte, le faville dei fantasmi del passato, o la paura di ciò
che sta dietro la porta, nella cantina il vino e il buio ti fanno immaginare
viaggi e abbordaggi, nel granaio sbattono la testa gli uccelli imprigionati,
come brutti pensieri. Ecco, questa è la tua casa, non quella che
vedi dal di fuori, con le finestre, il portone e l'edera sul muro».
«È complicato» dico io.
«Niente è complicato, se ci cammini
dentro. Il bosco visto dall'alto è una macchia impenetrabile, ma
tu puoi conoscerlo albero per albero. La testa di un uomo è incomprensibile,
finché non ti fermi a ascoltarlo. La storia, be', la storia, lasciamo
perdere. Tutta questa solfa per dirti che da oggi ti chiamerai Saltatempo.
Adesso vai perché sento la campanella della scuola, Selene è
preoccupata, e le schiene dei pesci brillano».
«Amen» dice il cane.
E il Dio si allontana e sparisce tra i meli cotogni
e i cipressi, e io ho le lacrime agli occhi perché ho visto una
divinità, non so se pagana o chierica o boschiva, ma non succede
a tutti, qualche volta a quelli buoni, figurarsi a un malfattore cialtrone
ritardatario come me. Scarpagno giù di corsa e piango e piango e
scarpagno, inciampo e cado e lo schizzozibibbo mi esplode in tasca. Mentre
son disteso a terra, ascolto una cicala canterina, frinisce ritmica, zic
zic zic, e sento come nella pancia partissero delle rotelline, oh dio,
sta già succedendo. Mi tiro su, vedo il cielo basso e il paesaggio
che si storce come se avesse un elastico dentro, come l'acqua quando riflette
l'immagine dei pesci e in un attimo tutto si trasforma. Al posto della
cavedagna c'è una strada circondata da case, e una puzza come se
il Dio avesse lasciato il gas acceso. Giù nella valle, dal paese
sale una scia di fumo nero, e il fiume è secco, scavato e succhiato,
lo attraversa una strada lunga e larga che si infila in un buco nella montagna,
ed è tutta piena di macchine che ci entrano, speriamo che il buco
l'abbiano fatto anche dall'altra parte se no è un macello. E le
macchine non sono millecento o giardinette, sono lunghe e acuminate, sembrano
le astronavi del libro di Verne, e saranno migliaia, ma evidentemente la
carrozzeria si è sviluppata mentre la motoristica è regredita,
perché procedono lente, in fila come i bachi peloni, suonano e fanno
fumo dal culo, e in cielo c'è una libellula enorme mostruosa, che
fa un rumore assordante. Mamma mia, dico, cosa mi succede, poi di colpo
tutto torna normale compreso lo schizzozibibbo che mi cola giù per
le gambe e i geloni e anche una gran libertà dentro, la sensazione
di aver ancora tante cose da fare e pagine da leggere.
Scarpagno e scarpagno ed entro nel paese e nella
piazzetta. Sulla panchina Selene non c'è, sono in ritardo di forse
dieci minuti.