La memoria dell'Italia e la marcia su Gerusalemme di Fini: il silenzio sui 250 Auschwitz italiani
dei Radicali di sinistra


 

Parlare dei circa 250 campi di concentramento in Italia per ebrei, zingari, slavi, omosessuali, cittadini appartenenti a paesi nemici è sempre complesso. Complesso perchè nonostante il mio piccolo libro (I lager in Italia, ed. nonluoghi), circoli nelle librerie, con molte difficoltà di distribuzione, dal settembre 2002 e pochi altri libri parlino del fenomeno (ultimo quello ristampato da Mursia di Carlo Spartaco Capogreco sul campo per slavi di Renicci in Toscana) o articoli recenti citino l'argomento come quello di "Rinascita della sinistra" sul campo di Arbe in Croazia o la citazione di Giorgio Bocca sulla sua rubrica di " L'Espresso" sul campo di Gonars in Friuli Venezia Giulia, il tema appare sfiorato dagli storici, e solo da recente, probabilmente anche a seguito del revisionismo da parte della destra.
Dal 1940 (anche se di campi di concentramento in Italia si comincia a parlare con quelli terribili istituiti da Rodolfo Graziani in Africa nel 1930 dove morirono migliaia di persone), poco dopo la proclamazione della guerra, furono istituiti per decreto circa 40 campi che via via aumentarono, soprattutto dopo l'occupazione della Slovenia, della Croazia, dell'Albania e della Grecia da parte delle truppe italiane. Successivamente con la Repubblica Sociale italiana, il ministro degli interni Buffarini Guidi chiese di istituire in tutte le province della repubblica almeno un campo di concentramento per racchiudere gli ebrei.
Perchè dopo la guerra su tutto questo sia stato steso un velo di silenzio e soprattutto perchè questi luoghi siano stati totalmente dimenticati dalla memoria locale e collettiva è uno dei grandi misteri che si unisce a quello della mancata epurazione di molti gerarchi fascisti che rimasero al loro posto o che addirittura furono collacati in posti importanti della rinata democrazia. Solo pochi anni dopo la guerra, nel 1953, Graziani divenne presidente del MSI.
Si pensi che da tutti i campi del centro nord (basta sfogliare la monumentale opera "Il libro della memoria" di Liliana Picciotto Fargion, ed. Mursia) le persone concentrate in questi campi furono deportate verso lo sterminio in Germania.
Le vicende di questi giorni che vedono gli eredi del fascismo nel governo del Paese insieme a pericolose ideologie mediatiche e xenofobe e la pericolosa involuzione antidemocratica e anticostituzionale a cui tutti assistiamo, fa ritornare ossessivamente alla memoria quanto amava dire la filosofa tedesca Hannah Arendt: "Un popolo che non ha memoria è costretto a ripetere gli stessi errori del passato".
Proprio nell'ultimo numero di "Internazionale" (21-27 novenbre 2003) il corrispondente tedesco di N-Tv e di alcuni canali televisivi pubblici della Germania, Udo Gumpel, ci ricorda l'assurda storia del cosiddetto "armadio della vergogna", l'armadio con le ante rivolto contro il muro, scoperto nel 1994 nei locali del Palazzaccio, il vecchio Palazzo di giustizia romano. In quell'armadio sono stati sepolti e "archiviati" centinaia di documenti che riguardavani le stragi nazi-fasciste in Italia. Un armadio, come scrive Gumpel, "che fa vergogna alla giustizia, ma anche ai mass media", che hanno steso un velo profondo di silenzio.
Certo in questa incredibile dimenticanza, come in questo ritorno ad un passato, che speravamo estirpato, pesa indubbiamente il ruolo della Chiesa cattolica nel Paese, ieri come oggi.
Come mai la Chiesa affittava senza problemi etici o morali, propri edifici per campi di concentramento allo Stato italiano (ricordo Agnone, Civitella del Tronto, Isola Gran Sasso, Roccatederighi,...) o mandava personale ecclesiastico, per lo più suore, (Alatri o Vo' Vecchio), per lavorare all'interno del campo. Come mai Borgoncini Duca, nunzio apostolico presso lo Stato italiano, uno dei pochi vescovi fatto cardinale da Pio XII dopo la guerra, visitava in lungo e largo questi campi. Faceva lo stesso il nunzio apostolico presso il governo di Hitler ? E perchè si preoccupava tanto delle sorti degli internati in Italia, mentre nei campi di Gonars ( si parla di 500 morti), ad Arbe (1500 morti), in Tessaglia a Larissa (centinaia di morti per malnutrizione, 106 uccisi per rappresaglia), nell'isola di Molat (3500 furono gli internati e anche lì ci furono centinaia di morti) - fonte Dizionario del fascismo, ed. Einaudi, voce campi di concentramento curata da Carlo Spartaco Capogreco -, nessuno interveniva ?. Non mi risulta peraltro che nessuno abbia fatto una stima complessiva dei morti per mano italiana nei campi sotto il regime fascista. Senza contare, come già scritto, che la Chiesa non mosse un dito per fermare "il viaggio" verso lo sterminio degli internati nei campi italiani ( di cui conosceva tutte le sedi), presi dai fascisti e dai nazisti in ritirata. Anche da quei luoghi che erano sedi ecclesiastiche come il seminario estivo di Roccatederighi dove furono portati alla morte un centinaio di ebrei. Anzi c'è di più come ci ha raccontato la storica Luciana Rocchi, il vescovo di Grosseto chiese al prefetto democratico della sua città, gli affitti non pagati dalla fine della guerra in quanto lo Stato italiano non aveva disdetto l'affitto.
 


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