| La scuola che vogliono
gli studenti
di Marco Sassano e Marco De Poli |
[da «Quindici», 1, giugno 1967]
[Ö] Come è naturale, questo
clima di repressione non ha fatto altro che rafforzare, nelle principali
città, il movimento studentesco; così 8000 studenti a Torino
e 3000 a Viareggio hanno scioperato in febbraio per la libertà delle
associazioni dei giornali studenteschi; nel frattempo sul piano teorico
si è arrivati alla stesura di documenti che esprimono le rivendicazioni
degli studenti per la riforma della scuola media superiore.
Alla base di queste rivendicazioni
sta la convinzione che tali strutture della scuola rivelano la loro origine
conservatrice e classista: da una parte vi sono i licei che tendono a dare
una formazione culturale superiore a quei giovani che, appena usciti dalla
scuola media unificata, per le loro condizioni economico-sociali, si presentano
già fin d'ora come la futura classe dirigente; dall'altra le scuole
tecniche e professionali il cui scopo è di dare al giovane meno
abbiente una "sottocultura" subordinata al suo inserimento nel sistema
produttivo. D'altra parte anche i contenuti educativi della
scuola sono vecchi, insufficienti,
e ormai inadatti alle esigenze del nostro tempo.
Noi studenti proponiamo un tipo
di scuola che consenta al giovane di acquisire una formazione culturale
polivalente e critica. Ciò significa che lo studente deve ottenere
strumenti metodologici che gli consentano di prendere coscienza della realtà
sociale in cui si trova e di inserirsi criticamente e attivamente in essa.
Una simile concezione implica, ovviamente il rifiuto di qualsiasi soggezione
della scuola a fini extraformativi.
La riforma Gui che viene attualmente
proposta in parlamento non è in grado di eliminare le carenze sopra
accennate, né di realizzare una scuola effettivamente formativa,
perché prospetta esclusivamente delle riforme di struttura senza
affrontare il nocciolo del problema.
Le proposte che gli studenti formulano,
invece, per una vera riforma della scuola sono rivolte a ottenere una scuola
media superiore unica e obbligatoria fino al diciottesimo anno di età
che superi le attuali divisioni e permetta a tutti di ottenere un'educazione
di eguale valore culturale lasciando libera, attraverso l'introduzione
di materie opzionali dopo il primo biennio, la scelta del proprio indirizzo
di studi. In questo modo l'educazione non verrebbe più subordinata
a motivi economici, poiché sarebbe garantito il diritto allo studio
attraverso un presalario che darebbe una retribuzione agli studenti per
il lavoro svolto nella scuola.
Tuttavia queste riforme sarebbero
di per sé insufficienti se non si giungesse come meta conclusiva
a una scuola "a tempo pieno" in cui gli studenti possano svolgere tutte
le loro attività culturali, ricreative e sportive.
Si rende quindi necessaria una radicale
modificazione dei programmi di studio, oggi avulsi dalla realtà
storica e sociale che ci circonda, con l'abolizione delle materie che non
rispondono più alle esigenze della vita moderna (come il greco e
il latino), con la revisione di numerose altre, oggi impostate su schemi
insufficienti e arretrati (come le materie storiche e scientifiche), con
l'introduzione di nuove materie oggi indispensabili per l'inserimento nella
società (come le lingue moderne, l'educazione sociale e sessuale).
E tutto questo non su basi nozionistiche ma in funzione di una preparazione
il più possibile formativa e completa. Inutile dire che questa scuola
deve essere pubblica, laica e libera da ogni ingerenza esterna.
È chiaro che questa nuova
formazione culturale dovrà essere impartita in base ai nuovi criteri
pedagogici che oggi impongono un superamento dei metodi autoritari, in
una scuola che si fondi sul dialogo tra studenti e professori e sulla autoeducazione
da parte dei giovani. Nella situazione attuale, invece, lo studente è
costretto ad assimilare e a ripetere passivamente una cultura che gli viene
imposta dall'alto, senza che gli sia data alcuna possibilità di
discuterla o di personalizzarla. È necessario invece che, sia attraverso
le maggiori possibilità di scelta date dalle materie opzionali,
sia per i nuovi rapporti di collaborazione che si istituiscono tra professori
e studenti, sia per la possibilità di approfondire personalmente
le materie prescelte, attraverso una maggiore disponibilità di informazione
e di strumenti didattici fornita dalla scuola a tempo pieno, lo studente
possa partecipare attivamente alla propria educazione e alle proprie scelte
culturali.
Ma fino a che il potere decisionale
ed esecutivo apparterrà unicamente agli organi gerarchici del ministero
della Pubblica Istruzione, ai Provveditorati agli Studi, ai presidi, non
sarà possibile qualsiasi democratizzazione della scuola.
Infatti una scuola è democratica
quando le scelte e i contenuti culturali vengono stabiliti da chi nella
scuola vive, professori e studenti, e non imposti dall'alto senza possibilità
di discussione e con obbligo di assimilazione acritica; alla base di questa
definizione di scuola democratica sta la convinzione che la cultura deve
essere intesa nel suo rapporto dialettico con la società e quindi
non può prescindere da un suo significato politico. Quindi l'obiettivo
di fondo che il movimento studentesco medio si deve porre è quello
del controllo sulla formazione, ossia dell'autogestione delle scelte culturali
e amministrative della scuola da parte degli studenti stessi.
Questa è l'unica via che
rende possibile il raggiungimento di quegli obiettivi di liberalizzazione
della ricerca culturale e di democratizzazione dell'istruzione che il Movimento
studentesco si pone.
In conclusione lo studente, appena
uscito dalla scuola media unificata, fa il suo ingresso in una scuola che
lo impegna per la maggior parte del suo tempo attraverso iniziative di
ogni genere: alle lezioni vere e proprie si affiancherebbero conferenze,
dibattiti, spettacoli che sarebbero in grado di inserirlo subito nella
realtà culturale della società in cui vive. Siccome tutta
la formazione dei giovane si svolgerebbe nella scuola si renderebbero inutili
tutti i compiti a casa che sarebbero sostituiti da un lavoro di gruppo
nelle singole classi. Sarebbe auspicabile la settimana corta. Le attività
ricreative e sportive completerebbero infine il quadro della vita scolastica.
I primi due anni dovrebbero essere
comuni e avere lo scopo di dare allo studente una visione il più
possibile ampia anche se non specializzata, di tutti i settori della cultura.
Nei tre anni successivi egli, accanto ad alcune materie obbligatorie e
fondamentali (quali potrebbero essere italiano, storia, matematica e una
lingua straniera), tra un gruppo di materie opzionali deve sceglierne un
certo numero, che costituiranno la sua preparazione professionale o la
base per la scelta della facoltà universitaria. Questa è
in sintesi la scuola che prospettiamo. Sappiamo bene che le difficoltà
che si oppongono a queste realizzazioni sono enormi, e anche ammesso che
vi sia la volontà politica per attuarle, bisognerebbe scontrarsi
contro il peso della tradizione, contro la mentalità autoritaria
di molti professori e la loro incapacità di adeguarsi alla nuova
realtà culturale della scuola, e contro lo stesso opportunismo di
molti studenti che concepiscono la scuola solo come un mezzo per ottenere
un diploma.