| La zona grigia
di Primo Levi |
[testo prelevato da Devarim]
Siamo stati
capaci, noi reduci, di comprendere e di far comprendere la nostra esperienza?
Ciò che comunemente intendiamo per "comprendere" coincide con "semplificare":
senza una profonda semplificazione, il mondo intorno a noi sarebbe un groviglio
infinito e indefinito, che sfiderebbe la nostra capacità di orientarci
e di decidere le nostre azioni. Siamo insomma costretti a ridurre il conoscibile
a schema: a questo scopo tendono i mirabili strumenti che ci siamo costruiti
nel corso dell’evoluzione e che sono specifici del genere umano, il linguaggio
ed il pensiero concettuale. Tendiamo a semplificare anche la storia; ma
non sempre lo schema entro cui si ordinano i fatti è individuabile
in modo univoco, e può dunque accadere che storici diversi comprendano
e costruiscano la storia in modi fra loro incompatibili; tuttavia, è
talmente forte in noi, forse per ragioni che risalgono alle nostre origini
di animali sociali, l’esigenza di dividere il campo fra "noi" e "loro",
che questo schema, la bipartizione amico-nemico, prevale su tutti gli altri.
La storia popolare, ed anche la storia quale viene tradizionalmente insegnata
nelle scuole, risente di questa tendenza manichea che rifugge dalle mezze
tinte e dalle complessità: è incline a ridurre il fiume degli
accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a duelli, noi e loro, gli
ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi. Certo è questo
il motivo dell’enorme popolarità degli sport spettacolari, come
il calcio, il baseball e il pugilato, in cui i contendenti sono due squadre
o due individui, ben distinti e identificabili, e alla fine della partita
ci saranno gli sconfitti e i vincitori. Se il risultato è di parità,
lo spettatore si sente defraudato e deluso: a livello più o meno
inconscio, voleva i vincitori ed i perdenti, e li identificava rispettivamente
con i buoni e i cattivi, poiché sono i buoni che devono avere la
meglio, se no il mondo sarebbe sovvertito. Questo desiderio di semplificazione
è giustificato, la semplificazione non sempre lo è. È
un’ipotesi di lavoro, utile in quanto sia riconosciuta come tale e non
scambiata per la realtà; la maggior parte dei fenomeni storici e
naturali non sono semplici, o non semplici della semplicità che
piacerebbe a noi. Ora, non era semplice la rete dei rapporti umani all’interno
dei Lager: non era riducibile ai due blocchi delle vittime e dei persecutori.
In chi legge (o scrive) oggi la storia dei Lager è evidente la tendenza,
anzi il bisogno, di dividere il male dal bene, di poter parteggiare, di
ripetere il gesto di Cristo nel Giudizio Universale: qui i giusti, là
i reprobi. Soprattutto i giovani chiedono chiarezza, il taglio netto; essendo
scarsa la loro esperienza del mondo, essi non amano l’ambiguità.
La loro aspettazione, del resto, riproduce con esattezza quella dei nuovi
arrivati in Lager, giovani o no: tutti, ad eccezione di chi avesse già
attraversato un’esperienza analoga, si aspettavano di trovare un mondo
terribile ma decifrabile, conforme a quel modello semplice che atavicamente
portiamo in noi, "noi" dentro e il nemico fuori, separati da un confine
netto, geografico. L’ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa
che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era
sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun
modello, il nemico era intorno ma anche dentro, il "noi" perdeva i suoi
confini, i contendenti non erano due, non si distingueva una frontiera
ma molte e confuse, forse innumerevoli, una fra ciascuno e ciascuno. Si
entrava sperando almeno nella solidarietà dei compagni di sventura,
ma gli alleati sperati, salvo casi speciali, non c’erano; c’erano invece
mille monadi sigillate, e fra queste una lotta disperata, nascosta e continua.
Questa rivelazione brusca, che si manifestava fin dalle prime ore di prigionia,
spesso sotto la forma immediata di un’aggressione concentrica da parte
di coloro in cui si sperava di ravvisare i futuri alleati, era talmente
dura da far crollare subito la capacità di resistere. Per molti
è stata mortale, indirettamente o anche direttamente: è difficile
difendersi da un colpo a cui non si è preparati. In questa aggressione
si possono distinguere diversi aspetti. Occorre ricordare che il sistema
concentrazionario, fin dalle sue origini (che coincidono con la salita
al potere del nazismo in Germania), aveva lo scopo primario di spezzare
la capacità di resistenza degli avversari: per la direzione del
campo, il nuovo giunto era un avversario per definizione, qualunque fosse
l’etichetta che gli era stata affibbiata, e doveva essere demolito subito,
affinché non diventasse un esempio, o un germe di resistenza organizzata.
Su questo punto le SS avevano le idee chiare, e sotto questo aspetto è
da interpretare tutto il sinistro rituale, diverso da Lager a Lager, ma
unico nella sostanza, che accompagnava l’ingresso; i calci e i pugni subito,
spesso sul viso; l’orgia di ordini urlati con collera vera o simulata;
la denudazione totale; la rasatura dei capelli; la vestizione con stracci.
È difficile dire se tutti questi particolari siano stati messi a
punto da qualche esperto o perfezionati metodicamente in base all’esperienza,
ma certo erano voluti e non casuali: una regia c’era, ed era vistosa. Tuttavia,
al rituale d’ingresso, ed al crollo morale che esso favoriva, contribuivano
più o meno consapevolmente anche le altre componenti del mondo concentrazionario:
i prigionieri semplici ed i privilegiati. Accadeva di rado che il nuovo
venuto fosse accolto, non dico come un amico, ma almeno come un compagno
di sventura; nella maggior parte dei casi, gli anziani (e si diventava
anziani in tre o quattro mesi: il ricambio era rapido!) manifestavano fastidio
o addirittura ostilità. Il "nuovo" (Zugang: si noti, in tedesco
è un termine astratto, amministrativo; significa "ingresso", "entrata")
veniva invidiato perché sembrava che avesse ancora indosso l’odore
di casa sua, ed era un’invidia assurda, perché in effetti si soffriva
assai di più nei primi giorni di prigionia che dopo, quando l’assuefazione
da una parte, e l’esperienza dall’altra, permettevano di costruirsi un
riparo. Veniva deriso e sottoposto a scherzi crudeli, come avviene in tutte
le comunità con i "coscritti" e le "matricole", e con le cerimonie
di iniziazione presso i popoli primitivi: e non c’è dubbio che la
vita in Lager comportava una regressione, riconduceva a comportamenti,
appunto, primitivi. È probabile che l’ostilità verso lo Zugang
fosse in sostanza motivata come tutte le altre intolleranze, cioè
consistesse in un tentativo inconscio di consolidare il "noi" a spese degli
"altri", di creare insomma quella solidarietà fra oppressi la cui
mancanza era fonte di una sofferenza addizionale, anche se non percepita
apertamente. Entrava in gioco anche la ricerca del prestigio, che nella
nostra civiltà sembra sia un bisogno insopprimibile: la folla disprezzata
degli anziani tendeva a ravvisare nel nuovo arrivato un bersaglio su cui
sfogare la sua umiliazione, a trovare a sue spese un compenso, a costruirsi
a sue spese un individuo di rango più basso su cui riversare il
peso delle offese ricevute dall’alto. Per quanto riguarda i prigionieri
privilegiati, il discorso è più complesso, ed anche più
importante: a mio parere, è anzi fondamentale. È ingenuo,
assurdo e storicamente falso ritenere che un sistema infero, qual era il
nazionalsocialismo, santifichi le sue vittime: al contrario, esso le degrada,
le assimila a sé, e ciò tanto più quanto più
esse sono disponibili, bianche, prive di un’ossatura politica o morale.
Da molti segni, pare che sia giunto il tempo di esplorare lo spazio che
separa (non solo nei Lager nazisti!) le vittime dai persecutori, e di farlo
con mano più leggera, e con spirito meno torbido, di quanto non
si sia fatto ad esempio in alcuni film. Solo una retorica schematica può
sostenere che quello spazio sia vuoto: non lo è mai, è costellato
di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualità ad
un tempo), che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere
la specie umana, se vogliamo saper difendere le nostre anime quando una
simile prova si dovesse nuovamente prospettare, o se anche soltanto vogliamo
renderci conto di quello che avviene in un grande stabilimento industriale.
I prigionieri privilegiati erano in minoranza entro la popolazione dei
Lager, ma rappresentano invece una forte maggioranza fra i sopravvissuti;
infatti, anche se non si tenga conto della fatica, delle percosse, del
freddo, delle malattie, va ricordato che la razione alimentare era decisamente
insufficiente anche per il prigioniero più sobrio: consumate in
due o tre mesi le riserve fisiologiche dell’organismo, la morte per fame,
o per malattie indotte dalla fame, era il destino normale del prigioniero.
Poteva essere evitato solo con un sovrappiù alimentare, e per ottenere
questo occorreva un privilegio, grande o piccolo; in altre parole, un modo,
octroyé o conquistato, astuto o violento, lecito o illecito, di
sollevarsi al di sopra della norma. Ora, non si può dimenticare
che la maggior parte dei ricordi dei reduci, raccontati o scritti, incomincia
così: l’urto contro la realtà concentrazionaria coincide
con l’aggressione, non prevista e non compresa, da parte di un nemico nuovo
e strano, il prigioniero-funzionario, che invece di prenderti per mano,
tranquillizzarti, insegnarti la strada, ti si avventa addosso urlando in
una lingua che tu non conosci, e ti percuote sul viso. Ti vuole domare,
vuole spegnere in te la scintilla di dignità che tu forse ancora
conservi e che lui ha perduta. Ma guai a te se questa tua dignità
ti spinge a reagire: questa è una legge non scritta ma ferrea, il
zurückschlagen, il rispondere coi colpi ai colpi, è una trasgressione
intollerabile, che può venire in mente appunto solo a un "nuovo".
Chi la commette deve diventare un esempio: altri funzionari accorrono a
difesa dell’ordine minacciato, e il colpevole viene percosso con rabbia
e metodo finché è domato o morto. Il privilegio, per definizione,
difende e protegge il privilegio. Mi torna a mente che il termine locale,
jiddisch e polacco, per indicare il privilegio era "protekcja", che si
pronuncia "protekzia" ed è di evidente origine italiana e latina;
e mi è stata raccontata la storia di un "nuovo" italiano, un partigiano,
scaraventato in un Lager di lavoro con l’etichetta di prigioniero politico
quando era ancora nel pieno delle sue forze. Era stato malmenato durante
la distribuzione della zuppa, ed aveva osato dare uno spintone al funzionario-distributore:
accorsero i colleghi di questo, e il reo venne affogato esemplarmente immergendogli
la testa nel mastello della zuppa stessa. L’ascesa dei privilegiati, non
solo in Lager ma in tutte le convivenze umane, è un fenomeno angosciante
ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. È compito dell’uomo
giusto fare guerra ad ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare
che questa è una guerra senza fine. Dove esiste un potere esercitato
da pochi, o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera,
anche contro il volere del potere stesso; ma è normale che il potere,
invece, lo tolleri o lo incoraggi. Limitiamoci al Lager, che però
(anche nella sua versione sovietica) può ben servire da "laboratorio
": la classe ibrida dei prigionieri-funzionari ne costituisce l’ossatura,
ed insieme il lineamento più inquietante. È una zona grigia,
dai contorni mal definiti, che insieme separa e congiunge i due campi dei
padroni e dei servi. Possiede una struttura interna incredibilmente complicata,
ed alberga in sé quanto basta per confondere il nostro bisogno di
giudicare. La zona grigia della "protekcja" e della collaborazione nasce
da radici molteplici. In primo luogo, l’area del potere, quanto più
è ristretta, tanto più ha bisogno di ausiliari esterni; il
nazismo degli ultimi anni non ne poteva fare a meno, risoluto com’era a
mantenere il suo ordine all’interno dell’Europa sottomessa, e ad alimentare
i fronti di guerra dissanguati dalla crescente resistenza militare degli
avversari. Era indispensabile attingere dai paesi occupati non solo mano
d’opera, ma anche forze d’ordine, delegati ed amministratori del potere
tedesco ormai impegnato altrove fino all’esaurimento. Entro quest’area
vanno catalogati, con sfumature diverse per qualità e peso, Quisling
di Norvegia, il governo di Vichy in Francia, il Judenrat di Varsavia, la
Repubblica di Salò, fino ai mercenari ucraini e baltici impiegati
dappertutto per i compiti più sporchi (mai per il combattimento),
ed ai Sonderkommandos di cui dovremo parlare. Ma i collaboratori che provengono
dal campo avversario, gli ex nemici, sono infidi per essenza: hanno tradito
una volta e possono tradire ancora. Non basta relegarli in compiti marginali;
il modo migliore di legarli è caricarli di colpe, insanguinarli,
comprometterli quanto più è possibile: così avranno
contratto coi mandanti il vincolo della correità, e non potranno
più tornare indietro. Questo modo di agire è noto alle associazioni
criminali di tutti i tempi e luoghi, è praticato da sempre dalla
mafia, e tra l’altro è il solo che spieghi gli eccessi, altrimenti
indecifrabili, del terrorismo italiano degli anni ’70. In secondo luogo,
ed a contrasto con una certa stilizzazione agiografica e retorica, quanto
più è dura l’oppressione, tanto più è diffusa
tra gli oppressi la disponibilità a collaborare col potere. Anche
questa disponibilità è variegata da infinite sfumature e
motivazioni: terrore, adescamento ideologico, imitazione pedissequa del
vincitore, voglia miope di un qualsiasi potere, anche ridicolmente circoscritto
nello spazio e nel tempo, viltà, fino a lucido calcolo inteso a
eludere gli ordini e l’ordine imposto. Tutti questi motivi, singolarmente
o fra loro combinati, sono stati operanti nel dare origine a questa fascia
grigia, i cui componenti, nei confronti dei non privilegiati, erano accomunati
dalla volontà di conservare e consolidare il loro privilegio. Prima
di discutere partitamente i motivi che hanno spinto alcuni prigionieri
a collaborare in varia misura con l’autorità dei Lager, occorre
però affermare con forza che davanti a casi umani come questi è
imprudente precipitarsi ad emettere un giudizio morale. Deve essere chiaro
che la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato
totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori
grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) è sempre difficile
da valutare. È un giudizio che vorremmo affidare soltanto a chi
si è trovato in circostanze simili, ed ha avuto modo di verificare
su se stesso che cosa significa agire in stato di costrizione. Lo sapeva
bene il Manzoni: "I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in
qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono,
ma del pervertimento ancora a cui portano 1’animo degli offesi". La condizione
di offeso non esclude la colpa, e spesso questa è obiettivamente
grave, ma non conosco tribunale umano a cui delegarne la misura. Se dipendesse
da me, se fossi costretto a giudicare, assolverei a cuor leggero tutti
coloro per cui il concorso nella colpa è stato minimo, e su cui
la costrizione è stata massima. Intorno a noi, prigionieri senza
gradi, brulicavano i funzionari di basso rango. Costituivano una fauna
pittoresca: scopini, lava-marmitte, guardie notturne, stiratori dei letti
(che sfruttavano a loro minuscolo vantaggio la fisima tedesca delle cuccette
rifatte piane e squadrate), controllori di pidocchi e di scabbia, portaordini,
interpreti, aiutanti degli aiutanti. In generale, erano poveri diavoli
come noi, che lavoravano a pieno orario come tutti gli altri, ma che per
mezzo litro di zuppa in più si adattavano a svolgere queste ed altre
funzioni "terziarie": innocue, talvolta utili, spesso inventate dal nulla.
Raramente erano violenti, ma tendevano a sviluppare una mentalità
tipicamente corporativa, ed a difendere con energia il loro "posto di lavoro"
contro chi, dal basso o dall’alto, glie lo insidiava. Il loro privilegio,
che del resto comportava disagi e fatiche supplementari, fruttava loro
poco, e non li sottraeva alla disciplina ed alle sofferenze degli altri;
la loro speranza di vita era sostanzialmente uguale a quella dei non privilegiati.
Erano rozzi e protervi, ma non venivano sentiti come nemici. Il giudizio
si fa più delicato e più vario per coloro che occupavano
posizioni di comando: i capi (Kapos: il termine tedesco deriva direttamente
da quello italiano, e la pronuncia tronca, introdotta dai prigionieri francesi,
si diffuse solo molti anni dopo, divulgata dall’omonimo film di Pontecorvo,
e favorita in Italia proprio per il suo valore differenziale) delle squadre
di lavoro, i capibaracca, gli scritturali, fino al mondo (a quel tempo
da me neppure sospettato) dei prigionieri che svolgevano attività
diverse, talvolta delicatissime, presso gli uffici amministrativi del campo,
la Sezione Politica (di fatto, una sezione della Gestapo), il Servizio
del Lavoro, le celle di punizione. Alcuni fra questi, grazie alla loro
abilità o alla fortuna, hanno avuto accesso alle notizie più
segrete dei rispettivi Lager, e, come Hermann Langbein ad Auschwitz, Eugen
Kogon a Buchenwald, e Hans Marsalek a Mauthausen, ne sono poi diventati
gli storici. Non si sa se ammirare di più il loro coraggio personale
o la loro astuzia, che ha concesso loro di aiutare concretamente i loro
compagni in molti modi, studiando attentamente i singoli ufficiali delle
SS con cui erano a contatto, ed intuendo quali fra questi potessero essere
corrotti, quali dissuasi dalle decisioni più crudeli, quali ricattati,
quali ingannati, quali spaventati dalla prospettiva di un redde rationem
a guerra finita. Alcuni fra loro, ad esempio i tre nominati, erano anche
membri di organizzazioni segrete di difesa, e perciò il potere di
cui disponevano grazie alla loro carica era controbilanciato dal pericolo
estremo che correvano, in quanto "resistenti" e in quanto detentori di
segreti. I funzionari ora descritti non erano affatto, o erano solo apparentemente,
dei collaboratori, bensì piuttosto degli oppositori mimetizzati.
Non così la maggior parte degli altri detentori di posizioni di
comando, che si sono rivelati esemplari umani da mediocri a pessimi. Piuttosto
che logorare, il potere corrompe; tanto più intensamente corrompeva
il loro potere, che era di natura peculiare. Il potere esiste in tutte
le varietà dell’organizzazione sociale umana, più o meno
controllato, usurpato, investito dall’alto o riconosciuto dal basso, assegnato
per merito o per solidarietà corporativa o per sangue o per censo:
è verosimile che una certa misura di dominio dell’uomo sull’uomo
sia inscritta nel nostro patrimonio genetico di animali gregari. Non è
dimostrato che il potere sia intrinsecamente nocivo alla collettività.
Ma il potere di cui disponevano i funzionari di cui si parla, anche di
basso grado, come i Kapos delle squadre di lavoro, era sostanzialmente
illimitato; o per meglio dire, alla loro violenza era imposto un limite
inferiore, nel senso che essi venivano puniti o destituiti se non si mostravano
abbastanza duri, ma nessun limite superiore. In altri termini, erano liberi
di commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocità, a titolo
di punizione per qualsiasi loro trasgressione, o anche senza motivo alcuno:
fino a tutto il 1943, non era raro che un prigioniero fosse ucciso a botte
da un Kapo, senza che questo avesse da temere alcuna sanzione. Solo più
tardi, quando il bisogno di mano d’opera si era fatto più acuto,
vennero introdotte alcune limitazioni: i maltrattamenti che i Kapos potevano
infliggere ai prigionieri non dovevano ridurne permanentemente la capacità
lavorativa; ma ormai il mal uso era invalso, e non sempre la norma venne
rispettata. Si riproduceva così, all’interno dei Lager, in scala
più piccola ma con caratteristiche amplificate, la struttura gerarchica
dello Stato totalitario, in cui tutto il potere viene investito dall’alto,
ed in cui un controllo dal basso è quasi impossibile. Ma questo
"quasi" è importante: non è mai esistito uno Stato che fosse
realmente "totalitario" sotto questo aspetto. Una qualche forma di retroazione,
un correttivo all’arbitrio totale, non è mai mancato, neppure nel
Terzo Reich né nell’Unione Sovietica di Stalin: nell’uno e nell’altra
hanno fatto da freno, in maggiore o minor misura, l’opinione pubblica,
la magistratura, la stampa estera, le chiese, il sentimento di umanità
e giustizia che dieci o vent’anni di tirannide non bastano a sradicare.
Solo entro il Lager il controllo dal basso era nullo, ed il potere dei
piccoli satrapi era assoluto. È comprensibile come un potere di
tale ampiezza attirasse con prepotenza quel tipo umano che di potere è
avido: come vi aspirassero anche individui dagli istinti moderati, attratti
dai molti vantaggi materiali della carica; e come questi ultimi venissero
fatalmente intossicati dal potere di cui disponevano. Chi diventava Kapo?
Occorre ancora una volta distinguere. In primo luogo, coloro a cui la possibilità
veniva offerta, e cioè gli individui in cui il comandante del Lager
o i suoi delegati (che spesso erano buoni psicologi) intravedevano la potenzialità
del collaboratore: rei comuni tratti dalle carceri, a cui la carriera di
aguzzini offriva un’eccellente alternativa alla detenzione; prigionieri
politici fiaccati da cinque o dieci anni di sofferenze, o comunque moralmente
debilitati; più tardi, anche ebrei, che vedevano nella particola
di autorità che veniva loro offerta l’unico modo di sfuggire alla
"soluzione finale". Ma molti, come accennato, aspiravano al potere spontaneamente:
lo cercavano i sadici, certo non numerosi ma molto temuti, poiché
per loro la posizione di privilegio coincideva con la possibilità
di infliggere ai sottoposti sofferenza ed umiliazione. Lo cercavano i frustrati,
ed anche questo è un lineamento che riproduce nel microcosmo del
Lager il macrocosmo della società totalitaria: in entrambi, al di
fuori della capacità e del merito, viene concesso generosamente
il potere a chi sia disposto a tributare ossequio all’autorità gerarchica,
conseguendo in questo modo una promozione sociale altrimenti irraggiungibile.
Lo cercavano, infine, i molti fra gli oppressi che subivano il contagio
degli oppressori e tendevano inconsciamente ad identificarsi con loro.
Su questa mimesi, su questa identificazione o imitazione o scambio di ruoli
fra il soverchiatore e la vittima, si è molto discusso. Si sono
dette cose vere e inventate, conturbanti e banali, acute e stupide: non
è un terreno vergine, anzi, è un campo arato maldestramente,
scalpicciato e sconvolto. La regista Liliana Cavani, a cui era stato chiesto
di esprimere in breve il senso di un suo film bello e falso, ha dichiarato:
"Siamo tutti vittime o assassini e accettiamo questi ruoli volontariamente.
Solo Sade e Dostoevskij l’hanno compreso bene"; ha detto anche di credere
"che in ogni ambiente, in ogni rapporto, ci sia una dinamica vittima-carnefice
più o meno chiaramente espressa e generalmente vissuta a livello
non cosciente". Non mi intendo di inconscio e di profondo, ma so che pochi
se ne intendono, e che questi pochi sono più cauti; non so, e mi
interessa poco sapere, se nel mio profondo si annidi un assassino, ma so
che vittima incolpevole sono stato ed assassino no; so che gli assassini
sono esistiti, non solo in Germania, e ancora esistono, a riposo o in servizio,
e che confonderli con le loro vittime è una malattia morale o un
vezzo estetistico o un sinistro segnale di complicità; soprattutto,
è un prezioso servigio reso (volutamente o no) ai negatori della
verità. So che in Lager, e più in generale sul palcoscenico
umano, capita tutto, e che perciò l’esempio singolo dimostra poco.
Detto chiaramente tutto questo, e riaffermato che confondere i due ruoli
significa voler mistificare dalle basi il nostro bisogno di giustizia,
restano da fare alcune considerazioni. Rimane vero che, in Lager e fuori,
esistono persone grige, ambigue, pronte al compromesso. La tensione estrema
del Lager tende ad accrescerne la schiera; esse posseggono in proprio una
quota (tanto più rilevante quanto maggiore era la loro libertà
di scelta) di colpa, ed oltre a questa sono i vettori e gli strumenti della
colpa del sistema. Rimane vero che la maggior parte degli oppressori, durante
o (più spesso) dopo le loro azioni, si sono resi conto che quanto
facevano o avevano fatto era iniquo, hanno magari provato dubbi o disagio,
od anche sono stati puniti; ma queste loro sofferenze non bastano ad arruolarli
fra le vittime. Allo stesso modo, non bastano gli errori e i cedimenti
dei prigionieri per allinearli con i loro custodi: i prigionieri dei Lager,
centinaia di migliaia di persone di tutte le classi sociali, di quasi tutti
i paesi d’Europa, rappresentavano un campione medio, non selezionato, di
umanità: anche se non si volesse tener conto dell’ambiente infernale
in cui erano stati bruscamente precipitati, è illogico pretendere
da loro, ed è retorico e falso sostenere che abbiano sempre e tutti
seguito, il comportamento che ci si aspetta dai santi e dai filosofi stoici.
In realtà, nella enorme maggioranza dei casi, il loro comportamento
è stato ferreamente obbligato: nel giro di poche settimane o mesi,
le privazioni a cui erano sottoposti li hanno condotti ad una condizione
di pura sopravvivenza, di lotta quotidiana contro la fame, il freddo, la
stanchezza, le percosse, in cui lo spazio per le scelte (in specie, per
le scelte morali) era ridotto a nulla; fra questi, pochissimi hanno sopravvissuto
alla prova, grazie alla somma di molti eventi improbabili: sono insomma
stati salvati dalla fortuna, e non ha molto senso cercare fra i loro destini
qualcosa di comune, al di fuori forse della buona salute iniziale. Un caso-limite
di collaborazione è rappresentato dai Sonderkommandos di Auschwitz
e degli altri Lager di sterminio. Qui si esita a parlare di privilegio:
chi ne faceva parte era privilegiato solo in quanto (ma a quale costo!)
per qualche mese mangiava a sufficienza, non certo perché potesse
essere invidiato. Con questa denominazione debitamente vaga, "Squadra Speciale",
veniva indicato dalle SS il gruppo di prigionieri a cui era affidata la
gestione dei crematori. A loro spettava mantenere l’ordine fra i nuovi
arrivati (spesso del tutto inconsapevoli del destino che li attendeva)
che dovevano essere introdotti nelle camere a gas; estrarre dalle camere
i cadaveri; cavare i denti d’oro dalle mascelle; tagliare i capelli femminili;
smistare e classificare gli abiti, le scarpe, il contenuto dei bagagli;
trasportare i corpi ai crematori e sovraintendere al funzionamento dei
forni; estrarre ed eliminare le ceneri. La Squadra Speciale di Auschwitz
contava, a seconda dei periodi, da 700 a 1000 effettivi. Queste Squadre
Speciali non sfuggivano al destino di tutti; anzi, da parte delle SS veniva
messa in atto ogni diligenza affinché nessun uomo che ne avesse
fatto parte potesse sopravvivere e raccontare. Ad Auschwitz si succedettero
dodici squadre; ognuna rimaneva in funzione qualche mese, poi veniva soppressa,
ogni volta con un artificio diverso per prevenire eventuali resistenze,
e la squadra successiva, come iniziazione, bruciava i cadaveri dei predecessori.
L’ultima squadra, nell’ottobre 1944, si ribellò alle SS, fece saltare
uno dei crematori e fu sterminata in un diseguale combattimento a cui accennerò
più oltre. I superstiti delle Squadre Speciali sono dunque stati
pochissimi, sfuggiti alla morte per qualche imprevedibile gioco del destino.
Nessuno di loro, dopo la liberazione, ha parlato volentieri, e nessuno
parla volentieri della loro spaventosa condizione. Le notizie che possediamo
su queste Squadre provengono dalle scarne deposizioni di questi superstiti;
dalle ammissioni dei loro "committenti" processati davanti a vari tribunali;
da cenni contenuti in deposizioni di "civili" tedeschi o polacchi che ebbero
casualmente occasione di venire a contatto con le squadre; e finalmente,
da fogli di diario che vennero scritti febbrilmente a futura memoria, e
sepolti con estrema cura nei dintorni dei crematori di Auschwitz, da alcuni
dei loro componenti. Tutte queste fonti concordano tra loro, eppure ci
riesce difficile, quasi impossibile, costruirci una rappresentazione di
come questi uomini vivessero giorno per giorno, vedessero se stessi, accettassero
la loro condizione. In un primo tempo, essi venivano scelti dalle SS fra
i prigionieri già immatricolati nei Lager, ed è stato testimoniato
che la scelta avveniva non soltanto in base alla robustezza fisica, ma
anche studiando a fondo le fisionomie. In qualche raro caso, l’arruolamento
avvenne per punizione. Più tardi, si preferì prelevare i
candidati direttamente sulla banchina ferroviaria, all’arrivo dei singoli
convogli: gli "psicologi" delle SS si erano accorti che il reclutamento
era più facile se si attingeva da quella gente disperata e disorientata,
snervata dal viaggio, priva di resistenze, nel momento cruciale dello sbarco
dal treno, quando veramente ogni nuovo giunto si sentiva alla soglia del
buio e del terrore di uno spazio non terrestre. Le Squadre Speciali erano
costituite in massima parte da ebrei. Per un verso, questo non può
stupire, dal momento che lo scopo principale dei Lager era quello di distruggere
gli ebrei, e che la popolazione di Auschwitz, a partire dal 1943, era costituita
da ebrei per il 90-95%; sotto un altro aspetto, si rimane attoniti davanti
a questo parossismo di perfidia e di odio: dovevano essere gli ebrei a
mettere nei forni gli ebrei, si doveva dimostrare che gli ebrei, sotto-razza,
sotto-uomini, si piegano ad ogni umiliazione, perfino a distruggere se
stessi. D’altra parte, è attestato che non tutte le SS accettavano
volentieri il massacro come compito quotidiano; delegare alle vittime stesse
una parte del lavoro, e proprio la più sporca, doveva servire (e
probabilmente servì) ad alleggerire qualche coscienza. Beninteso,
sarebbe iniquo attribuire questa acquiescenza a qualche particolarità
specificamente ebraica: delle Squadre Speciali fecero parte anche prigionieri
non ebrei, tedeschi e polacchi, però con le mansioni "più
dignitose" di Kapos; ed anche prigionieri di guerra russi, che i nazisti
consideravano solo di uno scalino superiori agli ebrei. Furono pochi, perché
ad Auschwitz i russi erano pochi (vennero in massima parte sterminati prima,
subito dopo la cattura, mitragliati sull’orlo di enormi fosse comuni):
ma non si comportarono in modo diverso dagli ebrei. Le Squadre Speciali,
in quanto portatrici di un orrendo segreto, venivano tenute rigorosamente
separate dagli altri prigionieri e dal mondo esterno. Tuttavia, come è
noto a chiunque abbia attraversato esperienze analoghe, nessuna barriera
è mai priva di incrinature: le notizie, magari incomplete e distorte,
hanno un potere di penetrazione enorme, e qualcosa trapela sempre. Su queste
Squadre, voci vaghe e monche circolavano già fra noi durante la
prigionia, e vennero confermate più tardi dalle altre fonti accennate
prima, ma l’orrore intrinseco di questa condizione umana ha imposto a tutte
le testimonianze una sorta di ritegno; perciò, oggi ancora è
difficile costruirsi un’immagine di "cosa volesse dire" essere costretti
ad esercitare per mesi questo mestiere. Alcuni hanno testimoniato che a
quegli sciagurati veniva messa a disposizione una grande quantità
di alcolici, e che essi si trovavano permanentemente in uno stato di abbrutimento
e di prostrazione totali. Uno di loro ha dichiarato: "A fare questo lavoro,
o si impazzisce il primo giorno, oppure ci si abitua". Un altro, invece:
"Certo, avrei potuto uccidermi o lasciarmi uccidere; ma io volevo sopravvivere,
per vendicarmi e per portare testimonianza. Non dovete credere che noi
siamo dei mostri: siamo come voi, solo molto più infelici". È
evidente che queste cose dette, e le altre innumerevoli che da loro e fra
di loro saranno state dette ma non ci sono pervenute, non possono essere
prese alla lettera. Da uomini che hanno conosciuto questa destituzione
estrema non ci si può aspettare una deposizione nel senso giuridico
del termine, bensì qualcosa che sta fra il lamento, la bestemmia,
l’espiazione e il conato di giustificarsi, di recuperare se stessi. Ci
si deve aspettare piuttosto uno sfogo liberatorio che una verità
dal volto di Medusa. Aver concepito ed organizzato le Squadre è
stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo. Dietro all’aspetto
pragmatico (fare economia di uomini validi, imporre ad altri i compiti
più atroci) se ne scorgono altri più sottili. Attraverso
questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle
vittime, il peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse
neppure la consapevolezza di essere innocenti. Non è facile né
gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso
che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile
perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani, potrà
coinvolgere noi stessi o i nostri figli. Si prova la tentazione di torcere
il viso e distogliere la mente: è una tentazione a cui ci si deve
opporre. Infatti, l’esistenza delle Squadre aveva un significato, conteneva
un messaggio: "Noi, il popolo dei Signori, siamo i vostri distruttori,
ma voi non siete migliori di noi; se lo vogliamo, e lo vogliamo, noi siamo
capaci di distruggere non solo i vostri corpi, ma anche le vostre anime,
così come abbiamo distrutto le nostre ". Miklos Nyiszli, medico
ungherese, è stato fra i pochissimi superstiti dell’ultima Squadra
Speciale di Auschwitz. Era un noto anatomo-patologo, esperto nelle autopsie,
ed il medico capo delle SS di Birkenau, quel Mengele che è morto
pochi anni fa sfuggendo alla giustizia, si era assicurato i suoi servizi;
gli aveva riservato un trattamento di favore, e lo considerava quasi come
un collega. Nyiszli doveva dedicarsi in specie allo studio dei gemelli:
infatti, Birkenau era l’unico luogo al mondo in cui esistesse la possibilità
di esaminare cadaveri di gemelli uccisi nello stesso momento. Accanto a
questo suo incarico particolare, a cui, sia detto per inciso, non risulta
che egli si sia opposto con molta determinazione, Nyiszli era il medico
curante della Squadra, con cui viveva a stretto contatto. Ebbene, egli
racconta un fatto che mi pare significativo. Le SS, come ho detto, sceglievano
accuratamente, dai Lager o dai convogli in arrivo, i candidati alle Squadre,
e non esitavano a sopprimere sul posto coloro che si rifiutavano o si mostravano
inadatti alle loro mansioni. Nei confronti dei membri appena assunti, esse
mostravano lo stesso comportamento sprezzante e distaccato che usavano
mostrare verso tutti i prigionieri, e verso gli ebrei in specie: era stato
loro inculcato che si trattava di esseri spregevoli, nemici della Germania
e perciò indegni di vivere; nel caso più favorevole, potevano
essere obbligati a lavorare fino alla morte per esaurimento. Non così
si comportavano invece nei confronti dei veterani della Squadra: in questi,
sentivano in qualche misura dei colleghi, ormai disumani quanto loro, legati
allo stesso carro, vincolati dal vincolo immondo della complicità
imposta. Nyiszli racconta dunque di aver assistito, durante una pausa del
"lavoro", ad un incontro di calcio fra SS e SK (Sonderkommando), vale a
dire fra una rappresentanza delle SS di guardia al crematorio e una rappresentanza
della Squadra Speciale; all’incontro assistono altri militi delle SS e
il resto della Squadra, parteggiano, scommettono, applaudono, incoraggiano
i giocatori, come se, invece che davanti alle porte dell’inferno, la partita
si svolgesse sul campo di un villaggio. Niente di simile è mai avvenuto,
né sarebbe stato concepibile, con altre categorie di prigionieri;
ma con loro, con i "corvi del crematorio", le SS potevano scendere in campo,
alla pari o quasi. Dietro questo armistizio si legge un riso satanico:
è consumato, ci siamo riusciti, non siete più l’altra razza,
l’anti-razza, il nemico primo del Reich Millenario: non siete più
il popolo che rifiuta gli idoli. Vi abbiamo abbracciati, corrotti, trascinati
sul fondo con noi. Siete come noi, voi orgogliosi: sporchi del vostro sangue
come noi. Anche voi, come noi e come Caino, avete ucciso il fratello. Venite,
possiamo giocare insieme. Nyiszli racconta un altro episodio da meditare.
Nella camera a gas sono stati stipati ed uccisi i componenti di un convoglio
appena arrivato, e la Squadra sta svolgendo il lavoro orrendo di tutti
i giorni, districare il groviglio di cadaveri, lavarli con gli idranti
e trasportarli al crematorio, ma sul pavimento trovano una giovane ancora
viva. L’evento è eccezionale, unico; forse i corpi umani le hanno
fatto barriera intorno, hanno sequestrato una sacca d’aria che è
rimasta respirabile. Gli uomini sono perplessi; la morte è il loro
mestiere di ogni ora, la morte è una consuetudine, poiché,
appunto, "si impazzisce il primo giorno oppure ci si abitua", ma quella
donna è viva. La nascondono, la riscaldano, le portano brodo di
carne, la interrogano: la ragazza ha sedici anni, non si orienta nello
spazio né nel tempo, non sa dov’è, ha percorso senza capire
la trafila del treno sigillato, della brutale selezione preliminare, della
spogliazione, dell’ingresso nella camera da cui nessuno è mai uscito
vivo. Non ha capito, ma ha visto; perciò deve morire, e gli uomini
della Squadra lo sanno, così come sanno di dover morire essi stessi
e per la stessa ragione. Ma questi schiavi abbrutiti dall’alcool e dalla
strage quotidiana sono trasformati; davanti a loro non c’è più
la massa anonima, il fiume di gente spaventata, attonita, che scende dai
vagoni: c’è una persona. Come non ricordare 1’"insolito rispetto"
e l’esitazione del "turpe monatto" davanti al caso singolo, davanti alla
bambina Cecilia morta di peste che, nei Promessi Sposi, la madre rifiuta
di lasciar buttare sul carro confusa fra gli altri morti? Fatti come questi
stupiscono, perché contrastano con l’immagine che alberghiamo in
noi, dell’uomo concorde con se stesso, coerente, monolitico; e non dovrebbero
stupire, perché tale l’uomo non è. Pietà e brutalità
possono coesistere, nello stesso individuo e nello stesso momento, contro
ogni logica; e del resto, la pietà stessa sfugge alla logica. Non
esiste proporzionalità tra la pietà che proviamo e l’estensione
del dolore da cui la pietà è suscitata: una singola Anna
Frank desta più commozione delle miriadi che soffrirono come lei,
ma la cui immagine è rimasta in ombra. Forse è necessario
che sia così; se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di
tutti, non potremmo vivere. Forse solo ai santi è concesso il terribile
dono della pietà verso i molti; ai monatti, a quelli della Squadra
Speciale, ed a noi tutti, non resta, nel migliore dei casi, che la pietà
saltuaria indirizzata al singolo, al Mitmensch, al co-uomo: all’essere
umano di carne e sangue che sta davanti a noi, alla portata dei nostri
sensi provvidenzialmente miopi. Viene chiamato un medico, che rianima la
ragazza con una iniezione: sì, il gas non ha compiuto il suo effetto,
potrà sopravvivere, ma dove e come? In quel momento sopraggiunge
Muhsfeld, uno dei militi SS addetti agli impianti di morte; il medico lo
chiama da parte e gli espone il caso. Muhsfeld esita, poi decide: no, la
ragazza deve morire; se fosse più anziana il caso sarebbe diverso,
avrebbe più senno, forse la si potrebbe convincere a tacere su quanto
le è accaduto, ma ha solo sedici anni: di lei non ci si può
fidare. Tuttavia non la uccide di mano sua, chiama un suo sottoposto che
la sopprima con un colpo alla nuca. Ora, questo Muhsfeld non era un misericorde;
la sua razione quotidiana di strage era trapunta di episodi arbitrari e
capricciosi, segnata da sue invenzioni di raffinata crudeltà. Fu
processato nel 1947, condannato a morte e impiccato a Cracovia, e questo
fu giusto; ma neppure lui era un monolito. Se fosse vissuto in un ambiente
ed in un’epoca diversi, è probabile che si sarebbe comportato come
qualsiasi altro uomo comune. Nei Fratelli Karamazov, Grus*en’ka racconta
la favola della cipollina. Una vecchia malvagia muore e va all’inferno,
ma il suo angelo custode, sforzando la memoria, ricorda che essa, una volta,
una sola, ha donato ad un mendicante una cipollina che ha cavata dal suo
orto: le porge la cipollina, e la vecchia vi si aggrappa e viene tratta
dal fuoco infernale. Questa favola mi è sempre sembrata rivoltante:
quale mostro umano non ha mai donato in vita sua una cipollina, se non
ad altri ai suoi figli, alla moglie, al cane? Quel singolo attimo di pietà
subito cancellata non basta certo ad assolvere Muhsfeld, basta però
a collocare anche lui, seppure al margine estremo, nella fascia grigia,
in quella zona di ambiguità che irradia dai regimi fondati sul terrore
e sull’ossequio. Non è difficile giudicare Muhsfeld, e non credo
che il tribunale che lo ha condannato abbia avuto dubbi; per contro, il
nostro bisogno e la nostra capacità di giudicare si inceppano davanti
alla Squadra Speciale. Subito sorgono le domande, domande convulse, a cui
è dura impresa dare una risposta che ci tranquillizzi sulla natura
dell’uomo. Perché hanno accettato quel loro compito? Perché
non si sono ribellati, perché non hanno preferito la morte? In certa
misura, i fatti di cui disponiamo ci permettono di tentare una risposta.
Non tutti hanno accettato; alcuni si sono ribellati sapendo di morire.
Di almeno un caso abbiamo notizia precisa: un gruppo di quattrocento ebrei
di Corfù, che nel luglio 1944 era stato inserito nella Squadra,
rifiutò compattamente il lavoro, e venne immediatamente ucciso col
gas. È rimasta memoria di vari altri ammutinamenti singoli, tutti
subito puniti con una morte atroce (Filip Müller, uno fra i pochissimi
superstiti delle Squadre, racconta di un suo compagno che le SS introdussero
vivo nella fornace), e di molti casi di suicidio, all’atto dell’arruolamento
o subito dopo. Infine, è da ricordare che proprio dalla Squadra
Speciale fu organizzato, nell’ottobre 1944, l’unico disperato tentativo
di rivolta nella storia dei Lager di Auschwitz, a cui già si è
accennato. Le notizie che di questa impresa sono pervenute fino a noi non
sono né complete né concordi; si sa che i rivoltosi (gli
addetti a due dei cinque crematori di Auschwitz-Birkenau), male armati
e privi di contatti con i partigiani polacchi fuori del Lager e con 1’organizzazione
clandestina di difesa entro il Lager, fecero esplodere il crematorio n.
3 e diedero battaglia alle SS. Il combattimento finì molto presto;
alcuni degli insorti riuscirono a tagliare il filo spinato ed a fuggire
all’esterno, ma furono catturati poco dopo. Nessuno di loro è sopravvissuto;
circa 450 furono immediatamente uccisi dalle SS; di queste, tre furono
uccise e dodici ferite. Quelli di cui sappiamo, i miserabili manovali della
strage, sono dunque gli altri, quelli che di volta in volta preferirono
qualche settimana in più di vita (quale vita!) alla morte immediata,
ma che in nessun caso si indussero, o furono indotti, ad uccidere di propria
mano. Ripeto: credo che nessuno sia autorizzato a giudicarli, non chi ha
conosciuto 1’esperienza del Lager, tanto meno chi non l’ha conosciuta.
Vorrei invitare chiunque osi tentare un giudizio a compiere su se stesso,
con sincerità, un esperimento concettuale: immagini, se può,
di aver trascorso mesi o anni in un ghetto, tormentato dalla fame cronica,
dalla fatica, dalla promiscuità e dall’umiliazione; di aver visto
morire intorno a sé, ad uno ad uno, i propri cari; di essere tagliato
fuori dal mondo, senza poter ricevere né trasmettere notizie; di
essere infine caricato su un treno, ottanta o cento per vagone merci; di
viaggiare verso l’ignoto, alla cieca, per giorni e notti insonni; e di
trovarsi infine scagliato fra le mura di un inferno indecifrabile. Qui
gli viene offerta la sopravvivenza, e gli viene proposto, anzi imposto,
un compito truce ma imprecisato. È questo, mi pare, il vero Befehlnotstand,
lo "stato di costrizione conseguente a un ordine": non quello sistematicamente
ed impudentemente invocato dai nazisti trascinati a giudizio, e più
tardi (ma sulle loro orme) dai criminali di guerra di molti altri paesi.
Il primo è un aut-aut rigido, l’obbedienza immediata o la morte;
il secondo è un fatto interno al centro di potere, ed avrebbe potuto
essere risolto (in effetti spesso fu risolto) con qualche manovra, con
qualche ritardo nella carriera, con una moderata punizione, o, nel peggiore
dei casi, col trasferimento del renitente al fronte di guerra. L’esperimento
che ho proposto non è gradevole; ha tentato di rappresentarlo Vercors,
nel suo racconto Les armes de la nuit (Albin Michel, Paris 1953) in cui
si parla della "morte dell’anima", e che riletto oggi mi appare intollerabilmente
infetto di estetismo e di libidine letteraria. Ma è indubbio che
di morte dell’anima si tratta; ora, nessuno può sapere quanto a
lungo, ed a quali prove, la sua anima sappia resistere prima di piegarsi
o di infrangersi. Ogni essere umano possiede una riserva di forza la cui
misura gli è sconosciuta: può essere grande, piccola o nulla,
e solo l’avversità estrema dà modo di valutarIa. Anche senza
ricorrere al caso-limite delle Squadre Speciali, accade spesso a noi reduci,
quando raccontiamo le nostre vicende, che l’interlocutore dica: "Io, al
tuo posto, non avrei resistito un giorno". L’affermazione non ha un senso
preciso: non si è mai al posto di un altro. Ogni individuo è
un oggetto talmente complesso che è vano pretendere di prevederne
il comportamento, tanto più se in situazioni estreme; neppure è
possibile antivedere il comportamento proprio. Perciò chiedo che
la storia dei "corvi del crematorio" venga meditata con pietà e
rigore, ma che il giudizio su di loro resti sospeso. La stessa "impotentia
judicandi" ci paralizza davanti al caso Rumkowski. La storia di Chaim Rumkowski
non è propriamente una storia di Lager, benché nel Lager
si concluda: è una storia di ghetto, ma così eloquente sul
tema fondamentale dell’ambiguità umana provocata fatalmente dall’oppressione,
che mi pare si attagli fin troppo bene al nostro discorso. La ripeto qui,
anche se già l’ho narrata altrove. Al mio ritorno da Auschwitz mi
sono trovato in tasca una curiosa moneta in lega leggera, che conservo
tuttora. È graffiata e corrosa; reca su una faccia la stella ebraica
(lo "Scudo di Davide"), la data 1943 e la parola getto, che alla tedesca
si legge ghetto; sull’altra faccia, le scritte QUITTUNG ÜBER 10 MARK
e DER ÄLTESTE DER JUDEN IN LITZMANNSTADT, e cioè rispettivamente
Quietanza su 10 marchi e Il decano degli ebrei in Litzmannstadt: era insomma
una moneta interna di un ghetto. Per molti anni ne ho dimenticato l’esistenza,
poi, verso il 1974, ho potuto ricostruirne la storia, che è affascinante
e sinistra. Col nome di Litzmannstadt, in onore di un generale Litzmann
vittorioso sui russi nella prima guerra mondiale, i nazisti avevano ribattezzato
la città polacca di Lódz. Negli ultimi mesi del 1944 gli
ultimi superstiti del ghetto di Lódz erano stati deportati ad Auschwitz:
io devo aver trovato sul suolo del Lager quella moneta ormai inutile. Nel
1939 Lódz aveva 750.000 abitanti, ed era la più industriale
delle città polacche, la più "moderna" e la più brutta:
viveva sull’industria tessile, come Manchester e Biella, ed era condizionata
dalla presenza di una miriade di stabilimenti grandi e piccoli, per lo
più antiquati già allora. Come in tutte le città di
una certa importanza dell’Europa orientale occupata, i nazisti si affrettarono
a costituirvi un ghetto, ripristinandovi, aggravato dalla loro moderna
ferocia, il regime dei ghetti del medioevo e della controriforma. Il ghetto
di Lódz, aperto già nel febbraio 1940, fu il primo in ordine
di tempo, ed il secondo, dopo quello di Varsavia, come consistenza numerica:
giunse a contenere più di 160.000 ebrei, e fu sciolto solo nell’autunno
del 1944. Fu dunque il più longevo dei ghetti nazisti, e ciò
va attribuito a due ragioni: la sua importanza economica e la conturbante
personalità del suo presidente. Si chiamava Chaim Rumkowski: già
piccolo industriale fallito, dopo vari viaggi ed alterne vicende si era
stabilito a Lódz nel 1917. Nel 1940 aveva quasi sessant’anni ed
era vedovo senza figli; godeva di una certa stima, ed era noto come direttore
di opere pie ebraiche e come uomo energico, incolto ed autoritario. La
carica di Presidente (o Decano) di un ghetto era intrinsecamente spaventosa,
ma era una carica, costituiva un riconoscimento sociale, sollevava di uno
scalino e conferiva diritti e privilegi, cioè autorità: ora
Rumkowski amava appassionatamente l’autorità. Come sia pervenuto
all’investitura, non è noto: forse si trattò di una beffa
nel tristo stile nazista (Rumkowski era, o sembrava, uno sciocco dall’aria
per bene, insomma uno zimbello ideale; forse intrigò egli stesso
per essere scelto, tanto doveva essere forte in lui la voglia del potere.
È provato che i quattro anni della sua presidenza, o meglio della
sua dittatura, furono un sorprendente groviglio di sogno megalomane, di
vitalità barbarica e di reale capacità diplomatica ed organizzativa.
Egli giunse presto a vedere se stesso in veste di monarca assoluto ma illuminato,
e certo fu sospinto su questa via dai suoi padroni tedeschi, che giocavano
bensì con lui, ma apprezzavano i suoi talenti di buon amministratore
e d’uomo d’ordine. Da loro ottenne l’autorizzazione a battere moneta, sia
metallica (quella mia moneta) sia cartacea, su carta a filigrana che gli
fu fornita ufficialmente. In questa moneta erano pagati gli operai estenuati
del ghetto; potevano spenderla negli spacci per acquistarvi le loro razioni
alimentari, che ammontavano in media a 800 calorie giornaliere (ricordo,
di passata, che ne occorrono almeno 2.000 per sopravvivere in stato di
assoluto riposo. Da questi suoi sudditi affamati, Rumkowski ambiva riscuotere
non solo obbedienza e rispetto, ma anche amore: in questo le dittature
moderne differiscono dalle antiche. Poiché disponeva di un esercito
di eccellenti artisti ed artigiani, pronti ad ogni suo cenno contro un
quarto di pane, fece disegnare e stampare francobolli che recano la sua
effigie, con i capelli e la barba candidi nella luce della Speranza e della
Fede. Ebbe una carrozza trainata da un ronzino scheletrico, e su questa
percorreva le strade del suo minuscolo regno, affollate di mendicanti e
di postulanti. Ebbe un manto regale, e si attorniò di una corte
di adulatori e di sicari; dai suoi poeti-cortigiani fece comporre inni
in cui si celebrava la sua "mano ferma e potente", e la pace e l’ordine
che per virtù sua regnavano nel ghetto; ordinò che ai bambini
delle nefande scuole, ogni giorno devastate dalle epidemie, dalla denutrizione
e dalle razzie tedesche, fossero assegnati temi in lode "del nostro amato
e provvido Presidente". Come tutti gli autocrati, si affrettò ad
organizzare una polizia efficiente, nominalmente per mantenere l’ordine,
di fatto per proteggere la sua persona e per imporre la sua disciplina:
era costituita da seicento guardie armate di bastone, e da un numero imprecisato
di spie. Pronunciò molti discorsi, di cui alcuni ci sono stati conservati,
ed il cui stile è inconfondibile: aveva adottato la tecnica oratoria
di Mussolini e di Hitler, quella della recitazione ispirata, dello pseudo-colloquio
con la folla, della creazione del consenso attraverso il plagio ed il plauso.
Forse questa sua imitazione era deliberata; forse era invece una identificazione
inconscia col modello dell’"eroe necessario" che allora dominava l’Europa
ed era stato cantato da D’Annunzio; ma è più probabile che
il suo atteggiamento scaturisse dalla sua condizione di piccolo tiranno,
impotente verso 1’alto ed onnipotente verso il basso. Chi ha trono e scettro,
chi non teme di essere contraddetto né irriso, parla così.
Eppure la sua figura fu più complessa di quanto appaia fin qui.
Rumkowski non fu soltanto un rinnegato ed un complice; in qualche misura,
oltre a farlo credere, deve essersi progressivamente convinto egli stesso
di essere un messia, un salvatore del suo popolo, il cui bene, almeno ad
intervalli, egli deve avere pure desiderato. Occorre beneficare per sentirsi
benefici, e sentirsi benefici è gratificante anche per un satrapo
corrotto. Paradossalmente, alla sua identificazione con gli oppressori
si alterna o si affianca un’identificazione con gli oppressi, poiché
l’uomo, dice Thomas Mann, è una creatura confusa; e tanto più
confusa diventa, possiamo aggiungere, quanto più è sottoposta
a tensioni: allora sfugge al nostro giudizio, così come impazzisce
una bussola al polo magnetico. Benché sia stato costantemente disprezzato
e deriso dai tedeschi, è probabile che Rumkowski pensasse a se stesso
non come a un servo ma come a un Signore. Deve aver preso sul serio la
propria autorità: quando la Gestapo si impadronì senza preavviso
dei "suoi" consiglieri, accorse con coraggio in loro aiuto, esponendosi
a beffe e schiaffi che seppe sopportare con dignità. Anche in altre
occasioni, cercò di mercanteggiare con i tedeschi, che esigevano
sempre più tela da Lódz, e da lui contingenti sempre più
alti di bocche inutili (vecchi, bambini, ammalati) da mandare alle camere
a gas di Treblinka e poi di Auschwitz. La stessa durezza con cui si precipitò
a reprimere i moti d’insubordinazione dei suoi sudditi (esistevano, a Lódz
come in altri ghetti, nuclei di temeraria resistenza politica, di radice
sionista, bundista o comunista) non proveniva tanto da servilismo verso
i tedeschi, quanto da "lesa maestà", da indignazione per l’oltraggio
inferto alla sua regale persona. Nel settembre 1944, poiché il fronte
russo si stava avvicinando, i nazisti diedero inizio alla liquidazione
del ghetto di Lódz. Decine di migliaia di uomini e donne furono
deportati ad Auschwitz, "anus mundi", luogo di drenaggio ultimo dell’universo
tedesco; esausti com’erano, furono quasi tutti soppressi immediatamente.
Rimasero nel ghetto un migliaio di uomini, a smobilitare il macchinario
delle fabbriche ed a cancellare le tracce della strage: essi furono liberati
dall’Armata Rossa poco dopo, ed a loro si debbono le notizie qui riportate.
Sul destino finale di Chaim Rumkowski esistono due versioni, come se l’ambiguità
sotto il cui segno aveva vissuto si fosse protratta ad avvolgerne la morte.
Secondo la prima versione, nel corso della liquidazione del ghetto egli
avrebbe cercato di opporsi alla deportazione di suo fratello, da cui non
voleva separarsi; un ufficiale tedesco gli avrebbe allora proposto di partire
volontariamente insieme con lui, ed egli avrebbe accettato. Un’altra versione
afferma invece che il salvataggio di Rumkowski sarebbe stato tentato da
Hans Biebow, altro personaggio ammantato di doppiezza. Questo losco industriale
tedesco era il funzionario responsabile dell’amministrazione del ghetto,
e in pari tempo ne era 1’appaltatore: il suo era dunque un incarico delicato,
perché le fabbriche tessili di Lódz lavoravano per le forze
armate. Biebow non era una belva: non gli interessava creare sofferenze
inutili né punire gli ebrei per la loro colpa di essere ebrei, bensì
guadagnare sulle forniture, nei modi leciti e negli altri. Il tormento
del ghetto lo toccava, ma solo per via indiretta; desiderava che gli operai
schiavi lavorassero, e perciò desiderava che non morissero di fame:
il suo senso morale si fermava qui. Di fatto, era il vero padrone del ghetto,
ed era legato a Rumkowski da quel rapporto committente-fornitore che spesso
sfocia in una ruvida amicizia. Biebow, piccolo sciacallo troppo cinico
per prendere sul serio la demonologia della razza, avrebbe voluto rimandare
a oltranza lo scioglimento del ghetto, che per lui era un ottimo affare,
e preservare dalla deportazione Rumkowski, della cui complicità
si fidava: dove si vede come spesso un realista sia obiettivamente migliore
di un teorico. Ma i teorici delle SS erano di parere contrario, ed erano
i più forti. Erano gründlich, radicali: via il ghetto e via
Rumkowski. Non potendo provvedere diversamente, Biebow, che aveva buone
aderenze, consegnò a Rumkowski una lettera indirizzata al comandante
del Lager di destinazione, e gli garantì che essa lo avrebbe protetto
e gli avrebbe assicurato un trattamento di favore. Rumkowski avrebbe chiesto
a Biebow, ed ottenuto, di viaggiare fino ad Auschwitz, lui e la sua famiglia,
col decoro che si addiceva al suo rango, e cioè in un vagone speciale,
agganciato in coda alla tradotta di vagoni merci stipati di deportati senza
privilegi: ma il destino degli ebrei in mano tedesca era uno solo, fossero
vili od eroi, umili o superbi. Né la lettera né il vagone
valsero a salvare dal gas Chaim Rumkowski, re dei Giudei. Una storia come
questa non è chiusa in sé. È pregna, pone più
domande di quante ne soddisfaccia, riassume in sé l’intera tematica
della zona grigia, e lascia sospesi. Grida e chiama per essere capita,
perché vi si intravede un simbolo, come nei sogni e nei segni del
cielo. Chi è Rumkowski? Non è un mostro, e neppure un uomo
comune; tuttavia molti intorno a noi sono simili a lui. I fallimenti che
hanno preceduto la sua "carriera" sono significativi: gli uomini che da
un fallimento ricavano forza morale sono pochi. Mi pare che nella sua storia
si possa riconoscere in forma esemplare la necessità quasi fisica
che dalla costrizione politica fa nascere l’area indefinita dell’ambiguità
e del compromesso. Ai piedi di ogni trono assoluto gli uomini come il nostro
si affollano per ghermire la loro porzioncina di potere: è uno spettacolo
ricorrente, ritornano alla memoria le lotte a coltello degli ultimi mesi
della seconda guerra mondiale, alla corte di Hitler e fra i ministri di
Salò; uomini grigi anche questi, ciechi prima che criminali, accaniti
a spartirsi i brandelli d’una autorità scellerata e moribonda. Il
potere è come la droga: il bisogno dell’uno e dell’altra è
ignoto a chi non li ha provati, ma dopo l’iniziazione, che (come per Rumkowski)
può essere fortuita, nasce la dipendenza e la necessità di
dosi sempre più alte; nasce anche il rifiuto della realtà
e il ritorno ai sogni infantili di onnipotenza. Se è valida l’interpretazione
di un Rumkowski intossicato dal potere, bisogna ammettere che l’intossicazione
è sopraggiunta non a causa, ma nonostante l’ambiente del ghetto;
che cioè essa è così potente da prevalere perfino
in condizioni che sembrerebbero tali da spegnere ogni volontà individuale.
Di fatto, era ben visibile in lui, come nei suoi modelli più famosi,
la sindrome del potere protratto e incontrastato: la visione distorta del
mondo, l’arroganza dogmatica, il bisogno di adulazione, l’aggrapparsi convulso
alle leve di comando, il disprezzo delle leggi. Tutto questo non esonera
Rumkowski dalla sua responsabilità. Che dall’afflizione di Lódz
un Rumkowski sia emerso, duole e brucia; se fosse sopravvissuto alla sua
tragedia, ed alla tragedia del ghetto che lui ha inquinata sovrapponendovi
la sua immagine di istrione, nessun tribunale lo avrebbe assolto, né
certo lo possiamo assolvere noi sul piano morale. Ha però delle
attenuanti: un ordine infero, qual era il nazionalsocialismo, esercita
uno spaventoso potere di corruzione, da cui è difficile guardarsi.
Degrada le sue vittime e le fa simili a sé, perché gli occorrono
complicità grandi e piccole. Per resistergli, ci vuole una ben solida
ossatura morale, e quella di cui disponeva Chaim Rumkowski, il mercante
di Lódz, insieme con tutta la sua generazione, era fragile: ma quanto
forte è la nostra, di noi europei di oggi? Come si comporterebbe
ognuno di noi se venisse spinto dalla necessità e in pari tempo
allettato dalla seduzione? La storia di Rumkowski è la storia incresciosa
e inquietante dei Kapos e dei funzionari dei Lager; dei gerarchetti che
servono un regime alle cui colpe sono volutamente ciechi; dei subordinati
che firmano tutto, perché una firma costa poco; di chi scuote il
capo ma acconsente; di chi dice "se non lo facessi io, lo farebbe un altro
peggiore di me". In questa fascia di mezze coscienze va collocato Rumkowski,
figura simbolica e compendiaria. Se in alto o in basso, è difficile
dire: lui solo lo potrebbe chiarire se potesse parlare davanti a noi, magari
mentendo, come forse sempre mentiva, anche a se stesso; ci aiuterebbe comunque
a comprenderlo, come ogni imputato aiuta il suo giudice, anche se non vuole,
anche se mente, perché la capacità dell’uomo di recitare
una parte non è illimitata. Ma tutto questo non basta a spiegare
il senso di urgenza e di minaccia che emana da questa storia. Forse il
suo significato è più vasto: in Rumkowski ci rispecchiamo
tutti, la sua ambiguità è la nostra, connaturata, di ibridi
impastati di argilla e di spirito; la sua febbre è la nostra, quella
della nostra civiltà occidentale che "scende all’inferno con trombe
e tamburi", ed i suoi orpelli miserabili sono l’immagine distorta dei nostri
simboli di prestigio sociale. La sua follia è quella dell’Uomo presuntuoso
e mortale quale lo descrive Isabella in Misura per misura, l’Uomo che,
...ammantato
d’autorità precaria,
di ciò
ignaro di cui si crede certo,
della
sua essenza, ch’è di vetro -, quale
una scimmia
arrabbiata, gioca tali
insulse buffonate
sotto il cielo
da far piangere
gli angeli.
Come Rumkowski,
anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare
la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti, volentieri
o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato,
che fuori del recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano
aspetta il treno.
(Primo Levi,
I sommersi e i salvati)