| La lunga fatica
della scuola (Ha ragione Pinocchio?)
Giorgio Manganelli |
[«Corriere della Sera», settembre 1981]
"Domani all'alba voglio andarmene
di qui, perché, se rimango qui, avverrà a me quel che avviene
a tutti gli altri ragazzi, vale a dire mi manderanno a scuola e per
amore o per forza mi toccherà a studiare; e io, a dirtela in confidenza,
di studiare non ne ho appunto voglia, e mi diverto più a correre
dietro le farfalle e a salire su per gli alberi a prendere gli uccellini
di nido".
Vi ricordate queste parole? Le dice
Pinocchio al Grillo parlante, il Pinocchio ribelle che tanto ci ha affascinato
da ragazzi e da grandi; e quelle parole le scrisse Carlo Collodi appunto
cent'anni fa. Un secolo dicono che sia cosa lenta, lunga e perigliosa:
ma è cambiato qualcosa, per quel che riguarda il rito dell'andare
a scuola? Tutti gli autunni, oggi come un secolo fa, bambini, ragazzetti,
adolescenti, giovani di baffo acerbo si mettono in fila per andare a scuola.
Qualche volta li abbiamo visti ribelli e impazienti, appunto come Pinocchio;
ma per lo più se ne stanno stranamente calmi, anche allegri, di
una irrequieta allegria.
Non v'è dubbio che la scuola
sia sempre un luogo insieme familiare e non amato, un luogo di fatica e
di ore parte noiose e parte ansiose. Si può rendere la scuola un
luogo amabile, divertente, un luogo di indimenticabili gioie dell'intelligenza
giovanile, quella intelligenza che, alacre e curiosa, comincia a vivere?
Ne dubito; vi è qualcosa di innaturale nella scuola dell'ultimo
secolo, che non mi pare emendabile: dal modo di reclutare gli insegnanti,
dalle bizzarrie degli orari, che giustappongono matematica e letteratura,
arte e chimica, costringendo l'intelligenza dell'allievo ad una disponibilità
distratta, priva di passione e di coinvolgimento drammatico. Lo stesso
insegnante, vagabondo di aula in aula, vincoIato a orari e scadenze che
non sceglie non potrà ritrovare in sé quella condizione intensamente
amorosa che sola consente di consegnare agli altri qualcosa che ci appartiene
nel profondo.
Nella scuola si amministrano senza
gioia materie di gioia; ma ciò che rende felice il matematico non
è ciò che affascina il letterato. Questa gioia offerta indiscriminatamente,
secondo rigide scadenze di orario, è una gioia sciupata e amara;
e, se non tutti a scuola impariamo ad amare qualcosa, tutti impariamo a
detestarne qualcuna.
E poi, i voti! Quel desiderio impuro
e corrotto di essere approvati, accettati, giudicati buoni; è un
vizio che ci porteremo dietro tutta la vita, e sempre o cautamente mendicheremo
o litigiosamente rifiuteremo il "voto" di qualcuno.
Dunque, la scuola è un mutile
luogo di perdizione intellettuale, e ha ragione Pinocchio che vuole, nella
sua vita, farfalle ed uccellini di nido? Che Pinocchio abbia ragione, lo
sentiamo nelle nostre viscere; ma vivere non significa avere ragione; significa
aver torto. Se la scuola delude, se la scuola copre di noia discorsi densi
di inesaurinile letizia nell'anima forse questo appunto è il suo
compito: avviare il giovinetto incauto e ruvidamente allegro alla delusione
dell'esistere. Tutti gli errori che si accumulano nella scuola formano,
quasi per caso, una grande e diffìcile esperienza, un percorso obbligato,
un labirinto nel quale si entra drammaticamente intensi come solo un fanciullo
può essere, per uscire oscuramente offesi, pronti alle ulteriori
offese degli anni a venire.
Del tempo della scuola resterà
nella nostra vita un'intensa memoria di volti senza tempo, di "compagni"
e "compagne" insieme lontanissimi e indimenticabili; e la lunga fatica
della scuola sarà tutt'uno con la lunga fatica di vivere.
da Giorgio Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere, Adelphi, Milano 2003