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Insomma, andavo male a scuola Daniel Pennac |
[Da Diario di Scuola, Feltrinelli, Milano 2008]
Insomma, andavo male a scuola
[pp. 13-6]
Il fatto è che io andavo male
a scuola e da questo lei non si è mai più ripresa. Oggi che
la la sua coscienza di donna molto anziana abbandona i lidi dal presente
per rifluire piano verso i lontani arcipelaghi della memoria, i primi scogli
che affiorano le rammentano l'ansia che la tormentò per tutta ia
mia carriera scolastica. Mi rivolge uno sguardo preoccupato e, lentamente:
"Che cosa fai nella vita?".
Il mio avvenire le parve da subito
talmente compromesso che non è mai stata davvero sicura del mio
presente. Poiché non ero destinato a un avvenire, non le parevo
equipaggiato per durare. Ero il suo figlio precario. Eppure sapeva che
ce l'avevo fatta da quando nel settembre del 1969 ero entrato nella mia
prima classe in qualità di professore. Ma nei decenni che seguirono
(cioè per tutta la durata della mia vita adulta), la sua ansia resistette
segretamente a tutte le "dimostrazioni di successo" che le portavano le
mie telefonate, le mie lettere, le mie visite, la pubblicazione dei miei
libri, gli articoli di giornale o le mie apparizioni nei programmi culturali
della tivù.
Né la stabilità della
mia vita professionale né il riconoscimento del mio lavoro letterario,
nulla di ciò che sentiva dire su di me da terzi o che poteva leggere
sui giornali era in grado di rassicurarla del tutto. Certo, si rallegrava
dei miei successi, ne parlava con gli amici, conveniva che mio padre, morto
prima di conoscerli, ne sarebbe stato felice, ma nel segreto del suo cuore
sopravviveva l'ansia suscitata dal cattivo studente degli inizi. Così
si esprimeva il suo amore di madre; quando la stuzzicavo sulle delizie
dell'ansia materna, lei rispondeva a tono con una battuta degna di Woody
Allen:
"Che vuoi farci, non tutte le ebree
sono madri, ma tutte le madri sono ebree.î
E oggi che la mia vecchia madre
ebrea non è più nel presente, c'è di nuovo quell'ansia
nei suoi occhi quando si posano sul suo ultimo nato di sessant'anni. Un'ansia
che sembra aver perduto intensità, un'angoscia fossile, ormai solo
una vecchia abitudine, ma abbastanza viva perché la mamma mi chieda,
posando una mano sulla mia al momento di salutarci:
"Ce l'hai una casa, a Parigi?".
Insomma, andavo male a scuola. Ogni
sera della mia infanzia tornavo a casa perseguitato dalla scuola. I miei
voti sul diario dicevano la riprovazione dei miei
maestri. Quando non ero l'ultimo
della classe, ero il penultimo. (Evviva!) Refrattario dapprima all'arìtmetica,
poi alla matematica, profondamente disortografico, poco incline alla memorizzazione
delle date e alla localizzazione dei luoghi geografici, inadatto all'apprendimento
delle lingue straniere, ritenuto pigro (lezioni non studiate, compiti non
fatti), portavo a casa risultati pessimi che non erano riscattati né
dalla musica, né dallo sport né peraltro da alcuna attività
parascolastica.
"Capisci? Capisci o no quello
che ti spiego?"
Non capivo. Questa inattitudine
a capire aveva radici così lontane che la famiglia aveva immaginato
una leggenda per datarne le origini: il mio apprendimento dell'alfabeto.
Ho sempre sentito dire che mi ci era voluto un anno intero per imparare
la lettera a. La lettera a, in un anno. Il deserto della
mia ignoranza cominciava al di là dell'invalicabile b.
"Niente panico, tra ventisei anni
padroneggerà perfettamente l'alfabeto."
Così ironizzava mio padre
per esorcizzare i suoi stessi timori. Molti anni dopo, mentre ripetevo
l'ultimo anno delle superiori inseguendo un diploma di maturità
che si ostinava a sfuggirmi, farà questa battuta: "Non preoccuparti,
anche per la maturità alla fine si acquisiscono degli automatismi...".
O, nel settembre del 1968, quando
ho avuto finalmente in tasca la mia laurea in lettere: "Ti ci è
voluta una rivoluzione per la laurea, dobbiamo temere una guerra mondiale
per il dottorato?".
Detto senza alcuna particolare malignità.
Era la nostra forma di complicità. Mio padre e io abbiamo optato
molto presto per il sorriso.
Ma torniamo ai miei inizi. Ultimogenito
di quattro fratelli, ero un caso a parte. I miei genitori non avevano avuto
occasione di fare pratica con i miei fratelli maggiori, la cui carriera
scolastica, seppur non eccezionalmente brillante, si era svolta senza intoppi.
Ero oggetto di stupore, e di stupore
costante poiché gli anni passavano senza apportare il benché
minimo miglioramento nel mio stato di ebetudine scolastica. "Mi cadono
le braccia", "Non posso capacitarmi" sono per me esclamazioni familiari,
associate a sguardi adulti in cui colgo un abisso di incredulità
scavato dalla mia incapacità di assimilare alcunché.
A quanto pareva, tutti capivano
più in fretta di me.
"Ma sei proprio duro di comprendonio!"
Un pomeriggio dell'anno della maturità
(uno degli anni della maturità), mentre mio padre mi spiegava trigonometria
nella stanza, che fungeva da biblioteca, il nostro cane venne quatto quatto
a mettersi sul letto dietro di noi. Appena individuato, fu seccanente mandato
via:
"Fila di là, cane, sulla
tua poltrona!".
Cinque minuti dopo, il cane era
di nuovo sul letto. Ma si era preso la briga di andare a recuperare la
vecchia coperta che proteggeva la sua poltrona e vi si era steso sopra.
Ammirazione generale, ovviamente, e giustificata: tanto di cappello a un
animale in grado di associare un divieto all'idea astratta di pulizia e
trame la conclusione che occorresse farsi la cuccia per godere della compagnia
dei padroni, con un vero e proprio ragionamento! Fu un argomento
di conversazione che in famiglia durò per anni. Personalmente, ne
trassi l'insegnamento che anche il cane di casa afferrava più in
fretta di me. Credo di avergli bisbigliato all'orecchio:
"Domani ci vai tu a scuola, leccaculo!".
II mal di grammatica
si cura con la grammatica
[pp. 97-8]
Il mal di grammatica si cura con
la grammatica, gli errori di ortografia con l'esercizio dell'ortografìa,
la paura di leggere con la lettura, quella di non capire con l'immersione
nel testo, e l'abitudine a non riflettere con il pacato sostegno di una
ragione strettamente limitata all'oggetto che ci riguarda, qui e ora, in
questa classe, durante quest'ora di lezione, fintanto che ci siamo.
Ho maturato questa convinzione dalla
mia personale esperienza scolastica. Mi hanno fatto tante volte la morale,
spessissimo hanno tentato di farmi ragionare, e in maniera benevola, poiché
fra gli insegnanti non mancano le persone gentili. Per esempio il direttore
del collegio dove ero finito dopo la mia rapina domestica. Era un ex ufficiale
di marina, rotto alla pazienza degli oceani, padre di famiglia e marito
premuroso di una moglie che si diceva fosse affetta da un male misterioso.
Un uomo molto preso dai suoi e dalla direzione di quel convitto dove i
casi come il mio non mancavano certo. Eppure quante ore ha speso a convincermi
che non ero l'idiota che sostenevo di essere, che i miei sogni di esilio
africano erano tentativi di fuga, e che bastava che mi impegnassi seriamente,
anziché lagnarmi, per far emergere le mie capacità! Pensavo
che fosse proprio buono a interessarsi a me, con tutte le preoccupazioni
che aveva, e promettevo di reagire, sì, sì, da subito. Solo
che appena mi ritrovavo nell'ora di matematica, o nello studio assistito
chino su una lezione di scienze naturali, non restava più nulla
della fiducia incrollabile che avevo tratto dal nostro colloquio. Il fatto
è che non avevamo parlato di algebra, il direttore e io, né
della fotosintesi, ma di volontà, di concentrazione, avevamo parlato
di me, di un io assolutamente in grado di fare progressi, ne era convinto,
se mi mettevo di impegno! Questo io, gonfio di improvvisa speranza, prometteva
di applicarsi, di non raccontare più storie; ahimè, dieci
minuti dopo, di fronte all'algebricità del linguaggio matematico,
quell'io si sgonfiava come un palloncino, e durante lo studio non poteva
che arrendersi dinnanzi all'inesplicabile predilezione delle piante per
l'anidride carbonica mediante la strana clorofilla. Tornavo a essere il
solito cretino che non ci avrebbe mai capito niente, per il semplice motivo
che non ci aveva mai capito niente.
Da questa disavventura tante volte
ripetuta ho tratto la convinzione di dover parlare agli studenti solo il
linguaggio della materia che insegnavo loro. Paura della grammatica? Facciamo
grammatica. Poca inclinazione per la letteratura?
Leggiamo! Poiché, per quanto
strano vi possa sembrare, o nostri allievi, voi siete impastati delle materie
che vi insegniamo. Siete la materia stessa di tutte le nostre materie.
Infelici a scuola? Forse. Scombussolati dalla vita? Alcuni, sì.
Ma ai miei occhi siete fatti di parole, tutti quanti voi, intessuti di
grammatica, tutti, pieni di discorsi, anche i più silenziosi o i
meno attrezzati di vocabolario, abitati dalle vostre rappresentazioni del
mondo, pieni di letteratura, insomma, ognuno di voi, ve lo assicuro.
Ne ha dette, di stupidaggini,
la mia generazione
[p. 112]
Ne ha dette, di stupidaggini, la mia generazione, sui rituali considerati segno di cieca sottomissione, sulla valutazione ritenuta umiliante, il dettato reazionario, il calcolo mentale degradante, la memorizzazione dei testi infantile, proclami del genere...
Nella pedagogia è come in
tutto il resto: appena smettiamo di riflettere sui casi particolari (e,
in questo ambito, tutti i casi sono particolari), per regolarci nelle nostre
azioni, ne cerchiamo l'ombra della buona dottrina, la protezione dell'autorità
competente, l'avallo del decreto, la firma in bianco ideologica. Dopodiché
ce ne stiamo saldi su certezze che nulla scuote, neppure la smentita quotidiana
della realtà. Solo trent'anni dopo, se l'intera pubblica istruzione
vira di bordo per evitare l'iceberg dei disastri accumulati, ci permettiamo
una timida virata inferiore, ma è la virata della nave stessa, ed
eccoci a seguire la rotta di una nuova dottrina, ligi a un nuovo precetto,
in nome del nostro libero arbitrio, ovviamente eterni ex studenti quali
siamo.
Reazionario, il dettato?
[p. 113]
Reazionario, il dettato? Inefficace,
in ogni caso, se praticato da una mente pigra che si limita a defalcare
punti al solo scopo di decretare un livello! Umiliante, la valutazione?
Certo, se assomiglia alla cerimonia, vista poco tempo fa alla televisione,
di un professore che restituiva i compiti ai suoi allievi, ogni copia lanciata
davanti a ciascun criminale come un verdetto annunciato, con il volto del
professore che irradiava furore e i suoi commenti che condannavano tutti
quei buoni a nulla all'ignoranza definitiva e alla disoccupazione perpetua.
Mio Dio, il silenzio pieno di odio di quella classe! La palese reciprocità
del disprezzo!
Una parte del mio mestiere consisteva
nel persuadere i miei studenti più abban donati a loro stessi che
la gentilezza più del ceffone invita alla riflessione, che la vita
in comunità ha delle regole, che il giorno e l'ora della consegna
di un compito non sono negoziabili, che un compito malfatto è da
rifare per l'indomani, che questo, che quello ma che mai e poi mai né
i miei colleghi ne io li avremmo abbandonati in mezzo al guado. Affinché
avessero una possibilità di farcela, occorreva reinsegnare loro
il concetto stesso di sforzo, restituire loro il piacere della solitudine
e del silenzio, e soprattutto il controllo del tempo, quindi della noia.
Sì, qualche volta ho consigliato loro esercizi di noia, per collocarli
nella durata. Li pregavo di non fare niente: non distrarsi, non consumare
niente, nemmeno conversazione, né tantomeno studiare, insomma non
fare niente, niente di niente.
"Oggi pomeriggio, esercizio di noia,
venti minuti a non fare niente prima di mettervi a studiare."
"Nemmeno ascoltare musica?"
"Assolutamente no!"
"Venti minuti?"
"Venti minuti. Orologio alla mano.
Dalle 17.20 alle 17.40. Tornate diritti a casa, non rivolgete la parola
a nessuno, non vi fermate in nessun bar, ignorate l'esistenza dei flipper,
non riconoscete i vostri amici, entrate in camera vostra, vi sedete sul
letto, non aprite la cartella, non vi mettete il walkman sulle orecchie,
non guardate il vostro gameboy, e aspettate venti minuti, fissando il vuoto."
"Per fare cosa?"
"Per curiosità. Concentratevi
sui minuti che passano, non perdetevene neanche uno e domani mi raccontate."
"E come farà, lei, a verifìcare
che l'abbiamo fatto?"
"Non posso."
"E dopo i venti minuti?"
"Buttatevi sui compiti come degli
affamati."
La risposta assurda
[pp. 140-1]
Quale che sia la materia insegnata,
un professore scopre ben presto che, a ogni domanda posta, lo studente
interrogato ha tre risposte possibili: quella giusta, quella sbagliata,
quella assurda [Ö]. La risposta assurda si distingue da quella sbagliata
in quanto non è frutto di alcun tentativo di ragionamento.
II buon senso pedagogico dovrebbe
rappresentarci il somaro come lo studente più normale che ci sia:
quello che giustifica pienamente la funzione di insegnante poiché
abbiamo tutto da insegnargli, a cominciare dalla necessità stessa
di imparare! E invece no. Sin dalla notte dei tempi scolastici, lo studente
ritenuto normale è quello che oppone meno resistenza all'insegnamento,
quello che si presume non dubiti del nostro sapere e non metta alla prova
la nostra competenza, uno studente che ci faciliti il compito, dotato di
una capacità di comprensione immediata, che ci risparmi la ricerca
delle vie d'accesso al suo intelletto, uno studente naturalmente fornito
di capacità di apprendimento, che cessi di essere un ragazzino turbolento
o un adolescente problematico durante la nostra ora di lezione, uno studente
convinto sin dalla culla della necessità di tenere a freno i propri
istinti e le proprie emozioni mediante l'esercizio della ragione se non
si vuole vivere in una giungla di predatori, uno studente consapevole che
la vita intellettuale è una fonte di piaceri che possiamo variare
all'infìnito, rendere sempre più raffinati, mentre la maggior
parte degli altri piaceri è condannata alla monotonia della ripetizione
o all'usura del corpo, insomma uno studente che abbia capito, che il sapere
è l'unica soluzione. Soluzione allo stato di schiavitù in
cui ci terrebbe l'ignoranza e consolazione unica alla nostra ontologica
solitudine.