| Il Parini ci ha
rotto
di Michele Corsi |
[da Retescuole, 6 novembre 2004]
Da settimane le edizioni locali e
ora anche quelle nazionali del Corriere della Sera e di Repubblica ci propinano
infinite puntate della telenovela Parini. Non è certo colpa delle
bravissime giornaliste che seguono normalmente le questioni scolastiche
della nostra metropoli e che ben conosciamo per competenza e professionalità.
Sospettiamo fortemente i loro "capi", che, non sappiamo bene per quale
ragione, immaginano che sfruttare a fondo questo caso faccia guadagnare
audience. Credo di farmi interprete di un disagio diffuso se dico: smettetela
per favore, non se ne può più.
Qualche acida considerazione si
impone.
Il Parini s'è allagato. La
cosa ovviamente è assai incresciosa. E' una scuola pubblica, per
rimetterla in piedi ci vorranno soldi pubblici, a soffrirne i disagi sono
studenti della scuola pubblica. Dunque: la mia massima solidarietà.
Dopodiché: qualcuno pensa sul serio che il Parini sia l'unica scuola
che versa in condizioni strutturali difficili? Ci sono fior di edifici
scolastici comunali, ad esempio, che cadono a pezzi. Per non parlare degli
edifici scolastici inesistenti: in vari comuni dell'hinterland in rapida
espansione non si assicura il diritto delle bambine e dei bambini a frequentare
la scuola d'infanzia. Non sono problemi seri? Perché, cari direttori,
non aprite un bel filone d'inchiesta su queste carenze? Non pensate che
potrebbero coinvolgere un più vasto pubblico di quello costretto
a subire la telenovela Parini?
Ci viene il sospetto che tutta questa
attenzione rivolta al Parini sia dovuta alla sua fama di scuola elitaria
e che dovrebbe "formare la futura classe dirigente" (da una delle tante
interviste deliranti rilasciate in questi giorni). Però non comprendiamo
la logica dei nostri quotidiani: perché suppongono che una scuola
elitaria, debba per forza interessare il vasto pubblico? Il pubblico, che
è vasto, non è una elite. I normali lettori del Corriere
e della Repubblica non si interessano al Parini in misura maggiore dell'attenzione
che amerebbero rivolgere a qualsiasi altra scuola. Al contrario, pensiamo
sia un dovere civile dei nostri media, occuparsi delle scuole di cui nessuno
si occupa. Ad esempio quelle stracolme di disagio sociale, quelle dove
lavorano colleghe e colleghi ai quali sono state tagliate le risorse minime
per far fronte a problemi così gravi che un allagamento, al confronto,
fa ridere.
Il dibattito sul grado di punizione
che meriterebbero i quattro ragazzini che hanno aperto i rubinetti ha qualcosa
di degradante e deprimente. Mi sento umiliato come insegnante nel sapere
che venti colleghi hanno spedito alla ministra una lettera in cui le chiedevano
di poter cacciare via per sempre i famigerati quattro (per farli iscrivere,
immaginiamo, in una scuola non così d'elite). Siete riusciti nell'incredibile
impresa di far apparire progressista la Moratti, che ha detto: la scuola
deve educare. Credo che la signora non sappia nemmeno cosa voglia dire
quella frase, forse l'ha letta in un fogliettino dei Baci Perugina, però
è riuscita nell'intento di sembrare umana. Cari colleghi del Parini,
immagino che tra voi ci sia anche qualcuno con la testa sulle spalle, ma
l'immagine della scuola che state dando è angosciante. Non so cosa
discutete nel collegio docenti, ma una qualche domandina sul valore pedagogico
dell'1 meno meno ve la siete fatta? Qualche brivido nella schiena quando
sentivate tutti quegli studenti e quei genitori che schiumavano tanta rabbia
e sete di vendetta da farceli sembrare i parenti stretti degli elettori
di Bush, vi è venuto? Ogni tanto, tra una versione di greco e l'altra,
vi siete chiesti: ma i nostri ragazzi sono felici?
Il nostro mondo di adulti è
di una bruttezza rivoltante, eppure quei 4 poveretti che hanno aperto i
rubinetti sembrano diventati la causa e il simbolo del degrado morale della
metropoli e della scuola pubblica. Posso dirlo? Non ci credo. Non ci credo.
Non ci credo. Spero che esista da qualche parte in questa fredda metropoli
un dirigente o un collegio docenti o una assemblea studentesca che abbia
il fegato di dire: venite da noi, noi vi accogliamo, siamo contenti di
avervi qui con noi. Se accadesse non farebbero parte delle "generazioni
di pariniani" di cui abbiamo letto nei vaneggiamenti di qualche intervistato,
però potranno consolarsi pensando che, allo stesso modo, non faranno
mai parte dell'italica "classe dirigente". Che, come sapete, fa cose ben
peggiori che aprire rubinetti.