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PremessePerché non lo fa lei 'sto tema professòModelliCiroAutogestioneAlunniLa mamma di MarylinIn purgatorioI computer non mangiano gli alunniConclusione
(da leggere con intonazione piemontese)
Cerea Profesur, ma le pare il caso di dare dei temi parej
ai suoi alunni? Ci devo confessare, cuntacc, che mi è
piaciuto proprio tanto quello che fa "Non vado a scuola
ma all'asilo". Ma, ch'am disa 'n poch, non sarà, per caso,
il suo stato d'animo di quando va a lavorare, neh?
Giggi Durante
Premesse

In queste pagine è racchiuso un intero anno scolastico. I primi appunti li ho scritti a settembre, gli ultimi pochi giorni dopo la fine delle lezioni. A dicembre, strozzato dal concorso imminente mi sono fermato.
 

Perché non lo fa lei 'sto tema professò?

E adesso come mi giustifico? Ragazzi, è una citazione di uno di quegli autori che parlano di scuola. Sì, Starnone. No, non Starnone, uno meno conosciuto. Ma che vorrà dire? Pensa se tu fossi costretto a fare le tracce che gli alunni non hanno voluto seguire. Entro in classe e qualcuno dice "professò ce l’ha riportato il compito?". No, mi sbaglio, ho sentito: "professò, non glielo abbiamo ancora riportato il compito". Ma tu guarda questi. L’ultimo tema che ho fatto parlava del prestito interbibliotecario. Due palle. Ora ne devo fare uno di cui forse non ho afferrato il senso. Certamente andrò fuori tema e prenderò il voto più basso. Provo a parlare del presente. L’asilo è fra noi. Questa scuola è un asilo. Questa classe è un asilo. Scriviamo sulla porta Asilo infantile: già detta, già sentita. Non è vero. Il tema l’hanno preso sul serio. Si spremono. Jessica dice "Sono bruttine queste tracce". Mi faccio un’altra scaletta: vado all’asilo perché sono regredito. Sono regredito perché dopo dieci anni che ne ero uscito ecco che torno a imparare qualcosa dalle origini: come si sta dall’altra parte. Ogni mattina mi travesto da bravo insegnante, prendo il mio autobus al buio ripassando la lezione, valico il confine con questo dubbio che non mi lascia mai: sono io che siedo su un piedistallo e li faccio partecipi di quello che ho conquistato o sono loro gli insegnanti? Sono un ladro. Sleale mi sono infiltrato tra loro, mi atteggio, uso del mio potere per suscitare la magia dell’insegnamento, allineo sulla lavagna bocconi di una sapienza che mi scroscia addosso come una pioggia. Sleale di una slealtà più profonda di tutti gli altri perché mi fingo, perché sono volonteroso. Perché io conosco l’inganno. 

Non sono un bravo insegnante. Non sono volenteroso. Sono così compreso del mio ruolo che dimentico quasi di accendere la luce. Fra poco non ci sarà che una classe vuota. I banchi. E sarà difficile capire se c'è qualcuno nascosto.
Non sono stato felice come scolaro. Non sono stato abbastanza felice. Cosa cerco? Adesso che siete tutti sciamati fuori io scendo dal mio piedistallo. Non sono più nessuno. Nessuno che ascolti quello che dico. Posso fare un monologo con me stesso ed è quello che sto facendo. Il tema mi sta portando lontano. Ho autonomia nello svilupparlo. Non mi manca l’originalità. La prosa è efficace e denota che sono in grado di piegare la scrittura agli scopi che mi prefiggo.
Asilo. 

Sono tutte bugie. Si scrive. Il discorso fluisce, si snoda, ubriaca di sé. Si fa una forzatura per far tornare il conto. Anche i ragazzi scrivono un tema che non c’entra nulla e poi concludono: come ho detto all’inizio (in realtà faceva parte della traccia) ecc. ecc. Non è vero che sono volenteroso. Mi annoiavo leggendo certi temi. Rileggendoli mi annoio ancora di più e non finisco più di correggerli. Non mi sono poi così preparato per la prima lezione della Commedia e ho detto delle sciocchezze. La seconda volta ho riparato ma ero in un’altra classe: tutto da rifare, non si fa lezione per sé, è un atto infinitamente ripetitivo, ogni volta si dovrebbe essere all’altezza. Qualche volta distribuisco voti con leggerezza. Prendo dalla scuola solo quello che mi serve, concedo quello che mi va di concedere.
Non è vero neppure che non sono stato uno scolaro felice. Anzi. La scuola è una continua tentazione. C’è qualcosa di irrisolto.

L’alunno "irrisolto" è sempre lì accanto a te. Eppure ripensarci oggi. Eppure raccontare. 

Sono in una classe vuota. Che faccio, spiego? Una prova. Un’improvvisazione. No, quando sei solo l’aula rimbomba e ti rimanda un effetto stordito. E poi non so nulla. In questa classe che ho scelto nel nulla che si fa in queste ore di assemblea generale perché calda e accogliente, io insegno storia. Storia egizia, cretese e poi su su la polis, Alessandro Magno, le guerre puniche. Un immenso buco nero nella memoria. E una reminiscenza che con grande difficoltà rinvio al mittente. Ma sale alla superficie, pur trapassata: io fui rimandato. Non mi chiedete come, perché. Mi sono seduto al banco di Gironi Federica, in fondo. Secchioncella? Forse è sua la penna con cui scrivo sul retro di un modulo di desiderata che la scuola fa compilare ai genitori. Desiderata non specificata, né specificabili. Anche la cartella dimenticata dal figlio. Il certificato che manca. La pagella che la figlia non ha portato a far vedere. Il senso ultimo dell’ignoranza persistente e contagiosa della figlia prediletta (l’altra, l’incompresa, la pecora nera veleggia pur sicura in qualche altro lido). Il preside risponderà con un altro modulo? L’edulcorante "vista l’ignoranza parte costitutiva dei tempi moderni, datosi che i media remano contro e la strada offre solo modelli negativi per non parlare del sabato sera, della droga e della violenza sessuale, della guerra e delle relative pulizie etniche, constatata la diligenza e l’attenzione ognora manifestate, non disgiunte da un grande senso della solidarietà, della lealtà, della tolleranza razziale, dell’amore verso il prossimo anche quando non è in difficoltà, del senso di responsabilità, da una condotta scolastica ed extra-scolastica esemplare, nondimeno..." si troverà prestampato su tale modulo? 

Sto per finire anche questa. Sto per entrare nella nebbia dalla quale non si vede se la via d’uscita porti dove.

Così è passato altro tempo e tanti altri treni hanno attraversato la galleria. Le note che trascrivo di seguito - sparse, fisiologicamente - sono tratte preferibilmente da colloqui reali o immaginari, anche solo estemporanei, avvenuti con i mezzi più svariati: posta elettronica, posta ordinaria, telefono, telepatia, falsi autorizzati a posteriori e manipolazioni anche genetiche. Cuciti insiemi tutti questi pezzi compongono un'immagine realisticamente falsa dell'esperienza di quest'anno scolastico. Alcuni non c'entrano niente. Altri c'entrano troppo. Quella che vi lascio è un'allegria - se vi rallegra - di pura sussistenza. Le date: cancellate tutte per un rigurgito di onestà intellettuale. Che valore hanno delle date quando sono tutte false? 
 

Modelli

I miei ex alunni non erano quelli che uno dei nostri definirebbe degli intellettuali ma come ho detto al mio successivo: "ce se po' raggionà". Quelli della classe E erano "tecno", sezione speciale dello scientifico che fa concorrenza agli istituti tecnici. E viceversa. Un supermercato di scienze: dalla terra alla luna. E informatica. E abbondanti errori di ortografia. E un linguaggio misto tra dialetto, play station e Simpson. Burini? Troppo facile eh. E i modelli? Jean-Philippe diceva alla madre "io non voglio diventare come voi" e la madre, paziente, gli rispondeva: "noi non ci siamo proposti come modelli". Irreale. Da una parte un bambino che abita in un attico equipaggiato, con il gatto persiano, con telefonini che squillano sulle piantane, che sfotte i genitori entrambi professori universitari di storia che gli rispondono pure che no. Figurati noi si voleva sì che il bimbo facesse buone scuole - l'anno scorso andava al Bourguignon - ma perché si sperava che fosse poi dopo un buon idraulico. Uno che mentre smonta il water e scopre il baccalà morto ti cita la palude mortifera del Dante e quando lo rimonta pensa al problema della restaurazione in quanto condicio sine qua non al ripristino dello status quo ante. Io se ci penso non so che modelli potrei proporre. Io no, ma ho più fiducia dentro un'aula che in sala professori o durante un collegio dei docenti, soprattutto quando si protrae per cinque ore perché ognuno parla col vicino, fa battutine, ridacchia. E la preside batteva sul tavolo e diceva: "faccio chiamare i vostri genitori". Giusto. A me avrebbe fatto un servizio niente male. Mia madre che mi viene a prendere a scuola in terza media perché ho scritto che un professore è un figlio di puttana. Capisci. L'ho pure scritto. E per strada mi tira per una manica e ripete "Chi ti ha insegnato il turpiloquio?". Sì, papà, no, ma non il rispetto per l'altro.
 

Ciro

Finisco una lezione di storia una decina di minuti prima. Il luogo in cui si svolgono i fatti è un primo linguistico, Roma, metà mattina. Cinque minuti prima della campanella entra il preside, si ferma e tende un orecchio che, ahimè Pierino mio, chiunque - ma non io in quel momento - avrebbe indovinato che grandine sarebbe caduta. Dico: parlano? In effetti parlano. Dice: parlano. Sbuffa, poi aggiunge: parlano. Non vedo l'espressione perché - attenuante non da poco - calati sul naso ha dei pesanti occhiali da sole. Faccio qualcos'altro che non devo fare. La cosa muore da sé e pertanto mi siedo. Ah stia pure in piedi. Mi alzo come con fare nonchalante. Troppo perché aggiunge: quando parla con me lei deve stare in piedi. L'altra volta no stavo per dirgli. Neppure un fruscio, una classe di manichini. Chi sei chi non sei che cosa insegni rubi il pane a tradimento sei pagato per fare lezione ma lezione non fai. Tutto con quel rigoroso lei. E allora si accomoda sulla sedia del compresente, strategicamente all'angolo dell'aula e fa: sentiamo la sua lezione. No, caro, traduzione simultanea: io, veramente, per oggi avrei finito. Credo che mi guarda. Credo che il suo guardarmi, se mi guarda, presuppone la domanda: ripete per favore? Ripeto, cioè - lo vedi, sto perdendo la calma, l'umiliazione adesso sarà completa - io le ho spiegato che la lezione è finita pertanto... Eccolo che prende la porta, si gira e dice (alle alunne, sono tutte femmine): Siete tutti testimoni - forse è semplicemente cieco - che il professore si rifiuta di far lezione - id est di lavorare - e lei (a me) venga poi dopo in presidenza. Esce di scena. Ti risparmierò quei tre minuti finali con le alunne che mi dicevano "poveretto" sottovoce. Ma ora mi sente. Vado in presidenza e gli suono. Perché questo intervento così fuori... Si accomodi. Spinge una sedia. Allora è un colloquio. Non ha più gli occhiali. Prende il registro, copia il mio nome e dice: lei ha un concorso, seguono vaghe minacce, dichiara che non sono motivato, parla di colleghi che sono finiti male. Non farà nulla. Quando si muove la grande macchina sopraggiunge la noia: mandare una lettera, protocollare, per conoscenza ecc. Da alunno al Machiavelli ho avuto un preside pazzo: entrò in classe e ruttò contro di noi una serie di minacce incomprensibili per delle indecenze commesse in bagno che non poteva nominare. Probabilmente il bidello aveva trovato qualche strano mozzicone. Ma all'inizio qualcuno pensò che si trattasse di indecenze di tipo sessuale (che invece ebbero luogo in una successiva gita sul lago di Como sotto gli occhi increduli di padre Silvio). Poi è venuto Saverio Orlando, epesegeta del Foscolo e di Leopardi, cui si poteva chiedere anche se usava la lacca per tirarsi su i capelli. 

Ma si era nel Novecento. 

E poi spesso tu sei identificato. Se non da tutti da una parte consistente dei tuoi alunni. Le equazioni di primo grado non si possono evitare. Ha preso il cazziatone dal preside quindi è un cazzone. Però il preside è un pazzo. Sì, il preside è pazzo ma il prof è cazzone uguale. Equazione di secondo grado: che cosa poteva fare il prof? Ha risposto da signore. Ma questo è il punto di arrivo. Il problema non è che andavo male a scuola ma come, quanto andavo male a scuola. Non ci sarà mai una spiegazione sufficientemente equilibrata che non crei inutili fratture nell'immagine che faticosamente mi sono costruito. Esiste un'equazione anche per questo tipo di situazioni. Un'operazione gelida: anche il tal famoso genio (dopo) andava male a scuola (prima). Peggio: andava male in italiano, aveva 4. Ma l'equazione si ferma qui: era un genio incompreso. Infatti. No, caro, andava male perché non si applicava, perché sbadigliava in classe, però se avesse studiato. Elena Righini, la mia compagna di banco studiava mezz'ora e aveva tutti 7. Hai visto? Studiava poi di più di quello che voleva dare a bere. No, non posso dire che fosse una secchiona. Il sabato mi diceva Stasera si va di qua si va di là ci si diverte. Infatti. 
 

Autogestione

Autogestione. Corso alternativo di grafologia con annessa autocoscienza. 

Scrivete un breve pensierino su quanto sta accadendo. Copia conforme: L'autogestione è inutile, perché non c'è bisogno di protestare per nulla. Oramai è diventata un'abitudine. 

Messaggio recepito. 

Ma come: e tutto il malessere accumulato è svanito in un'ora? Bastava fermare la macchina schiaccialunni perché non ci fossero più ragioni per protestare? La noia dell'autogestione come logica prosecuzione della noia della gestione. Abitudine contro abitudine. Non si fanno le barricate se non c'è un attacco di cavalleria. E se l'attacco c'è? 

Allora diventa originale - e istruttivo, in tutti i sensi - andare a pescare gli alunni dispersi per i corsi - ad alta frequantazione e con nuvola di fumo quello sull'abbordaggio - e imporgli - sì, a loro, per democrazia linguistica, la più difficile da gestire - una barbosa ora di latino. Dargli un motivo per protestare. Dov'eri Alessandra, abbiamo fatto la quarta declinazione? No, non lo può fare, cioè, siamo in autogestione, cioè la preside. La preside non si è espressa. E ora risolvimi questo problema. Trova un'alternativa agli Alerini Palma che pensano di avere il monopolio del sapere perché lo sanno e della sua distribuzione perché lo distribuiscono. 

Non mi sono convertito. L'autogestione la fanno loro e io non mi pentirò di non essere intervenuto. Il fallimento non produrrà una consapevolezza né per il tempo perduto, né per il futuro e venerdì saremo tutti soddisfatti che i ragazzi si siano sfogati, che abbiano esaurito le cartucce. Ci siamo tutti sciacquati di questo surrogato di scuola e domani è Natale. 
 

La squola

"la squola non insegna la contraddizione a queste alunne che vorrebbero tutto il bene o tutto il male, non suggerisce, il sistema dei Giudizi, di non giudicare. E queste alunne che fanno? Volano via come gli uccelli. Salvo poi rimanere stecchite quando poggiano i piedi sul cavo elettrico dove per sempre stenderanno panni altrui al sole". La squola forse, semplicemente, non insegna nulla. Come nella "storia" di montaliana memoria, si viaggia al buio, senza un prima e un dopo, senza orari, senza che, ed è la cosa più importante, a nessuno importi se la squola è/non è, è ancora/non è più un luogo per il quale valga la pena di passare, come studente o come insegnante. 

Ci dovrebbe sconfortare l'apprendere - pur senza poterne misurare l'attendibilità - che molti ritengono la televisione o internet più educativi dell'istituzione scolastica. Ci dovrebbe sconfortare maggiormente il fatto che si è passati da un modello dove l'educazione era quella con la E maiuscola, il buongiorno e il buonasera, quel maledetto "lei" ad un'icona più che a una persona, il buonsenso di studiare quelle tre cazzate per vivacchiare o studiare anche una pagina più avanti o indietro per poi morire alunni dalla campanella delle 2 a quella delle 8 della mattina dopo, a un modello non-modello, dove si ripetono gesti stereotipati senza la consapevolezza di far parte di qualcosa, in cui educazione o maleducazione non sono comunque sintomo di una cultura del rispetto o del non-rispetto, ma casualità e modo esteriore di rapportarsi, in cui i mille richiami alla modernità non hanno prodotto un grammo di fantasia. 

Ma a noi la squola ha insegnato la contraddizione solo per via riflessa. Ci ha dato la possibilità di conoscere la controparte e noi stessi, anche se votati a un'inevitabile sconfitta. Ma io, che vado ripetendo costantemente che il latino è importante perché, come la matematica, la fisica, aiuta a comprendere la complessità, ho dimenticato che posto aveva il latino nella mia giornata al tempo in cui, seduto dall'altra parte, facevo della complessità, della mia complessità, una bandiera? 
 

La mamma di Marilyn

"Basta piagnucolare. Basta cercare capri espiatori". Dovevo capirlo fin dall'inizio. Anch'io sono stato bocciato. Anch'io mi sono irrobustito - tant'è vero che all'esame di maturità ho preso 58: 2 punti me li hanno tolti perché hanno guardato indietro. E hanno avuto paura. E ho insegnato alle medie. Dove il buonismo dilagante promuove alunni analfabeti. E ho capito. 

All'inizio di quest'anno una mia alunna mi pregava di non darle quattro perché la madre l'avrebbe picchiata. Qualche volta dovremmo prenderli più sul serio. Ma come si fa se le sparano sempre così grosse? Le ho raccontato di come me la sono cavata quando ho portato a casa la pagella di un primo quadrimestre - l'anno che poi mi hanno bocciato. Mia madre aveva l'abitudine di versare il caffè sul giornale. Era quasi scientifico. Dopo pranzo prendeva la caffettiera e mancava il bersaglio. Ma tanto, dice, c'è il giornale. Quel giorno al posto del giornale c'era la pagella. Naturalmente alzai su una caciara che mi aveva macchiato la pagella. Allora mia madre giù a fare: ma forse si può smacchiare. Sì, e poi si corrode e ci viene il buco. Non ti dico come andò a finire. Non mi ricordo. 

L'alternativa era lo choc. Come se tu oggi andassi a casa e dicessi a tua madre: pensa che simpatico il prof di storia, mi ha dato otto. Non l'avevi mai avuto. Prof perché non me presta un otto? Sì, Marilyn e poi me lo ridai a rate. La mamma sta per abbracciarti e tu fai un passo indietro e dici: no, mamma, ho preso due ma giuro. Giuri qualcosa mentre la mamma diventa paonazza. A quel punto dici che hai preso cinque meno. Il rapporto degli alunni con i propri genitori è cambiato. Pensare di poter entrare nel merito mi provoca più di un'esitazione. Il figlio di una collega venne in cucina, approfittando della mia presenza, e disse: mamma ho preso un voto. E Paola: che voto? Un voto non tanto bello. Ma neppure bruttissimo. Però avevo studiato. Peggio. 

Le mamme con cui ho parlato sono poco rappresentative. Io stesso, nel parlare con loro, mi sentivo poco rappresentativo. Ho parlato con mamme di alunni che non conoscevo. Spesso dico a questi genitori che non è detto. Ma non ho fiducia in loro. 

Se non riesco a collocare gli alunni nel loro contesto familiare è perché io, come alunno, ho vissuto, da questo lato, congelato in un'apatia limbica, rotta solo, per caso, dalla pagella e dai tabelloni. E quello era il momento della predica. Ma non posso non affermare che la mia responsabilizzazione è avvenuta tutta al di qua del contesto familiare, a dispetto di esso, anche davanti ad un tabellone il cui contenuto riguardava solo me. Sono stato capra e una mattina mi sono svegliato in un giardino di stimoli intellettuali. Qualcuno mi ci aveva portato per mano: è vero. Ma non era nessuno che avesse un pallido volto familiare.

Ho assistito ad una discussione sul nuovo sistema, escogitato quest'anno dal ministero, di non scrivere sui tabelloni i voti degli alunni bocciati. La discussione si è spostata sull'opportunità di bocciare. I buonisti di ieri e di oggi si sono scaldati. Qualcuno ha ricordato Hegel e l'attrito del negativo, quello che ci irrobustisce aiutandoci a superare gli incubi infantili. O irrobustisce gli altri? Di fatto, con quella riga di caselle bianche, si spinge alla rimozione nei confronti dei propri compagni. Il nostro vicino di banco è stato già avvertito con una lettera e non si presenta. Si parla di lui ma è già di un'altra classe: è come se non fosse esistito. 
 

In purgatorio

Il purgatorio è quello in cui ritrovo meglio le cadenze di questa lunga e strana stagione. Ho avuto l'appendice che cercavo con tutte le forze: la partecipazione agli esami di stato. Ma neppure stavolta sono riuscito a stare dall'altra parte, e in parte perché, materialmente, non ho potuto. Gilda diceva che non ha resistito a insegnare dentro Rebibbia più di un anno. Non per paura, ma per non essere coinvolta dalle storie di persone che hanno solo le proprie storie. Dori invece è completamente immersa in quella realtà, alla festa per la consegna dei diplomi ha cantato Joan Baez e O' sole mio accompagnata dalle voci stonate e intonate degli astanti, dei quali solo il passi permetteva di distinguere la condizione. Stai attento: qui la gaffe costa molto cara. E le facce ingannano: il "ragazzino" ha ammazzato due vecchietti per portare via a momenti due biglietti da cento. Era imbottito di droga. Ventiquattro anni. E chi lo avrebbe detto? Pensa che l'ho chiamato Alan perché aveva la maglia di Shearer. Ricorda che lì dentro ciascuno è già stato giudicato e condannato, se non da una corte - alcuni provengono dal braccio giudiziario -, dalla società civile, dagli altri. Quello con la maglietta rossa è un esagitato. Quello che taglia il gelato non ci sta con la testa. E quell'altro trucido? No, quello è il professore di sistemi. Molti, da fuori, mi hanno chiesto se i candidati erano preparati. Se sono stati promossi per pietà. Se erano dei duri. Macché. Poco dotati in materie che non avrebbero mai scelto e che non si imparano a cinquant'anni senza una motivazione specifica, pratica. Ma Laura ci ha sciolto parlando del tempo senza tempo della Colombia di Cent'anni di solitudine, del decadentismo e del declino, di mafia e di psicoanalisi infilandoci dentro Rosso Malpelo perché così vogliono i ministri di uno Stato che l'ha carcerata. Anch'io sono entrato con una parte dei miei pregiudizi quando ho chiesto alle prof se doveva essere considerato un uomo o una donna. Mi hanno risposto: quando la vedrai lo capirai da solo. E così è stato. Se Claudio fosse stato libero sarebbe andato a Seattle a protestare contro la globalizzazione, a mettersi nei guai, naturalmente, e non vuole imparare l'inglese per non essere globalizzato anche lui, lì dentro dove tutto è circoscritto. Stiamo ancora parlando di quel che della poesia di Saba, che non era un relativo ma allora che cos'era?, lo stesso che ha messo in crisi la mia alunna più dotata nell'analisi del testo, che non si aveva il coraggio di dire che si trattava semplicemente di un errore - di un anacoluto, in linguaggio tecnico - messo lì per ottenere un effetto a vostro piacere. E che non è la nozione esatta che ci aiuterà a comprendere Saba, a entrare dentro la sua poesia fatta di sublimazione del diverso, che, pensa, c'è un che fuori posto. E che se ne dicono e sbagliano così tanti, nella poesia come nella prosa. 
 

I computer non mangiano gli alunni

La mia personale esperienza si limita per ora a un sito realizzato con una classe quinta in vista di una migliore presentazione della stessa all'esame di stato. Definirlo spartano è un grasso complimento e lo gradisco (gli eufemismi si sono sprecati: bravi, essenziale, asciutto ed efficace ecc), ma ti premetto che io sono un teorico della multimedialità e mi piace aggeggiare con le macchine ma da solo, per me, non avrei fatto chi sa cosa di meglio. Ma veniamo al problema didattico che credo sia la cosa che più ti interessa. Come ho scritto nella presentazione del sito volevo completare con la realizzazione di quella guida un percorso - detto area di progetto - incentrato sulla scrittura - e infatti la produzione è nelle quattro lingue curricolari. La mia ambizione era duplice: sensibilizzare all'uso dello strumento informatico - nella sua nudità per il momento e come possibile linguaggio altro, poniamo concorrenziale rispetto ad una conclusione scontata come quella che era stata prospettata dai colleghi: facciamo l'almanacco. Sì e poi ci mettiamo anche il nastrino. Obiettivi - come ci piace questa terminologia: i ragazzi hanno imparato a far funzionare delle maschere di composer già preparate. Da chi? Dal professore di italiano. Cioè da me. Due o tre se la cavavano anche benino ma quanto a porsi domande su cosa stavano facendo qui scendeva la notte. E poi solo una percentuale irrilevante in una classe di 18 elementi ha scoperto che avrebbe potuto farsi anche una pagina per conto suo. Troppo tardi: in quel mentre è suonata la campanella dell'ultimo giorno. 

Perché ti ho raccontato tutta questa storia? La settimana scorsa ho dovuto rispondere ad un tipo astioso che da Milano sosteneva che la multimedialità è il cavallo di Troia che la new economy ha introdotto nella scuola per asservire docenti e studenti. Sono stanco di usare le buone maniere. Io non insegno informatica. Ma ho l'impressione che non si può stare lì a carezzare i libri piagnucolando mentre Internet si trasforma in un grande supermercato. Aver dimenticato che la cultura dei libri, a parte i classici, è la cultura di un sistema dell'esclusione. Che i libri che noi maneggiamo in classe li scrive la crema degli insegnanti, un personale che non sa correggere un tema. O che non saprebbe farlo. Coltivare il senso critico e non avere gli strumenti per difendersi da chi, armato di macchine che tu non sai neppure accendere, il tuo senso critico te lo vuole conculcare. E te lo conculcherà. Ho reagito e ho scritto un intervento, come mio solito lungo e prolisso, dove difendo la libertà. Anche di vivere senza sapere cosa sia successo l'8 settembre se questo significasse libertà di ragionare con la propria testa e non con quella degli intellettuali che siedono in cattedra. Anche in nome di un'esperienza così irrilevante come la guida ai musei di Roma. 
 

Conclusione

Quante chiacchiere. E quante ne ho tagliate. Vi regalo questo ritratto di insegnante sciocco, privo anche del più elementare buonsenso, prigioniero di situazioni senza importanza, di simpatie spumeggianti e altrettanto allegre antipatie, senza un movente specifico e senza obiettivi chiari. 

Vi concedo che la crisi non è sempre plausibile. Che l'alibi della porta girevole non regge. Perché tutti siamo precari. E ognuno deve assumersi le sue responsabilità. Anche se molti non lo fanno. Ma non scrivono memoriali. Ma dalla crisi non potevo uscire in itinere, redento da ciò che - ontologicamente - ne costituiva la causa. E con la sensazione che ne sarei uscito comunque a mani vuote. Perché il distacco è un'altra lunga galleria piena di incognite: fuori di qui la realtà preme con la sua evidenza pratica. E nella realtà ci sono concorsi, burocrazia, un cumulo di scartoffie e di bolli, un mare di inutile noia e l'unica buona carta "al fine del mio gioco" è un tema in cui cerco di spiegare perché mai Zeno si ammala costantemente di tutte le malattie che vede intorno a sé. Un tema che oggettivamente è solo un pezzo di carta compilato con una grafia frettolosa e disordinata. 

E poi ci sono dichiarazioni di circostanza. Immancabili in questo tipo di composizione. Il topos dei saluti, la banalità del rimpianto per gli obiettivi mancati. No. Avrò mancato un obiettivo indotto, questa singolare impresa di scrivermi addosso. Nient'altro. Si insegna anche questo: nihil credula postero.

Solo un attimo di pausa e il cuore è sgombro. Forse domani si sapranno i risultati del concorso. Il futuro ne dipende pesantemente. Non so quanto importi il passato. Quello che è scritto è scritto. Grazie. Rileggo e non posso fare a meno di apportare delle correzioni. Penso ai possibili lettori. Ho scritto "Mi chiedo se copierò il tema in bella e lo farò correggere a qualcuno di voi" e mi sono risposto no, non ne ho il diritto. Questo accadeva a ottobre. L'11 giugno era domenica. Il giorno prima è finita la scuola. La prima introduzione, grondante di dolore - si parla di binari morti, di altalene che si staccano dalle corde - ha quella data. La anima il fermo proposito di non consegnare a nessuno quanto è scritto in questo tema: l'occasione è perduta. C'è la metafora del cassetto dove vanno a morire i manoscritti: qui si chiama dischetto. I tre quarti del diario sono posteriori a quella data. E in questo periodo, sostenuta dall'egotismo che attraversa tutte le riflessioni, i ritratti che vi sono contenuti, si è fatta strada la tentazione di uscire allo scoperto. Non solo per l'esibizionismo che è il naturale corollario dell'egocentrismo ma anche per sciogliermi da questo scritto su cui continuo a intervenire quasi ogni giorno. Ma la scrittura rimane irrisolta e il distacco ancora remoto. Per prendere tempo metto un link ingannevole sulla mia pagina web. Clicchi sopra e parte una mail con il soggetto prestampato: voglio leggere Non vado a scuola ma all'asilo. Con la segreta speranza che abbocchi un mio alter ego - sono troppi -, un vecchio amico dimenticato - sono troppo pochi. I fantasmi non credo che esistano: te l'ho già detto. 

Roma 16/7/2000