| Tempo
di Màssacro III
Quello che non si mangiano i quadri orari se ne va con la formazione iniziale dei docenti glosse al decreto legislativo n. 227 del 17 ottobre 2005 |
O anche: “Definizione delle norme
generali in materia di formazione degli insegnanti ai fini dell’accesso
all’insegnamento, a norma dell’articolo 5 della legge 28 marzo 2003, n.
53”. Del 2003, la n. 53, appunto. Tutto quello che c’è scritto su
‘sto decreto era ampiamente prevedibile, salvo qualche ritocco che l’ha
peggiorato in extremis, e in itinere. O migliorato, secondo i gusti, che
sono variabili come le tipologie di abilitati.
Quindi l’uomo era stato avvertito
in anticipo. E se il decreto legislativo è arrivato con un consistente
ritardo, l’uomo avvisato sta arrivando ancora più in ritardo.
Forse non tutti sanno che le leggi
non sono eterne e che anche il 50 e 50 previsto dalla 124 non è
né poteva essere eterno. Intorno al primo 50, quello spettante agli
inseriti nelle graduatorie permanenti, gli animi si sono spenti da tempo,
i ricorsi sono stati vinti, o persi, i fuochi si sono spenti. Tranne qualche
focolaio, qualche scintilla di nostalgia qua e là, nessuno da tempo
combatte battaglie pro o contro i 30 punti. Che io, personalmente, ho tenuto
nel mio montepremi per due lunghissimi e indimenticabili giorni, tanti
ne passarono tra l’esame di stato e il ricorso, vinto, cioè perso,
contro la cumulabilità del punteggio di servizio con i 30 punti
durante il biennio di specializzazione.
Più intensa si è accesa
la lotta per l’altro 50, quello che spettava ai vincitori di un brutto
concorso a cattedre che diventa di anno in anno più vecchio e laido.
Il decreto, a modo suo, mette a posto le cose, scontentando gli ordinaristi,
a cui toglie ex abrupto il 50 (ma per ora non protestano), e i sissini,
a cui non concede il 25 in cui, legittimamente o meno, speravano (e come
se protestano).
Dice metà dei posti di ruolo
spetteranno ancora allo scorrimento delle graduatorie permanenti. Metà
escono fuori da una nuova batteria di concorsi a cattedre triennali. L’articolo
è il numero uno, il comma è il numero cinque. Dice: “Ai fini
dell’accesso ai ruoli organici del personale docente delle istituzioni
scolastiche statali, ferme restando le disposizioni previste dall’articolo
399, comma 1, del Testo Unico delle disposizioni legislative bla bla di
cui al decreto legislativo 16 aprile 1994 n. 297, che riservano il 50 per
cento dei posti disponibili e vacanti ai docenti iscritti alle graduatorie
permanenti, con decreto del Ministro dell’Istruzione bla bla sono
banditi, per il restante 50 per cento dei posti, i concorsi per titoli
ed esami.
Concorsi a cui si può accedere
solo con laurea magistrale e susseguente anno di applicazione superato,
come recita il successivo comma 6, che dice: “il possesso dell’abilitazione
bla bla, attestato dall’iscrizione negli albi regionali bla bla costituisce,
unitamente alla valutazione positiva dell’anno di applicazione bla bla,
REQUISITO ESCLUSIVO PER L’AMMISSIONE AI CONCORSI”. Come che siano orchestrati
questi fantomatici concorsi a cattedre questo il testo del decreto non
lo dice. C’è da aspettarsi che le stesse prof impataccate, selezionate
tra il peggio che c’è in circolazione, invecchiate di altri dieci
anni, valuteranno candidati di belle speranze che potrebbero essere i loro
nipoti. E come allora scriveranno giudizi improntati a nessun criterio
comprensibile o chiederanno i fiumi della Francia o il luogo di nascita
del conte di Cavour. Una lotteria. Un’altra lotteria. Anzi, un’intera serie
di lotterie.
Ma c’è da credere che promuoveranno
tutti, ogni cosa a suo tempo.
Apparentemente cambia poco, quello
che non avevamo prima non lo avremo neppure dopo. E comunque si tratterebbe
di fare un altro concorso, io mi sono rotto il cazzo, scusate. E invece
lo prendiamo in quel posto, come si legge negli articoli 5 e 6, con rullo
di tamburi e abbondante scorta di vaselina.
Uno parla dell’albo regionale. Ma
qui, oltre al triste presagio del massacro quantificabile, per carità
sono da notare anche alcuni passaggi oscuri. E l’oscurità,
è opinione comune, favorisce i male intenzionati.
Nell’albo regionale, a norma dell’art.
5, sono iscritti “coloro che hanno conseguito la laurea magistrale bla
bla SULLA BASE DEL VOTO CONSEGUITO NELL’ESAME DI STATO bla bla”. Dice,
non mi pare ci siano equivoci, SULLA BASE e non, per esempio, CON TRA L’ALTRO.
Questo albo non è altro che una graduatoria. Quella per cui invece
avrebbe funzionato come un albo professionale, nel quale i presidi pescassero
a loro piacimento i nepoti, appare a questo punto una diceria. Se ne avrebbe
conferma leggendo l’articolo seguente, che definisce le modalità
di assunzione dei magistralini. In particolare: “L’Ufficio Scolastico Regionale,
tenendo conto delle ESIGENZE ESPRESSE DALLE SCUOLE, assegna tali docenti
alle scuole stesse”. Se le esigenze espresse sono i posti che si rendono
vacanti ogni anno in seguito a pensionamenti o trasferimenti, l’assegnazione
dei docenti è un altro modo per dire nomine del provveditorato.
Viceversa, se le esigenze riguardano l’avvenenza, i modi affabili, il lignaggio
del candidato. Un decreto del ministero si adopererà a chiarire
che l’abo regionale dovrà contenere un curriculum, un albero genealogico,
delle referenze, una foto. Ma per ora niente lo lascia supporre.
Più avanti: “all’anno di
applicazione si applicano (ma come cazzo scrivono, per dio) le norme vigenti
in materia di rapporto di lavoro a tempo determinato”. Cioè: i tirocinanti,
ovvero gli applicati, per loro fortuna, sono pagati bene e godono degli
stessi diritti degli altri incaricati per quanto riguarda permessi, ferie
e assenze. Et pour cause, sono degli incaricati. Sono gli incaricati, ovvero
quelli che prendono il posto di quelli di noi che alla data di entrata
in vigore del nuovo regime saranno ancora a piede libero (saranno molti,
specie se entreranno in vigore i nuovi orari di lavoro previsti dalla riforma
del secondo ciclo).
Tutti i posti o la metà dei
posti, o un’altra percentuale, o una quota scalare, su questo l’oscurità
è profondissima. Ma ho il dubbio che la verità sia anche
troppo semplice. La logica direbbe la metà, che non è poco,
anzi è una cifra. Se fossero coperti TUTTI i posti, al momento in
cui si attiva la procedura concorsuale, la metà degli applicati
sarebbe arruolata e l’altra metà sacrificata. Ma, uno, la logica
non detta le leggi, due, c’è appunto da passare un concorso a cattedre,
dove molti sono giudicati inadeguati e quindi bocciati. E quello, dopo
aver scavalcato lo sbarramento dei test di ingresso, dopo due annetti di
laurea magistrale e un esame di stato, dopo un anno di applicazione e il
parere positivo, scontato, di un comitato di valutazione, dopo altri due
anni di paziente attesa, va al concorso, trova una prof della scuola media
in pensione che gli chiede dove sta il Rubicone. Fantascienza. Quindi,
si fa prima a credere che, uno, i posti da coprire con applicati saranno
la metà, due, il concorso a cattedre sarà più che
altro un pro forma, non ci sarà nessuna prof della scuola media
in pensione a chiedere se il Rubicone sta in Emilia o in Romagna, ma uno
scritto di due ore e poi una settimana dopo due domandine e via. Mi piangerebbe
il cuore se non fosse così, lo giuro.
Però, ribadisco, questo sul
decreto non c’è scritto. Lo si deve desumere da una serie di indizi
che mi sento un po’ Sherlock stamattina. L’art. 4, comma 3, parla di ripartizione
dei posti da destinare agli embrioni (gli ammessi ai corsi di laurea magistrale).
Dice: “Il Ministro dell’Istruzione bla bla, con proprio decreto, ripartisce
tra le Università funzionanti in ciascuna regione un numero di posti
per l’accesso ai corsi di laurea magistrale pari a quello dei posti che
si prevede di coprire nelle scuole statali della stessa regione bla bla
e maggiorato del 30 per cento in relazione al fabbisogno dell’intero sistema
nazionale di istruzione”. Il cavillo si trova poche righe prima, nel comma
2. Dopo aver presentato il decreto che definisce i criteri della programmazione,
scatta la battuta “il predetto decreto del Presidente del Consiglio dei
Ministri (I Miei Coglioni) costituisce formale autorizzazione a bandire
il concorso di cui all’articolo 1, comma 5, per la copertura dei posti
dallo stesso definiti, una volta completate le procedure di abilitazione”.
E cioè, la metà dei posti: il numero degli embrioni, che
dopo due anni viene incaricato per fare pratica, corrisponde al numero
di quelli che poi risulteranno vincitori del concorso a cattedre, salvo
quel 30 per cento che si prevede non sopravviva al corso. Avranno fatto
i loro calcoli. Forse ci vuole un punto interrogativo: li avranno fatti
i loro calcoli?
Morale della favola: forse nessun presidente del consiglio (i miei coglioni) autorizzerà un contingente di vincitori di un concorso a cattedre, e forse lo farà dopo anni e anni (in modo da aver fatto crescere i capelli bianchi anche a questa sottospecie di neo-abilitati), ma intanto, la metà dei posti che normalmente ci frutta un lavoro poco meno che rispettabile, ci viene disaccantonato sotto il naso per far sentire a questi pellegrini l’ebrezza di una supplenza annuale.
Già perché qui mi è nato un dubbio atroce. Posto che anno dopo anno parta un treno di laurea magistrale, consumata la propria esperienza annuale su una cattedra, ottenuto il parere favorevole del comitato di valutazione della scuola, scontato, i nostri praticanti devono lasciare il posto a nuovi praticanti e così finisce la loro pur breve carriera di precari, salvo che massimo due o tre anni arrivi l’autorizzazione al concorso a cattedre. Il comma 4 dell’articolo 6 dice: “Compiuto l’anno di applicazione, il docente abilitato discute con il comitato per la valutazione bla bla una relazione bla bla. La discussione si conclude con la formulazione di un giudizio e l’attribuzione di un punteggio”. Non dice nient’altro. Cosa fa il docente abilitato e applicato, in attesa del concorso, si gratta?
Un pasticcio, un pasticciaccio. Un pastiche. Un grande buco nero dove tutte le manipolazioni sono possibili. La storia della triennalità dei concorsi a cattedre è vecchia come i concorsi stessi, e non è mai stata rispettata. Anche la storia della ripartizione regionale dei posti su base regionale, la programmazione, è buona giusta per la befana. Il requisito esclusivo può facilmente diventare relativo con un’interpretazione autentica che dice: esclusivo sì, ma per gli abilitati con il nuovo ordinamento. Che lo prendono in quel posto, ma vengono ricompensati con una modifica dell’albo regionale, che per magia diventa albo regionale permanente e da cui i presidi possono pescare liberamente i candidati dopo che questi hanno completato il percorso a ostacoli di cui sopra. Sono tutte ipotesi, ma mi pare che ci sia scritta una cosa del genere su una scartoffia che staziona da un po’ di tempo in commissione cultura. Stiamo attenti.
saluti, Alerino Palma