| Il 'familismo amorale'
della scuola-azienda
di Maria Mantello |
[da "MicroMega", 3 dicembre 2008]
Oltre ai tagli del decreto Gelmini
(137) e della legge 133, sulla scuola statale incombe qualcosa di ben più
pericoloso. È il disegno di legge n. 953 di Valentina Aprea: "Norme
per líautogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di
scelta educativa dellefamiglie, nonché per la riforma dello stato
giuridico dei docenti". Già nel titolo sono enucleati i punti cardine
di questo progetto che, se approvato in Parlamento, sarà la tomba
dellíintero sistema díistruzione pubblica. In nome dell'"autogoverno delle
istituzioni scolastiche" e della "libertà di scelta educativa delle
famiglie", gli Istituti statali diverranno Fondazioni, gestite da vere
e proprie lobby di familismo territoriale. Saranno queste a determinare
la progettualità pedagogico-didattica, sottraendola di fatto alla
responsabilità professionale dei docenti. Per i quali, non a caso,
si prevede "la riforma dello stato giuridico" in senso privatistico. La
scuola pubblica, allora, da luogo di formazione di cittadini liberi e responsabili,
educati a sviluppare capacità analitico-critiche, diverrà
il recinto del conservatorismo ideologico di famiglie-clan. Con buona pace
della libertà di insegnamento e d'apprendimento, presupposto e linfa
vitale di ogni serio processo di studio e ricerca in un paese democratico.
Il ddl 953, infatti, vincola pregiudizialmente il processo di formazione
e di crescita intellettuale dei ragazzi al gruppo di loro originaria appartenenza.
Ovvero ad una dimensione particolaristica da confermare e reiterare anche
a scuola. Il sano processo educativo di emancipazione culturale e sociale,
dove lo Stato è chiamato (art. 3 della Costituzione) a rimuovere
gli ostacoli (familiari compresi) perché ciascuno si autodetermini
libero di pensare e scegliere con la propria testa, sarà così
intrappolato nella obbedienza alla legge del padre.Questo è quanto
sta dietro "la libertà di scelta delle famiglie". Ed è ben
altra cosa, da quel fattivo e propositivo dialogo con i genitori, già
esistente in tutte le scuole statali, e gelosamente coltivato e incentivato
dagli insegnati. I Decreti Delegati (DPR., 31 maggio 1974, n. 416) lo tutelano.
Gli organi collegiali da essi previsti ne sono i luoghi di partecipazione
e confronto aperto a tutte le componenti della scuola. Dove, nell'interrelazione
dialogica, ciascuno è salvaguardato nel reciproco rispetto di funzioni,
compiti, competenze, responsabilità.Il ddl Aprea al contrario, azzerando
tutto questo, sembra voler trasformare la scuola nel campo di coltura del
gruppo ideologico prevalente (non è difficile indovinare quale esso
sia), allo scopo dichiarato di controllare libertà d'insegnamento
e d'apprendimento. Cosa del tutto inaccettabile, perché si impedirebbe
ai ragazzi di crescere nella più vasta appartenenza alla cittadinanza
democratica. In quella che Hannah Arendt chiamava "la realizzazione della
condizione umana della pluralità, cioè del vivere come distinto
ed unico essere tra uguali" (Vita Activa). Una condizione a cui si perviene
attraverso un'educazione aperta e laica. Quella che nella scuola statale
è realtà. È mezzo e fine. Tutto il contrario delle
scuole private, dove per altro gli insegnanti debbono essere contrattualmente
conformi alla visione del mondo dell'ente gestore. Queste scuole private,
grazie a quel pasticcio giuridico del "sistema paritario integrato", sono
assurte allo status di erogatrici di un servizio pubblico integrativo e
paritario alle statali. E tanto è bastato per giustificare i sempre
più ingenti finanziamenti pubblici ad esse erogati. Tuttavia, nonostante
leiniezioni ricostituenti, e i percorsi didattici facilitati, queste scuole
sono sempre più in forte crisi di iscrizioni. Ecco allora la soluzione.
Eliminare la concorrenza dell'Istruzione statale, a cui famiglie e studenti
continuano a dare fiducia, nonostante le ben orchestrate campagne di denigrazione
di tanti media. Così, se i tagli di risorse umane ed economiche
della ministra Gelmini servono ad anemizzare la scuola statale, sarà
la legge Aprea ?se passerà- a portare a casa Berlusconi: la libertà
dallíunica scuola libera, quella dello Stato. Annegata nello stagno dell'omologazione
di un pensiero unico, di un libro unico, di un maestro unico, di un professore
a senso unico. Finalmente, la scuola statale insaccata in tornelli e corti
metri del modello Brunetta, sarà ridotta a sistema mercatista. Dove
tutto conterà meno che la qualità. Dove tutto si acquista
e si consuma secondo le pulsioni e le mode dei gruppi prevalenti.Così
col suo ddl, l'on. Valentina Aprea -ex maestra elementare (diploma magistrale
alle scuole cattoliche di Bari), ex direttrice didattica (laurea in Pedagogia
al Magistero di Bari), oggi in forza nella squadra Berlusconi- potrebbe
a breve termine imbrigliare finalmente il fastidioso principio costituzionale:
"líarte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento" (art.
33 Costituzione), col cambiamento dello stato giuridico dei docenti: "ilconcetto
di "stato giuridico" include, tra l'altro: l'identificazione (in che cosa
consiste) e la configurazione (identica o differenziata)della funzione
docente; i contenuti e i limiti della libertà di insegnamento" (introduzione).
Sullíesercizio di questo insegnamento a libertà condizionata e ben
vigilata, il docente verrà giudicato ("la funzione docente è
rivolta prioritariamente a educare i giovaniÖ, in collaborazione con la
famiglia di ciascun allievo, e i relativi risultati educativi costituiscono
l'oggetto della specifica responsabilità professionale del docente"
- art. 12.3). L'insegnante, in sostanza, sarà "responsabile" del
suo maggiore o minore adeguamento a ideologie locali, interessi economici,
voglie educative di famiglie ("resta la sfida di riallocare le risorse
finanziarie destinate all'istruzione partendo dalla libertà di scelta
delle famiglie, secondo il principio che le risorse governative seguono
líalunno" - introduzione). Inoltre, visto che i docenti dovranno sottoporsi
per avere una progressione anche economica di carriera a continui esami
da parte di "esperti" (art. 17), è facile immaginare come ad essere
schiacciata sarà la loro dignità professionale. Forse vale
appena ricordare che i docenti delle statali hanno sostenuto difficili
concorsi ordinari, acquisito titoli ed esperienze culturali e professionali
che sarebbe ora di rispettare e valorizzare da parte dello Stato. Ovviamente
questo non potrà accadere se nella scuola lo Stato avrà abdicato
alla funzione di ente gestore, per diventare meramente erogatore di fondi.
Ovvero sussidiario. "La sussidiarietà diventa la stella polare di
questo cambiamento" proclama orgogliosamente questo ddl, che auspica Fondazioni
sostenute da "partner pubblici e privati". È interessante forse
ricordare, che ad esempio Pio XI, nell'anno del concordato fascista (1929)
affermava: "La scuolaÖ è di natura sua istituzione sussidiaria e
complementare della famiglia e della ChiesaÖ tanto da poter costituire,
insieme con la famiglia e la Chiesa un solo santuario, sacro all'educazione
cristiana" (Divini illius magisteri). Non sono dunque argomenti nuovi!
Di tanto in tanto vengono rilanciati. Tra i tanti esempi recenti, ricordo
le parole del patriarca di Venezia, Angelo Scola: "lo Stato smetta di gestire
la scuola e si limiti a governarla. Rinunci a farsi attore propositivo
diretto di progetti scolastici per lasciare questo compito alla società
civile". Ecco, adesso finalmente il miracolo potrebbe compiersi con questo
ddl 953, che si propone: "attraverso la trasformazione in fondazioni si
vuole anche favorire una maggiore libertà di educazione che poggia
sulla natura sociale dell'educazione: un'opera da svolgere entro quella
società civile e quegli enti pubblici e privati più vicini
ai cittadini, che devono essere riconosciuti a pieno titolo come espressione
dell'azione pubblica" (introduzione). Insomma "i rappresentanti delle realtà
culturali, sociali, produttive, professionali e dei servizi" (art.1.2),
potranno finalmente avere una scuola pubblica a loro funzionale, nella
quale "concorrono alla definizione e alla realizzazione degli obiettivi
educativi e formativi, attraverso percorsi articolati e flessibili" (art.1.5).
Allo Stato líonere economico di erogare sussidi economici a queste scuole-aziende.
Un bel risparmio! Come tutte le aziende che si rispettino, le nuove scuole
riformate (controriformate?) avranno un capo: il Dirigente Scolastico che
assume "la gestione unitaria dell'istituzione, ne ha la legale rappresentanza
ed è responsabile della gestione delle risorse umane, finanziarie
e strumentali e dei risultati del servizio" (art. 4). Líex Preside diverrà
così un vero e proprio datore di lavoro. L'organo di governo, al
posto del troppo democratico Consiglio d'Istituto, è il "Consiglio
di amministrazione" (artt. 5-6). Esso sarà composto da 11 membri.
Oltre al Dirigente scolastico che ne fa parte di diritto, ci saranno esponenti
di docenti, genitori, studenti; ma anche (questa è la novità)
"esperti in ambito educativo, tecnico o gestionale", nonché "l'ente
tenuto per legge alla fornitura dei locali della scuola" (come se il padrone
di casa di un affittuario dovesse poi prendere parte, di diritto, alla
gestione della famiglia di quest'ultimo). In quali rapporti numerici saranno
le diverse componenti, non è specificato. Questo Consiglio di amministrazione,
timone politico-economico, dovrà garantire efficienza e funzionalità
di persone e cose. E per questo "nomina docenti esperti e membri esterni
(appositamente retribuiti per questo, ndr.) del nucleo di valutazione"
(art. 4.e). Il giudizio di questo nucleo di valutazione, che si raccorderà
con quelli regionali e nazionali, dovrà essere il punto di riferimento
per l'annuale piano dell'offerta formativa di ciascuna scuola, dove è
garantita la "partecipazione degli studenti e dei genitori come efficace
strumento di indirizzo e di controllo" (introduzione). Esecutori di disegni
educativi giocati su ben altri tavoli, ai docenti è però
lasciato il compito di stilare alfine, il piano dell'offerta formativa
(artt. 1.5 e 7.1), che però deve essere approvato dal Consiglio
di amministrazione, insieme al programma delle attività annuali
(art. 5.1). Ah, dimenticavo, nelle scuole paritarie il tutto è fatto
direttamente dallíente gestore (art. 1.7).