| Il valore della
memoria
di Amos Luzzatto |
testo proposto e trascritto da Alessandro Paris
La memoria della memoria, questa
espressione sembrerebbe una «battuta» assurda o uno slogan
pubblicitario. E sarebbe davvero tale, se la memoria consistesse nell'apertura
di un nostro archivio segreto (individuale o collettivo, poco importa)
per riportarne alla luce informazioni preziose che la trascuratezza o,
peggio, la volontà di dimenticare, avrebbero tentato di occultare.
Ma non è necessariamente
così.
La memoria è un possente
strumento per capire e per rispondere alle sollecitazioni del presente.
La guerra nei Balcani, il Medio Oriente in fiamme, il minacciato «scontro
di civiltà» dimostrano che l'odio fra le genti e le stragi
degli innocenti non sono una pura e semplice eredità di un passato
sogno di incubi; e allora, alle nostre menti si affaccia la domanda angosciata:
ma sarà sempre così, anzi, sempre più così?
La risposta implicita che abbiamo
dato a questa domanda fino a questo momento era di concludere che la Shoah
fosse stata a tal punto mostruosa da risultare incomprensibile con i comuni
strumenti della mente umana, che fosse stata, in una parola, «follia»,
sia pure follia criminale: follia degli uomini, follia di un intero popolo,
follia di Hitler. E, come tale, almeno per coloro che credono nella razionalità
di fondo dello spirito umano, irripetibile. Tanto da giustificare l'autentico
giuramento con il quale si concludevano tutte le nostre manifestazioni:
«Mai più».
Sentiamo però che questo
modo di affrontare la memoria non è più sufficiente.
Perché la nostra premessa
non è scevra da critiche; la memoria non è, infatti, un supporto
magnetico cui attingere dati ma è una funzione attiva della nostra
mente, che sa in partenza a quale tipo di dati rivolgere la propria attenzione
e quali, invece, trascurare; che sa in partenza quali sono i problemi che
deve affrontare e, spesso, ha già formulato, se non proprio un giudizio
definitivo, almeno delle ipotesi di risposta; e cerca «nella memorie»
quei dati che possono confermare o respingere il giudizio stesso.
Possiamo dunque indicare dei cosiddetti
«valori» che sono in realtà giudizi dei quali siamo
già forniti a priori e che orientano il nostro modo di scavare in
profondità nella memoria? Certamente, sì.
- Il primo dei nostri valori si
chiama civiltà ed esso significa il procedere del consorzio umano
dalla legge del trionfo del più forte a quella del supporto per
i più deboli, dalla soppressione del rivale o di quello che si ritiene
possa soltanto chiedere alla società senza nulla dare, al principio
della solidarietà.
- Il secondo valore significa valorizzare
la varietà umana, la ricchezza delle «altre» culture,
delle altre lingue, delle altre Fedi. Esso significa la libera circolazione
delle idee, senza opporvi ostacoli, neppure economici.
- Il terzo valore, infine, indica
il dialogo, il confronto, la trattativa, come unici strumenti che possono
risolvere i contenziosi umani, proibendo, come reato, qualsiasi ricorso
alla violenza.
«Memoria» significa
allora scavare nel passato in modo selettivo, per cercarvi non tanto le
gesta degli eroi sui campi di battaglia quanto gli esempi di solidarietà
e di cooperazione; esempi forse rimasti nell'ombra ma non per questo meno
rilevanti, forse al contrario. EÇ questa infine quella Memoria che può
diventare uno strumento di fiducia nel domani. E' questa che ci accingiamo
a celebrare.