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La lettera strappata racconto di Leo P. Sarpi |
Ci sono dei momenti della vita carichi di destino. Ancora alle prese con l'elaborazione di un "lutto dell'immaginario", capita che ci si ritrovi in una situazione familiare, pienamente tua, con persone che condividono la tua scena vitale. Stasera ho risentito un mio vecchio compagno, ed è stato come se ci fossimo lasciati ieri. Stessa cosa era capitata con Fabri. Qui da Livio c'ero venuta tre anni faÇ con Andrea, e ogni tanto il suo sorriso e la sua presenza riaffioravano nella mia immaginazione, a rinnovare un dolore (un'ossimorica "dolce amarezza"). La ragione fatica a dettare il suo ordine alla realtà (un ordine con cui essa cerca di costituirla) ma lei, la vecchia zoccola di una realtà le si nega anche a pagarla milioni, le sfugge come l'acqua da un colino, e l'immaginazione stessa impone un ordine al desiderio, ma anche lei fallisce la presa: non fosse la coscienza obnubilata da tv, computer, radio e quant'altro, si stenterebbe parecchio a rieducarsi a una prospettiva respirante. Oh, non si tratta affatto di mistica. È solo come quando si cammina in un bosco da soli e ci si riprende. Improgettabile, senza calcolo. Una sorpresa. Più che quella di resistenza, la categoria della "ripresa", o ripetizione" mi pare adeguata. Essa viene quando ogni possibilità pare svanita. Dura per poco, e solo finche dura. Senza altro da offrire che unÇunità che riannodi il filo della tua vita. Ma anche lucida, come vedere una pianura da una vetta. Vedi dove dovrai tornare. Vedi da dove sei salita. Ma non mi va di spiegare niente di più. Può capitare che io voglia scrivere semplicemente per me e non per un pubblico. Questo è uno di quei momenti. Del resto a cosa servirebbe"spiegare"? Solo la poesia talvolta ha quella sufficiente intenzionalità per dire ciò che non può dirsi se non in lallazioni in sguardi, in fischiatine e spesso anche in barzellette.Troppo frammentari sono il mondo e la vita. E rapsodica la nostra anima. E il centro è come un orizzonte mobile, che si muove con te. Boh. Sarà che si annuncia settembre. La fine della stagione calda. Guccini. Il vino, e le sigarette. Fiesole, un libro e un po' di voci amiche.E una casa dell'ottocento, e un panorama che ti fa schiantare. Dunque eravamo io e lui, qualche anno fa. Poi ci capitò di riconoscerci. Venivamo chi da destra, chi da sinistra. Ognuno aveva fatto la sua esperienza. Ma avevamo deciso di aggredire la Bestia. E non più a parole, prendendo congedo dalle sole parole. Imbracciammo quella parola.Non pensavamo di uccidere, solo di riannodare il filo della Resistenza tradita. Ce ne avevano parlato i nostri padri, in ventimila parole. A noi ne bastava una: il mitra. La mia prima azione si svolse come in un sogno. In silenzio. Dovevo controllare la strada. Fabri si avvicinò al borghese, lo appellò per nome, e gli esplose due botte alla base della gamba. Un urlo lancinante squarciò lÇatrio di quel portone. "No! ". Altre due tre quattro botte. Il cuore mi batteva forte, quando salimmo in macchina, una centoventotto blu scuro. "Non è violenza, non è violenza! " mi batteva il cuore a mille. E così poi vene il mio battesimo del fuoco. Avevo la testa piena di parole, e tanta rabbia. Lo hai voluto tu! Colpì duro in mezzo al suo corpo, la botta. Divenne bianco, e mi guardò in faccia. Non credevo fosse così facile. Eppure in macchina questa volta vomitai. "Non è violenza". È resistenza. Ma quando lessi che era morto dissanguato, iniziai a dubitare. Eppure non potevo abbassare la guardia sulla falsa coscienza borghese. "Senza certezza uno non si spalanca, sta passivo, si affloscia" diceva Fabri. Quando ci presero, lui lo lasciarono per terra. Pensavo fosse morto. Dodici anni in carcere. Su di me non avevano prove. E io non avevo parlato. Non era violenza, solo resistenza. "Non c'è nulla che accomuna gli uomini di ogni tempo più che il desiderio di vera felicità". Ricordo, così parlava Fabri. In carcere avevo conosciuto Andrea e cÇeravamo fidanzati. Ma lui, Fabri, mi era rimasto dentro. Col mio intuito capivo, con la mia ragione ora non capisco più nulla. Era violenza. Dura per poco e solo finché durò. Non resistenza. Ma ripetizione. Coazione a ripetere il gioco di cui il potere ci aveva suggestionato. Ma no so che mi è successo. Stasera verso le sei, uscendo sul balcone, avevo Fiesole davanti e il sole declinante in mille colori. Ho preso la vecchia lettera che non avevo più letto da allora. Non avevo avuto il coraggio di farlo. Me la aveva data un giorno dicendo: leggila solo se succederà quella cosa. Cercai di scherzare. Gli dissi: "Ma a cosa pensi, noi vinceremo!". Non era una lettera, la sua, era quasi una poesia, con una sua foto da bimbo nella busta.
"Cara Silvia, ti scrivo questa lettera .Con la volontà che ho e che mi basta. Io e il mio baschetto a quadretti, col cappottino. Vicino alla cinquecento rossa. A mio nonno. Vedo che nulla dentro veramente cambia da allora. Solo nella foto mi ricorderai, -tutto si vive nellíignoranza e si conosce sempre dopo -,Che doveva fare freddo allora. E ti scrivo da sopra il mio letto in parte, la tua, vuoto. Scusa se qualche volta sono triste, più del necessario. Sarà che dovevo dare ragione al medico, smettere di fumare e bere. Ma cerca di ricordarmi come ero. Principiante professionale. Anche con te. Anche se ho cercato di provarci. Non permettere che io ti manchi. Continua in ciò che troverai giusto. Addio amore".
Ho preso la lettera lÇho strappata
e gettata nel vento. Vedo senza significato i segni, malgrado i significanti
dicano che, forse, Tutto sembra normale. E non mi accetto cambiare. Di
stare bene, ora. Senza nessuna resistenza. Addio Fabri.