| La cosa migliore.
Sulla discutibile utilità di leggere libri
replica a Massimiliano Manganelli, a me stesso e a David Leavitt |
| La
cosa peggiore che si possa fare a un libro è leggerlo (D. Leavitt)
una bibliografia |
Cose
migliori, cose peggiori
la replica di Massimiliano Manganelli |
Il titolo con cui ho presentato la bibliografia
di cui sopra, “La cosa peggiore che si possa fare a un libro è leggerlo”,
è molto snob. Ammetto. Ammetto che non si tratta di una massima
geniale di Leavitt, che va giustamente famoso per qualcos’altro. Mi pare
sia una citazione messa in bocca a un personaggio nel romanzo “Martin Bauman”
che è un coacervo di stupidaggini messe in bocca a personaggi di
vario genere. La cosa migliore che si possa fare di un libro è leggerlo.
Continuo a dubitarne. Ma lo concedo: intanto uno che legge un libro al
limite è semi-analfabeta.
Quella bibliografia non è, comunque, la
lista dei libri da leggere. I libri di cui non si poteva fare a meno. Quanti
sono i libri che non si può fare a meno di leggere? Quelli che abbiamo
divorato giorno e notte? Pochi. Certamente non una lista così lunga.
Tanto meno si tratta della lista nera dei libri da evitare. L’indice dei
libri proibiti lo lascio volentieri ai preti.
Si tratta solo, brutalmente, di una lista, il
cui comune denominatore è dato dalla lettera L nel mio database-catalogo.
Che sta per letto. Per cui Salgari non ci poteva stare perché c’è,
ma non ha la L. Ci poteva stare “Memoriale” di Volponi. Ma, appunto, tutti
i libri elencati sono L, ma non tutti gli L sono elencati. Il caso ha fatto
quasi tutto il lavoro. Ha guidato il digito a fare tac tac tac taglia taglia
tralascia. Con i tempi che corrono è sempre questione di minuti.
Anche leggere. Anche questa lettera, la scrivo un po’ ogni giorno.
Mi è ancora difficile, nonostante l’esperienza,
rinunciare a finire un libro. Anche se molti libri che non valeva la pena
vanno a ingigantire la listona degli L. Alcuni libri li tengo in mano per
giorni in preda a un dubbio angoscioso. Ne varrebbe la pena, ma che fatica
proseguire nella lettura di Ultima fermata a Brooklyn, scritto in questo
modo ormai sorpassato, la mimesi di un linguaggio mentale che non esiste
più.
Gli L sono in gran parte un elenco di libri inutili,
libri probabilmente digeriti. Una zavorra che non può essere eliminata.
Bensì nascosta. Anche se, vedo, sono molti quelli che vantano le
loro cattive letture.
Il problema della lettura si basa su un grande
malinteso, secondo me. Ci sono quelli che non leggono mai un libro, e sono
molti, si dice. Ma ci sono anche quelli che leggono troppo. Sono, in genere,
consumatori di libri. Grandi buontemponi onnivori. I primi dichiarano con
soddisfazione la loro scarsa attitudine alla lettura e senza troppi cavilli
ammettono la loro ignoranza. Hanno ragione: il loro pensiero, cristallino,
non rischia di subire interferenze da parte di un’idea, di un barlume di
senso critico. Condividono la politica scolastica della signora Brichetto
Arnaboldi perché vedono gli spot in televisione, probabilmente.
Ma questo succede perché non hanno cultura. Leggere libri, averne
letti, non è altro che un volgare incidente.
Proprio perché abbiamo sotto gli occhi
il triste spettacolo intellettuale dei molti tra i molti che non leggono,
come insegnanti ci sentiamo obbligati a sparare in vena ai nostri alunni
la passione per la lettura. Non l’abitudine. Non l’acquisizione della capacità
di leggere in modo consapevole. Macché: leggere per il puro piacere.
Sotto lo stimolo delle belle, e ovviamente buone, letture.
Così, presi dal furore di plasmare le menti,
somministriamo loro quello che piace a noi. Quello che abbiamo letto alla
loro età e che ci ha segnato. Quello che abbiamo letto la settimana
scorsa, ma ci ha ugualmente segnato. Sperando anche loro ne rimangano segnati
e comincino a divorare libri. A sentire delle emozioni leggendo dei libri.
I libri che ci sembrano buoni e anche divertenti. I libri che riteniamo
universali. E quindi possono essere letti da tutta la classe. Pensa al
Piccolo principe. Pensa alle situazioni drammatiche, al limite del grottesco,
che possono scaturire da un tale zelo nell’imporre le proprie false
emozioni come vere, sotto forma di invito alla lettura, con il logico
contrappasso di non invitare, o di invitare a qualcosa che lettura non
è.
Si parla tanto di questo nostro popolo italico
che non legge. Se ne parla troppo. Si parla troppo poco del fatto che il
popolo italiano va a scuola per imparare a leggere e scrivere. Che schiaccia
dentro un’aula otto, dieci o quindici anni per imparare a leggere non solo
sillabe in fila ma anche la pagina di un libro tutta fitta di caratteri,
una pagina di giornale, un foglio elettronico o cose simili. Non bersela,
per di più. E quindi esercitare capacità di comprensione
critica. Manipolazione, perché no?
Mi dispiace, come insegnante non mi sento investito
dal compito di accendere la passione per la lettura. Qui dichiaro pubblicamente
la mia incompetenza. La lettura, per me, non è una passione. Un’attitudine
malsana, un’infinita coazione a ripetere. Operazione, comunque, fredda
e meccanica. E’ da poco che il mio database ha smaltito il grumo dei titoli
contrassegnati con un numero 2, originariamente D: da leggere. The Wall,
il muro dell’ossessione dei libri da leggere domani e dopodomani, acquisiti
ieri o l’altroieri, ingressati con ansia, collocati ai margini della fila.
Ora non sento più quella dolorosa invidia per tutti gli uomini liberi
che salgono lo sgabello per vedere se c’è qualcosa di buono. O scrutano
bancarelle. E poi, se vogliono, non leggono.
Ogni lettore è, a modo suo, un malato.
Uno che vuole raccontare i libri che ha letto. Spiegare, scambiare opinioni
con altri lettori. Ma, appunto, il morbo si diffonde in maniera per lo
più imprevedibile. E’ vero, è l’input che conta molte volte.
Ma l’input ha bisogno di una massa gelatinosa per non restituire una sorda
pernacchia. E noi, anche tu, arriviamo tardi all’appuntamento con i nostri
alunni. Seppure, tra tanti riottosi, c’è sempre qualcuno che ha
il morbo in incubazione.
Perché ho cominciato a leggere? Perché
vivevo in una casa piena di libri, tra persone che leggevano. Tanto che
fino alla terza media compiuta non mi ha sfiorato la tentazione di leggerne
manco uno. Neppure per riempire una mezza giornata di ozio, che a quell’età
non è raro. La situazione si è sbloccata l’anno successivo,
quando nell’armadio della classe sono arrivati una cinquantina di titoli,
narrativa soprattutto, misteriosa spartizione della biblioteca di scuola.
Così ho letto Delitto e castigo, in una settimana, settanta-ottanta
pagine al giorno. Poi ho attaccato Voltaire. Poi mi ricordo di aver letto
racconti di Buzzati, un paio di romanzi di Piero Chiara, tra cui i Giovedì,
o forse i Venerdì della signora Giulia. E poco dopo Hemingway, il
primo autore lasciato a metà.
Il prof Pucci segnava su un quadernetto i prestiti
con un’aria asciutta e burocratica, e non piuttosto con la velleità
di un invito alla lettura. Non possedeva la qualità, e questo è
un fatto. Ma è un fatto curioso che l’abitudine a leggere io l’abbia
acquisita a scuola. Ed è ancora più curioso, ricordo, il
fastidio che provavo quando la prof del liceo mi commissionava la lettura
degli indifferenti (già letti), Anna degli elefanti di Marino Moretti
(perché poi?) o Il doge di Palazzeschi (oggi forse introvabile benché
illeggibile. E a proposito: dove è finito?). Leggere il trionfo
della morte mi ha vaccinato al momento giusto dall’osceno dannunzianesimo.
Ma, lo vedi, l’intento era evidentemente opposto.
Comunque la lettura non era la mia occupazione
preferita. Comunque non vedo come, in che modo, un giovane possa appassionarsi
alla lettura quando ha diecimila altre cose più interessanti da
fare, oggi, stasera, domani. Comunque non vedo perché noi insegnanti
dovremmo metterci in gioco fino a questo punto quando basterebbe stare
nei nostri obiettivi naturali: trasmettere un po’ di cultura. Riuscire
a comunicare perché è fondamentale avere una cultura. Obbligarli
a leggere alcuni libri che non compromettano la loro integrità,
che non ne facciano dei depressi.