| Emozioni digitali, due racconti |
Invio
di Leo P. Sarpi
Alcuni mesi prima uscendo con Jusj,
Leonardo Sarpi le aveva prestato il cellulare, per chiamare Paola Lo Iodice.
Ma l’amica di lei non aveva risposto. Forse Jusj non sapeva, nel restituirgli
l’apparecchio, di aver lasciato l’impronta del numero. E per lui fu facile
memorizzarlo, con quel nome, Paola. Lui l’aveva vista un paio di volte,
erano usciti, e l’aveva subito colpito. Avevano scambiato solo poche parole,
ma i loro occhi si erano incrociati in quel modo che annuncia sempre una
curiosità vicendevole. In ogni modo, sapendo di possedere quel numero,
non è che fosse chiaro a Leonardo precisamente cosa n’avrebbe fatto.
Chiamarla era escluso: per dirle
cosa? E poi sapeva: un giorno al telefono, per caso, Jusj gli aveva detto
che stava con uno. Per la verità, all’inizio egli aveva sperato
che, in qualche modo, attraverso la sua amica, avrebbe potuto incontrarla
di nuovo. Ma anche in quel caso, si era detto, non avrebbe fatto nessun
passo. Del resto non aveva manifestato l’intenzione di rivederla apposta,
anche se è vero, non aveva negato a Jusj che, insomma, la ragazza
lo aveva interessato, diciamo. Sapeva bene la dinamica, e come andavano
con lui queste faccende. Era un tipo affascinante, il nostro Leonardo,
ma certo non un uomo che, seduto al tavolino di un Bar, ricevesse sguardi
di approvazione dalle passanti. Quindi figuriamoci, se adesso, dopo quattro
o cinque mesi dal loro ultimo incontro, pensasse seriamente di utilizzare
quel numero in una maniera temeraria, chiamandola, invitandola ad uscire,
e cose del genere. Comunque il fatto di avere in memoria il cellulare era
sempre un passo in più: in qualche modo ora possedeva la chiave
di un contatto, sia pure teoricamente, molto teoricamente?
Leonardo attraversava momenti di
altalenante umore, la vita non doveva apparirgli molto facile. Aveva
quasi trent’anni, e aveva perso molto tempo dietro i suoi progetti adolescenziali
prima di svegliarsi, una mattina, con la chiara consapevolezza di essere
quasi sull’orlo del baratro. Diverse mattine, sempre più spesso
ultimamente. E non aveva detto a nessuno che Paola gli ricordava, in modo
inaspettato, Ilaria. E qui sorvoliamo tranquillamente su cosa aveva significato
quella donna nella sua vita. Stendiamo un velo di plastica su cosa avesse
voluto dire amare in un modo totale chi alla fine non aveva genialmente
saputo dire altro che: “Certo io sto meno male di te, adesso”. Grazie.
Cazzo!
Quella sera prese il cellulare,
e girò casualmente i nominativi. Quasi macchinalmente iniziò
a cancellare quelli che non gli interessavano, tracce lasciate da sporadici
appuntamenti per gli scout, l’università, il partito, la Legambiente,
il cineforum. Ne fece fuori una quindicina.
Poi si trovò davanti quel
nome. E altrettanto macchinalmente si ritrovò a digitare i tasti
fino a formare qualcosa come un messaggio da Baci Perugina. No, non schiacciò
casualmente il pulsante INVIO. Ma certo, confidando nell’anonimato, non
fu più di un brivido quello che sentì spedendole quelle parole.
“Il fiore più bello è
quello che non coglierai. Un ammiratore”.
Poi, con un sorriso tipo Marlon
Brando in Fronte del Porto, cancellò il nome dalla memoria elettronica.
E non ci pensò più. Aveva in qualche modo rotto anche quel
ponte, e proprio perché non sperava più in nessun tipo di
contatto, nella certezza che non avrebbe avuto risposta, ripose la macchinetta
nel soprabito e si avviò verso la porta. La città di sera
era nel fermento delle festività pasquali, e i Pub formicolavano
di aitanti palestrati accompagnati da aitanti fighette sorridenti, ma assolutamente
monotone, ai suoi occhi. Il solito: una bionda media col vecchio Riccardo,
qualche battuta sulla tesi, e poi nanna. Il giorno dopo lo attendeva un
megapasquettone con i parenti, e la prospettiva non gli sarebbe dispiaciuta
poi tanto. La campagna di Suso, con l’odore dell’incipiente primavera,
lo aveva indotto, altre volte, a meditare seriamente una fuga nell’atmosfera
agreste del contado, lontano dal chiacchiericcio monocorde della palude.
Una monotona dozzina di giorni.
Leonardo era sdraiato sul divano di Gianni. Parlavano di tante cose, e
ovviamente non si aspettava che all’improvviso il cellulare annunciasse
un messaggio in arrivo con il bip da computer anni ottanta. Gli arrivarono
quelle stesse parole.
Continuando a parlare, digitò:
“Contact”, aspettando gli eventi.
“E adesso, cosa si coglierà?”.
Allora gli parve di capire. Jusj
e Paola dovevano essere in vena di scherzi quella sera. “Bisogna vedere,
come? Bonne nuit”.
“La gran paracula di una Jusj!”.
La sua risposta conteneva un chiaro riferimento alla tesi di Jusj -“il
vedere-come in Wittgenstein”-, perciò, da gran furbo, il giovane-vecchio
studente di provincia aveva, nella sua intenzione, dato un chiaro segnale
di aver compreso l’atmosfera goliardica dell’INVIO. Spostando macchinalmente
l’attenzione semialcolizzata dal Made in Japan dei Deep Purple che aleggiava
frusciando nell’aria tersa di fumo, Gianni disse.
“Chi è?”.
“Niente, sono due mie amiche
che si divertono”.
“Bone?”
“Solo amiche, tranquillo!”.
“Ah! Pensavo?, Sarpi con i suoi
movimenti”.
“Ma quali movimenti, stronzo”.
Leonardo attese ulteriori segni
di vita dall’apparecchietto.
Dall’altra parte, il discorso doveva
essere glissato, pensò Leonardo, su qualche altro argomento, e le
due amiche, dopo qualche risata, stavano già adocchiando gli aitantipalestrati
etc?
“Dunque ora lei sa chi sono, forse
le va di rivedermi”.
E altri pensieri. Forse anche a
lui andava di rivederla. Ma formalmente, doveva stare al gioco. Io so che
tu sai che io so. Anche se, entrambi fingiamo di non sapere etc. Quindi
formalmente lui era un anonimo ammiratore. E basta. “E se si fosse lasciata
con il tipo, e, sapendo chi sono, magari fosse incuriosita?”
Fu quest’ultimo pensiero che lo
indusse a scrivere sulla tastiera, il giorno dopo, sfacciatamente:
“Se sai chi sono e vuoi uscire,
puoi telefonarmi. Scusa!” Stava per premere il tasto INVIO, ma pensò
anche che era carino firmarsi. Perciò in codice Morse scrisse il
suo nome.
“ .-.././---/-./.-/.-./-../--- ”
Dopo poche ore, apparve sul display
la risposta.
“Purtroppo non conosco l’alfabeto
Morse. Sarebbe utile una traduzione, e simpatica una presentazione, non
esco con chi non conosco”.
“Allora il giuoco continua!” Non
gli sfiorò minimamente il cervello che lei davvero ignorasse chi
fosse l’ignoto latore di messaggi in codice. Ma non n’era del tutto convinto.
Comunque si affrettò a fornire la traduzione:
“La prima è un L, la seconda
una E, la penultima una D; l’ultima un’O, e la quarta una R. Hai Kapito?
Di te so che sei dei Pesci, e a me piace Andrea De Carlo”.
Sì, insomma aveva letto un
paio di romanzi, d’estate, ma non è che il giovin scrittore fosse
proprio il suo massimo. Comunque? non era il caso di star lì a definire
parametri estetici.
Congedando quest’ultimo messaggio
dovette scoprirsi un po’ agitato. I segnali stavano prendendo sempre più
una consistenza inaspettata, e quest’ultimo INVIO lo aveva, ai suoi occhi,
definitivamente smascherato. Se prima lei poteva fingere di non sapere
chi fosse, ora anche l’ultima parvenza di finzione era cancellata. Gli
pareva.
Quel giovedì continuò
comunque nella scialba routine del lavoro di tesi, interrotto da qualche
telefonata di qualche ragazzo del Clan che gli chiedeva informazioni sull’uscita
e accompagnato dal diuturno ascolto di UP dei REM, molte sigarette, solite
urla con il padre, il fratello etc.
Venerdì sera, riunione con
i capi scout. Si parla della guerra in Serbia, si annunciano le attività
di sostegno all’azione umanitaria.
Umanitaria un paio di palle: prima
i kazzo di Amerikani bombardano poi mandano gli europei a raccogliere i
morti. La tensione di una riunione di Co. Ca. (traduciamo dallo scoutese,
per non indurre il lettore non iniziato a devianti interpretazioni: Comunità
Capi) è difficilmente descrivibile da chi non l’abbia vissuta. Sorvoliamo
anche sul fatto che lì era anche presente Floriana, con cui Leonardo
non sapeva esattamente come stessero le cose. Sì insomma, lei aveva
dato dei segni di interessamento, anche troppo forse, nei suoi confronti,
ma a lui quella ragazza l’aveva un po’ spaventato. E poi non aveva
voglia, o forza mentale di indagare veramente quale rapporto potesse sortirne.
Fatto sta che lei quella sera gli aveva detto che non sarebbe venuta all’uscita
di sabato, Leonardo, non si sa bene per quale motivo, si incazzò
moltissimo: si sarebbe dovuto sorbire da solo un Challenge Agesci
con 80 sedicenni infoiatissimi e interessati solo ad inguattarsi vicendevolmente
nelle tende per adempiere i doveri del loro status tardoadolescenziale,
dovendo per di più convivere con 15 capi del tutto sconosciuti,
e discettare di metodi pedagogici e altre quisquilie. Ma comunque. No,
comunque un corno! L’incazzatura con la quale uscì, congedandosi
anzitempo con un ghigno sforzato, inquadrato dal puntatore laser dello
sguardo di di Floriana, dal Pub ove, post-riunione, i capi scout si riunivano
per il momento ‘di convivialità’, lo dissuase dal chiedersi
a chi corrispondesse il numero telefonico apparso sul display sotto il
titolo: chiamata persa.
Il giorno dopo, per curiosità,
fece il 1412 e risultò che il numero corrispondeva ad uno studio
di tal avvocato Marrazzi, via Pontinia angolo via Germania. Un fulmine
attraversò la mente di Leonardo: si ricordò della prima volta
che aveva visto Paola Lo Iodice, nel parcheggio sotto la di lei casa, e
realizzò trattarsi proprio di quella via.
“Allora fai sul serio!” pensava,
avviandosi con la sua golf blu nella direzione ‘ignota’. Passò sotto
casa sua.
“Sì è proprio qui.
Ok, bimba. E adesso?”. Arrivò sul parcheggio di fronte alla Curia
Vescovile, girò e transitò di nuovo nella direzione dello
studio-Marazzi-casa-di-Paola, con apparente sguardo concentrato sulla strada,
sorriso tipo chow boy Marlboro, e braccio sinistro rigorosamente appoggiato
sul finestrino della voiture. Tornando a casa passò al supermercato
dove acquistò una scatola da dodici barrette Kinder, e due flaconi
di Alcol denaturato (questi servivano, tranquilli, per le spiritiere degli
scout, mentre le prime erano il
giusto controbilanciamento della
sua ansia crescente).
“Cazzo!, se mi chiede di uscire
io nemmeno posso, stasera! Sfiga enorme, come sempre!”.Dopo cinque minuti
che era tornato a casa, arriva uno squillo sul Tim. Questa volta, dall’altro
capo abbassarono dopo aver sentito il suo “pronto!”. 1412: Studio proc.
Leg. Giuliani, via Pontinia, etc.
“Ueh, ma allora mi hai visto?”.
Leonardo, dopo mezzo secondo, digitò:
“Ciao@”.
E dopo un altro mezzo secondo giunse
dalle profondità diafane dell’etere la Risposta: “Solo questo mi
dici? Non ci sono altre indicazioni? Hai letto anche le tecniche di De
Carlo”.
“Cosa rispondo, cosa rispondo?.
E se mi chiede di uscire? Stasera non posso: Sfiga enorme” si ripeté.
Doveva cercare un frase che non sospendesse il filo magico che si era innescato,
e non smorzasse l’attesa da parte dell’altra, perciò non trovò
di meglio da scrivere:
“No, ma le leggerò. Guido
Laremi”.
La fottutissima uscita scout riuscì
appena a scansare l’attenzione di Leonardo dalla risposta che seguì
al suo ultimo INVIO:
“Troppa confusione in questi Msg.;
Guido Laremi, Leonardo? Chi sei? La curiosità è una brutta
malattia”.
Dunque lei non sapeva, dunque lui
doveva sembrargli una specie di maniaco, che approfitta del nascondimento
per minare la privacy di leggiadre fanciulle, e far nascere non certo benevole
e tranquillizzanti curiosità! Oppure, lei aveva capito, e non gradiva
il ritorno al nascondimento, e così facendo schermava magari un
reale interesse verso quel personaggio conosciuto quasi un anno prima.
Ma no: tutto sembrava concorrere verso l’ipotesi più terribilmente
ovvia. Lei non aveva davvero compreso la sua identità, e non era
bastato neppure il suo nome, tradotto dal Morse. Quindi, Paola non era
stata, dopotutto, colpita da Leonardo, come, forse inavvertitamente, molto
tempo prima, Jusj aveva dato cenni di rivelare; colpita a tal punto che
il suo solo nome e pochi altri cenni le ravvivassero un’emozione. Era giunto
il tempo di smascherarsi completamente dunque, anche a rischio,
sì decisamente a rischio.
Il lunedì seguente Leonardo mandò il messaggio definitivo:
“La curiosità è il
pane quotidiano di noi filosofi scout di provincia. Leo. S., ciao P.”.
Passarono tre giorni prima di avere
visualizzate le parole:
“E adesso che so chi sei, cosa ti
aspetteresti che facessi? Il manuale delle giovani Marmotte cosa prevede?
Perché, da quest’estate, solo adesso”.
La sua coscienza di capo scout fu
un attimino irritata di fronte a quel messaggio, dovendogli sembrare leggermente
sfottente.
“Giovani Marmotte, un corno!
Io non sono uno che ama i trucchetti”. Pensò.
“Solo adesso”: gli parve un
segno di sfida e insieme suonò alle sue orecchie come un richiamo
ad eventuali suoi doveri di ragazzo-che-doveva-provarci-prima, quasi che
avesse perduto un treno al momento giusto e che ora fosse troppo tardi
ormai.
“Il manuale delle G.M. insegna
solo a seguire le piste. Ma i tempi giusti non li dice. Come va?”
In quel “come va” c’era l’invito
a svincolarsi dal meccanismo un po’ nevrastenico e giocoforza difensivo
del botta e risposta secco, il tentativo cioè di proporre una tregua
in questa schermaglia verbale addivenendo a più calorosi e tranquillizzanti
scambi. Ma c’era anche, non dissimulato, il desiderio di farsi più
vicino, complice, presentandosi realmente con i toni giusti. Aveva grande
stile per queste cose, se voleva, Leonardo. Ed era l’unica sua arma. Un’arma
a doppio taglio tuttavia, che quasi sempre aveva tagliato lui solo, giacché
purtroppo, aveva dato la stura ad un atteggiamento solo più di ‘amicizia’,
e cose del genere. E infatti.
A quel messaggio non ci fu risposta.
Dopo tre giorni il nostro si decise a formulare finalmente in termini inequivoci
la fatidica richiesta di chiarimento (ormai totalmente inequivoci;
lei sapeva bene chi era, forse, anzi sicuramente n’aveva già parlato
con Jusj, e forse anzi sicuramente lei le aveva dato i giusti e adeguati
consigli del caso, maledizione! E sorvoliamo sullo sputtanamento che ne
sarebbe sortito con Jusj.)
“Un grande freddo? Potrei
aspettarti, o l’estate è troppo lontana ormai?”.
A queste parole seguì una
salva di messaggi a paletto, che confermarono il nostro nella terribile
ipotesi:
“Detto così non è
il massimo. Il mio cuore è già abitato (tu forse già
lo sapevi), ma so essere di buona compagnia”
E, subito dopo, “Non vorrei perdere
una persona preziosa prima ancora di averla avuta. Ma la scelta è
tua mi dispiace”.
Seguì un terzo, ultimo e
apparentemente più enigmatico messaggio: “Aspetto con ansia tue
nuove, e magari una telefonata. L’estate è alle porte. Non essere
un Guido Laremi. Ti aspetto. Ciao! Paola”. La prima reazione di Leonardo
fu quella di spedire un “passo e chiudo, e scusa di tutto. E io non amo
i trucchi, e l’amicizia tra noi lo sarebbe, ciao Leo!”. E in questo pensò:
cazzo sei davvero un bastardo, ma fai bene! Tutto ciò doveva sembrargli
molto leggendario. Digitò quel messaggio, ma nel momento in cui
stava gettandolo per sempre tra lui e la Virtuale, il cellulare si spense.
Check Battery!!! Nel tempo di ricaricamento ebbe la fortuna di calmarsi.
Sorrise. Tutta quella vicenda gli piaceva, in fondo.
“Dovremo scriverla questa
storia: Ti chiamo io, con più calma. Ciao abitatrice. Simpaticamente
Leonardo Laremi”.
Accendendosi una Marlboro si sorprese
a guardare il cielo di ghisa con curiosità e altri buoni sentimenti.
Poi schiacciò il tasto INVIO.
Pronto? racconto sulla solitudine
di Alerino Palma
Il destinatario non è - mentalmente,
fisicamente - in casa. Ma a giro. Lasciate - se volete - un messaggio ecc.
Egli - io - noi - tutti - è di quelli che hanno sempre un nastro
da incidere. La memoria è importante. Buona memoria. Se si può.
Presumo: dal momento che ne ho a palate, in forme molteplici. Sono io la
memoria. Una specie di memoria.
Sto rincasando, intanto, e il nastro
gira.
"Compiemmo quel rito inevitabile
- credo - e abusato, corremmo coraggiosi e scalzi". Esco: dal nastro. Il
telefono squillava. Mi sembrava. Mi sembra: "Pronto?" "Pronto". Meglio
incolonnare:
- Pronto?
- Pronto?
- Pronto?
- Pronto?
- Pronto?
- Pronto?
- Pronto?
- Pronto?
Riattacco. Chiamasi il mio contributo al tema dell'incomunicabilità. Dal momento che tutti hanno qualcosa da dire su questo tema. Anch'io. E ora aggancio la segreteria. E aspetto che qualcuno cada nella rete. Passano sette ore e mezzo. Non importa: casca Luca:
Segreteria (dislettica): Pvonto?
Luca: Pronto?
Segreteria: Pvonto?
Luca: Pronto?
Segreteria: Pvonto?
Luca: Pronto?
Segreteria: E invece non sono in
cascia. Se volete lassiare un messagio fatelo dopo il pip
Luca: Ma che scemi imbe
Segreteria: Pip
Luca: cilli clic
Segreteria: Clic
Insomma esco. Non voglio diventare - far diventare - imbepipcilliclic. O peggio. E mi serve un quintale di mozzarella. Ma le mie avventure per la strada non hanno rilevanza alcuna in questa esposizione - trascrizione - dei fatti. Quindi salto. E riaggancio la segreteria. E pigio il tasto play di quell'altro coso: "Venezia è la gente che se ne frega". Mi dispiace molto. Conosco una di Venezia, o meglio conoscevo: se dovessi pubblicare questo racconto - cosa molto improbabile - sostituire Venezia con Bologna.
Intervallo.
Dopo l'intervallo: nella cassetta della posta ho tirato su la bolletta dell'acqua. Ormai io da quella cassetta tiro su. Attenzione: squilla il telefono:
Io: tvac quevta è la segvetevia
di Vobevto che pevò non vè. Se volete lasciave un messaggio
- fatelo senzvaltro - aspettate il beep. Beep.
Luca: Sono Luca e volevo dirti che
stasera bla bla bla
Io: Glielo divò
Luca: Ma come allora non era la
segreteria?
Io: Fi fi sono la segvetevia messaggio
effettuato stop bip clic
Che figura. "Non siamo non siamo
non siamo". Come hai maledettamente ragione.
Stamattina portai la radio a riparare.
Aveva fuso. Passai molto vicino ad una famosa piazza dove ho lavorato un
giorno poco prima di Natale. Dove faceva molto freddo. Oggi fa discretamente.
Si sta bene. Anche se io non sto bene: mi bruciano gli occhi, è
vero, è proprio così: se ho cominciato a scrivere questo
racconto, se lo sto continuando, se lo trascrivo persino - pensate - è
proprio perché mi bruciavano gli occhi quando l'ho pensato e non
potevo guardare la tv né leggere un libro. Ma potevo scrivere e
rispondere al telefono:
Telefono: Driiin
Io: ...
Telefono: ...
Io: ...
Telefono: ...
Io: vaff
Lo fa da un anno questa cosa che fa uno squillo solo. In continuazione dei giorni. Ultimamente poco. Però lo fa. Lo fa lo fa. Ho portato la radio e sto tornando a casa. Se me la prendo comoda? Diciamo che non corro e poi al capolinea del 15 c'è l'autobus ma non l'autista e quindi finalmente posso correre alla cabina e telefonare alla segreteria.
Segreteria: Pvonto?
Io: Sì sono io.
Segreteria: Io chi?
Io: Io io.
Segreteria: io, se vuoi lassiare
un messaggio fallo dopo il bip.
Io: va bene.
Segreteria: bip.
Io: sono io, senti - sento - torno
fra poco bla bla clic.
Segreteria: clic.
Dopo vado a casa e mi risento. Devo sbrigarmi perché se telefona un altro... e infatti. È successo: srotolo:
Segreteria: Pvonto?
Io: Sì sono io.
Segreteria: Io chi?
Io: Io io.
ecc. ecc. tu tu tu tu tu tac
Segreteria: Pvonto?
Luca: Pronto?
Segreteria: Io chi?
Luca: Non ho detto nulla.
Segreteria: io, se vuoi lassiare
un messaggio fallo dopo il bip.
Luca: boh.
Segreteria: bip.
Luca: sei matto? Senti mi ha detto
Graziella che non
Segreteria: clic.
Succede. Lo so che quattro secondi sono pochi. Ma a forza di arrotola srotola arrotola srotola oggi mi sono rimasti solo quattro secondi (e spiccioli). Sono su un autobus. Nel senso che è passato del tempo dall'altra volta? Più o meno siamo al giorno dopo. O anche due giorni dopo: un congruo termine perché io possa farmi un'idea della situazione, di cosa potrà succedere andando avanti. Perché possa riempire altri nastri. Accordato? Grazie. Prego.
Telefono: Driiin
Io: ...
Telefono: Driiin
Io: ...
Telefono: Driiin
Io: ...
Telefono: ...
Io: tac
Telefono: tu tu tu
Io: clic
Ero in bagno. Capita di non fare in tempo, no? E poi tre squilli non sono tanti per uno convinto. Possono essere successe diverse cose: era uno che ha pensato No questo mi attacca un pippone lo richiamo dopo cena - io sto per cenare - oppure gli bolliva la cena a lui oppure ha provato così: un ballon d'essai. Cos'è un ballon d'essai? Un pallone di prova, letteralmente. E in soldoni? è gratis. Questa battuta forse la dovrei tagliare. Per ora la lascio poi a seconda le reazioni si vedrà. Riesco: nel senso che esco di nuovo: ri-esco, come mi ri-ho. Indosso il mio impermeabile blu che mi difende dalla pioggia copiosa e insistente. Lascio a casa il macchinino perché si bagna. In compenso lascio istruzioni alla segreteria di non trattare più male Luca se chiama. Ed esco, come avevo promesso. Cosa vada a fare non importa ai fini di questo racconto.
Rientro. Non è caduto nessuno nella rete. Non c'è pappa per gatti. Devo assolutamente fare qualcosa. Idea: mi telefono da solo. Scendo alla cabina e compongo il mio famosissimo numero che è 44444444:
Segreteria: Questa è la segvetevia
del numevo 44444444. Se volete lassiare un messaggio fatelo dopo il segnale
acustico. Bip.
Io: Sono Luca senti
Segreteria: Ah ciao Luca come stai?
Io: Benone
Segreteria: Come sono contenta di
sentirti...
Io: clic.
Sta civetta ora vado su e mi sente.
Apro il portone salgo mezza rampa di scale e sento che mi squilla in casa
corro.
Naturalmente non ho fatto in tempo.
Il display dice due messaggi. Lampeggia questo 2 minaccioso. Srotolo:
Segreteria: Questa è la segvetevia
del numevo 44444444. Se volete lassiare un messaggio fatelo dopo il segnale
acustico. Bip.
Io: Sono Luca senti
Segreteria: Ah ciao Luca come stai?
Io: Benone
ecc. ecc. tu tu tu tu tu tac
Segreteria: Questa è la segvetevia
del numevo 44444444. Se volete lassiare un messaggio fatelo dopo il segnale
acustico. Bip.
Luca: Sono Luca ma com'è
che non riesco
Segreteria: No tu non sei Luca
Luca: Come non sono... ah ma sei
tu... che cazzo
Segreteria: clic.
Bisogna che lo richiamo. Altrimenti mi depenna. Compongo quindi il numero facilissimo 12345678 e mi dispongo ad attendere il segnale:
Segreteria di Luca: So' a segreteria
de Luca Meneschincheri che ci ha er 12345678. Se volete lassà un
messaggio fatelo dopo il bippe. Se artrimenti nun volete andatevela a pjà
ner culo. Bip.
Io: Clic.
Povero Luca doveva proprio essere nero. E io devo uscire. E non ne voglio più sapere niente. Forse non continuerò nemmeno il racconto. Quindi slaccio tutti i cavi. Isolamento. E intervallo.
Dopo due settimane ha fatto il botto. Era in garanzia ma il tecnico ha detto “Ma che ci hai fatto la palla a volo tutta n’bozzo e con tutto il nastro intorcinato ce stava pure un pò di marmellata dentro”. Capirai pagata du lire alla metro come offerta. E gettata in un secchio della nettezza urbana all’uscita del centro di assistenza. Tornavo a casa a piedi, in quella zona dove a Natale faceva molto freddo, e ho acceso il macchinino lì dove dice “Comprare o smerciare Venezia sarà il suo destino” il nastro ha fatto tric trac toc stonc per un pò e poi è partito: “Ma sempre sta cassetta te devo fà sentì!”.
Aggiornamento: il 19 giugno - di
che anno? - è pericolosamente in agguato. Quel giorno - come recita
l’allegato gratuito della bolletta Telecom - azienda che io pubblicizzo
da dieci anni nei miei racconti - fissa il prefisso. Che è naturalmente
06. Chi legge questa storia fissi dunque il prefisso 06 a tutti i numeri
citati.