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On ne déduira
quelche chose qui est sans doute l’ultime vérité du puzzle:
en dépit des apparences, ce n’est pas un jeu solitaire: chaque geste
que fait le poseur de puzzle, le faiseur de puzzle l’a fait avant lui,
chaque pièce qu’il prend et reprend, qu’il examine, qu’il caresse,
chaque combinaison qu’il essaye et essaye encore, chaque tâtonnement,
chaque intuition, chaque espoir, chaque découragement, ont été
decidés, calculés, etudiés par l’autre.
Georges Perec, La vie:
mode d’emploi
Ringrazio tutti. Tra questi
in ordine di apparizione:
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Introduzione
«Il libro stampato, il simbolo più rappresentativo della “civiltà Gutenberg”, si presenta ormai obsoleto e destinato a cedere il passo ai nuovi prodotti delle tecnologie elettroniche?» (Calvani 1990, p. 1): è una domanda che rimbalza, nei primi anni novanta, da un contributo teorico all’altro, da un articolo all’altro, tradendo l’inquietudine o, viceversa, il clima di fiduciosa aspettativa che accoglie l’avvento di media e tecnologie che possono mettere in discussione o anche solo limitare il ruolo del libro stampato nel campo della comunicazione culturale. Stesse inquietudini che a livello internazionale operano già da parecchi anni.
George Landow (1992), per esempio, ipotizza il superamento della carta stampata non solo e non tanto per l’introduzione di tecnologie che rendono preferibile la lettura elettronica, ma per la specificità dei testi pensati e realizzati per questa stessa lettura: negli ipertesti, infatti, la scrittura in forza delle connessioni che si possono operare con la «macchina» perde la sua linearità e sequenzialità, generando un sistema aperto in cui i testi risultano fortemente integrati e interrelati permettendo al lettore, in forza delle sue nuove facoltà interattive, di intervenire sul testo modificandolo e piegandolo alle proprie finalità.
I più invocano prudenza. Propongono soluzioni intermedie, spartizione di sfere d’influenza. Fanno riferimento all’avvento del cinema e della televisione. Qualcuno ammonisce che queste sono polemiche vuote, dispute nominalistiche e intellettualistiche ma poi, come Pandolfi e Vannini (1994), non sa spiegare cosa c’entra l’ipertesto con la rivoluzione «che cambierà la nostra vita» che fa da sottotitolo al libro.
Ma, se tanti autorevoli studiosi affermano che il libro multimediale o qualcosa di molto simile, una volta che sarà alla portata di tutti, soppianterà il libro stampato, al di là di ogni poco ragionevole compromesso perché mantenere in vita i cataloghi cartacei nell’era delle reti telematiche, dei database elettronici, di Internet? non c’è motivo per non crederci dal momento che queste sono le tendenze che stanno evolvendo nella società della comunicazione, e perché non quindi nelle abitudini culturali e nella gestione del tempo libero?
Tutto questo, o una parte di questa trasformazione, avverrà in un lasso di tempo che non è possibile calcolare e seguendo un’evoluzione lenta e, probabilmente, indolore.L’ipertestualità non è infatti una semplice acquisizione tecnologica che possa sovrascrivere nel breve volgere di un decennio una tradizione che ha consolidato gusti e mentalità riguardo all’atto di leggere ma anche, fattore non meno importante, a quello di scrivere.L’ipertesto, come mostrato da Landow (1993) non implica soltanto un diverso modo di fruire della scrittura, ma anche e, in una certa prospettiva, soprattutto, un nuovo modo di organizzare scrittura: «Permettetemi di parlare del modo in cui sto scrivendo il libro che state leggendo in questo momento [...].Quest’opera (che per ora non è un’"opera" ma un insieme frammentario di documenti separati, o files di Microsoft Word) sta prendendo forma come una serie di frammenti, importati e, se necessario, risistemati sotto i titoli di una scaletta (outline) in continuo mutamento" (ibid.; trad. it. pp. 96-7).
L’ipertestualità non è dunque un’"invenzione" estemporanea ma l’esito naturale, e non necessariamente l’unico, del sempre più forte legame tra scrittura e word processor. Le innovazioni introdotte nel corso degli ultimi anni da Microsoft Word hanno poi reso più efficace questa sintesi, permettendo il passaggio dallo stadio della «facilità con cui l’autore può fare modifiche e correzioni» (ibid.) e della possibilità di rendere generalmente meno faticose le operazioni da compiere rispetto alla scrittura manuale, ad uno stadio in cui le connessioni ipertestuali, grazie alla semplificazione dei linguaggi informatici, possono essere prodotte da chiunque (vedi fig.1).
Nell’attesa che la rivoluzione tecnologica si compia, e che ognuno possa produrre autonomamente i propri ipertesti, si può per ora valutare quale impatto ha avuto, nei suoi dieci anni di diffusione su grande scala, l’editoria elettronica escludendo database, basi full text e altri prodotti non necessariamente multimediali e/o ipertestuali in Italia, e in che modo ha condizionato gli assetti, i modi di pensare, le procedure e attitudini di mercato dell’editoria tradizionale.
«Il cd-rom, grande invenzione» (Pentiraro 1991) riflette un commentatore nei primi anni novanta, pensando a quanti e quali benefici possano derivare dall’adozione di questo disco pratico e tascabile: benefici per la cultura e il progresso delle scienze umane, ma anche per l’economia in generale (grazie alla spinta «elettronica» che il settore è in grado di dare) e in particolare per l’editoria.
Il Cd-Rom è, in origine, un termine che indica un supporto elettronico contenente sola memoria leggibile in formato digitale, ma, in un’accezione più ampia, mantiene una relazione molto vaga con i «contenuti» che vi possono essere impacchettati e trasferiti. Mentre è evidente che le videocassette in formato Vhs sono nate per contenere specificamente materali audiovisivi, niente indicava in origine che un Cd-rom dovesse contenere ad esempio un ipertesto, un’enciclopedia multimediale, un atlante ecc. Più di un nodo e molti ostacoli da superare rendono non realizzabile, nei termini in cui è stata proposta (vedi qui cap. I, par. 1), l’equazione tra formato manuale e formato digitale e il conseguente passaggio automatico tra libro stampato e disco ottico.
In primo luogo il Cd-Rom non può fare a meno della macchina. I libri, suggerisce Liscia (1996, p. xxvii) sono stand-alone, più facili da gestire: si possono leggere in qualsiasi luogo, viaggiando o stando fermi. Un computer, anche portatile, è meno maneggevole e comporta problemi di software, di requisiti tecnici di sistema, di linea telefonica per accedere a servizi on line.
Un altro problema consiste nella difficoltà di definire un ruolo specifico anche per il Cd-Rom multimediale. Nella crescente diffusione di titoli su Cd-Rom si è assistito ad una sempre maggiore diversificazione di soluzioni che ha certamente giovato al miglioramento delle potenzialità applicative di questa tecnologia, aprendo via via percorsi che non erano stati preventivati, oltre che al raggiungimento di certe finalità pratiche nel campo del lavoro e dello studio, ma non ha contribuito a sciogliere i nodi che ne hanno segnato gli esordi sull’assetto della comunicazione culturale nel complesso e dell’editoria in particolare, del mercato ecc. né a dare un profilo unitario all’eterogeneità dell’offerta, dei canali distributivi, degli utenti.
Terzo, in generale, il Cd-Rom deve offrire delle performances migliori o comunque diverse da quelle di altri supporti per stabilire un proprio mercato non effimero come è accaduto per non pochi «lanci» tecnologici degli ultimi anni come il Cd-I, il Cd-Tv o il Cd-Rom da 3 pollici e mezzo di cui si è persa anche la memoria: «Per riscuotere un certo successo, le applicazioni multimediali per il grande pubblico devono rispondere ad alcuni criteri. Più che una dimostrazione di prodezze tecnologiche messe in atto dagli ideatori del multimedia, esse devono dimostrare di possedere dei vantaggi rispetto alle realizzazioni esistenti sui supporti tradizionali, e di avere una certa utilità» (Monet 1996, trad. it. pp. 62-3)1.
Al momento dell’impatto con le nuove tecnologie, si dice, talora anche con eccessiva insistenza, l’editoria tradizionale è in crisi. Si prevede un declino inarrestabile per chi non si convertirà all’ipertestualità. Nessuno può rimanere inerte di fronte all’incalzare del rinnovamento.
Ma, al di là dei proclami l’editoria tradizionale, dopo dieci anni di ipertesti e di multimedialità il primo Cd-Rom in italiano è del 1988 , sopravvive avendo ceduto solo una quota molto ridotta della sua «personalità» alle nuove tecnologie. Cambiano le etichette, la veste grafica si adegua alla tecnologia sia pure in maniera formale , si modificano i canali di vendita, risultando vincenti sempre più i bookstore e i grandi magazzini (cfr. Peresson 1997, p. 347). Non variano che di poco le grandi strategie. Se è Mondadori, che da sempre ha «invaso» campi contigui a quelli del libro, a decidere di produrre, accanto al cinema, ai gialli economici, ai fumetti, ai dischi, alle t-shirt, alla tv, anche Cd-Rom multimediali con l’attitudine a replicare l’offerta generalista del marchio , oppure Laterza, che ha un catalogo di opere selezionate su carta, a estendersi nella multimedialità, senza perdere di vista i suoi abituali destinatari e si hanno quindi titoli di storia moderna e contemporanea quella che rimane invariata è la porzione che ciascuno ha devoluto alla multimedialità: quel 5 per cento medio intorno al quale, a parte le catene informatiche, tutti fanno riferimento come ad una quota fisiologica2. In questo contesto è diventato fuori luogo chiamare tradizionale l’editoria per distinguerla da un’editoria prettamente digitale.
È, e rimane tradizionale, quella che ama definirsi «piccola», consistente per il numero di società (migliaia...), molto meno per la quota di mercato detenuta complessivamente (10 per cento circa). Si tratta di un’editoria decentrata geograficamente, con cataloghi molto ridotti, generalmente specializzata, con un basso livello di standardizzazione, quasi sempre poco visibile nelle librerie, soprattutto se grandi. A questa editoria manca la mentalità, oltre che i capitali, per adottare nuove tecnologie. Ma a ben vedere ha sempre mostrato una certa resistenza verso qualsiasi rinnovamento, sia che riguardasse i modi di produzione del libro e qui si è notata una forte resistenza all’adozione dell’Information Technology sia nella gestione della politica editoriale complessivamente intesa.
Il Cd-Rom multimediale favorirà la lettura? Si dice che l’ipertesto ha la facoltà di coinvolgere anche i lettori più pigri, perché è più «amichevole», pratico, e si accede più velocemente alle informazioni. Poi si dice che testi lunghi e faticosi non sono però adatti al Cd-Rom, così come la cultura con la «C» maiuscola, che troppe informazioni possono disorientare l’utente perché rendono un ipertesto disagevole alla navigazione. Alcuni (cfr. cap. I, par.1) avvertono anche che non sempre è così facile accedere alle informazioni a causa di una dispersione di dati che sarebbe strutturale al mezzo.
Intanto, i titoli si succedono sul mercato aprendosi per così dire la strada al di fuori e al di là di tutti i dibattiti su multimedialità e dintorni che ne hanno preceduto l’avvento. I modelli sono infatti tra i più diversi: le enciclopedie Microsoft Encarta o Grolier nelle loro varie riedizioni trovano i loro corrispettivi sul mercato italiano in Omnia della De Agostini e più tardi, nella ponderosa Rizzoli Larousse (vedi qui cap. III, par. 6). Opera Multimedia, facente parte del gruppo Olivetti, saggia il mercato con un prodotto a sé, costoso e pesante, nella sua pretesa ricchezza costa dodici volte più di Omnia ’99, e non contiene, in realtà, una maggiore quantità di dati, né un’impaginazione più accattivante che non riesce a inaugurare uno stile multimediale anti-enciclopedico anche perché incapace di rompere in modo deciso con il modello dell’editoria su carta (vedi qui, cap. III, par.4). Molti sono poi i titoli di storia, arte, antropologia, geografia, ma anche sport, cucina, tempo libero che si spartiscono quote residue del mercato dominato da enciclopedie e giochi, oltre che da software senza però proporre nessun proprio modello ipertestuale.
Intanto, insieme al ridimensionamento
degli esiti cui doveva condurre la rivoluzione tecnologica legata al multimedia
esiti che sono rinviati, in attesa di innovazioni che possano ovviare
ai limiti del supporto attuale , si restringe, chiarendosi nei suoi
contorni ma anche disponendosi su un livello «medio» di aspettative,
l’utenza cui i titoli multimediali sono destinati. Lo sviluppo del mercato
multimediale corre infatti parallelo e non può essere separato
da al boom del pc «multimediale», che ha nei primi anni
novanta una fortunata espansione grazie alla disponibilità a basso
costo del microprocessore Pentium e in seguito Pentium ii per
elaboratori Ibm-compatibili. Questa interdipendenza rende possibile individuare
nello stesso pubblico «familiare», in cui i più giovani,
gli studenti, hanno una parte molto rilevante, la fascia di utenza investita
dal mercato dei Cd-Rm.