Venerdi mattina: una sconfitta
Stefanie Golish


 

[da la poesia e lo spirito]

In quarta sanno come distrarmi.
Sinceramente, la voglia di dedicarmi alla declinazione dellíaggettivo in tedesco, questa mattina, è pressappoco zero ;  i venti minuti che ho trascorso in autobus in compagnia di Abraham Joshua Heschel, uno degli autori preferiti da Cristina Campo, lavorano in me e fanno sì che davanti alle 5 ore che mi aspettano, mi senta come Sisifo.
È D., un ragazzo con gli occhi storti che mangia in continuazione, a lanciarmi la prima domanda: Cosa pensa Lei, come straniera, della crisi di governo in Italia? Cosa dovrebbe fare líItalia per riacquistare la stima nel mondo?
Rispondo che non mi chiamo certo Sergio Romano e ammetto che la sua domanda è fuori, sia dalla mia competenza, sia dai miei interessi. Ma siccome líalternativa a quel tipo di discorso sono sempre gli stessi esercizi di grammatica, colgo líoccasione e devio la questione  in una direzione a me più congeniale.
 
Dico che il problema non è solo un problema italiano, ma che qui si tratta del drammatico fatto che líOccidente ha perso, o meglio, svenduto la propria anima.
Che nessun politico di nessuno schieramento osa dire che un paese, anzi un intero continente che non si definisce più attraverso i suoi valori culturali, ma solamente attraverso il suo potere díacquisto, è destinato a morire.
Che tutti i guai cominciano dal singolo individuo che si lascia andare, rimanendo per pura pigrizia mentale al di sotto delle proprie possibilità.
Accenno alla televisione spazzatura, a internet, ai grandi centri commerciali, a tutti quei modi indegni di trascorrere il proprio tempo, insomma a quella forma  di vita non-vita, ormai così ampiamente diffusa da rendere la società odierna quella triste caricatura di uno stato democratico che noi abitiamo.
In uno slancio di parole dico tutto ciò che fra persone di un certo sfondo culturale è common sense e che quindi risulta quasi banale.
Cito gli antichi - Riconosci te stesso, Diventa chi sei. Cito Rilke e Kafka e Flaubert e quellíinsuperabile imperativo del vangelo che dice di  essere nel mondo, ma non del mondo. Parlo dellíuomo interiore e dei suoi urgenti bisogni. Dimentico volutamente il luogo dove mi trovo e il ruolo che dovrei, seconda la burocrazia scolastica, assumere.  Non è una lezione questa, ma líinvito ad una riflessione, mille volte più importante di  ogni insopportabilmente banale esercizio di grammatica.
So che è un rischio o una sfida che a volte riesce, a volte no.
Dopo un poí mi fermo.
Sono esausta. In modo riassuntivo ho detto quel che ho da dire, in cui credo, di cui sono convinta.
Ma come sono arrivati i miei pensieri ai miei studenti?
Prende la parola F., un ragazzo alto nellíultimo banco, intelligente e, naturalmente, pigrissimo nello studio.
Dice che purtroppo il mondo non gira così. Dice che líItalia deve riprendersi economicamente. Dice che non si può assolutamente affermare che i soldi non contino. Sostiene che i centri commerciali siano importantissimi in quanto a) danno lavoro e b) fanno girare i soldi.
Dice F., in sostanza, che le mie sono belle parole, ma non stanno né in cielo né in terra. E i suoi compagni, almeno quelli che ascoltano, concordano.  Dicono che le poesie non si possono mangiare, che con esse non si fanno soldi e dunque non servono.
Ma non sono senza cuore, i miei studenti, mi consolano, sostengono che io sia una idealista e che per gli idealisti  purtroppo non ci sia posto in questo mondo. Sostengono che líessere umano è egoista e che, tutto sommato, va bene così. Basta adattarsi e ci si diverte lo stesso.
Mi è capitato negli ultimi anni di tenere conferenze e letture e di partecipare a tavole rotonde. Anche se preferisco la solitudine della mia scrivania, me la sono sempre cavata e, alla fine, ne ho ricavato esperienze comunque assai interessanti. (soprattutto dal punto di vista antropologico!)  Ma per quanto sia facile parlare davanti ad un pubblico adulto e colto, ogni volta che ci provo, mi rendo conto che è quasi impossibile entrare in dialogo con quei ragazzi.  Abitiamo pianeti diversi.
La loro madre terra è fatta di necessità.  Secondo loro, concordando con Gertrude Stein, le cose stanno come stanno, quindi a rose is a rose is a rose   -  e io, in qualche modo, devo adeguarmi allo status quo - per vivere bene o, almeno, per sopravvivere. Chi scende in profondità è perso; intuiscono con la massima chiarezza che dallíabisso delle domande inutili non si risorge più.
 A che cosa servono tutti questi discorsi, chiede a un certo punto A., un ragazzo del viso rotondo, semplice, per niente maleducato che certamente nella vita farà la sua parte. Posso chiederle io una cosa? Se Lei avesse un appartamento e gli inquilini non pagassero líaffitto, cosa farebbe?
Nonostante non capisca bene cosa cíentri questa domanda e nonostante non possieda un appartamento da affittare, rispondo che naturalmente è giusto insistere sul pagamento dellí affitto. Che altro si può dire a proposito?
Ecco, dice A. visibilmente soddisfatto della mia risposta, è così che stanno le cose! Non ha senso essere buoni!
Faccio un respiro profondo.
Va bene, dico, guardando líorologio, facciamo ancora qualche esercizio.
Ma mentre correggo per líennesima volta gli stessi errori, mi viene in mente una frase che ho letto recentemente  da qualche parte e che dice, più o meno, che non è né quello che si è né quello che si fa a rendere bello líuomo, ma solamente ciò che desidera, ciò che vorrebbe essere.
 


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