| Il gatto e la volpe
sul filo del rasoio
Alerino Palma |
Questa storia delle varianti nelle versioni di latino va chiarita. Il titolo di questo post scriptum potrebbe essere il gatto e la volpe, ovvero, possibile sottotitolo: chi può coglionare chi. Ammesso e non concesso che un po’ coglioni ci siamo tutti. E che talvolta l’essere coglionati è il minus malus. Ci sono delle cose che sanno tutti: per esempio nella società, e nella scuola ancora prima, si bada poco ai contenuti e molto alle forme. Per esempio il latino non piace e non interessa più a nessuno come materia in sé ma le tecniche per ottenere un buon voto si sono affinate, anche grazie alle tecnologie. E com’è logico, si sono affinate le tecniche per impedirlo.
Almeno un certo decoro: quando un alunno del tutto digiuno di conoscenze morfo-sintattiche, ahi queste conoscenze, e allo stesso tempo debole nel mettere insieme due cubetti dello stesso colore (ma siamo proprio sicuri che ragionare sia poi spendibile?) mi fa fesso consegnando allo scadere dell’ora una versione del tutto corretta, proprio come l’avrei fatta io, eh no, non dico che mi sento rincoglionito. Non sono ancora così rincoglionito.
Ho appena fatto caso, girando tra i banchi poco prima dello scadere, che Salvati e Silvestri non avevano scritto nulla mentre Amendola e Ciocca avevano scritto tre righe di cui una cancellata. Come sarà mai possibile che dopo tre minuti potessero consegnare, tutti e quattro, un foglio bello lindo con tutto il testo scritto sopra poco manca che fosse uscito da una stampante. Attenuante: quando hai una classe di 28 elementi e suona la campana e 12 stanno già consegnando, in quel momento succede di tutto. Anche se gli elementi sono solo 18, e quattro sono assenti. C’è qualcosa di sbagliato in quello che faccio. Di questo mi ero reso conto da tempo, ma eravamo ancora nel dominio dell’analogico. Adesso c’è il digitale.
Così adesso mi interesso delle nuove tecniche. Le chiamo tecniche di apprendimento perché delle volte non vedo alternative. Facciamo un altro esempio: se una mia prof avesse non dico visto ma solo sniffato che nel mio vocabolario c’erano degli specchietti con le declinazioni (ma quelle grazie a dio le sapevo), le coniugazioni di certi verbi o altro. Il mio compito sarebbe immediatamente volato via e la volta successiva avrei tradotto la versione alla cattedra. Se io non dico subodoro che Ingravallo sta spizzando una pagina del vocabolario dove non ci sono i lemmi ma le griglie di una tabella, ma vedo con i miei occhi mentre passo, la mia unica reazione sarà probabilmente quella di un moto appena percettibile dei muscoli facciali atteggiati a un sorriso. E se sono volate per terra mi limito a raccoglierle e restituirle. E questo in nome di un principio più elevato: Alice forse si è fotocopiata le tabelle dal libro, e mentre lo faceva qualcosa, uno schizzo un barlume deve essere rimasto impresso nel suo cervello. A maggior ragione se le ha copiate a mano. Una tale fatica certosina deve essere premiata con qualcosa in più che un sorriso abbozzato. Deve essere premiata con un bel voto.
A parte gli scherzi, per alcuni degli esemplari cui con pazienza e rassegnazione insegno e insegnavo un po’ di latino, quella di copiare il foglietto, o la schermata del telefonino, è forse l’unica opportunità di assumerne un po’. Come scrive Calvino nelle città invisibili: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.
Il mio non è un intento morale, per riprendere il filo. Il mio intento è duplice: da una parte le nuove tecniche mi interessano di per sé, voglio sapere. In seconda battuta sapere serve a studiare le stgrategie di difesa. Il nome di questa cosa è prevenzione.
Veniamo al primo punto: la cultura è in ribasso, e via discorrendo. Ma detto questo, la sociologia ai sociologi e la pedagogia ai pedagogisti. Mi concentro solo sullo specifico: le tecniche di apprendimento del latino nell’era del cellulare, delle autostrade informatiche e del supermercato globale. Tutti sanno che su internet si trova tutto, per esempio la versione di Tacito dell’anno scorso io l’ho letta (con tanto di traduzione, ripresa piè pari da un traduttore) su un sito di studenti alle otto e qualcosa. E scommetto che a quell’ora molte commissioni stavano ancora al caffettino.
Immagino i passaggi successivi: dal web al cellulare attraverso messaggi di testo. Immagino il passaggio precedente: dal cellulare all’esterno attraverso un codice (le prime tre parole della versione) o attraverso una fotografia. Un mio alunno, sta tra i ringraziamenti, al baretto della scuola mi ha edotto sulle potenzialità della foto dal cellulare. E anche sui limiti: con certi tipi di cellulare si devono scattare due immagini contigue, e poi rimetterle insieme, ed è un po’ faticoso, il gioco non vale la candela. Sosteneva costui che si era ripreso la versione per poterla rifare a casa. Diceva, e chiaramente io me la sono bevuta.
Qualcuno potrebbe obiettare: ma se una commissione non è di nati-ieri i cellulari li dovrebbe requisire prima della prova. Questo era vero dieci anni fa quando il cellulare era un oggetto di lusso, ingombrante e anche rumoroso. Soprattutto, mono. Poi sono venute la seconda, la terza e la quarta generazione di telefonini e i nostri pupilli si sono aggiornati conservando nei cassetti gli esemplari estinti, moltiplicando le schede, clonandosi. Il cellulare ormai è un oggetto come le mollette per il bucato. Mi sono fatto consegnare un paio di cellulari solo per il fatto che ho sentito degli squilletti spudorati durante il compito. Riponendo sulla cattedra dei ferrivecchi che neppure io uso da anni ho fatto la figura del rimbambito più di quanto non sia.
Anche se, ciascuno potrà fare i suoi paragoni, la mia esperienza non è molto diversa, nel bene e nel male, da quella di una larga parte di prof, né troppo svegli, né troppo rimbambiti. Come recitava Ettore: “è un gioco”. Se non si vuole accettare la semplice verità che la scuola non è altro che un microcosmo che ripropone rappresentazioni del macro in cui tutti viviamo, dovremmo andare in classe scortati da un plotone di esecuzione. Cosa che non ritengo auspicabile, nonché poco realizzabile.
Il medium è il messaggio. Il cellulare ha partorito il mezzano. Una volta il somaro era spacciato. Chi compicciava insieme tre parole copiava la riga controversa su un foglietto e andava a cercare l’esperto, in genere un compagno più grande, nel luogo fisico dove questo si trovava. Toc toc può uscire tizio è importante è mio cugino. I più sfigati cercavano per i corridoi qualche latinista come anime in pena. Adesso durante la lezione mi vedo arrivare Irene Amendola con una cosa che pare televideo e mi dice traduca si sbrighi è per una mia amica che fa il liceo classico. Sa, è per restituire un favore.
Con i mezzi tecnici che noi abbiamo messo a loro disposizione possono far sballare il pallottoliere: uno che in latino vale due può prendere dieci. E arrivederci. Ma sono convinto che, ancora oggi, la gran parte delle informazioni passano attraverso la viva voce, da un banco all’altro, anche a scavalcare righe e colonne. Semplice ed efficace strumento, il primo che a un uomo viene in mente di usare quando è in difficoltà: la sua voce. E anche il meno rischioso. Il cellulare può finire sul tavolo della preside, il foglietto può essere messo agli atti. Verba, invece, volant. E per fortuna di tutti.
4 agosto 2006