Nero di fuoco
di Francesco Gianino

Lungo passo misurato dai pensieri che fanno breccia tra il tempo che è un filare di cemento sino all'orizzonte.
E di cemento era il paese di sotto la collina di sciara da dove estremo eremo si ergeva il portico entro le mura del convento abbandonato; grigio il paese che, con le insegne commerciali, crepitava sotto il nero di fuoco, con qualche tetto visibile, e le antenne per la televisione. La lava tra le pietre aveva restituito alla sua potenza la terra dell'uomo, con una larga spianata rocciosa e fumante, squarci volubili rosso incandescente, cadenzati dai boati altisonanti delle bocche vitali del vulcano, su in alto, per un migliaio di metri, tutti solcati dalla furia rovente.  Rastrellato il paese grigio, e la piazza con la chiesa madre, anch'essa grigia ma di antica pietra lavica, rimaneva solo l'alta croce proprio rasente il magma solidificato; ed anche la statua dell'elefante che sembrava  adesso fermo ad aspettare su di un terreno insolito.
Tutto intorno era sommerso anche nel ricordo, perché i paesani giù a valle inermi e sbigottiti dalla potenza della natura, furono colti dall’improvvisa nostalgia di quanto sino a poche ore prima avevano continuato ad essere. Si raccontavano il paese, e la vita là consumata, cercando altresì nel pregiudizio motivo di punizione da parte dell'incommensurabile.
La parola avrebbe tenuto in vita quanto inesorabilmente morto.
Giovanni con lungo passo misurato uscì dal chiostro per affacciarsi dalla finestrella. Aveva dinanzi gli occhi uno spettacolo lento, ma implacabile; per poi intravedere lontano, in basso, dove il fuoco tra il nero era più rosso, le luci bianche delle ruspe che con alti argini tentavano l'immortalità.
 Siepi di terra come preghiere affinché il Dio sia placato.
Eppure i boati dall'alto infittivano l'aria e ne smuovevano l'afa d’agosto di paurosi brividi sulla pelle. Di notte, dalla collina lo spettacolo diveniva infernale con lo zampillare alto dei fuochi come fossero artificiali e le avide lingue fluide che sormontavano l'ombra nera della montagna, con vortici gialli e rossi, aleggiando per la sciara.
L'interno del chiostro guardava al fenomeno col cielo rossastro, aria percossa e cenere. Cadeva una sottile cenere nera, formicolio per il corpo.
Giovanni, pur passeggiando sotto le volte del colonnato, era infastidito dal vento che portava seco la sabbia liscia dell'Etna. S'infiltrava ovunque, come avesse preso posto dell'aria, ora densa e pesante. Così quella notte, anziché rimanere a dormire dentro la piccola cella del monastero, dove aveva posto una rete metallica ed un materasso, decise di tornare in città e parlare con Anna.
Anna quando ascolta musica chiude gli occhi, e viaggia.
- Perchè ascolti musica? ? ricordava averle  chiesto sin dal loro primo conoscersi.
Lei:
- Per ricordarmi chi sono.
- Non capisco
- Mi trasporta dentro, nel mio chiuso, in uno spazio di magma e acqua, umore,  flusso di lava che si accavalla sospeso in aria, e così via... lo sono chi mi sento essere; la musica, certa musica, ricorda la mia malinconia, nostalgia, orgoglio, allegria, ironia, fierezza, tristezza, dolore ... io sono tutte queste cose invisibili, senza volto. Come fai a riconoscere una persona senza volto, tu? Bisogna coglierla in flagrante, sorprenderla. Ecco, la musica mi sorprende. L'altro me stesso, quello  più vero, che è stato il primo e reclama sempre priorità in tutto. Esige amici  e amore. Esige uscire da dentro: la terra. Ma lui di terra non è,
- La musica ti sorprende …
- Sì, esatto, e quando sono sola amo sorprendermi, ritrovare il mio ricordo, il
tempo che è già trascorso
- Sei una nostalgica!
- Forse, qualche volta lo sono, lo vorrei essere sempre nostalgica, non solo
quando tocco l'inconsistenza del tempo, che non rinnova nulla, che non conduce da nessuna parte
- Scusa, parli difficile, che cosa è il tempo?
- Credo che sia un filare di cemento sino all'orizzonte. Forse tu  puoi  piantare
qualche vite o un alberello di limoni su di un terreno di cemento?
- Ma che c'entra adesso il cemento col tempo?
- Il tempo è infinito. Scorre, è scorso, scorrerà. Ma non ha senso se sta da solo, come non ha senso una linea infinita di cemento se lì non ci puoi vivere. E dentro il cemento che scorre non ci puoi piantare nulla. Allora prendiamo il piccone, sbricioliamo il muro e apriamo una breccia, in un punto qualsiasi, purché la catena sia spezzata, e vi piantiamo un fiore, nella terra, tra il cemento.
- Fare breccia nel tempo …
- Un buco che arresti, come dire … la ripetizione.
- Incomincio a comprendere. Sai, ho lavorato in fabbrica, in Emilia, nelle catene di produzione. Non vedevo l'ora che un ingranaggio inceppasse affinché tutto stesse fermo per minuti. Passavano più minuti. Ma cosi lenti da poter aprire un libro, in quello smisurato  silenzio d'acciaio, e leggere due riga, intense. Quando tornavo a casa raccontavo alla mia ragazza il deserto che gli uomini attraversavano durante la guerra per andare dalla città ospite alla propria terra, ricordo la frase: attraverso il deserto gli uomini sono viaggiatori ... forse vuoi dirmi che la vita non si conta dalle cose che fai, ma come le fai!
- In qualche modo. Ma sono ben certa che in questo senso non c’è proprio nulla da contare, e ancora meno da raccontare. Forse ci raccontiamo la fatica che abbiamo fatto per spaccare il muro di cemento, ma di cosa si veda dietro la breccia la parola tace … se non monosillabi … allora io ascolto per sorprendermi … avrei voluto essere una ballerina per sorprendere io la musica,
 
 

In quei giorni Giovanni viveva nel monastero abbandonato per osservare attentamente l'eruzione del vulcano: si era attrezzato per abitare da abusivo quel locale, ripulendo per bene una piccola stanzetta la cui finestrella dava proprio a precipizio sulla vallata. Vi aveva riposto un letto di fortuna, un certo numero di bidoni colmi d'acqua, una bacinella, una sedia, un piccolo fornello a gas, poche pentole di diversa grandezza, delle bustine per il té e pacchi di spaghetti. Tutto questo ammonticchiato sopra una base in marmo che, probabilmente, un tempo avrebbe dovuto sostenere qualche statua di santo. Per altre necessità sarebbe tornato in città e avrebbe provveduto di conseguenza.
Fuori s' impazziva, dalla paura. E la regione interessata lungo le pareti del vulcano era tutta un aprirsi di nuove bocche.
Là dentro invece era unico conforto per riflettere.
 Il bianco porticato manteneva il suo candore originario, con mattonelle rosso cupo, anche se sporche e mangiate dalla polvere. Sopra, le colonne sorreggevano su volte un balcone tutto intorno, da cui il primo piano mostrava belle decorazioni per le finestre e portoni centrali.
La sera Giovanni rimaneva immobile affacciato dalla  segreta finestrella, finché non fosse fatto tardi per stare svegli.
Ma quella giornata era piovuta cenere e l'aria divenuta soffocante.
 Decide di tornare in città.
Il monastero era solitamente custodito da una guardia giurata, ma questa, a causa della situazione d’emergenza, era dovuta andare ad aiutare lungo il fronte lavico, a smaltire il traffico dei curiosi che si avvicinavano intralciando le opere di soccorso. Pertanto l’edificio era rimasto senza custode così come la trazzera, dietro la collina, che lì sopra portava.  Giovanni non era il solo a frequentare quel luogo: era solo ad occupare il lato più interno ed appartato del monastero. Una delle terrazze al piano superiore, infatti, era stata presa d'assalto da alcuni giornalisti della televisione locale, che con telecamere filmavano il paese squagliare. Loro accedevano là sopra attraverso il portone principale per un’ampia rampa di scale che conduceva diritto al lato meridionale dell'edificio, e poi sopra una terrazza lunga e stretta sostenuta dal porticato dell’altro chiostro, quello più ameno, ricco di palme, alberelli e vegetazione verde. Se qualcuno fosse sceso al piano terra e avesse percorso il lungo corridoio interno e buio, allora sarebbe giunto al chiostro dove Giovanni cadenzava il passo. Solo per di là, attraverso una piccola porta, era possibile accedere alla cella adibita come albergo. D'altra parte lì, Giovanni, passava inosservato. A chi, infatti, avrebbe interessato che un tale trascorresse in solitudine, dentro un assolato chiostro quadrato, passeggiando, quelle giornate ardenti e catastrofiche? Piuttosto egli aveva timore che a qualcun' altro venisse la medesima idea di metterci tenda, il che lo avrebbe infastidito più del fatto di trovare intrusi per quello che egli definiva il suo chiostro "metafisico".
Qualcuno difatti col tempo si fece vedere. I giornalisti non più sorpresi dal fluido che divorava sotto i loro obbiettivi, incominciarono a sparpagliarsi per l'edificio, e a svelarlo come fosse la prima volta che uomo vi mettesse piedi. Nelle ore di pausa con panino tra i denti si misero a frequentare quell'eterno giro di colonne presso cui Giovanni rifletteva sul suo mondo; spargendo la voce dell’esistenza di uno spazio tranquillo e segreto a quei loro conoscenti che, per non dare troppo all'occhio e non disturbare chi lavorasse, avrebbero scovato con gran piacere un luogo tranquillo ove guardare incolumi al disastro. Così taluni si sparpagliavano per il chiostro "metafisico", altri salivano nella terrazza sommitale che quello sosteneva. In breve la solitaria convivenza di Giovanni con l’umanità incomincia a vacillare, soprattutto se a frequentare il monastero non sono più i giornalisti, assediati tutti in alto, dall'altra parte; bensì un numero sempre crescente di tipi curiosi e sparuti contemplatori in cerca di stasi.
Egli avrebbe voluto vivere eccezionalmente quell’evento: solo in contatto col tutto, ed improvvisamente gli sembrava non differenziarsi molto da quei tipi armati di cannocchiale e tanta voglia di stupirsi.

Il fluido ingrottato spingeva da più giorni verso valle, e il paesaggio era di fumo sulla pietra nera: vasta chiazza spessa e uguale sopra i ricordi: quelli dei paesani tutti raccolti nei container lungo la spiaggia, stavolta arrostiti dal solleone.
Giovanni su quel paesino non aveva lasciato alcun ricordo se non il nome ***, e qualche amico che lì trascorreva il periodo estivo sperando nella frescura della montagna. Ma stavolta la montagna bruciava, e tutti, rispettosi del vulcano, accettavano la disgrazia  rassegnati al peggio, privati della libertà di scelta. Giovanni invece aveva scelto di capirne qualcosa, non della montagna né del paese, bensì della propria esistenza, delle sue vicende inconcluse con le donne, qualcosa di come è necessità che le cose avvengano: l'evolversi di un contatto.
 Per capire passeggiava per il chiostro, leggeva dei libri, partecipava allo sconvolgersi delle cose umane, e infine ricordava.

Erano già trascorsi quattordici giorni di vita claustrale, e molto aveva condotto alla luce del ricordo. Perché ricordare ci fa sentire di essere stati vivi, ci aiuta a scegliere per il tempo che verrà. “E' una disciplina difficile” ripeteva a se stesso “… le storie di noi uomini hanno una necessità soggettiva di partenza; ma il loro evolversi è completamente estraneo alle ragioni da cui hanno preso avvio. E poi è un evolversi lento, i cui fatti esteriori sono la fenomenologia di un tempo interno, che accumula ore per convertirli in estesi frammenti fluidi di energia, tensioni o dissoluzioni, fatti di stati d'animo … Poi esplodiamo e facciamo fuoco intorno.”
Giovanni ha deciso di allontanarsi da quei vecchi ed estatici pilastri, da sotto l'ombra delle volte, e poi cercare fuori, nel pieno della notte rovente, la graziosa ragazza.
Si ricorda di Anna.
Aveva Girato intorno tutto il giorno, con lento incedere, volgendo il pensiero a immagini che leggeva a mente, a quelle che le parole foggiavano.
Anna, chiara di pelle con lunghi capelli che terminano in treccia; naso appuntito, occhi celesti, dal cammino leggero e dalla voce pungente. Anche giovani donne, chi lungo il corridoio dell'università, chi per il cortile attiguo ad esso, chiachieravano in gruppo; alcune sedute con libro in mano, altre si muovevano in piccolo spazio, ansiose; un'altra ancora salutava l'amica che aveva terminato da poco il colloquio d'esame. Molta tensione e stanchezza nei loro volti. Lui percorreva la parte più deserta del cortile esterno. Di tanto in tanto, socchiudendo il libro, s'avvicinava al corridoio col volto stralunato e guardava intorno. Lei era di fretta, con abito verde scuro, senza maniche, e i suoi lucidi capelli chiari.

Segnando una linea sul suo volto di donna, questa sarà parallela ad una triste nostalgia; chiara dagli occhi e un affettuoso sorriso ricade nel luogo del ricordo e del tempo carnefice, e genera una punta di isterismo, acuta cresta inalberata. I pensieri lucidi e razionali; eppure una nota assidua, alta ripetitiva si ritrae da quella linea del candido volto, fine ed elegante.

In cerchio discutevano, e motivo di parole era la disillusione. Non voler essere mediocri. Eppure in quella rigidità e autocommiserazione un'altra linea leggevasi, parallela a cuore di bambino, che stupisce e meraviglia; che giace con un niente ed inventa immagini per altro. Triste nostalgia infantile era nel suo volto e per le sue chiare parole.
Giovanni attratto dalla donna è disilluso, si desiderano ma non parla di amore. Forse non gli dà importanza. C’è altro fuori, pensa.
Poi si ritrovano soli e lei dice: parto, ho deciso, vado fuori, ci vediamo al ritorno, non so quando.
- Bene, perché vai?
- Distrazione e novità … sono confusa.

Il viaggio ci separa. E io che appena l' ho conosciuta, penso se mai abbia sbagliato qualcosa. Avrei dovuto manifestarle subito i miei sentimenti. Lei è in viaggio, sopra il treno, con una piccola valigia, perché lei non è alta né robusta, ma gracile e piccola di corporatura. E' gracile, lo sguardo fragile da bambina quando s’ illumina per una segreta gioia, di dentro. Ride in solitudine. Perchè forse intorno c'è qualcosa di buffo.
Sento di perderla eppure non la cerco.

Giovanni trascorre delle ore dentro il chiostro, camminando per portici assolati, ascoltando di fuori il brusio della pietra che si avvolge in montagne. Anna gli aveva raccontato del suo viaggio in una lunga lettera; e lui sotto le volte, di là da quella dimensione lineare dei secondi che corrono di seguito senza trascinare con sé alcuna scia, ci aveva pensato tutto il giorno, come se lei si fosse sentita libera di far conoscere che cosa le stesse succedendo dentro; a rilevare come tra loro non fosse esistito mai dialogo, che lui non parlava e tutti i suoi pensieri erano solo sottintesi: fiducia, sincerità, volerle bene. Ma bastava essere lontani perché il disincanto la ferisse; perché le parole non dette si caricassero del peso dei sassi per la superficie del mare. Lei credeva all’amicizia o all’amore, a quello che col tempo sarebbe divenuto, ma per sempre. “Per sempre”. Così terminava la lettera, con un desiderio.
Giovanni ricorda il loro primo incontro, istanti così intensi d'aver rotto quella sottile linea dell'aria che invecchia, sottile linea infinita di gesti continui, simili a quelle colonne, una dopo l'altra, come le volte del chiostro e le loro ombre sempre più simili a se stesse ad ogni nuovo sole. La musica suonava, un violino ed un pianoforte, sotto le stelle dell'anfiteatro. Intorno, a semicerchio, il pubblico rado ascoltava. E lo spazio rimbalzava i suoni che susseguivano ora veloci ora lenti, variamente nel ritmo e nell’espressione. Ma sempre da quel luogo, dal centro del teatro, il suono emanava a loro ancora ignoti; fintantoché lui cercò di spezzare il binario, confondere il solco col tremito, la paura dell'estremo, e si girò su quel volto di profilo, roseo e delicato; e nei suoi occhi malinconia volava, sempre dentro, trattenuta, perché possa accadere anche a lei quanto nella vita è leggerezza; il violino stentava, con suoni lunghi e cadenzati come ansia: ansimanti dolcemente tra pause brevi di sospiri; io guardavo il profilo; solare il suono morbido che mi legava a lei, e il suono andava avanti confondendosi, perché musica era il suo volto roseo tra le morbide ansie del violino, e ricordo quell'aria che improvvisamente si ferma tra me e lei, si spalanca non più gelida, ma rovente.
 Gli occhi compenetrarono e a lei do senso.
Rinnovai sempre ad Anna il mio sguardo, avendo nell'immaginazione la figura di quell'istante; pur sempre istante, ma atemporale.

Dopo qualche giorno è andata via, dietro la porta ora chiusa, senza spiegarmi un gran che, col treno. Io immoto continuo a vederla come fosse lì dentro che cammina da un punto all'altro della stanza attraverso fili di luce che filtra per le fessure delle persiane; scende dal letto e mi mostra l'alta schiena liscia al riflesso dei raggi che rimbalzano per tutta la stanza. Già ha infilato la gonna leggera, volante, e va a piedi scalzi, ed io a letto la guardo impassibile. Ti fai sentire al tuo ritorno, le dico.

S’ ode un fischio di rondini,
 apro le persiane e guardo
 un trapezio di cielo tra cielo e alberi
 nel mare voli a scatti
 incrociano a nugoli
 deviano
 battendo le ali e curve
fischi di lontano echi stridenti
 crescendo decrescendo
 e il vento smuove le foglie
 poi calma dell'onda
del respiro
fetta di luna sopra le tegole.
Stasi celeste e altezza repentina.

 Il tubare di qualche colomba sulla grondaia.
 

Era un quadrilatero ampio, arioso; con ai lati colonne doriche in marmo bianco che formano un porticato sostenendo archi molteplici in fila spezzate, e volte. Portici silenziosi. Al centro del quadrato una pedana in pietra bianca, base di un chiosco medievale con esedre e nicchie. Intorno, sparsi i suoi resti: mattoni ai lati, colonne spezzate, cornicioni ornati da rilievi, frammenti di cupola in equilibrio su bastoni di legno. Il sole illuminava le pareti e le finestre di quella parte del monastero che sul chiostro s’affacciava. Esso sporgeva dall’alto scovando ogni particolare rilievo e avvallamento della regione sconvolta dalla colata lavica che divorava il paese sottostante. Il vulcano impietoso con le sue lingue di fuoco inondava le strade, le piazze del paese, sbriciolando ogni costruzione che incontrava. Ne rimaneva una distesa nera e ruvida fumante che nascondeva di sotto il fuoco invincibile. Ma l'edifìcio è su di una collina brulla di sciara senza verde; e da lì sopra era stato possibile assistere alla fragilità delle cose umane. Il chiostro, chiuso in sé, poteva solo recepire il fragore dei crolli e il ribollire del magma incandescente, mentre il deserto nero copriva torrenti di lava che continuavano a riversarsi sulla vallata circostante.
 Là dentro Anna, ritornata dal viaggio, aveva dato a Giovanni un insolito appuntamento. Lui aveva aspettato un po’ appoggiando la schiena sul basamento squadrato della colonna, era rimasto assorto con gli occhi che rimbalzavano da un lato all'altro del chiostro la cui bellezza concedeva riparo e serenità.
Come se dinanzi si avesse un paesaggio marino o una gran vallata, e dalla parte opposta si sentisse il suono della bufera.
Il mare era l'azzurro incorniciato dai lati alti del chiostro, quando quella parte di cielo non fosse stato investito dal grigio dell'incendio.

Giovanni rinnova il recente prima di lasciare il chiostro.

Attese e la vide sopraggiungere, con vestito bianco che svolazzava al leggero muovere dell'aria. Immediatamente l'attesa svanì. Cercando già di lontano il suo volto, le andò incontro ad abbracciarla. Cercarono un luogo comodo dove poter parlare, e scesero nel prato coperto di cenere vulcanica tra i portici bianchi, tra rovine marmoree, seduti.
 Le dice:
- allora com'è andata?
- Sono tornata ieri sera. Qui il vulcano fa sul serio. La montagna brucia e gli
uomini si arrendono sconfitti.
- E' inevitabile.
- Cos’è inevitabile?
- Che la natura vinca…
- … e che tutto ciò che non appartenga al suo piano sia distrutto ... sei il solito disfattista!
- ... che sia distrutto tutto quanto rimanga oltre la natura. Non c'è nessun piano, nessun progetto. Il vulcano tende alla propria vitalità, nient'altro. Siamo noi a progettare. La natura è già un progetto.
- Il vulcano si espande, certo; ma pensa alle famiglie che perdono i loro beni. Perché sei il solito cinico! Non dici mai quello che senti veramente, neanche...
Anna si alzò dì scatto, perché le parole incominciavano a penetrare sotto la pelle. Lui rimase in ascolto, ma vide che lei faceva silenzio, ferma, che dava le spalle. Le dice:
- Finisci. Ho bisogno che la tua lava mi smuova
- Se non comunichi il tuo mondo ... sono tornata perché ti ho pensato …  sempre.
E lui come non avesse sentito stava in silenzio. Avrebbe voluto dirle lo stesso, che si era innamorato di lei perché ogni gesto solitario era come se lo avesse fatto in sua presenza, perché il mondo stava impazzendo intorno e se ne accorgeva perché lei non era con lui; perché se ascoltava musica vedeva il suo volto; perché si sentiva lontano dalle cose con la lontananza di lei. Ma non le dice nulla di tutto questo. Aggiunge ad alta voce:
- I giornalisti lassù sono curiosi, si guardano lo spettacolo. Le famiglie hanno paura e pregano. Qualcuno dice che se la lava brucerà la sua casa, non andrà via perché lì ha tutto il suo mondo. Starà seduto sul balcone ad attendere. Io invece la vedo dall'alto, la lava, senza rischiare un gran che. E mi chiedo se dovessi decidere di morire, per cosa sarei pronto a farlo, per quale mondo?
Anna sulle pupille di Giovanni dice:
- Ognuno di noi deve poter avere la possibilità di esplodere. Agire per qualcosa per cui hai dedicato la vita.
- … e ogni esplosione porta con sé effetti devastanti, per sé e per chi sta intorno … Guarda quanta cenere intorno. Ne è soffocato lo stesso vulcano!
- … ma lui è fatto di fuoco e pietra, forse anche tu?
- Pietra nera ... non lo so di cosa sono fatto.
- Anche il giorno prima che partissi, quando abbiamo fatto all’amore, eri di pietra nera?
- Cosa vuoi che ti dica?
- Quello che tu sei.
- Le parole mistificano.
Lei quasi piangendo:
- Qualcosa devi pur farmela capire! Non credi a nulla forse!
- Non ho alcun mondo.
- Ed io?
- Tu sei il tuo mondo, io a stento riesco a ricordarmi il giorno che è trascorso.
Con fermezza, tra le lacrime, Anna dice:
- Hai paura di innamorati di me … no, forse tutto è più semplice, non ho alcun diritto di pretendere …
Giovanni le si avvicina e abbracciandola forte dice:
- Gli innamorati anche se uniti si sentono soli, nel mondo.
Io non voglio essere solo.
Mi sei mancata.
 


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