Il mondo incantato (Quello che rimane del)

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Cappuccetto Rosso
una favola di J. e W. Grimm

C'era una volta una cara ragazzina; solo a vederla le volevan tutti bene, e specialmente la nonna, che non sapeva piu' cosa regalarle. Una volta le regalò un cappuccetto di velluto rosso, e, poichè le donava tanto ch'essa non volle più portare altro, la chiamarono sempre Cappuccetto Rosso. Un giorno sua madre le disse:
- Vieni, Cappuccetto Rosso, eccoti un pezzo di focaccia e una bottiglia di vino, portali alla nonna; è debole e malata e si ristorerà. Mettiti in via prima che faccia troppo caldo; e, quando sei fuori, va' da brava, senza uscir di strada; se no, cadi e rompi la bottiglia e la nonna resta a mani vuote. E quando entri nella sua stanza, non dimenticare di dir buon giorno invece di curiosare in tutti gli angoli.
- Farò tutto per bene, - disse Cappuccetto Rosso alla mamma e le diede la mano.
Ma la nonna abitava fuori, nel bosco, a una mezz'ora dal villaggio. E quando giunse nel bosco, Cappuccetto Rosso incontrò il lupo. Ma non sapeva che fosse una bestia tanto cattiva e non ebbe paura.
- Buon giorno, Cappuccetto Rosso, - egli disse.
- Grazie, lupo.
- Dove vai cosi presto, Cappuccetto Rosso?
- Dalla nonna.
- Cos 'hai sotto il grembiule?
- Vino e focaccia: ieri abbiamo cotto il pane; così la nonna, che è debole e malata, se la godrà un po' e si rinforzerà.
- Dove abita la tua nonna, Cappuccetto Rosso?
- A un buon quarto d'ora di qui, nel bosco, sotto le tre grosse querce; là c'è la sua casa, è sotto la macchia di noccioli, lo saprai già, - disse Cappuccetto Rosso.
Il lupo pensava: "Questa bimba tenerella è un grasso boccone, sarà più saporita della vecchia; se sei furbo, le acchiappi tutt'e due". Fece un pezzetto di strada vicino a Cappuccetto Rosso, poi disse:
- Vedi, Cappuccetto Rosso, quanti bei fiori? perché non ti guardi intorno? Credo che non senti neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne vai tutta contegnosa, come se andassi a scuola, ed è così allegro fuori nel bosco!
Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e quando vide i raggi di sole danzare attraverso gli alberi, e tutto intorno pieno di bei fiori, pensò: "Se porto alla nonna un mazzo fresco, le farà piacere; è tanto presto, che arrivo ancora in tempo". Dal sentiero corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno più bello e ci correva e si addentrava sempre più nel bosco.
Ma il lupo andò difilato alla casa della nonna e bussò alla porta.
- Chi è?
- Cappuccetto Rosso, che ti porta vino e focaccia; apri. - Alza il saliscendi, - gridò la nonna: - io son troppo debole e non posso levarmi.
Il lupo alzò il saliscendi, la porta si spalancò e, senza dir molto, egli andò dritto a letto della nonna e la ingoiò.
Poi si mise le sue vesti e la cuffia, si coricò nel letto e tirò le coperte .. Ma Cappuccetto Rosso aveva girato in cerca di fiori, e quando n'ebbe raccolti tanti che più non ne poteva portare, si ricordò della nonna e s'incamminò. Si meravigliò che la porta fosse spalancata ed entrando nella stanza ebbe un'impressione così strana che pensò: "Oh, Dio mio, oggi, che paura! e di solito sto così volentieri con la nonna!" Esclamò:
- Buon giorno! - ma non ebbe risposta.
Allora s'avvicinò al letto e scostò le cortine: la nonna era coricata, con la cuffia abbassata sulla faccia e aveva un aspetto strano.
- Oh, nonna, che orecchie grosse!
- Per sentirti meglio.
- Oh, nonna, che occhi grossi!
- Per vederti meglio.
- Oh, nonna, che grosse mani!
- Per meglio afferrarti.
- Ma, nonna, che bocca spaventosa!
- Per meglio divorarti!.
E subito il lupo balzò dal letto e ingoiò il povero Cappuccetto Rosso.
Saziato il suo appetito, si rimise a letto, s'addormentò e cominciò a russare sonoramente.
Proprio allora passò lì davanti il cacciatore e pensò: "Come russa la vecchia! devo darle un'occhiata, potrebbe star male".
Entrò nella stanza e, avvicinatosi al letto, vide il lupo.
- Eccoti qua, vecchio impenitente, - disse, - è un pezzo che ti cerco.
Stava per puntare lo schioppo, ma gli venne in mente che il lupo avesse mangiato la nonna e che si potesse ancora salvarla: non sparò, ma prese un paio di forbici e cominciò a tagliare la pancia del lupo addormentato. Dopo due tagli, vide brillare il cappuccetto rosso, e dopo altri due la bambina saltò fuori gridando:
- Che paura ho avuto! com'era buio nel ventre del lupo!
Poi venne fuori anche la vecchia nonna, ancor viva, benché respirasse a stento. E Cappuccetto Rosso corse a prender dei pietroni, con cui riempirono la pancia del lupo; e quando egli si svegliò fece per correr via, ma le pietre erano così pesanti che subito s'accasciò e cadde morto.
Erano contenti tutti e tre: il cacciatore scuoiò il lupo e si portò via la pelle; la nonna mangiò la focaccia e bevve il vino che aveva portato Cappuccetto Rosso, e si rianimò; ma Cappuccetto Rosso pensava: "Mai più correrai sola nel bosco, lontano dal sentiero, quando la mamma te l'ha proibito".
Raccontano pure che una volta Cappuccetto Rosso portava di nuovo una focaccia alla vecchia nonna, e un altro lupo volle indurla a deviare. Ma Cappuccetto Rosso se ne guardò bene e andò dritta per la sua strada, e disse alla nonna di aver incontrato il lupo, che l'aveva salutata, ma l'aveva guardata male:
- Se non fossimo stati sulla pubblica via, mi avrebbe mangiato.
- Vieni, - disse la nonna, - chiudiamo la porta, perché non entri.
Poco dopo il lupo bussò e gridò:
- Apri, nonna, sono Cappuccetto Rosso, ti porto la focaccia.
Ma quelle, zitte, non aprirono; allora Testa Grigia gironzolò un po' intorno alla casa e infine saltò sul tetto, per aspettare che Cappuccetto Rosso, la sera, prendesse la via del ritorno; l'avrebbe seguita di soppiatto, per mangiarsela al buio. Ma la nonna si accorse di quel che tramava. Davanti alla casa c'era un grosso trogolo di pietra, ed ella disse alla bambina:
- Prendi il secchio, Cappuccetto Rosso, ieri ho cotto le salsicce, porta nel trogolo l'acqua dove han bollito.
Cappuccetto Rosso portò l'acqua, finché il grosso trogolo fu ben pieno.
Allora il profumo delle salsicce salì alle narici del lupo, egli si mise a fiutare e a sbirciare in giù, e alla fine allungò tanto il collo che non poté più trattenersi e cominciò a sdrucciolare: e sdrucciolò dal tetto proprio nel grosso trogolo e affogò.
Invece Cappuccetto Rosso tornò a casa tutta allegra e nessuno le fece del male.
 

Cappuccetto Rosso
una favola di Charles Perrault
nella traduzione di Carlo Collodi

C'era una volta in un villaggio una bambina, la più carina che si potesse mai vedere. La sua mamma n'era matta, e la sua nonna anche di pìù.
Quella buona donna di sua madre le aveva fatto fare un cappuccetto rosso, il quale le tornava così bene a viso, che la chiamavano dappertutto Cappuccetto Rosso.
Un giorno sua madre, avendo cavate di forno alcune stiacciate, le disse:
"Va' un po' a vedere come sta la tua nonna, perché mi hanno detto che era un po' incomodata: e intanto portale questa stiacciata e questo vasetto di burro".
Cappuccetto Rosso, senza farselo dire due volte, partì per andare dalla sua nonna, la quale stava in un altro villaggio. E passando per un bosco s'imbatté in quella buona lana del Lupo, il quale avrebbe avuto una gran voglia di mangiarsela; ma poi non ebbe il coraggio di farlo, a motivo di certi taglialegna che erano lì nella foresta.
Egli le domandò dove andava.
La povera bambina, che non sapeva quanto sia pericoloso fermarsi per dar retta al Lupo, gli disse: "Vo a vedere la mia nonna e a portarle una stiacciata, con questo vasetto di burro, che le manda la mamma mia".
"Sta molto lontana di qui?", disse il Lupo.
"Oh, altro!", disse Cappuccetto Rosso. "La sta laggiù, passato quel mulino, che si vede di qui, nella prima casa, al principio del villaggio."
"Benissimo", disse il Lupo, "voglio venire a vederla anch'io. Io piglierò da questa parte, e tu da quell'altra, e faremo a chi arriva più presto."
Il Lupo si messe a correre per la sua strada, che era una scorciatoia, con quanta forza avea nelle gambe: e la bambina se ne andò per la sua strada, che era la più lunga, baloccandosi a cogliere le nocciuole, a dar dietro alle farfalle, e a fare dei mazzetti con tutti i fiorellini, che incontrava lungo la via.
Il Lupo in due salti arrivò a casa della nonna e bussò.
"Toc, toc."
"Chi è?"
"Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso", disse il Lupo, contraffacendone la voce, "e vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia."
La buona nonna, che era a letto perché non si sentiva troppo bene, gli gridò:
"Tira la stanghetta, e la porta si aprirà".
Il Lupo tirò la stanghetta, e la porta si aprì. Appena dentro, si gettò sulla buona donna e la divorò in men che non si dice, perché erano tre giorni che non s'era sdigiunato. Quindi rinchiuse la porta e andò a mettersi nel letto della nonna, aspettando che arrivasse Cappuccetto Rosso, che, di lì a poco, venne a picchiare alla porta.
"Toc, toc."
"Chi è?"
Cappuccetto Rosso, che sentì il vocione grosso del Lupo, ebbe dapprincipio un po' di paura; ma credendo che la sua nonna fosse infreddata rispose:
"Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso, che vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia".
Il Lupo gridò di dentro, assottigliando un po' la voce:
"Tira la stanghetta e la porta si aprirà."
Cappuccetto Rosso tirò la stanghetta e la porta si aprì.
Il Lupo, vistala entrare, le disse, nascondendosi sotto le coperte:
"Posa la stiacciata e il vasetto di burro sulla madia e vieni a letto con me".
Cappuccetto Rosso si spogliò ed entrò nel letto, dove ebbe una gran sorpresa nel vedere com'era fatta la sua nonna, quando era tutta spogliata. E cominciò a dire:
"O nonna mia, che braccia grandi che avete!".
"Gli è per abbracciarti meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che gambe grandi che avete!"
"Gli è per correr meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che orecchie grandi che avete!"
"Gli è per sentirci meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che occhioni grandi che avete!"
"Gli è per vederci meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che denti grandi che avete!"
"Gli è per mangiarti meglio."
E nel dir così, quel malanno di Lupo si gettò sul povero Cappuccetto Rosso, e ne fece un boccone.

La storia di Cappuccetto Rosso fa vedere ai giovinetti e alle giovinette, e segnatamente alle giovinette, che non bisogna mai fermarsi a discorrere per la strada con gente che non si conosce: perché dei lupi ce n'è dappertutto e di diverse specie, e i più pericolosi sono appunto quelli che hanno faccia di persone garbate e piene di complimenti e di belle maniere.
 

Biancaneve e i sette nani
una favola di J. e W. Grimm

C'era una volta, nel cuor dell'inverno, mentre i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume, una regina che cuciva, seduta accanto a una finestra dalla cornice di ebano. E così, cucendo e alzando gli occhi per guardar la neve, si punse un dito, e caddero nella neve tre gocce di sangue. Il rosso era così bello su quel candore, ch'ella pensò: "Avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come il legno della finestra!" Poco dopo diede alla luce una figlioletta bianca come la neve, rossa come il sangue e dai capelli neri come l'ebano; e la chiamarono Biancaneve. E quando nacque, la regina morì.
Dopo un anno il re prese un'altra moglie: era bella, ma superba e prepotente, e non poteva sopportare che qualcuno la superasse in bellezza. Aveva uno specchio magico, e nello specchiarsi diceva:
- Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
E lo specchio rispondeva:
- Nel regno, Maestà, tu sei quella.
Ed ella era contenta perché sapeva che lo specchio diceva la verità; Ma Biancaneve cresceva, diventava sempre più bella e a sette anni era bella come la luce del giorno e ancor più bella della regina. Una volta che la regina chiese allo specchio:
- Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
lo specchio rispose:
- Regina, la più bella qui sei tu, ma Biancaneve lo è molto di più.
La regina allibì e diventò verde e gialla d'invidia. Da quel momento la vista di Biancaneve la sconvolse, tanto ella odiava la bimba. E invidia e superbia crebbero come le male erbe, cosi che ella non ebbe più pace né giorno né notte. Allora chiamò un cacciatore e disse: - Porta la bambina nel bosco, non la voglio più vedere. Uccidila, e mostrami i polmoni e il fegato come prova della sua morte -. Il cacciatore obbedì e condusse la bimba lontano; ma quando mosse il coltello per trafiggere il suo cuore innocente, ella si mise a piangere e disse:
- Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò verso la foresta selvaggia e non tornerò mai più -. Ed era tanto bella che il cacciatore disse, impietosito: - ìVa' pure, povera bambina -. Le bestie feroci faran presto a divorarti", pensava; ma sentiva che gli si era levato un gran peso dal cuore, a non doverla uccidere. E siccome proprio allora arrivò di corsa un cinghialetto, lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla regina come prova. Il cuoco dovette salarli e cucinarli, e la perfida li mangiò credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve.
Ora la povera bambina era tutta sola nel gran bosco e aveva tanta paura che badava anche alle foglie degli alberi e non sapeva che fare. Si mise a correre e corse sulle pietre aguzze e fra le spine; le bestie feroci le passavano accanto, ma senza farle alcun male. Corse finché le ressero le gambe; era quasi sera, quando vide una casettina ed entrò per riposarsi. Nella casetta tutto era piccino, ma lindo e leggiadro oltre ogni dire. C'era una tavola apparecchiata con sette piattini: ogni piattino col suo cucchiaino, e sette coltellini, sette forchettine e sette bicchierini. Lungo la parete, l'uno accanto all'altro, c'erano sette lettini, coperti di candide lenzuola. Biancaneve aveva tanta fame e tanta sete, che mangiò un po' di verdura con pane da ogni piattino, e bevve una goccia di vino da ogni bicchierino, perché non voleva portar via tutto a uno solo. Poi era cosi stanca che si sdraiò in un lettino, ma non ce n'era uno che andasse bene: o troppo lungo o troppo corto, finché il settimo fu quello giusto: si coricò, si raccomandò a Dio e si addormentò.
A buio, arrivarono i padroni di casa: erano i sette nani che scavavano i minerali dai monti. Accesero le loro sette candeline e, quando la casetta fu illuminata, videro che era entrato qualcuno; perché non tutto era in ordine, come l'avevano lasciato. Il primo disse: - Chi si è seduto sulla mia seggiolina? - Il secondo: - Chi ha mangiato dal mio piattino? - Il terzo: - Chi ha preso un po' del mio panino? - Il quarto: - Chi ha mangiato un po' della mia verdura? - Il quinto: - Chi ha usato la mia forchettina? - Il sesto: - Chi ha tagliato col mio coltellino? - Il settimo: - Chi ha bevuto dal mio bicchierino? - Poi il primo si guardò intorno, vide che il suo letto era un po' ammaccato e disse: - Chi mi ha schiacciato il lettino? - Gli altri accorsero e gridarono: - Anche nel mio c'è stato qualcuno -. Ma il settimo scorse nel suo letto Biancaneve addormentata. Chiamò gli altri, che accorsero e gridando di meraviglia presero le loro sette candeline e illuminarono Biancaneve. - Ah, Dio mio! ah, Dio mio! - esclamarono: - Che bella bambina! - Ed erano così felici che non la svegliarono e la lasciarono dormire nel lettino. Il settimo nano dormi coi suoi compagni, un'ora con ciascuno; e la notte passò.
Al mattino, Biancaneve si svegliò e s'impaurì vedendo i sette nani. Ma essi le chiesero gentilmente: - Come ti chiami? - Mi chiamo Biancaneve, - rispose. - Come sei venuta in casa nostra? - dissero ancora i nani. Ella raccontò che la sua matrigna voleva farla uccidere, ma il cacciatore le aveva lasciato la vita ed ella aveva corso tutto il giorno, finché aveva trovato la casina. I nani dissero:
- Se vuoi curare la nostra casa, cucinare, fare i letti, lavare, cucire e far la calza, e tener tutto in ordine e ben pulito, puoi rimaner con noi, e non ti mancherà nulla. - Si, - disse Biancaneve, - di gran cuore -. E rimase con loro. Teneva in ordine la casa; al mattino essi andavano nei monti, in cerca di minerali e d'oro, la sera tornavano, e la cena doveva esser pronta. Di giorno la fanciulla era sola. I nani l'ammonivano affettuosamente, dicendo: - Guardati dalla tua matrigna; farà presto a sapere che sei qui: non lasciar entrar nessuno.
Ma la regina, persuasa di aver mangiato i polmoni e il fegato di Biancaneve, non pensava ad altro, se non ch'ella era di nuovo la prima e la più bella; andò davanti allo specchio e disse:
- Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
E lo specchio rispose: - Regina la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.
La regina inorridì, perché sapeva che lo specchio non mentiva mai e si accorse che il cacciatore l'aveva ingannata e Biancaneve era ancor viva. E allora pensò di nuovo come fare ad ucciderla: perché se ella non era la più bella in tutto il paese, l'invidia non le dava requie.
Pensa e ripensa, finalmente si tinse la faccia e si travestì da vecchia merciaia, in modo da rendersi del tutto irriconoscibile. Così trasformata passò i sette monti, fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: - Roba bella, chi compra! chi compra! - Biancaneve diede un'occhiata dalla finestra e gridò: - Buon giorno, brava donna, cos'avete da vendere? - Roba buona, roba bella, - rispose la vecchia, - stringhe di tutti i colori -. E ne tirò fuori una, di seta variopinta. "Questa brava donna posso lasciarla entrare", pensò Biancaneve; aprì la porta e si comprò la bella stringa.
- Bambina, - disse la vecchia, - come sei conciata! Vieni, per una volta voglio allacciarti io come si deve -. La fanciulla le si mise davanti fiduciosa e si lasciò allacciare con la stringa nuova: ma la vecchia strinse tanto e cosi rapidamente che a Biancaneve mancò il respiro e cadde come morta. - Ormai lo sei stata la più bella, - disse la regina, e corse via.
Presto si fece sera e tornarono i sette nani: come si spaventarono, vedendo la loro cara Biancaneve stesa a terra, rigida, come se fosse morta! La sollevarono e, vedendo che era troppo stretta alla vita, tagliarono la stringa. Allora ella cominciò a respirare lievemente e a poco a poco si rianimò. Quando i nani udirono l'accaduto, le dissero: - La vecchia merciaia altri non era che la scellerata regina; sta' in guardia, e non lasciar entrare nessuno, se non ci siamo anche noi.
Ma la cattiva regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e chiese:
- Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
Come al solito, lo specchio rispose:
regina, qui la più bella sei tu;
ma al di là di monti e piani
presso i sette nani,
Biancaneve lo è molto di più.
A queste parole, il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita. "Ma adesso, - pensò, - troverò qualcosa che sarà la tua rovina"; e, siccome s'intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l'aspetto di un'altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: - Roba bella! Roba bella! - Biancaneve guardò fuori e disse: - Andate pure, non posso lasciar entrare nessuno. - Ma guardare ti sarà permesso, - disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò. Alla bimba piacque tanto che si lasciò sedurre e apri la porta. Conclusa la compera, la vecchia disse: - Adesso voglio pettinarti perbene -. La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare; ma non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi.
- Portento di bellezza! - disse la cattiva matrigna: è finita per te! - e se ne andò. Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare. Quando videro Biancaneve giacer come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l'ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto. Di nuovo l'ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno.
A casa, la regina si mise allo specchio e disse:
- Dal muto, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
Come al solito, lo specchio rispose:
- Regina, la più bella qui sei tu; ma al di là di monti e piani, presso i sette nani, Biancaneve lo è molto di più.
A tali parole, ella rabbrividì e tremò di collera. - Biancaneve morirà, - gridò, - dovesse costarmi la vita -. Andò in una stanza segreta, dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima. Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla; ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire. Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e cosi passò i sette monti fino alla casa dei sette nani. Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse: - Non posso lasciar entrare nessuno, i sette nani me l'hanno proibito. - Non importa, - rispose la contadina, - le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una. - No, - rispose Biancaneve, - non posso accettare nulla. - Hai paura del veleno? - disse la vecchia. - Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca -. Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata. Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non poté più resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata. Ma al primo boccone cadde a terra morta. La regina l'osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo: - Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l'ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più -. A casa, domandò allo specchio:
- Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
E finalmente lo specchio rispose:
- Nel regno, Maestà, tu sei quella.
Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può esser pace per un cuore invidioso.
I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara bambina era morta e non si ridestò. La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancor fresca, come se fosse viva. Dissero:
- Non possiamo seppellirla dentro la nera terra, - e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d'oro, e scrissero che era figlia di re. Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a pianger Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella.
Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l'ebano. Ma un bel giorno capitò nel bosco un principe e andò a pernottare nella casa dei nani. Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d'oro. Allora disse ai nani: - Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete -. Ma i nani risposero: - Non la cediamo per tutto l'oro del mondo. - Regalatemela, allora, - egli disse, - non posso vivere senza veder Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo -. A sentirlo, i buoni nani s'impietosirono e gli donarono la bara. Il principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle. Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e per la scossa quel pezzo di mela avvelenata, che Biancaneve aveva trangugiato, le usci dalla gola. E poco dopo ella apri gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita. - Ah Dio, dove sono? - gridò. Il principe disse, pieno a gioia: - Sei con me, - e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: - Ti amo sopra ogni cosa al mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa -. Biancaneve acconsenti andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore.
Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Indossate le sue belle vesti, ella andò allo specchio e disse:
- Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?
Lo specchio rispose:
- Regina, la più bella qui sei tu; ma la sposa lo è molto di più.
La cattiva donna imprecò e il suo affanno era così grande che non poteva più dominarsi. Dapprima non voleva assistere alle nozze; ma non trovò pace e dovette andare a veder la giovane regina. Entrando, vide che non si trattava d'altri che di Biancaneve e impietrì dall'orrore. Ma sulla brace erano già pronte due pantofole di ferro: quando furono incandescenti gliele portarono, ed ella fu costretta a calzare le scarpe roventi e ballarvi finché le si bruciarono miseramente i piedi e cadde a terra, morta.
 

Barbablù
una favola di Charles Perrault

C'era una volta un uomo tanto ricco quanto brutto.
Egli possedeva palazzi in città, ville in campagna, scuderie piene di cavalli, forzieri colmi di monete d'oro, ma aveva la barba blu, una barba che gli dava un aspetto così terribile che tutte le ragazze scappavano non appena lo vedevano.
Aveva già chiesto la mano di parecchie fanciulle, poiché desiderava sposarsi; ma tutte lo avevano rifiutato.
Tuttavia egli non si stancava e continuava a cercare moglie.
Nella sua stessa città viveva una gran dama che aveva due figlie molto belle, e Barbablù (tutti lo chiamavano così) ne chiese una in sposa: non gli importava se la maggiore o la minore.
La gran dama esitò: ella aveva anche due figli maschi ai quali avrebbe voluto preparare l'avvenire; ma, rimasta vedova, era caduta in povertà.
Un matrimonio con un uomo ricco come Barbablù sarebbe stato la fortuna per tuttiÖ Non volendo forzare la volontà delle sue ragazze, le lasciò libere di accettare o no.
Ma nessuna delle due si sentiva il coraggio di compiere quel passo. Tanto più che, si diceva, Barbablù era già stato sposato altre volte, ma non si sapeva dove le sue mogli fossero andate a finire.
Allora Barbablù incominciò a coprire le due ragazze di regali: fiori, gioielli meravigliosi, le invitò insieme alla madre in una sua villa dove, per una settimana, si susseguirono feste da ballo, battute di caccia, banchettiÖ Infine la figlia minore concluse che quell'uomo non aveva poi la barba tanto bluÖ e in quattro e quattr'otto decise di sposarlo.
Le nozze furono celebrate con grande sfarzo, e la sposina si sentì molto orgogliosa quando poté mostrare alle sue amiche il meraviglioso palazzo dove abitava.
Un giorno Barbablù annunciò a sua moglie che doveva assentarsi da casa per alcuni affari. Tuttavia desiderava che nel frattempo lei si divertisse con le sue amiche, e le invitasse a palazzo:
- Ti lascio le chiavi di tutte le porte, di tutti i forzieri, di tutti gli armadi - disse togliendo di tasca un tintinnante mazzo di chiavi. - Adopera come vuoi il servizio di vasellami e le posate d'oro e d'argento; fruga nei ripostigli, saccheggia la dispensa. Ma per nessun motivo al mondo dovrai aprire la porticina che si trova in fondo alla galleria e che si apre con questa chiavetta d'oro. Guai a te se entrerai in quello stanzino: dovrai pentirtene amaramente!
Così dicendo, consegnò il mazzo di chiavi alla moglie.
Questa ebbe subito una grande curiosità di vedere che cosa si nascondesse nel misterioso stanzino. Tuttavia promise di essere ubbidiente e di adoperare tutte le chiavi meno quella d'oro.
Barbablù salì in carrozza e partì; subito dopo la ragazza invitò sua sorella Anna e tutte le sue amiche ad andare a farle visita. Invitò anche i due fratelli, ma questi promisero che sarebbero venuti soltanto il giorno dopo.
Il corteo delle ragazze, con la sposina in testa, percosse le sale e le gallerie del sontuoso palazzo e di continuo risuonavano degli "Oh" di meraviglia davanti alle ricchezze che venivano alla luce: tazze di diaspro e di cristallo, piatti d'oro e d'argentoÖ Finalmente non restò più da visitare che lo stanzino in fondo alla galleria, e la sposina esitò parecchio, stringendo fra le dita la chiave d'oroÖ poi pensò che era meglio lasciar partire le amiche; rimasta sola, avrebbe potuto soddisfare la curiosità senza che nessuno se ne accorgesse.
Infatti, dopo i convenevoli. La sorella Anna andò a dormire al piano di sopra, e la sposina poté dirigersi senza far rumore verso la stanza misteriosa.

Infilò la chiave nella toppa, la girò dolcemente, entrò, maÖ orrore!
Un grosso cespo ancora insanguinato e una scure affilata gettata sulla paglia stavano a dimostrare che in quello stanzino si entrava soltanto per morireÖ Ora sul ceppo ballavano i topi, ma in un angolo giacevano diversi corpi di donne: tutte con la testa tagliata.
Le mogli scomparse di BarbablùÖ Inorridita, la sposina si portò le mani agli occhi per non vedere più; ma in quel gesto la chiavetta le sfuggì di mano e cadde in una pozza di sangue. La raccolse e fuggì via, dopo aver richiuso accuratamente la porta; poi si rifugiò in camera sua tremando da capo a piedi. Guardò la chiavicina maledetta e vide che era sporca di sangue. Subito cercò di asciugarla e di pulirla, ma non vi riuscì.
La chiave era fatata, e le macchie di sangue cancellate da una parte, ricomparivano da un'altra. Atterrita, pensava di fuggire dal palazzo, ma proprio quella notte Barbablù vi fece ritorno.
La sposina simulò di accoglierlo lietamente, ma in cuor suo si sentiva morire per la paura.
Barbablù non chiese la restituzione delle chiavi e andò a dormire senza domande, ma al mattino dopo, assumendo un piglio che non prometteva niente di buono, chiese:
- Hai adoperato la chiave che ti avevo proibito di usare? Vuoi restituirmela, ora?
La ragazza porse la chiave con mani tremanti, e Barbablù vide subito che era macchiata.
- Perché c'è del sangue su questa chiave?
- Proprio non lo soÖ
- Ebbene, lo so io! - gridò ferocemente l'uomo. - Tu mi hai disobbedito e sei entrata nello stanzino. Perciò vi ritornerai, e questa volta per sempre, perché io ti taglierò la testa e ti metterò a fianco delle altre donne che furono curiose come te.
La povera ragazza a quelle parole divenne pallida come una morta e si buttò in ginocchio:
- Perdonatemi! - singhiozzò. - Io non lo dirò a nessuno ciò che ho veduto.
- Tutte le donne sono pettegole così come sono curiose; solo quando ti avrò tagliato la testa, sarò veramente sicuro che non parlerai.
- Vi prometto che vi obbedirò sempre! Vi prometto che non dirò una sola parola.
Barbablù ridendo sgangheratamente, disse:
- Ti ho veduto alla prova! E adesso sono stanco di ciarle: vieni con me perché la tua ultima ora è suonata.
Fece per afferrare la giovane per i capelli, ma ella si ritrasse:
- Non potete farmi morire senza che io abbia prima raccomandato la mia anima a Dio. Lasciatemi sola, affinché io possa pregare in pace.
Barbablù esitò, ma sebbene fosse un uomo crudele e feroce, non osò opporre un rifiuto.
- Va bene, - replicò. - Ti concedo un quarto d'ora di tempo: non di più. Io, intanto, andrò ad affilare la scure.
Si allontanò verso il terribile stanzino, e la povera moglie corse a svegliare la sorella Anna.
- Mia cara sorella - supplicò - sali sulla torre e guarda se vedi i nostri fratelli. Dovrebbero arrivare questa mattina. Se li vedi fa cenno che si affrettino, per carità.
La sorella Anna corse subito alla finestra della torre, mentre la sposina aspettava col cuore in gola.
Nel frattempo Barbablù, che aveva finito di affilare la scure, incominciò a gridare.
- Il quarto d'ora è ormai trascorso. Affrettati a scendere: altrimenti salgo io!
- Ancora un attimo - rispose l'infelice, e chiese con ansia:
- Cara sorella Anna, non vedi nessuno?
- Nessuno - rispondeva Anna. - Vedo soltanto i ruscelli luccicare e l'erba verdeggiante.
- Hai finito sì o no? Sono stanco di aspettare. Se non scendi tu, salirò io. Urlava intanto Barbablù. - Un momento, un solo momento - rispondeva la sposina piangendo. E ancora domandava :
-  Sorella Anna, vedi nessuno?
- Vedo un nuvolone di polvereÖ Ma si tratta di pecore che vanno al pascolo.
In quel momento si udirono i passi pesanti di Barbablù che saliva le scale.
Egli spalancò la porta con un calcio, mentre la sposa chiedeva un'ultima volta:
- Sorella Anna, vedi nessuno?
- VedoÖdue cavalieriÖSì, sì, sono proprio i nostri fratelli!
Anna si strappò la sciarpa dalle spalle e incominciò da agitarla dalla finestra facendo cenno ai due giovani di affrettarsi.
Essi irruppero nel cortile e salirono i gradini a quattro a quattroÖ
Appena in tempo, perché Barbablù aveva afferrato la sposa per i capelli e stava trascinandola verso l'orribile stanzino.
I giovani gli balzarono addosso con le spade sguainate, e un attimo dopo egli giaceva a terra morto, mentre la sorella con le mani ancora giunte sul cuore, non sapeva se ridere o piangere.
Poi quel terribile spavento passò, e anche Barbablù fu dimenticato, come succede sempre ai cattivi.
La moglie ereditò tutti i suoi beni, e con quelli poté regalare una dote alla sorella Anna che sposò un gentiluomo buono e ricco; aiutò i due bravi fratelli a crearsi un avvenire; infine anche lei scelse un onesto e affettuoso marito che la consolò di tutti i dispiaceri provati con Barbablù.
 

La vecchia avida
una favola di Aleksander N. Afanas'ev

C'era una volta un vecchio e una vecchia; un giorno il vecchio andò nel bosco a far legna. Cercò un albero annoso, sollevò la scure e fece per vibrare il colpo. Ma l'albero gli disse: "Non tagliarmi, mugik*, farò quello che vuoi".
"Fa' in modo che diventi ricco, allora" disse il vecchio.
"Va bene, torna a casa e vi troverai ogni ben di Dio" replicò l'albero.
Al ritorno il vecchio trovò un' izba** nuova, colma di ogni ben di Dio, soldi a bizzeffe, pane in abbondanza e mucche, cavalli, pecore che ci sarebbero voluti tre giorni solo per contarli.
"Ehi, vecchio, da dove salta fuori tutto questo?" chiese la moglie.
"Ho trovato un albero così e così che realizza ogni desiderio" le spiegò il marito.
Passò un mese e alla vecchia era venuta a noia la ricca dimora; disse al marito: "Anche se viviamo da ricchi, a che serve se la gente non ci rispetta? Se vuole, il castaldo ci spedisce al lavoro, e se proviamo a rifiutarci ce le suona col bastone. Va' dall'albero e chiedi che ti faccia diventare castaldo".
Il vecchio prese l'ascia, andò dall'albero e fece per vibrare il colpo alla radice.
"Cosa vuoi?" chiese l'albero.
"Fammi diventare castaldo"
"Va bene, va' con Dio".
Il vecchio tornò a casa, e i soldati erano già lì che lo aspettavano.
"Dove sei stato vecchio diavolo?" gridavano. "A zonzo" replicò il vecchio.
"Assegnaci presto un alloggio, e che sia buono. Su, muoviti!"
E lo sospingevano con le baionette.
La vecchia, vedendo che non sempre il castaldo era rispettato, disse al marito: "Che ci guadagno mai a essere la moglie del castaldo? I soldati ti hanno malmenato, mentre un barin***, lui sì che fa davvero ciò che vuole. Va' dall'albero e chiedigli che ti faccia diventare barin, e me barynja!".
Il vecchio prese la scure, ritornò dall'albero e finse di nuovo di colpirlo; l'albero chiese: "Cosa vuoi, vecchio?"
"Fammi diventare barin, e la vecchia barynja"
"Va bene, va' con Dio!".
Una volta diventata nobile, la vecchia volle un grado più alto e disse: "Che vantaggi ho a essere barynja? Se tu fossi colonnello, allora sì che sarebbe diverso, tutti ci invidierebbero". E mandò di nuovo il vecchio dall'albero. Lì giunto domandò: "Fammi diventare colonnello e la vecchia, moglie di colonnello"
"Va bene, va' con Dio".
Al suo ritorno, il vecchio fu promosso colonnello. Trascorso qualche tempo, la moglie gli disse: "Colonnello: capirai che gran cosa! Se vuole, un generale ti può mettere agli arresti. Va' dall'albero e chiedigli che faccia diventare te generale e me generalessa".
Il vecchio tornò nel bosco, finse di vibrare il colpo e quando l'albero chiese: "Cosa vuoi?" disse: "Fammi diventare generale, e la vecchia generalessa"
"Va bene, va' con Dio!" replicò l'albero. Al suo ritorno a casa lo promossero generale.
Passò qualche tempo e di nuovo, alla vecchia venne a noia d'essere generalessa e disse al marito: "Capirai che roba, essere un generale! Se vuole lo zar ti manda in Siberia. Va' dall'albero e chiedi che ti faccia diventare zar e me zarina".
Il vecchio si recò dall'albero e compì il solito rituale; quando gli chiese di farlo diventare zar e sua moglie zarina, l'albero come sempre acconsentì.
Quando il vecchio tornò a casa, trovò gli ambasciatori giunti prima di lui che gli dissero:
 "E' morto lo zar e sei stato scelto tu al suo posto".
Toccò loro un breve regno: alla vecchia non sembrava abbastanza d'essere zarina! Chiamò il marito e gli disse: "Capirai che gran cosa essere zar! Se Dio vuole ti manda la morte e ti calano giù nell'umida terra. Vai dall'albero e chiedi che ci faccia diventare dei".
Il vecchio si recò nel bosco. Ma appena l'albero udì quella richiesta insensata, le sue fronde stormirono e rispose: "Che tu divenga un orso e tua moglie un'orsa!".
Immediatamente i due vecchi si trasformarono in orsi e rimasero a vivere nel bosco.

* (Contadino russo) ** (Capanna di legno) *** (Proprietario terriero)
 

I vestiti nuovi dell'imperatore
una favola di H. C. Andersen

Molti anni fa viveva un imperatore, il quale amava tanto possedere abiti nuovi e belli, che spendeva tutti i suoi soldi per abbigliarsi con la massima eleganza. Non si curava dei suoi soldati, non si curava di sentir le commedie, o di far passeggiate nel bosco, se non per sfoggiare i suoi vestiti nuovi; aveva un vestito per ogni ora del giorno, e mentre di solito di un rè si dice: "È in Consiglio!" di lui si diceva sempre: " È nello spogliatoio!"
Nella grande città dove egli abitava, ci si divertiva molto; ogni giorno arrivavano stranieri, e una volta vennero due impostori; si spacciarono per tessitori e dissero che sapevano tessere la stoffa più straordinaria che si poteva immaginare. Non solo i disegni e i colori erano di singolare bellezza, ma i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili a quegli uomini che non erano all'altezza della loro carica o che erano irnperdonabilmente stupidi.
"Sarebbero davvero vestiti meravigliosi! - pensò l'imperatote; - con quelli indosso, io potrei scoprire quali uomini nel mio regno non sono degni della carica che hanno; potrei distinguere gli intelligenti dagli stupidi, ah! si! mi si deve tessere subito questa stoffa!" E diede molti soldi in mano ai due impostori perché cominciassero a lavorare.
Essi montarono due telai, fecero finta di lavorare, ma non avevano assolutamente niente sul telaio. Chiesero senza complimenti la seta più bella e l'oro più brillante, se li ficcarono nella loro borsa e lavorarono con i telai vuoti senza smettere mai, fino a tarda notte.
"Adesso mi piacerebbe sapere a che punto stanno con la stoffa" pensò l'imperatore, ma in verità si sentiva un po' agitato al pensiero che una persona stupida o non degna della carica che occupava non avrebbe potuto vederla, quella stoffa; lui naturalmene non pensava di dover temere per sé, tuttavia preferì mandare un altro, prima, a vedere come andava la faccenda. Tutti gli abitanti della città sapevano dello straordinario potere della stoffa, e ognuno era desideroso di vedere quanto indegno o stupido fosse il proprio vicino di casa.
" Manderò dai tessitori il mio vecchio, bravo ministro! ? pensò l'imperatore, - lui può vedere meglio degli altri che figura fa quella stoffa, perché è intelligente e non c'è un altro che sia come lui all'altezza del proprio compito!".
Così quel vecchio buon ministro andò nella sala dove i due tessitori lavoravano sui telai vuoti: "Dio mio! - pensò il vecchio ministro spalancando gli occhi, - non vedo proprio niente!" ma non lo disse forte.
I due tessitori lo pregarono di avvicinarsi, per favore, e gli domandarono se il disegno e i colori non erano belli, e indicavano il telaio vuoto; il povero vecchio ministro continuò a spalancare gli occhi, ma non riuscì a veder niente perché non c'era niente. " Povero me! - pensò, - sarei stupido? non l'avrei mai creduto; ma ora, nessuno lo deve sapere! o non sono abbastanza adatto per questa carica? no, non posso andare a raccontare che non so vedere la stoffa!".
- E allora, non dice niente? - chiese uno dei tessitori.
- Oh! incantevoli, bellissimi! - disse il vecchio ministro, guardando da dietro gli occhiali, - questi disegni e questi colori! sì, sì! dirò all'imperatore che mi piacciono in un modo straordinario!
- Ah! ne siamo davvero contenti! ó dissero i due tessitori, e presero a enumerare i colori e a spiegare la bizzarria del disegno. Il vecchio ministro stette bene a sentire per ripetere le stesse cose quando fosse tornato dall'imperatore; e così fece.
Allora i due impostori chiesero altri soldi, e ancora seta e oro; l'oro occorreva per la tessitura. Si ficcarono tutto in tasca, sul telaio non ci arrivò neanche un filo, e tuttavia essi seguitarono, come prima, a tessere sul telaio vuoto.
Dopo un po' di tempo l'imperatore mandò un altro valente funzionario, a vedere come procedeva la tessitura e se la stoffa era finita. Gli successe proprio come al ministro; guardò, guardò; ma siccome non c'era niente all'infuori dei telai nudi, non poté vedere niente.
- Non è forse una bella stoffa? - dissero i due impostori, e gli mostravano e gli spiegavano il bellissimo disegno che non c'era per niente.
"Stupido non sono! - pensò l'uomo. - Dunque vorrà dire che non sono degno della mia alta carica? Sarebbe molto strano! Ma non bisogna farsene accorgerò!" E così prese a lodare il tessuto che non vedeva, e parlò del piacere che gli davano quei bei colori e quei graziosi disegni. - Sì, è proprio la stoffa più bella del mondo! - disse all'imperatore.
Tutti i cittadini discorrevano di quella stoffa magnifica. Allora l'imperatore stesso volle andare a vederla mentre era ancora sul telaio. Con tutto uno stuolo di uomini scelti, tra i quali anche quei due bravi funzionari che già c'erano stati, egli si recò dai due astuti imbroglioni, che stavano tessendo con grande lena, ma senza un'ombra di filo.
- Eh! ? non è magnifique - dissero i due bravi funzionari. - Guardi Sua Maestà che disegni, che colori! - e indicavano il telaio vuoto, perché erano sicuri che gli altri la vedevano, la stoffa.
"Che mi succede? - pensò l'imperatore, - non vedo nulla! terribile, davvero! Sono stupido? o non sono degno di essere imperatore? Questa è la cosa più spaventosa che mi poteva capitare!".
- Oh! bellissimo! - disse. - Vi concedo la mia suprema approvazione! - e annuiva soddisfatto, contemplando il telaio vuoto; non poteva mica dirlo, che non vedeva niente. Tutti quelli che s'era portato dietro, guardavano, guardavano, ma, per quanto guardassero, il risultato era uguale; eppure dissero, come l'imperatore: - Oh! bellissimo! - e gli suggerirono di farsi fare, con quella stoffa meravigliosa, un vestito nuovo da indossare al grande corteo che era imminente.
- Magnifique! carina, excellent! - dicevano l'uno all'altro ed erano tutti profondamente felici dicendo queste cose.
L'imperatore diede ai due impostori la Croce di Cavaliere da appendere all'occhiello e il titolo di Nobili Tessitori.
Per tutta la notte prima del pomeriggio in cui doveva aver luogo il corteo, gli imbroglioni restarono alzati con più di sedici candele accese; tutti potevano vedere quanto avevano da fare per ultimare i vestiti nuovi dell'imperatore. Finsero di staccare la stoffa dal telaio, con grandi forbici tagliarono l'aria, cucirono con ago senza filo e dissero infine: - Ecco, i vestiti sono pronti!
Giunse, allora, l'imperatore in persona, con i suoi più illustri cavalieri, e i due imbroglioni tenevano il braccio alzato come reggendo qualcosa e dicevano: - Ecco i calzoni, ecco la giubba, ecco il mantello! - e cosi via di seguito. - È una stoffa leggera come una tela di ragno! Si potrebbe quasi credere di non avere niente indosso, ma è appunto questo il suo pregio!
- Sì! ó dissero tutti i cavalieri, ma non vedevano niente, perché non c'era niente.
- E adesso, vuole la Sua Imperiale Maestà graziosamente concederci di spogliarsi? - dissero i due imbroglioni, ó cosi noi Le potremo mettere questi vestiti nuovi proprio qui dinanzi alla specchiera!
L'imperatore si spogliò e i due imbroglioni fingevano di porgergli, pezzo per pezzo, gli abiti nuovi, che, secondo loro, andavano terminando di cucire; lo presero per la vita come per legargli qualcosa stretto stretto, era lo strascico; e l'imperatore si girava e si rigirava davanti allo specchio.
- Dio, come sta bene! Come donano al suo personale questi vestiti! - dicevano tutti. - Che disegno! che colori! È un costume prezioso!
- Qui fuori sono arrivati quelli col baldacchino che sarà tenuto aperto sulla testa di Sua Maestà durante il corteo! ó disse il Gran Maestro del Cerimoniale.
- Sì comi pronto! - rispose l'imperatore. - Non è vero che sto proprio bene? - e si rigirò un'altra volta davanti allo specchio fingendo di contemplare la sua tenuta di gala.
I ciambellani che dovevano reggere lo strascico, finsero di raccoglierlo tastando per terra; e si mossero stringendo l'aria; non potevano mica far vedere che non vedevano niente.
E cosi l'imperatore aprì il corteo sotto il sontuoso baldacchino e la gente per le strade e alle finestre diceva: - Dio! sono di una bellezza incomparabile i vestiti nuovi dell'imperatore! che splendida coda dietro la giubba! Ma come gli stanno bene! ? Nessuno voleva mostrare che non vedeva niente, perché se no significava che non era degno della carica che occupava, oppure che era molto stupido. Nessuno dei tanti costumi dell'imperatore aveva avuto tanta fortuna.
- Ma se non ha niente indosso! - disse un bambino. ? Signore Iddio! La voce dell'innocenza! - disse il padre, e ognuno sussurrava all'altro quello che aveva detto il bambino.

- Non ha niente indosso! C'è un bambino che dice che non ha niente indosso!
- Non ha proprio niente indosso! - urlò infine tutta la gente.
E l'imperatore si senti rabbrividire perché era sicuro che avevano ragione; ma pensò: "Ormai devo guidare questo corteo fino alla fine!" e si drizzò ancor più fiero e i ciambellani camminarono reggendo la coda che non c'era per niente.
 

La principessa Camillona
di Gioele Dix, da ìCíera una volta un re ma morìî

Come sempre, è stata un'impresa colossale convincerla a mettersi a letto, ma ora il rito della narrazione farà il miracolo: la bimba si addormenterà di sasso. L'incognita risiede nel fatto che non è dato sapere quando si addormenterà.
Poco male, l'appuntamento piace a entrambi. Piace a lei, che seguirà le mie parole con la concentrazione che si deve a una liturgia sacra e irrinunciabile. E piace molto a me, che potrò sbizzarrirmi a dipingere scenari di fantasia per sorprenderla. Quando un bambino ti ascolta, la sfida esaltante sta nel saper precedere la sua impazienza. Questo, ovviamente, in teoria. Perché nella realtà Marta - come tutti i suoi microcolleghi utenti di favole - è conservatrice, ovvero la fiaba deve essere sempre la stessa, non sono permesse innovazioni. Guai a cambiare personaggi, fatti, ambientazioni. C'è il rischio che si agiti, che progressivamente si irriti e allora addio effetto narcotico. Se le permetti di cominciare a sindacare su dettagli imprecisi, se le concedi la possibilità di correggerti e dirti "No, hai sbagliato! " oppure "Ma non la sai proprio, papi! " sei un uomo finito e un padre condannato all'insonnia.
A questo scopo, assolutamente opportuno sarebbe stato, da parte mia, aver scelto fin dalla prima sera una di quelle belle fiabe della tradizione, tipo Biancaneve, Pollicino, II Gatto con gli stivali. Cenerentola, storie solide, sperimentate, immarcescibili. Macché. Io, papa creativo e presuntuoso, in un colpevole eccesso di fiducia nelle mie capacità affabulatorie, ho pensato bene di inventarmi una favola di sana pianta. E il problema è ora di ricordare esattamente quello che mi sono inventato in quella prima dannata sera. Avrei dovuto essere più attento, meticoloso, forse prendere degli appunti, per evitare errori durante le repliche. Insomma, avrei dovuto comportarmi come faccio per lavoro: scrivo un copione, lo imparo a memoria e poi lo ripeto allo stesso modo per centinaia di volte, seppure di fronte a un pubblico sempre diverso. Ma la situazione presente è anomala: il pubblico non cambia mai e ti corregge se sbagli le battute. Insomma, un incubo.
(Del resto, l'incubo tipico dell'attore è proprio quello di entrare in scena senza ricordarsi la parte. E qua, poco ci manca).
- Va bene, cominciamo allora. Sei pronta, Marta? Senti, non è che per caso ti andrebbe di ascoltare una nuova fiaba bellissima che non ti ho mai raccontato e che si intitola Biancaneve e i sette... No, niente affatto, vuoi la solita, certamente, agli ordini... La principessa Camillona, giusto?
Che gliel'ho chiesto a fare, tanto sempre quella raccontiamo...
- C'era una volta una principessa che si chiamava Camillona. Era molto ricca ma un po' svagata, e infatti possedeva un sacco di castelli... in aria... Ma il suo preferito era quello a picco sul mare, dove stava in affitto... Era un grande castello pieno di stanze, e le stanze erano piene di orologi, e ogni orologio segnava un'ora diversa, ma lei sapeva sempre qual era l'ora giusta...
Be', sono bravo però, dai... Me lo dico da solo...
- E in quel castello c'erano tanti ascensori, erano trenta, sì, trenta ascensori verdi... che salivano e non scendevano mai...
- Perché salivano e non scendevano mai?
- No, scusa, Marta, questo non me lo avevi mai chiesto... Su, un po' di mistero non guasta... Non ti garba il mistero... Giusto, più che giusto, per carità...
Se la bambina chiede il perché di qualche cosa, bisogna sforzarsi di dare una spiegazione... Che razza di idea ho avuto? Trenta ascensori verdi... Pazienza per il colore, ma il fatto che salgano e non scendano mai è proprio una trovata che... Dove diavolo l'ho trovata?... Anche quelli che li hanno costruiti 'sti trenta ascensori... Sono responsabili di uno spreco di danaro assurdo, trenta ascensori tutti fermi al piano dopo il primo viaggio... Mah, sarà stato il solito appalto...
- No, amore mio, non parlavo con tè... No, non il paltò... No, nemmeno il didò...
È chiaro che non può capire cosi, ci vuole una spiegazione alla sua portata...
- Ah, si! Ora mi ricordo! Vedi, amore, gli ascensori non scendevano mai perché ci volevano duecento lire per scendere, c'era una piccola fessura sul lato della porta e una targhetta con su scritto: "Duecento lire per scendere"... E succedeva che chiunque arrivasse davanti a uno di questi ascensori, leggeva la scritta, cominciava a palparsi le tasche alla ricerca della moneta, scopriva di non averla e allora chiedeva a chi passava di li: "Scusa, che c'hai duecento lire?" Ma nessuno ce l'aveva, insomma mancava la moneta e...
E andata, se l'è bevuta... Mamma mia, com'è difficile, ma perché non ho scelto di raccontarle Pollicino...
- E venne il giorno del suo compleanno... La principessa Camillona decise di fare una grande festa e invitò al castello tutti i suoi amici, soprattutto ammali, perché lei era molto amica degli animali e ci parlava tranquillamente, ricordi ?... Come ovviamente? Dove hai imparato questa parola?
Fantastico, ha detto "ovviamente"! E la usa anche a proposito!... Anche se, a pensarci meglio, neanche tanto a proposito...
- Perché vedi, amore, non è così ovvio parlare con gli animali... O perlomeno, ci si può anche parlare con gli animali, ma non è altrettanto ovvio che loro ti rispondano...
Come dici? Per la principessa Camillona e i suoi amici è perfettamente normale? Benissimo, non discuto...
In effetti, ha ragione lei, se siamo in un mondo fantastico, perché usare la triste logica quotidiana...
- E dunque arrivarono, uno dopo l'altro, tutti gli invitati, ognuno portava un regalo per la principessa e anche il suo più grande amico portò un regalo... Come dici? Ovviamente... Certo, certo, brava!...
Ma quanto è intelligente questa bambina! Ha preso dal padre...
- E chi era il suo più grande amico? Era un toro!... Come non era un toro... Ma che dici, tesoro? Certo che era un toro... Dici che era un bue? Sei sicura? Sei proprio sicura che fosse un bue e non un toro?...
Ma tu guarda se è possibile... Avrei scommesso che era un toro...
- Va bene, va bene, era un bue !... Se lo dici tu...
Per carità, mai contraddirla e imbarcarsi in un'inutile discussione... Anche perché in fondo un bue o un toro... sono la stessa cosa...
- Come un bue u un toro non sono la stessa cosa?...
Ma quanto è pignola e precisina questa figli. Ha preso dalla madre...
- Sì, d'accordo, d'accordo! In effetti, un bue. e un toro non sono la stessa cosa... Anche se tu, a rigore, non dovresti nemmeno sapere bene il perché...
A meno che all'asilo non le abbiano già spiegato... Possibile che comincino a spiegare certe cose cosi presto?... Indaghiamo, con cautela...
- Tu sai bene che un bue è diverso da un toro perché... perché... perché al bue tagliano... Non fa niente, era un bue e basta!...
Non posso mica infilarmi da solo in un guaio di queste proporzioni...
- E il bue, che amava sempre scherzare, disse a Camillona (in falsetto): "Eh, cara principessa, sei proprio tanto bella, ti trovo in gran forma, però questi tuoi piedi sono troppo lunghi, bisognerebbe tagliarli, come i capelli, e poi fare uno shampoo..." Come questa non è la voce del bue?... Era molto più bassa?... Va bene, era molto più bassa, scusami, ho fatto confusione... Allora il bue disse (con il vocione): "Eh, cara principessa, sei proprio tanto bella..." No, senti, Marta, il bue non può avere la voce così bassa, è tecnicamente impossibile... Se lo facciamo parlare così, allora significa che è un toro, come ho detto io, perché vedi... dato che al bue taglianoÖ
- Tagliano cosa, papi?
- Non fa niente, tesoro... Era senz'altro un bue e parlava come dici tu...
Inutile mettermi a spiegare, troppo complicato... Il fatto è che sono io che non sopporto di avere partorito una storia illogica, nella quale un bue parla con il vocione come se avesse ancora gli attributi da toro... Deve essere andata così: quando il bue era ancora toro, un giorno sono arrivati alla stalla i tagliatori, cioè quelli che tagliano i tori; ossia i taglia-tori, o meglio ancora quelli che lo tagliano ai tori, e hanno detto: "Oggi si taglia!..." Presi dal panico, i tori non sono riusciti a reagire e si sono fatti tutti tagliare, più come pecoroni che come tori, comportandosi insomma da popolo bue prima ancora di esserlo... Ma il Nostro, l'unico sveglio del gruppo, ha approfittato della confusione per tagliare lui, la corda... Quando a notte fonda ha fatto ritorno, ha trovato la stalla chiusa... Anzi, no, l'ha trovata aperta, giustamente, perché i tori non erano scappati, a parte lui... Anche per-
ché la stalla viene chiusa quando i buoi - e non i tori - sono scappati... Ma comunque questa storia della stalla aperta o chiusa non c'entra nulla, possibile che io mi perda sempre in dettagli marginali, non mi sopporto... Stavo dicendo che il toro è rientrato tardi, non prima però di essersi assicurato che i tagliatori taglia-tori se ne fossero andati via... E così è rimasto l'unico toro vero in mezzo ai tori diventati buoi... Ma tutti ormai lo credono un bue e non si insospettiscono nemmeno per la sua voce... A loro sta bene cosi, figurarsi se non sta bene a lui... E secondo me anche alle vacche sta bene così...
- Tesoro, magari fra qualche anno ti spiegherò tutto. Insomma, il bue dice (con il Vociane): "Bububù!"... Perché ridi?... Mi piace da morire quando riesco a farla ridere! Ha una risata soffice, contagiosa, che mette la tristezza in fuga, al bando dall'intero universo...
- Comunque, guarda che non c'è proprio niente da ridere, è assolutamente normale che il bue faccia così, si chiama bue per questo motivo, perché fa: "Bububù!"... poi qualcuno lo chiama e lui: "Bububù... eh?..."
E vado avanti cosi, fra invenzioni e precisazioni, sempre più affaticato dalla sua resistenza, sempre più intenerito dalla sua credulità, fino al momento in cui mi accorgo che Marta ha assunto una posizione immobile, pare quasi che non respiri più e i suoi occhi roteano in cerca del sonno. E il segnale! Ora so come devo fare, l'esperienza in questi casi è tutto. Corro velocemente verso il finale della fiaba, tagliando tutti i particolari mancanti che ormai non servono più, abbasso progressivamente il volume della voce e farfugliando dico:
- (Con voce soffiata) E allora andò a finire che la principessa e il bue se ne andarono nella loro casetta sul mare e vissero felici e contenti...
Sai che vita, una principessa e un bue... Mah... Comunque, è andata...
Spengo la luce, mi alzo lentamente, mi dirigo in punta di piedi verso la porta sperando che il parquet ? bastardo - non scricchioli, faccio pressione sulla maniglia per evitare che i cardini - bastardi pure loro - non cigolino, sono quasi fuori, sto persino trattenendo il respiro...
- Non è vero, perché la principessa e il bue se ne andarono ognuno a casa sua!
È ancora sveglia...
- Accidenti, ma non stavi dormendo, tu ?
- No, perché non hai finito la fiaba, tu!
Anche sarcastica! Ha preso dal padre... Non nego che mi faccia piacere... Quello che non mi fa affatto piacere è dovermi occupare di nuovo della maledetta principessa...
- Allora, amore dolce di papa... La principessa Camillona... Questa nostra cara, adorata e bella principessa...
È inutile negarlo, ora la sto odiando la principessa, questa ragazzetta viziata, questa cretina di buona famiglia che trasforma un ricevimento di gala in uno zoo... Ma sto soprattutto odiando me stesso... È possibile che io mi sia inventato una fiaba di sana pianta, in pieni anni Novanta e che ci abbia messo dentro una principessa? Questa sarebbe tutta la mia fantasia creativa? Che bisogno avevo di metterci una principessa? Io non so nemmeno cosa fa, cosa dice, cosa pensa una principessa! Ma è soprattutto la bambina che nemmeno si sognava che esistessero le principesse! Non ne aveva mai vista una, di principessa! Probabilmente non ne avrebbe neanche mai sentito parlare, di principesse! Forse giusto da grande ne avrebbe letto qualcosa su quelle riviste idiote che si trovano dai parrucchieri! Senza contare che, quando sarà grande lei, c'è da augurarsi che di quelle principesse non ci sarà più traccia, che nemmeno di quelle riviste idiote ci sarà più traccia, che nemmeno dei parrucchieri ci sarà più traccia!... Mi sono fatto prendere la mano, che c'entrano i parrucchieri, poveracci... Devo stare calmo, anche perché altrimenti la bambina si risveglia, mi torna pimpante e addio cena... Sono tre settimane che per colpa di questa stupida principessa non riesco a cenare a un'ora decente...
- Allora, tesoro grande del tuo papà... La festa di compleanno della principessa Camillona era stata proprio un successo, tante cose buone da mangiare, tanta musica, tanta allegria, insomma erano tutti felici... A una cert'ora la principessa, dopo aver salutato uno per uno gli invitati che se ne tornavano a casa, disse al bue, che era rimasto ancora seduto... sdraiato... in piedi... insomma, che era ancora lì nel salotto, vicino al pianoforte, con l'aria di voler cominciare a strimpellare le canzoni di Lucio Battisti fino all'alba (con voce da principessa): "Caro amico mio, ormai si è fatto MOLTO tardi... sono andati TUTTI a dormire...Che cosa resti a fare SVEGLIO qui, nel mio castello? Domani mi devo alzare PRESTO, anche il papa dì una BAMBINA molto amica mia deve alzarsi presto..."
Si è addormentata.
Ogni sera mi sorprende, è una specie di miracolo. Il suo passaggio dalla veglia al sonno avviene in due secondi netti. È sveglia... Tac! Dorme...
Amore mio, angelo dolcissimo, dormi.
Ora me ne posso andare. Non si sveglierà nemmeno con le cannonate. Non c'è bisogno che cammini in punta di piedi e che trattenga il respiro. Marta non sente più nulla. Potrei trascinare i mobili, potrei invitare una sezione di fiati a suonare in camera, non fa differenza: niente potrà smuoverla fino a domattina.
E allora, prima di chiudere la porta, voglio togliermi una piccola soddisfazione. Ritorno vicino al letto, mi posiziono per bene, a non più di mezzo metro dal suo faccino e le urlo nell'orecchio:
- NON ERA UN BUE ERA UN TORO!
Giusto per precisare.
 

Lo specchio
Fiaba popolare romana

C'era una volta un padre che aveva una figlia tanto bella, ma così bella che quelli che la vedevano dovevano chiudere gli occhi. Il padre, che era vedovo e giovane, un giorno decise di pigliar moglie. Infatti si innamorò e prese una donna che era assai bella anche lei. Sul principio le cose andarono bene, ma poi la matrigna cominciò a essere gelosa, perché tutti dicevano che la figlia era più bella di lei. Allora la donna, per vederci chiaro, un giorno chiede allo specchio:

"Specchio mio caro, specchio mio bello,
Chi è più bella, la madre o la figliarella?"

E lo specchio rispose:

"La figliarella!"

Lei si mangiò il cuore dalia gelosia e dalla rabbia, chiamò un servo e gli promise cento scudi se si portava via la figliastra e se gliel'avesse ammazzata. Anzi, per essere sicura che gliel'ammazzasse, gli ordinò di portarle indietro un asciugamano sporco di sangue, gli occhi della figliastra e il mucchietto degli intestini. Quello giurò che avrebbe fatto le cose fatte bene.
Infatti il giorno dopo, con la scusa di portarla un po' a spasso, convinse la ragazza a salire sulla carrozza. E la condusse dentro una macchia. Quando furono lì la fece scendere e, senza tanti complimenti, mise subito le cose in chiaro, rivelandole l'ordine che aveva ricevuto dalla madre. La poveretta gli cadde ai piedi e cominciò a chiedergli pietà come alla Madonna. Il servo, che in fondo in fondo non aveva il cuore tanto cattivo, si intenerì e le disse di non avere paura di niente, non l'avrebbe sfiorata neppure con un dito. Che fece? Siccome aveva il fucile, andò a caccia, ammazzò una lepre, le cavò gli occhi, le strappò gli intestini e col sangue sporcò un asciugamano. Ritornò poi dalla ragazza e le disse che avrebbe salvato la sua vita a patto che lei non fosse mai più tornata a casa dalla madre. Quella poveretta gli rispose di sì. Allora il servo si ripresentò in paese e fece credere a quel boia della madre che la figlia era bell'e morta ammazzata.
Intanto la ragazza era rimasta sola in mezzo alla macchia e tremava dalla paura come un ramoscello. Ma poi, vedendo che si faceva notte, si asciugò gli occhi, prese un po' di coraggio e uscì dal bosco.
Cammina cammina cammina... e intorno si fa il buio. Ecco che lontano si accende un lume, che luccica al di là dei vetri di una finestra. Affrettò il passo e dopo un po' si ritrovò davanti a una bella casetta in mezzo alla campagna. Bussa. Poi bussa ancora.
"Chi è?"
Dice: "Una poverella che s'è persa la strada e sta in mezzo alla campagna sola come un cane."
Là dentro cominciarono a suonare tante voci:
 "Facciamola entrare."
 "No, non facciamola entrare!"
 "Sì."
 "No."
 "No."
 "Sì."
Fino a quando poi le aprirono.
Lei entrò e si vide davanti un muro di uomini armati di fucili, pistole e coltelli che mettevano paura. Uno che doveva essere il capo fece, dice:
 "Racconta, racconta un po' com'è che sei capitata da queste parti?!"
Senza farselo ripetere due volte lei disse tutto quello che le era capitato. Allora quello fece:
 "Sappi che noi siamo briganti! Se vuoi restare con noi, resta pure, basta che ci pulisci casa... e diventi la moglie mia!"
Lei acconsentì. E da quel giorno restò là dentro, benvoluta dal marito e riverita e rispettata da tutti gli altri. Anzi, il capo dei briganti era così affezionato che ogni sera, quando tornava a casa, le regalava sempre gioielli, monete d'oro, anelli di brillanti. Insomma le voleva un bene dell'anima.
Intanto che lei se ne stava lì, la madre, credendo che fosse morta, era bell'e tranquilla. Un bel giorno, chissà perché, va un'altra volta davanti allo specchio e domanda:

"Specchio mio caro, specchio mio bello,
Chi è più bella, la madre o la figliarella?"

E lo specchio niente, non rispondeva. Lei diceva:
"Sfido che non mi risponde, adesso che non c'è più quella smorfiosa della mia figliastra, si sa che la più bella sono io!"
Però, per la smania di sentirsi dire dallo specchio che lei era la più bella, ogni giorno lo tormentava con la stessa domanda. Finché un bel giorno, basta!, lo specchio le rispose. Dice:

"È più bella la figliarella!"

Figuratevi lei:
"Quel criminale dunque mi ha rubato i cento scudi e non me l'ha ammazzata! Se no lo specchio non mi risponderebbe mica così!"
Un passo indietro: da lei andava tutti i giorni una vecchiaccia che chiamavano la strega. Un giorno la matrigna, seccata perché lo specchio le aveva ripetuto che la figlia era più bella, confessò tutto quanto a quella strega, e alla fine le disse: "Scommetto che quell'imbroglione del servo sotto terra non ce l'ha messa!"
Quella vecchia rispose, dice:
 "State tranquilla che fra qualche giorno ve lo dico io se quella ancora campa. E se campa, lasciate fare a me... me la lavoro subito io!"
Difatti la vecchiaccia si mette presto in cammino.
Cammina cammina cammina, capita un giorno davanti alla casa dei briganti: alza gli occhi e alla finestra vede la moglie del capo. La strega la riconosce subito per la figlia di quella là. La chiama e le dice, dice:
 "Potreste darmi ospitalità qui per questa notte? Mi sono persa per la campagna."
Quella ingenuona, senza sospettare nulla di male, prese e andò ad aprire. La fece entrare, le offrì da mangiare e dopo, di nascosto del marito, la infilò in un letto.
La mattina, appena i briganti furono usciti da casa, lei si alza e va a trovare la vecchia. Quella dice:
 "Oggi io ritorno al mio paese, vi ringrazio tanto del bene che mi avete fatto... prendete questo anello per ricordo"
Nel dire ciò tirò fuori un anello con un brillante che era una bellezza, e fece per infilarglielo al dito. Lei però non voleva, ma quella insistette così tanto che alla fine lo accettò.

Ma non appena la vecchia le mette l'anello al dito, quella povera figlia, in meno di niente, casca per terra morta. L'anello era stregato!
Allora la vecchia disse:
 "Eh eh, t'ho imbrogliata!"
Poi, per paura dei briganti, prese e se ne andò via di gran carriera; ritornò dalla madre e disse di averle tolto di torno quell'impiccio della figliastra. Non c'è neanche da dirlo quanto quella fu contenta! Non solo, ma non trovò più pace fin quando non riuscì a far cacciare quel servo che non era stato capace di scannare la figlia.
Immaginate lo spavento e il dolore del capo brigante quando tornò a casa e vide quello spettacolo!
Pare che stava per impazzire. Non riusciva a darsi pace.
"Moglie mia" diceva "dimmi chi ti ha ammazzato, dimmelo anima mia!"
E quando si accorse che non c'era più niente da fare (perché sembrava che dormisse per quanto era bella anche da morta), la vestì con l'abito più lustro, la caricò di gioie, le fece una bara di cristallo e ce la mise dentro.
Poi là vicino a casa fece costruire una capanna tutta rose e fiori e dentro ci posò il cataletto. E tutti i giorni, quando ritornava a casa e prima di ripartire, andava a trovarla e la baciava. Quando aveva qualche gioia d'oro o di brillanti, apriva l'urna e gliela poggiava addosso. Passato qualche mese, ecco che una bella mattina il figlio del re di quel paese, mentre andava a caccia e stava correndo dietro a un cervo, si allontanò così tanto dalla comitiva che si ritrovò solo, con due servi, nei paraggi della casa del brigante. Poiché era stanco cercò un posto dove riposare: vide quella bella capanna di rose e fiori e disse: "Qui sotto starò fresco!" Ed entrò.
Altro che fresco! Immaginatevi la faccia quando vide l'urna!
L'aprì, e nel vedere quella bella giovane addormentata, fra tutte quelle gioie, la chiamò e la chiamò e la chiamò. Poi la toccò e sentì che era morta. Che peccato" fece "che una giovane così bella sia morta!" Ma non trovava la forza per andarsene via: se la guardava, se la mangiava con gli occhi. Insomma se n'era innamorato morto. E quando i servi gli vennero a dire che faceva notte, lui ordinò: "Caricate quest'urna di cristallo e portatela alla reggia!"
Arrivato, senza dire niente a nessuno, infilò la bara sotto il letto e si mise a dormire.
La mattina appena alzato scoperchiò l'urna e si mise a fissare la ragazza; era distrutto dalla passione, se la baciava e se la baciava, la chiamava... e non poteva più stare se non vicino a lei! Tutto il giorno la guardava e non mangiava più, non dormiva più, non faceva più niente.
Quando i servi, o il padre o la madre, lo chiamavano, lui rispondeva: "Eccomi, eccomi!" però non si muoveva mai. Insomma era diventato una specie di scimmiotto. Il padre, la madre e le sorelle cominciarono a impensierirsi. Dicevano: "Che diavolo gli sarà successo? Che cosa ci sarà in quella stanza, che lo fa stare lì chiuso tutto il giorno?" Le provarono tutte per farlo uscire, ma non c'era niente da fare.
"Come facciamo, come non facciamo?" Il re ne pensò una che valeva tanto oro quanto pesava; organizzò una grande caccia e invitò tutti i principi del suo regno, e perfino il re di un paese vicino.
Quando arrivò quel giorno, che tutti vennero al palazzo, il figlio non poté tirarsi indietro e dovette partecipare anche lui, tanto più che era stato invitato quel re che sapete.
Infatti si vestì, si preparò tutto, ma prima di andare via minacciò i servi di non mettere piede in camera sua. Quelli neanche partono che la regina e le sorelle si precipitano in camera del figlio. Entrarono, guardarono intorno: cerca di qua, cerca di là, non trovarono niente. Fino a quando una delle principesse alzò le coperte del letto e vide l'urna. Lo disse alla madre, e subito la bara fu tirata fuori. Provate a immaginarvi come ci rimasero quando videro quella bella giovane morta che ci stava dentro!
"Chi sarà?"
"Chi non sarà?"
"Dove l'avrà presa?"
E intanto le guardavano tutti quei gioielli. E dicevano: "Quanto sono belli, quant'è bella!" E mentre parlavano così, una delle sorelle, nel vedere il bell'anello che portava al dito, pensò: "Uh, quant'è bello! Quasi quasi glielo levo e me lo prendo io! Tanto è piena di gioielli, mio fratello nemmeno se ne accorgerà."
E così fece! Solo che appena le sfila l'anello dal dito quella prende e resuscita.
Vi lascio immaginare come rimasero la madre e le figlie nel vedere la ragazza alzarsi in piedi e parlare!
Chiese subito qualcosa da mangiare, e quando ebbe mangiato e bevuto, raccontò tutto il fatto, da quando l'avevano portata in quella macchia per ammazzarla, fino alla vecchiaccia che le aveva infilato quel maledetto anello al dito.
Allora la regina, siccome s'avvicinava l'ora del rientro del figlio dalla caccia, disse alla ragazza di mettersi a letto e di far finta di dormire.
Ed ecco che viene a casa il figlio del re. Dice: "È entrato nessuno in camera mia?"
Dice: "No, Maestà!"
Detto fatto andò difilato in camera sua.
Guarda sotto al letto, non la trova più. Sta per sbattere la testa contro un muro quando, sollevando le coperte, la scopre che lo sta fissando a occhi aperti e ora gli dice: "Come state, Maestà?"
Il figlio del re stava lì lì per impazzire dalla contentezza. Insomma basta! Appena si fu calmato un momento, lei gli raccontò tutto il fatto: dal giorno in cui la madraccia voleva farla ammazzare, fino a quando la sorella di lui le aveva tirato via l'anello dal dito.
Lui allora convocò il padre, la madre, le sorelle e in presenza di tutti disse che se la voleva sposare.
Il re acconsentì, ma prima diede ordine che fosse messa una camicia di pece sia alla strega che alla madre di quella bella giovane e che fosse dato loro fuoco subito e in mezzo alla piazza.
Poi fece perdonare il capo brigante e i suoi compagni e diede un bel mucchio di quattrini a quel servitore che non l'aveva ammazzata. Fatto questo furono celebrate le nozze.
E così:

Con pane e mollica
Una gallina verminosa.
Evviva la sposa!
 


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