| La banca dei reincarnati
racconto di Davide Riccio |
Anton Pacher, ricchissimo industriale
di Lipsia, sue le omonime acciaierie, credeva nella reincarnazione e nei
misteri della vita dopo la vita. Non avrebbe mai osato dichiararlo apertamente,
uomo tutto d’un pezzo quale doveva agli altri apparire. La sua bibbia era
invece divenuta il “Tertium Organon” di Ouspensky e conosceva a memoria
e a menadito il Bar do t’os sgrol, ovvero il “Libro che conduce alla salvazione
dall’esistenza intermedia per il solo sentirlo recitare”, un trattato antico
del Tibet che si rivolge ai morituri e ai morti. Ma conoscerlo a memoria
sapeva che non gli sarebbe valso realmente a qualcosa senza qualcuno che,
nel momento fatale, fosse pronto a leggergliene ad alta voce i passi, affinché
tornassero chiare ed efficaci alla sua mente confusa dall’evento del trapasso
e così a confortarlo nel difficile momento, per guidare il
suo viaggio verso la verità lucente e il disparire della fatua personalità,
del divenire, ombra dell’essere. La sua recitazione avrebbe evocato nel
principio cosciente del morituro la verità redentrice, che anche
il continuare a esistere come qualche sorta di dio sarebbe stato nuovo
dolore.
Pacher temeva il doversi nuovamente
incarnare che attende chi non sa capire che tutto è sogno, sorte
estrema riservata agli infimi della terra imbrigliati ancora dal carma,
dalla illusione dei fenomeni. Egli sapeva bene di non essere un asceta
o un santo, una persona, insomma, nella quale il fuoco della verità
abbia già in vita bruciato il velo dell’ignoranza, e che nel momento
della morte riconosca semplicemente la luce per quella che è, facendo
subitamente cadere l’architettura della maya.
Se qualcuno non gli avesse recitato
il Bardo todol era molto probabile che non si sarebbe prodotta in lui la
consapevolezza liberatrice. Per questo aveva incaricato il suo fidato segretario
personale e factotum di attendere a tale incombenza nel giorno della sua
morte: recitargli quel libro a voce alta.
Pacher non voleva correre il rischio
di passare da un corpo a un altro secondo le leggi imperscrutabili quaggiù
della palingenesi o della più temibile metempsicosi, maturando nell’esistenza
intermedia, non la salvazione ma la rinascita, il ritorno alle continue
tribolazioni del nascere, desiderare e morire che lo sgomentavano specialmente
per la paura di dover ricominciare tutto da zero. La fatica immane delI’uomo
completamente fattosi da sé, un tempo figlio di operai emigrati
dai pascoli del Tirolo verso la Germania della ricostruzione, nel secondo
dopoguerra, glielo faceva giustamente temere.
Pacher stava rientrando in Europa
da Atlanta, dove aveva appena incontrato il re della speculazione finanziaria
e un gigante dell’assicurazione mondiale. In volo pensò alla totalità
del suo lavoro, oramai svolto in fondo soltanto per sbarazzarsi al più
presto del lavoro stesso. Così non poteva continuare. Non era più
nemmeno se stesso ciò che la sua opera esprimeva: un tempo era la
sfida, arrivare da zero a tutto. Ora non più. Aveva tutto e di più.
Magari avrebbe ripetuto il viaggio
nel mito testardo della Polinesia: ricordava i parei multicolori, l’atollo
di Marlon Brando, la polvere di corallo che manda luce che ustiona, il
pesce mangiato in larghe foglie, i suonatori di pahu, un tamburo rivestito
di pelle di squalo, la tomba di Gauguin. E, dove il Cattolicesimo missionario
non si fosse troppo radicato, l’erotismo edenico e puro ancora possibile
che sembrava scaturire dalla “Vita sessuale tra i selvaggi” delle isole
Trobriande di Malinowski. Si, ci sarebbe senz’altro tornato, dopo
Vaduz.
Nel Liechtenstein, a Vaduz, Pacher
aveva deciso di tornare questa volta per investire i suoi capitali con
valore post-mortem presso la Fondazione Prometh. Questo, semmai fosse andato
storto qualcosa con la lettura del Libro Tibetano dei Morti, finendo quindi
e comunque per reincarnarsi. L’aereo sorvolò la catena del Raticon:
apparve l’esigua fascia di terra pianeggiante lungo il corso del Reno tra
la Svizzera e l’Austria, i boschi di betulle, le conifere, gli estesi pascoli.
Un’assetata Bentley Azure stava aspettando Pacher all’aeroporto. Il viaggio
fino alla Fondazione fu veloce e silenzioso. Il direttore gli offrì
dell’ottimo Malvasia rosso, che Pacher si rigirava sul palato per assaporarne
il retrogusto di glicine mentre compilava pazientemente i dettagliati formulari.
Su di essi chiariva i suoi gusti e desideri, i lati chiari e oscuri del
suo carattere, inclinazioni, i pensieri, i segreti, i ricordi più
intimi, tutto quanto insomma avrebbe potuto permettere agli esperti terapeuti
della reincarnazione di conoscere il cliente nella sua nuova vita trascorso
un massimo di 25 anni dall’ultimo decesso. Il reincarnato, se riconosciuto
da ricerche assai simili a quelle condotte nella ricerca di un nuovo dalai
lama tibetano o da interrogatori cui sottoporre chiunque si fosse presentato
da sé ai terapeuti, stranamente in grado di ricordare, ma non per
questo cosa impossibile, essendo ormai molto diffusa la pratica di sottoporsi
a ipnosi regressive, avrebbe ritirato tutto il capitale con tanto di lauti
interessi. Contrariamente il patrimonio sarebbe stato devoluto ai destinatari
nominati in precedenza dallo stesso cliente. Insomma, un servizio unico
al mondo pensato per tutti coloro che non volevano rischiare di cominciare
tutto daccapo nella prossima vita. Specialmente per chi fosse rinato povero
o nella più torpida media.
L’indomani Pacher parti con il suo
DC9 privato verso le isole della Polinesia. E in viaggio sempre si getta
lo scandaglio su tutt’altro fondo, i pensieri scorrono come poesia o nella
sua aspirazione. Pacher aveva sempre puntato grosso e veduto in grande
nella vita, senza mai prolungare gli stati di attesa fra un obiettivo e
quello successivo. Dopo la instancabile serrata scalata alle vette del
potere e della ricchezza materiale egli cominciava ora a sentire la necessità
di salire il massimo di un’altra opposta subentrata vocazione.
Così si affidò sempre
più ai suoi intimi conti definitivi, risolvendosi in abbandono alle
sensazioni di una nuova vita più mentale, spirituale. Anche se il
torrente non inverte il suo corso, ma può solo scendere, né
cambia qualcosa fissarne a lungo il flusso per l’illusione di un effetto
di moto contrario, Pacher tornò indietro, ripercorse molta della
sua vita nella speranza di risalire il sempre più demente e anemotivo
precipizio di lussi e di sensi in cui negli ultimi anni si era sentito
cadere. Non ne ricavò tuttavia alcuna illuminazione, ma solo pensieri
di parole, rievocazione di teorie che forzano senza aprire e, porta dopo
porta, lasciano in mano soltanto una mezza chiave spezzata: tutto intruglio
che adesca, sbuffi nel cielo senza sentimento o passione, dilagare di possesso
verbale e intellettuale nel niente di nuvole che s’ingrossano, sfilacciano,
spariscono. Nonostante tutto, com’era vuoto infine!
Pacher pranzò, le ostriche
coquilles Saint-Jacques al burro e coriandolo erano nel periodo migliore,
quello dei mesi con la “R”. Al momento successivo del sorbetto al limone,
scaturito da un corto circuito elettrico, scoppiò a bordo un piccolo
incendio, che richiamò Pacher alla realtà più semplice
e alla paura più orrida e bestiale della vita infine. Fu spento.
L’incidente non intralciò più di tanto l’ultimo tratto di
volo, e Pacher si rilassò con “Steel Cathedrals” di Sylvian e Yamaguchi
in cuffia. Atterrarono a Tahiti-Nui. Sembrava a tutti certo che il fuoco
fosse stato completamente domato. Tuttavia, una volta aperte le porte di
sicurezza, un flash over, un’improvvisa fiammata provocata dall’aria entrata
all’interno dell’aereo fece incendiare i rivestimenti di plastica e l’emissione
istantanea di fumi tossici uccise tutti per soffocamento, pilota e co-pilota,
la bella hostess e i pochi privilegiati passeggeri, gli ospiti, i collaboratori,
il prezioso segretario tuttofare nonché incaricato del Libro Tibetano
dei Morti. Da non credersi, ma era già successo a un altro aereo,
qualche anno prima.
Era il 18 aprile del 1999. La sua
anima, contenente in sé tutte le esperienze passate e le innumeri
possibilità future, sostanza rarefatta e imponderabile di altre
dimensioni, ma pur sempre qualcosa di reale, lasciò il corpo morto.
Trovandosi senza più sostegno fisico entrò nello stato della
esistenza intermedia, il cosiddetto bardo. Là vi avrebbe maturato,
in 49 giorni, il nirvana o il samsara. Ovvero, la pace eterna o gli eterni
travagli del nascere e morire. Alla coscienza di Pacher apparvero innumerevoli
immagini con celere vicenda: erano tutte proiezioni del suo karma. Fin
dal principio, in quel trovarcisi così inatteso, non fu capace di
riconoscerle nella loro abbagliante e paurosa luce e nelle vibrazioni della
coscienza essenziale. Il processo cosmico si svolse implacabile, non come
aspetti di entità reàli, ma simbolici balenii della propria
esperienza. Senza il segretario a leggergli da laggiù, chino su
un orecchio, le indicazioni e istruzioni contenute nel Libro dei Morti,
la coscienza di Pacher vide soltanto una moltitudine apparente di demoni
o dei, ciascuno con l’aspetto conferito dalla purezza o meno del suo pensiero
e della sua ultima maturità spirituale.
Non comprese o non ricordò
che le deità terrifiche anche nella loro iniziale neutralità
erano realmente le medesime che le beatifiche, ombre di se stesso, così
che per quei 49 giorni incommensurabili eppure fulminei non riuscì
a liberarsi dal processo e fatalmente tornò ad essere irretito negli
artifici dell’esistenza fenomenica, ricominciando con una nuova vita. E
la catena carmica così continuò, fruttificando nuovamente.
Pacher rinacque.
La sua coscienza, la sintesi del
suo essere psichico entrò in un nuovo corpo: quello di un bambino
di una tribù dell’Irjan-Jara, la Nuova Guinea. Il suo ultimo desiderio
di viaggio in Polinesia e di ritorno a una vita più naturale, anche
selvaggia, era infine prevalso su tutto il resto.
Il bambino apparteneva a una piccola
etnia ancora ignota al mondo, costituita sì e no da un centinaio
di persone, mai entrate in contatto con altri esseri umani civilizzati.
Una famiglia estesa dove tutti erano imparentati per sangue o matrimoni,
sempre insieme fino alla terza o quarta o quinta generazione e dove trisavoli,
bisnonni, nonni o cugini erano considerati ugualmente altri padri madri
sorelle o fratelli. Cacciatori per lo più, erano antropofagi all’occorrenza.
E l’occorenza, in genere, era dettata dai nemici o dagli stranieri.
Asaro, questo fu il nuovo nome di
Anton Pacher, crebbe vigoroso e vincente nella foresta alle pendici del
monte Kamusopeda: un vero guerriero e un abile cacciatore. Anche un valido
suonatore di kundu, un tamburo a forma di clessidra ricoperto da pelle
di lucertola. Un uomo selvaggio, dunque, forse felice, sicuramente soddisfatto,
in pace con se stesso e gli altri, la vita e il suo mondo contingente.
2019. I tre terapeuti della fondazione
Prometh fecero perbene il loro lavoro. Sbarcarono nella baia di Cenderawash
e si inoltrarono nella foresta, camminandovi per settimane con l’aiuto
di portatori e una guida poliglotta scelti fra gli highlanders locali.
Riuscirono a rintracciarlo dopo mesi di pratiche divinatorie apprese nel
Tibet. Insieme a lui scoprirono anche tutta la sua tribù e già
esultavano per la scoperta che li avrebbe resi famosi nel mondo, a cominciare
da un miliare articolo sul National Geographic. Ma, invero, non mostrarono
allegria per molto. Ci furono fin da subito problemi di incomunicabilità
linguistica, e non ebbero nemmeno molto tempo per provarcisi. Figuriamioci
spiegare ad Asaro dei duemila milioni di dollari ed euro che lo aspettavano
in una banca del Benelux! Fu proprio Asaro a vederli per primo. Era da
poco l’alba e, fra gli altri uccelli, un dacelo fece spicco emettendo il
suo diabolico verso che suonava come una risata.
“Moning” salutò l’interprete
in quella buffa lingua della Nuova Guinea, il tokpisin, che rifà
il verso all’inglese.
Asaro non rispose, guardò
fisso negli occhi uno per uno, continuava a masticare lentamente del betel,
come faceva ogni mattina prima di andare a caccia.
“Yu orait?”
Nulla.
“Mi orait. Na yu?”
Asaro parlò, diretto ora
a loro e ora ai suoi uomini, ma nessuno della spedizione comprese una sola
parola. Quel che disse sarebbe altrimenti suonato pressappoco cosi: “Oggi
gli spiriti della forestà sono stati benevoli con noi, mandandoci
delicata e zuccherina carne bianca. Preparate il saksak (un estratto della
palma di sago) e le patate dolci, predisponiamo i mumu (buche nella terra
per cucinare a vapore con pietre arroventate e ricoperte da cupole di fango
o foglie).
Intanto la guida, che non perse
tempo a comunicare le proprie giuste impressioni, e i portatori al seguito
se la squagliarono di corsa, grazie al cielo senza essere inseguiti. I
tre di pelle bianca presero a innervosirsì, sebbene d’altra parte
rassicurati dall’indifferenza mostrata verso i fuggiaschi.
“Che si fa?”
“Fagli vedere del denaro”
“Noi fare te ricco! Ui mek yu rich!
Yu rich! Kina! Mach kina”.
“Un tempo tu uomo ricco! Ancora
ricco! Lontano, Europa, America!” provò a rafforzare l’altro. Poi
rivolto ai colleghi: “Vuoi che non conosca almeno la parola America?!”.
“No, fermatevi” ordinò Asaro
nella lingua sconosciuta e intraducibile della sua tribù, “non mangiamoli
ora. Mi è venuta un’idea migliore”.
I tre sacrificandi bianchi e rari
furono catturati, castrati e messi a ingrassare. Che banchetto memorabile
ne seguì due lune dopo! Se solo Anton Pacher avesse potuto immaginare
tutto questo! Che beffa, buon Dio! Di una cosa però si può
essere certi: Asaro si mangiò proprio una bella fortuna!