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Dialogo sulla guerra (e la pace assente) di Leo P. Sarpi |
FILONE: ciao buon Cleante, cosa fai?
CLEANTE: cerco un senso.
FILONE: a cosa? alla vita forse?
CLEANTE: no, buon Filone, a questo pazzo affannarsi
degli stati a fare le guerre.
FILONE: e credi dunque che abbia un senso tutto
ciò, o che non dipenda da interessi di natura materiale? Pensa ad
esempio a ciò che è successo stasera, è caduto un
aereo in Afganistan con sopra il ministro del petrolio e un petroliere
cinese, pare che si stessero accordando per fregare gli americani...
CLEANTE: troppo scontato direi...no, caro Filone,
io cerco proprio il "senso", di natura ontologica. Cosa muove i governi,
che altro non sono che congregazioni d'uomini a muovere proelio contro
altre comunità d'uomini...
FILONE (interrompendolo): che filosofia vai cercando,
mio buon newto-niano....Gli interessi umani sono quello che sono, e si
tratta di quello che diceva il buon vecchio di Treviri: risorse produttive
e strumenti di produzione, in una parola...
DEMEA: economia !
FILONE: economia, appunto. Salute , mio buon Demea,
credevo fossi in convento a meditare.
DEMEA: vengo testé dal treno, ho meditato
abbastanza, credo che la fede sia d'uopo ravvivarla in questi tempi.
FILONE: fede? E che ti dice la tua fede?
DEMEA: dice che occorre distinguere i piani: ve
n'è uno temporale, il piano dell'utile, e poi v'è il piano
dell'eterno, che è quello della fede, ove carne e sangue, pezzi
di pane spezzato, s'involve nel cupo dissolversi e lo trasfigura senza
contaminarlo...
CLEANTE: che dici, mistico! Perché distingui
i piani? Non forse che la nostra sublime religione è quella dell'incarnazione,
sicché non si possa distinguere così nettamente i piani e...
FILONE: ma ancora mi state a parlare de religione?
Ma non capite che nulla è certo, e che abbiamo poca luce, e che
per quanto riguarda la fede dobbiamo scommettere? Ma , a parte queste cose,
vorrei richiamarvi al nostro discorso principale, cos'è dunque la
guerra!
DEMEA: la guerra è l'essenza del secolo,
lo diceva anche il buon Hobbes: homo homini lupus est…
FILONE: parla come magni!
DEMEA: scusa, dimenticavo che voi avete da tempo
dimenticato le buone lettere latine, dunque dicevo: l'uomo è lupo
all'altro uomo sicché è d'uopo che ognuno alieni tutto il
suo diritto fuorché quello di vita e lo consegna al Levitano, che
in tal modo glielo possa preservare. E dunque nasce lo stato: ma anch'esso
è un singolo, ed entra, in stato di guerra con altri stati, sinché...
CLEANTE: sinché...
FILONE: allora? Perché non continui mio
buon Demea.
DEMEA: mi è venuta fame, pensavo, perché
non facciamo uno spuntino dentro e poi continuiamo questo discorso?
FILONE: per me va bene.
CLEANTE: anche per me. Fine prima scena
FILONE: ah, non c'è niente di meglio di
una buona mangiata...
DEMEA. E di una buona bevuta
CLEANTE: beh, sì. Dunque ripigliamo.
DEMEA., ehm, sì...beh allora dicevo: è
l'essenza del secolo la guerra, e nel secolo si conosce solo la forza e
la violenza come deterrente della forza e della violenza. Solo il monopolio
delle forza impedisce il dissolversi, tanto degli stati in se stessi, quanto
degli uomini negli stati...
FILONE. Ma così mi teorizzi l'impero..
DEMEA: ma cosa dici? "impero", chi parla così?
Devi leggere i giornali giusti, devi discernere, ancora con questo catto-comunismo
d'accatto...
FILONE: e tu ancora con quest’anticomunismo in
ritardo...!
CLEANTE: oh, ma state delirando? Riprendetevi
signori. Vi ricordo che non è su questo piano che raggiungeremo
una qualche luce riguardo al nostri tema: il senso della guerra. E ora
fatemi parlare: io credo che il senso della guerra non consista né
nel secolo, in quanto tale, né sia da addebitare soltanto a ragioni
di carattere materiale, economico. Occorre andare all'essenza della violenza,
er capire l'essenza della guerra. E la violenza cos'é?
DEMEA. Diccelo dunque, cos'è?
FILONE: sì, sono anch'io curioso.
CLEANTE: allora, allo stato di natura ci siete
arrivati no? Sapete il bellum...
DEMEA: si, quello là, abbiamo detto che
con lo stato cessa la violenza, o meglio è frenata e monopolizzata
dal potere, che si va sempre più unificando, e....
CLEANTE: no, la violenza non cessa. Anzi, lo stato
di natura seguono potere, tortura e persecuzione; l'ordine si compie nella
rivolta, nel tripudio del massacro. La violenza rimane onnipresente: attraversa
la storia del genere umano, dall'inizio alla fine. La violenza crea caos
e l'ordine crea violenza. Questo dilemma è irresolubile. Fondato
sulla paura della violenza, l'ordine stesso genera nuova paura e violenza.
Poiché le cose stanno in questi termini, occorre che il mito conosca
la conclusione della storia.
FILONE: quale mito, scusa'!
CLEANTE: il mito che stiamo raccontando, quello
di un presunto stato di natura e di una storia che da esso si dipana. Cosa
spinge gli uomini verso gli altri? La risposta è inequivocabile.
La società non si basa né sull'irrefrenabile impulso alla
socievolezza, né sulla necessità del lavoro.
FILONE: e su cosa, allora?
CLEANTE: è l’esperienza della violenza
che unisce gli uomini. La società è una misura preventiva
di reciproca difesa. Mette fine alla condizione della libertà assoluta.
Da questo momento in poi non è più tutto permesso. Il mito
lavora secondo un modello essenziale. Non scomoda né l'economia
né la psicologia. Esso si concentra esclusivamente sui fatti fisici
e sociali, su regole e potere, su corpo e violenza. Se nessuna convenzione
limita l'agire, gli abusi sono sempre possibili. La lotta per la sopravvivenza
è inevitabile...
FILONE: insomma l'origine della società
non risiederebbe nell'azione, ma nella sofferenza?
CLEANTE: esatto, il mito corregge l'immagine deformata
dell'attivismo. Insiste sul rovescio della vita activa. Senza dubbio l'agire
è atto di libertà. Nell'agire l'essere umano pone nuove condizioni
per se e per gli altri. Tuttavia la libertà di un individuo minaccia
quella degli altri.
DEMEA: e perché mai? La libertà
attiene a una sfera diversa da quella della minaccia, che avviene sempre
sul piano temporale. La libertà attiene alla ragion pratica, al
regno dei fini...
FILONE: oh, sì. Ai fini. E sempre con il
vecchio dualismo riabilitato! Ma dai...
DEMEA: taci Filone, o vuoi che mi chiuda "in un
mutismo sterile e in-comunicativo"...
CLEANTE: mi fate continuare?
FILONE: sì certo, continua, e tu Demea
stai buono, sennò ti ci rimando nel chiostro a pregare....
CLEANTE: Dicevo che già l'ordine è
violenza. Con quale pratiche lavora l'ordine? In primo luogo incruente,
discrete. A ciascuno viene assegnato un posto, un luogo per vivere e per
lavorare. Ogni tanto gli uomini sono autorizzati a cambiare posto: alcuni
salgono, altri devono scegliere.
FILONE: e altri rimangono fuori, per molto, e
si ammalano di ernia, e scrivono cazzate sulle m-list, e...
CLEANTE. ti prego, non scadere subito nell'autobiografico!
FILONE. ubito? Sono trenta minuti che stai parlando,
vedi di concluderla, dai.
DEMEA: sì, giusto, sbrighiamo che sono
un po' stanco, e pi debbo andarmi a leggere il libro dei Re.
CLEANTE: L'ordine forma gli uomini e promuove
le loro capacità, ammaestra, riduce al silenzio. Ciascuno dovrebbe
essere partecipe della ragione, imprimersi la misura, imparare i propri
doveri di vicino e suddito. Ognuno dovrebbe diventare un membro a pieno
titolo della comunità umana, uno come gli altri. Il potere della
disciplina ha effetti che arrivano fino ai movimenti dello spirito, dell'anima
e del corpo .Gli esseri umani apprendono come devono camminare, come devono
stare fermi, come sedersi, imparano i gesti della rappresentazione e gli
atteggiamenti dell'espressione, imparano quali sentimenti sono opportuni
e quali no. Alla fine ognuno crede, pensa e parla come l'altro. Nessuno
replica più, nessuno smarrisce più la strada. nessuno si
interroga più. Si arriva a ritenere innaturale, per un sottile gioco
di rimozione, quello stato che è più comune: la violenza
diffusa ,appunto. E in questo modo essa diventa tabù. sicché
sembra che essa, celata e dissimulata, ormai non viva altro che nel potere.
Non solo la spada, ma anche il libro, l'abbecedario, e il pastorale sono
strumenti di potere.
FILONE: anche dunque questo mezzo nuovo che si
chiama Internet.
CLEANTE: soprattutto. Fine seconda scena.
FILONE: così sembra, mio buon Cleante che
la condizione dell'ordine stesso, anche al limite quello della fine della
guerra sia violenza.
CLEANTE: è così, l'ordine stesso
è violenza. L'ordine, cioè la struttura, la scena...
DEMEA: la scena?
FILONE: che scena?
CLEANTE: la scena dell'essere: l'essere è
violenza, fagocitazione, inglo-bamento. Non vedo altre soluzioni.
FILONE: dunque il tuo interrogare ti ha portato
a questo punto, e a capire che la guerra di uno stato non è che
uno dei mille casi, dei molteplici fenomi in cui appare lo stesso evento
della violenza che attiene la scena dell'essere...
CLEANTE. mi sembra così, non vedo soluzione.
FILONE: ma dunque, se non vedi soluzione, è
sempre buona la vecchia via d'uscita: sola fide...
DEMEA: no, fides et ratio, su due piani, che non
si toccano che nella ri-capitolazione finale, apocastatica...
CLEANTE: beati voi, ma non credo che si possa
così eludere il problema. Non è differendo la differenza
(come dice un nuovo filosofo francese) che verremo a capo della nostra
responsabilità su questo stato di cose?
FILONE: "nostra responsabilità"? Parli
forse di un peccato originale?
CLEANTE: non so, non ne sono sicuro, anzi forse
le cose non sono così semplici. Se non si intende questa origine
come l'origine di ogni atto in cui si assimila e costituisce questa scena
di cui ho parlato. Quella scena in cui si drammatizza l'agone degli enti,
in un'estrema contemporaneità e immanenza...sicché la guerra
"è il gesto o il dramma dell'interessamento degli enti, in cui ognuno
vuol regnare, e lo fa anche attraverso la falsa pace, calcolo e mediazione
e politica in cui, pace instabile, quella pace diventa pegno di una continuazione
della guerra con altri mezzi.
FILONE: eppure penso che essa violenza non sia
un destino, non lo debba essere, anche perché noi avvertiamo, e
tutti credo, che questo stato di cose ci rende inquieti.
CLEANTE: sì , ma l'inquietudine non è
tanto quella di desiderare una pace per se, quanto quella di vedere i nostri
vicini in umanità involversi nei dolori e nell'ingiustizia di quella
stessa violenza di cui parliamo. Quella violenza che non è più
vuota astrazione, ma cannone, embargo, fuoco, mamma morta, sete, stupro,
rapina, guerra preventiva.
DEMEA: solo la grazia ci può salvare. Vieni
Signore!
CLEANTE: non senza il nostro aiuto, eppure altrimenti,
altrimenti che nel "vieni Signore", non senza la responsabilità
per altri.
FILONE: un impegno, la responsabilità per
altri? Ma in che senso? Tu pensi che qualcosa possa mutare in virtù
del nostro impegno? Tutto sembra essere stato già deciso, questo
è il dramma. Prendi questa guerra i Iraq, essa probabilmente accadrà,
senza che noi, con le nostre ridicole bandierine appese ai balconi potremmo
farci niente. Rifiuto di credere in consolazioni religiose tappabuchi,
non è così che voglio che la pace venga. Ma mi sembra tutto
inutile, anche il nostro domandare, anche questo tempo che perdo nello
scrivere di questo dialogo tra noi.
CLEANTE: ma perché lo scriverai ?
CLEANTE: forse dovresti chiedergli: per chi lo
scriverai, per chi lo hai scritto?
FILONE: non lo so.
DEMEA: Vuoi scrivere soltanto quello che hai udito?
Niente ti deve turbare, qualunque suono avrai udito, avvezzo come sei alle
cose più strane.
FILONE: Doch im Estarren such ich nicht mein Heil
Das Schaudern ist derMenscheit bester Teil. (Ma io non cerco salvezza nell'indifferenza:
il brivido è la parte migliore dell'umanità)
CORO: Chi ti chiama , sicché tu risponderai?
Prima che mi chiamino, io risponderò.