| L'OCSE boccia la
scuola italiana: ma è una bufala
di Girolamo De Michele |
[«Scuola on», 1° luglio 2009]
Il fatto: martedì 17 giugno
sono stati presentati i risultati di due ricerche, TALIS 2008 e Economics
Survey of Italy. Con un curioso intermezzo (vedi qui): ai presenti è
stata prima distribuita, e poi ritirata una cartelletta contenente le sintesi
e degli abbozzi di traduzione delle ricerche. Un comunicato del Ministero,
e un articolo sul Corriere della Sera con ampi virgolettati (un pelino
più distaccato quello su La Stampa), ci informano che con queste
ricerche l'OCSE ha bocciato la scuola italiana, valutando positivamente
l'operato del Ministro. Altri giornali, su carta e on line, grandi piccoli,
piccolissimi riprendono - addirittura con taglia-e-incolla spudorati -
la notizia.
Che però è falsa.
In sintesi: il Ministro spaccia
per nuovi dati che sono vecchi, confonde il primo rapporto col secondo,
e il secondo con uno ancora da stilare. E fornisce dati non veritieri.
Che però i giornalisti italiani, in barba alla deontologia professionale
e al controllo rigorosa delle fonti, prendono per veri: se lo dice il Ministro...
Bene: la verifica l'abbiamo fatta
noi. Quello che segue è l'esito della nostra verifica dei poteri.
Con, in Appendice tutti i link per chi volesse verificare come stanno le
cose.
Di cosa si tratta?
Di due distinte ricerche. E di una
terza che ancora non esiste.
L'OCSE, intanto: un organismo di
ricerca e sviluppo. Che non è un istituto di ricerca e analisi didattica
o pedagogica. Se l'OCSE deve scegliere tra due parametri, quello cognitivo
e quello economico, non ha dubbi: all'OCSE non interessa la maggiore istruzione
possibile, ma la più fruttuosa (su standard economici) al minor
costo. E i dati OCSE sono spesso coerenti con precisi orientamenti politici,
grazie a un sapiente uso dei parametri. Ad esempio, l'OCSE, in base ai
propri parametri, valuta negativamente il sistema previdenziale italiano,
il cui saldo è invece positivo, cioè in attivo (cfr. qui).
Teniamolo presente.
L'OCSE produce un certo numero di
rapporti, analizzando dati rilevati in proprio su un numero piuttosto alto
di paesi. Non solo dell'Unione Europea: l'insieme dei paesi dell'area OCSE
è, su certi temi, piuttosto disomogeneo, mettendo insieme buona
parte dell'Europa, Brasile, Stati Uniti, alcuni paesi asiatici. Il risultato
è che i dati OCSE non coincidono con i dati dell'Unione Europea.
Teniamo presente anche questo.
Sul sistema dell'istruzione, l'OCSE
ha un proprio rapporto, Education at Glance. Ma EaG 2009 non è ancora
stato elaborato.
Cosa è stato presentato il
17 giugno? Un rapporto economico che contiene un capitolo sull'educazione,
basato su vecchie cifre, e un nuovo rapporto, TALIS 2008.
Cos'è TALIS 2008? Un rapporto
che indaga i metodi, le aspettative, le percezioni di sé degli insegnanti:
non del sistema scolastico, degli insegnanti. In modo più esplicito:
"Talis non misura l'efficacia degli insegnanti o delle diverse pratiche
d'insegnamento. L'inchiesta mette invece in rilievo le differenze tra i
profili delle pratiche d'insegnamento, le attitudini e le convinzione nei
diversi paesi partecipanti" ["TALIS will not measure the effectiveness
of teachers or of different teaching practices. Rather, it will contrast
profiles of teaching practices, attitudes and beliefs among the participating
countries", Summary, p. 3]. TALIS 2008 non fornisce i dati che il Ministro
presenta come nuovi, e che dovrebbero supportare le affermazioni dell'OCSE
nel cap. 4 di Economics Survey of Italy. Questi nuovi dati potrebbero essere
contenuti nel prossimo EaG 2009, ma al momento non esistono: il Ministro
lo lascia credere (e i giornalisti italiani ci credono) con un accorto
giro di carte sul tavolino.
E così due rapporti (reali)
+ uno (virtuale) diventano "Il rapporto OCSE".
Tre rapporti, tre carte: venghino,
signori, venghino, guardino le tre carte, dov'è il rapporto sulla
scuola, sotto la uno, sotto la due, sotto la tre?
Chiarito questo, vediamo, punto per
punto, cosa sostiene il Ministro muovendo le carte con consumato mestiere.
1. Il "Rapporto OCSE" attesta le cattive performance della scuola italiana: "per esempio, gli studenti italiani di 15 anni sono indietro di 2/3 di anno scolastico nelle scienze rispetto alla media europea".
Cattive performance della scuola
italiana? Parliamone.
In primo luogo, teniamo presente
che le pagelle OCSE "sono notificate con accertamenti tramite test (quiz):
come le olimpiadi della memoria di Conti e Scotti nei loro giochi serali"
(Franco Frabboni, Sognando una scuola normale, Palermo, Sellerio, 2009,
p. 114).
Ciò premesso, entriamo nel
merito. L'OCSE non tiene conto delle numerose indagini internazionali sull'apprendimento,
ma utilizza un proprio sistema di valutazione, il PISA. La cui attenzione
"non si focalizza tanto sulla padronanza di determinati contenuti curricolari,
ma piuttosto sulla misura in cui gli studenti sono in grado di utilizzare
competenze acquisite durante gli anni di scuola per affrontare e risolvere
problemi e compiti che si incontrano nella vita quotidiana e per continuare
ad apprendere" [da Cos'è il PISA?]: il PISA valuta non tanto il
sistema scolastico, quanto l'humus culturale e sociale della società
in cui si vive. Si noti che i dati PISA riguardano gli studenti quindicenni,
indipendentemente dall'ordine di studi seguito; ma in molti paesi OCSE
a 15 anni si è a 2 anni dalla fine del ciclo di studi, non a 3,
come in Italia: l'esempio citato dal Ministro sulle scienze è particolarmente
infelice. E si noti che il punteggio negativo ottenuto dall'Italia è
un dato statistico: se esaminiamo le singole regioni, notiamo che la maggioranza
delle regioni italiane sono al di sopra degli indici OCSE (sulle competenze
scientifiche, ad esempio, 7 su 12). A conferma che i risultati negativi
dipendono non dal sistema scolastico in sé, ma dai diversi contesti
ambientali, come lo stesso rapporto Economics Survey of Italy riconosce
in apertura del cap. 4: "large differences in pupils' performance between
regions, which may reflect socio-economic conditions rather than regional
differences in school efficiency".
Ma soprattutto, l'OCSE e il Ministro
non tengono conto di ben altre rilevazioni sugli apprendimenti, che danno
risultati buoni, e talvolta lusinghieri: come il PIRLS 2006 (Progress in
International Reading Literacy Study), che colloca la scuola elementare
in posizione di eccellenza nel mondo; come il TIMSS 2008 (Trends in International
Mathematics and Science Study), che sulle specifiche competenze scientifiche
e matematiche conferma i risultati del PIRLS nella scuola primaria. Ad
esempio, nelle competenze scientifiche gli studenti italiani sono secondi,
in Europa, alla sola Ungheria.
OCSE e Ministro utilizzano un singolo
dato, lo decontestualizzano e lo generalizzano su tutta la scuola, senza
distinzione di ordine di studi e realtà locale. E la stampa italiana
ripete in coro: l'OCSE boccia la scuola italiana.
2. Il "Rapporto OCSE" "ci dà ragione"
Così dice il Ministro. Che
in questo modo fa passare per un'idea dell'OCSE la propria anticostituzionale
idea di sottrarre fondi alla scuola pubblica per finanziare la scuola privata.
Ignorando forse che l'OCSE stesso definisce la peggiore d'Europa e una
delle peggiori del mondo, con buona pace del Ministro. Che è stato
messo lì per eseguire il programma di tagli ideato dall'OCSE e vidimato
dal Ministro Tremonti.
Immaginate un allenatore di calcio,
poniamo del Milan, messo lì al posto del precedente per mandare
in campo la formazione scritta dal Presidente; il quale ha provveduto a
vendere un giocatore, poniamo Kakà, la cui presenza toglieva spazio
al di lui pupillo Ronaldinho. Immaginate questo Presidente dichiarare ad
agosto, senza alcun riscontro concreto, che "il Milan con Ronaldinho in
campo è senz'altro più forte rispetto al passato". E adesso
immaginate l'allenatore dichiarare: sono felice, perché il Presidente
mi dà ragione. E immaginate una stampa servile riportare questa
affermazione con titoli a tutta pagina.
Credete sia possibile? Se pensate
di sì, siete in Italia.
3. Il "Rapporto OCSE" "parte dalla constatazione che l'assenza di chiare informazioni sulla valutazione degli studenti e dell'intero sistema, dai docenti all'amministrazione centrale, è stata la causa principale delle cattive performance"
Peccato che questo virgolettato non
corrisponda all'apertura del cap. 4 di Economics Survey of Italy. Il rapporto
sostiene infatti una cosa diversa: che i dati potrebbero essere incoerenti
rispetto alla maggior parte delle nazioni dell'area OCSE a causa di una
differente o non uniforme rilevazione ["Either the national examinations
assess very different aspects of achievement from PISA, or the national
assessment system is not applied uniformly"]. Dopo di che il rapporto OCSE
sostiene che un sistema di rilevazione obbligatorio, e non facoltativo,
agganciato a meccanismi premiali o punitivi potrebbe avere effetti positivi
sul sistema dell'istruzione italiano, mentre attualmente "there are no
consequences for either teachers or schools attached to the degree of success
in meeting the objectives". In punta di logica, è persino banale
notare che non si può dedurre da un'ipotesi ("è probabile
che un sistema di incentivi e punizioni...") un fatto, né un antecedente
da una conseguenza.
Ma non è il caso di fare
accademia: i fatti hanno il vizio di avere la testa dura. Il sistema di
valutazione è facoltativo anche in quei livelli e ordini scolastici
che eccellono per competenze non solo in Europa, ma nel mondo: cosa che
non potrebbe darsi, se il falso sillogismo ministeriale fosse fondato.
4. Il "Rapporto OCSE" dimostra che "il costo più elevato dell'istruzione italiana è ampiamente dovuto al rapporto insegnante per studente, che è del 50% più alto (9,6 insegnanti ogni 100 studenti in Italia, rispetto a 6,5 insegnanti nell'area OCSE)"
Domanda: perché il costo dell'istruzione
dev'essere misurato sul rapporto insegnanti-studenti, e non su quanto si
spende effettivamente?
Risposta: perché in questo
modo apparirebbe chiaro che l'Italia è uno dei paesi che meno spende
per l'istruzione. Ma prima, vediamo come stanno le cose sulla presunta
eccedenza di insegnanti nella scuola italiana.
Intanto: 6.5 nell'area OCSE, ma 7.5
circa nell'Unione Europea (nei 19 paesi che ne facevano parte nel 2007).
E di nuovo: perché il paragone dev'essere fatto con un'area disomogenea
come l'OCSE, e non la più congrua e coerente (anche in termini di
progettazione e obiettivi) area UE? Mah...
Vediamo adesso qual è davvero
il rapporto insegnanti-studenti. Non si capisce da dove il Ministro estrae
questo 9.6 che permette di denunciare un tondo "50% più alto".
Gli studenti italiani nel 2008-2009
[fonte: il rapporto del Ministero La scuola statale: sintesi dei dati 2009])
sono 7.768.071, i docenti di ruolo 725.173. Ma in Italia si considerano
docenti anche gli insegnanti di sostegno (87.190), perché sono pagati
dal Ministero dell'Istruzione, mentre in Europa no, perché pagati
dai ministeri della sanità. E dunque correttezza vuole che, se non
vengono conteggiati nei dati OCSE, non devono esserlo neanche nei dati
italiani. Non inventiamo niente: ogni serio studio, dal ministeriale Quaderno
bianco sull'istruzione 2007 al Rapporto sulla scuola in Italia 2009 della
Fondazione Giovanni Agnelli (Bari, Laterza, 2009), compie questa sottrazione.
E lo stesso deve valer per gli insegnanti di religione (25.931), una peculiarità
tutta italiana (che fino al 2005 non erano conteggiati perché non
pagati dal Ministero dell'Istruzione). I docenti di ruolo comparabili con
i loro omologhi di altri sistemi scolastici scendono così a 612.032,
con un rapporto insegnante-studente pari a 7.8: quasi in linea con il 7.5
della media europea.
Se non ché, in molti paesi
dell'UE e dell'OCSE esiste un sistema d'istruzione post-secondario non
universitario, che in Italia non c'è: il sistema italiano distribuisce
i suoi insegnanti su 3 livelli scolastici, i paesi dell'area OCSE su 4.
Per riprendere il paragone calcistico, è come comparare una squadra
che gioca col 4-4-2 con una che gioca col 4-3-1-2, e sostenere che la prima
ha troppo giocatori, perché ne impiega 10, contro gli 8 dell'altra:
bizzarro davvero, un Ministro che si straccia le vesti sulle cattive competenze
matematiche degli studenti, e poi dà prova di scarsa competenza
nella lettura dei dati.
E adesso vediamo quanti sono effettivamente i soldi spesi per la scuola. Emanuele Barbieri, già dirigente del Ministero dell'Istruzione, in Tagli e pretesti, un'utile sintesi del rapporto ministeriale La scuola in cifre 2007, comparando dati del Ministero, dell'ISTAT, del Bilancio dello Stato e dell'OCSE, conclude che "dal 1990 al 2007 la quota di risorse destinate al MPI o al MIUR per l'istruzione è passata dal 3,9% al 2,8% del PIL (-1,1% pari 16,9 miliardi di euro). Negli ultimi 10 anni la riduzione è stata pari allo 0,2% (3,07 miliardi di euro)" (per il dettaglio rimandiamo ai grafici 1 e 2 del rapporto). E la stessa OCSE, in Education at Glance 2008 (Tabella B3.3, p. 254) rileva che lo share di spesa pubblica per l'istruzione dell'Italia (69.6% nel 2005: nel 1995 era 82.9%) è inferiore tanto alla media OCSE (73.8%), quanto a quella dell'UE (81.2%).
5. Il "Rapporto OCSE" dimostra che "le principali cause di disturbo alle lezioni sarebbero le intimidazioni o le aggressioni verbali verso altri studenti (30%), seguono le aggressioni fisiche tra studenti (12,7%), le aggressioni agli insegnanti (10,4%), ma anche i furti (9,1%) e per ultimo il problema della diffusione di droghe e alcol (4,5%)"
Ebbene sì: non poteva mancare
un implicito richiamo al virus del bullismo che starebbe devastando la
scuola italiana, con buona pace delle ricerche che dimostrano il contrario.
Peccato che, di nuovo il rapporto
TALIS 2008 non dica questo. Intanto, i dati si riferiscono alla "percentuale
di docenti della scuola secondaria inferiore che lavorano in scuole i cui
dirigenti riferiscono che le principali cause di disturbo sarebbero determinati
comportamenti degli studenti" ["Percentage of teachers of lower secondary
education whose school principal considered the following student behaviours
to hinder instruction "a lot" or "to some extent" in their school"]: questi
dati rilevano quindi la percezione dei dirigenti, non fatti appurati.
Ma soprattutto, si omette il dato
medio dell'area OCSE, il cui confronto consente di dire se il clima scolastico
(percepito dai dirigenti scolastici) nella scuola italiana è migliore
o peggiore. Bene, ecco i dati [Tabella 2.8, pag. 46 di TALIS 2008]:
furti: Italia 9.1%, media OCSE 15.3%;
intimidazioni o le aggressioni verbali
verso altri studenti: Italia 30%, media OCSE 34.3%;
aggressioni agli insegnanti: Italia
10.4%, media OCSE 16.8%;
aggressioni fisiche tra studenti:
Italia 12.7%, media OCSE 15.9%;
diffusione di droghe e alcol: Italia
4.5%, media OCSE 10.7%.
E se invece della percezione dei dirigenti scolastici prendiamo in esame la percezione dei genitori? Per non sbagliare, usiamo ancora una fonte OCSE, tanto gradita al Ministro: Education at Glance 2008 [tabelle A6.2b. e A6.2C. pp. 130-131].
Percentuale dei genitori italiani
che si dichiarano soddisfatti o molto soddisfatti della disciplina scolastica
["satisfied with the disciplinary atmosphere in the school"]?
80.9%: inferiore in Europa al solo
Lussemburgo, e nell'area OCSE solo a Nuova Zelanda e Turchia.
Percentuale dei genitori italiani
che ritengono che la scuola svolga un buon lavoro educativo ["The school
does a good job in educating students"]?
92.1%: al vertice dell'intera area
OCSE alla pari con la Nuova Zelanda.
Come vede chiunque si prenda la briga di verificare i dati forniti, i fattori di disturbo e gli episodi riconducibili al fenomeno del bullismo sono sensibilmente più bassi della media.
E allora, di cosa stiamo parlando?
Di un Ministro che non è
all'altezza del proprio programma, ma il cui programma è all'altezza
del proprio cognome?
Di giornalisti la cui faccia è
all'altezza del Ministro, ma non del proprio specchio?
Appendice: Link dei rapporti citati (in pdf)
TALIS 2008
Economics Survey of Italy
Education at Glance 2008
La scuola statale: sintesi dei dati
2009
Tagli e pretesti
Quaderno bianco sull'Istruzione
2007
PIRLS 2006
TIMSS 2008