| Cosa [non] leggo |
I
[circa gennaio 2007]
Annoto una frase che ho letto a pagina 245 di Una cosa da nulla di Haddon: «I fiorai furono decisamente villani. Sì, potevano ancora farci stare il lavoro, ma a prezzi maggiorati. Katie ribatté che avrebbe comprato i suoi fiori da una persona più gentile e mise giù il telefono, al colmo di uno sdegno eccitante che non provava da un sacco di tempo, e pensò: In culo i fiori».
Haddon l'ho finito, adesso leggo Alice nel paese delle meraviglie edizione Feltrinelli con traduzione di Aldo Busi, ma ho anche quella Einaudi è un libro che dovrebbero leggere tutti, a ogni livello di istruzione. Se penso che nessuno me l'aveva mai consigliato. Ma che dico consigliato: obbligato. Le battute dei personaggi assomigliano a tante dichiarazioni politiche che oggi si possono ascoltare nei tg. Per sopramercato mi sono letto anche Attraverso lo specchio dove ho trovato la citazione che mi aveva spinto a leggere l'una -Alice- e l'altro: «"Quando io uso una parola -ribatté Bindolo Rondolo piuttosto altezzosamente- essa significa precisamente ciò che voglio che significhi... né più né meno" "Bisognerebbe sapere -disse Alice- se voi potete dare alle parole molti significati diversi" "Bisognerebbe sapere -rispose Bindolo Rondolo- chi ha da essere il padrone... ecco tutto"».
Chiusa la partita Carroll ho letto metà di un libro di Carrére che si intitola La settimana bianca. Sul quale non mi esprimo.
Come non mi esprimo su C'era una volta un re ma morì che ritengo un libro inutile salvo (forse) la fiaba di Gioele Dix.
Così finalmente ho attaccato Stiglitz. Il titolo è La globalizzazione che funziona. Il libro ha mantenuto le sue promesse, tranne che per un po' di fatica finale.
Trovo avvincente, ma non del tutto convincente la Trilogia della città di K. di Agota Kristof di cui ho ampiamente superato la metà dopo quattro giorni. Ci sono delle battute che sembrano dei colpi di pistola. Cose terrificanti sono raccontate al grado zero delle sensazioni e questo è buono. Però delle volte dopo aver letto cinquanta o sessanta pagine tutte di un fiato ti chiedi ma cosa ho letto? Tutta la struttura è quella delle scatole cinesi. Il macrotesto contiene tre romanzi legati tra loro da un filo. Ciascuno sviluppa una prospettiva dove si rappresenta un diverso livello di finzione.
Questa struttura non mi sembra del
tutto riuscita: ogni narratore dice ora ti racconto io come sono andate
veramente le cose. Alla fine tutto l'insieme perde coesione. Weir, parlando
a distanza di anni di Picnic at Hanging Rock diceva Ho abituato il pubblico
a non aspettarsi un finale tipo soluzione di un giallo. Ecco quello che
fa Pamuk: ad un certo punto non ti importa più niente di sapere
chi è l'assassino leggi solo perché sei avvolto nella magia
del testo. Però questa sensazione diventa sempre più fumosa.
Pamuk ti attacca un finale da action - thriller che però non c'entra
niente. In sintesi La Trilogia della città di K è il libro
migliore che ho letto dai tempi del Mondo nuovo di Huxley
II. Cosa [non]
leggo
5 febbraio 2007
Certi libri non si leggono per paura. O perché ci sembrano troppo impegnativi. Rinviati a tempi più consoni. Occasione e paura insieme, motivaziome mista. Io i mattoni li leggo. Nel senso che un libro voluminoso non mi intimidisce. Questíanno ho letto Pamuk, sto leggendo Stiglitz, ho letto Il complotto contro líAmerica di Philip Roth e mi sono comprato Pastorale americana. Mi sono fermato davanti a Infinite Jest non perché è un libro di mille pagine ma perché è scritto con il carattere piccolo che si usa normalmente nelle note. Cosa che non mi intimidisce bensì mi infastidisce. Anzi, mi manda letteralmente in bestia. Ho fatto il correttore di bozze per sei anni. Ho già dato.
Mia madre teneva un libro di questo spessore sul comodino. Mi pare Grossmann. Non David. Un giorno líha finito e ha proclamato: ci ho messo un anno. Suppongo che abbia detto anche uff. Io mi sono fatto durare tre mesi Il secolo breve di Hobsbawm, ma non era un romanzo sentimentale. La Storia del Terzo Reich di Shirer mi è durata un mese e mezzo. Un mese tondo per leggere Doctor Faustus di Thomas Mann. Letto quasi tutto sulla metro, Santa Maria del Soccorso Laurentina andata e ritorno. Al tempo del mio primo esame di maturità da commissario. Due mesi per Líuomo senza qualità, al secondo tentativo. Centíanni di solitudine, citato, tre giorni per la prima lettura. Una settimana per la seconda. Questo è líunico libro che ho letto camminando per la strada. Una settimana anche per Delitto e castigo, avevo frainteso il regolamento della biblioteca. Sei giorni per divorare Senior Service. Letti al ritmo di cinquanta sessanta pagine al giorno i primi tre volumi dellíautobiografia di Simone de Beauvoir. Centocinquanta in una sola mattinata: Il giorno del lupo di Lucarelli. Se penso che ci sono voluti circa quindici giorni a cinquanta minatori sovietici per piazzare una lastra di cemento armato sotto il nucleo di Chernobyl dopo il disastro. Mi rendo conto che la lettura non è il modo più nobile di impiegare il tempo.
Non ho mai letto Guerra e pace, Il rosso e il nero, La Certosa di Parma, Ulisse, Anna Karenina, La Recherche, Arcipelago Gulag. Quasi tutti a portata di mano. Ho letto poche pagine di Horcynus Orca per poi abbandonarlo. Non ho letto Líeducazione sentimentale e neppure I miserabili. Ho abbandonato i Dialoghi con Leucò e Una vita violenta. Colleziono volumi della biografia di Mussolini di De Felice sapendo che non li leggerò mai. Non ho letto La distruzione degli ebrei díEuropa di Hillberg. Non lího comprato per un motivo perfettamente speculare e quindi mi riprometto di comprarlo quando avrò voglia di leggerlo. Oppure mai.
Non cíè un libro che uno non può non aver letto. Anni fa avevo appuntamento con una coppia di amici miei sotto il balcone di palazzo Venezia. Dopo un incredibile ritardo arriva Francesca da sola. Dice: Luca mi ha mollato perché non ho mai letto un libro di Sartre. A ventiquattro anni uno non può non aver letto un libro di Sartre. Luca era sceso dallíautobus ed era tornato a casa. Allora si poteva litigare per un argomento del genere. Non era una scusa, la cosa ha avuto uno strascico a una festa, pochi giorni dopo. Certo, quei due non se la passavano bene.
Per questo motivo non ho la presunzione, o líutopia, di far leggere agli studenti libri che non leggerebbero mai se io non li obbligassi. Se volevo instillare líodio per un classico bastava sottometterlo alla loro lettura. Sono appena reduce dalle proteste per la Metamorfosi di Kafka. Un quindicenne scrive: Non mi piace molto perché è pesante, e su questo ci posso stare, perché i personaggi sono inutilmente crudeli. E questo già mi fa riflettere. E soprattutto perché Kafka, id est, fa una tragedia di circa dieci pagine per dire che si deve girare nel letto e non ci riesce. Se dovessi dargli un voto, conclude, sarebbe un cinque. Ritenterò, ma intanto, per la prossima lettura sto pensando a qualcosa di più leggero. Qualcosa che lasci poco spazio allíimmaginazione.
Con i classici me la cavo abbastanza. Non leggo libri à la page, libri di classifica o roba che puzza, da lontano tre metri, di ipercoop: non so se si possono iscrivere a questa categoria Pennac, McEwan, Yehoshua, Haddon, Richard Mason o Jonathan Frantzen. Almeno tre di questi autori mi entusiasmano o mi hanno entusiasmato. Li ho comunque letti tutti a grabdi bracciate. Sono comunque per escludere Leavitt, DeLillo e Foster Wallace. E anche Carlo Lucarelli, per cui nutro una speciale predilezione, anche se basata più che altro sul personaggio di Blu Notte. Ho letto per sbaglio due romanzi di Simona Vinci. Ho letto un romanzo di Banana. Almeno quattro di Vazquez Montalban, scusate se non metto gli accenti, tra cui, noto a margine, il bellissimo Io, Franco. Che non è tra quelli celebrati di questo scrittore.
Naturalmente non ho letto Vaí dove ti porta il cuore, di cui ho sfogliato con disprezzo le prime pagine un giorno che stavo a pranzo dai miei. Troppe. Per disapprovare un libro basta non leggerlo. E se proprio lo voglio stroncare cíè sempre il fuoco. Del milione di copie vendute me ne sbatto, così come di Melissa P. libro e film, Moccia libro e film, Vanzina, Alvaro Vitali, Commissario Montalbano, Renzo Arbore, il festival di Sanremo in tutte le sue forme, Nanni Moretti come uomo, i fratelli Muccino, Licia Colò, la nazionale italiana cantanti e quella dei calciatori, Luciano Ligabue, la Ferrari, la cicciona che fa la pubblicità della Vodafone, il caffè Kimbo. Non ascolto più un disco dei Coldplay da quando lího sentito sparato alla Coop. Anzi lího messo in macchina una mattina e mi sono reso conto che, in effetti, fa schifo.
Ho letto alcune antologie di nuovi autori italiani. Líintento era quello di farmi venire voglia di leggere uno tra, putacaso, Faletti, Dazieri, Camilleri, Governi, Galiazzo, Igliozzi, Fois. Invece ha funzionato come un vaccino. Poi ultimamente è uscita uníantologia di favole a rovescio che mi aveva riempito di speranza: C'era una volta un re ma morì. Favole a rovescio, pensavo. E invece, una sequela di puttanate.
commento
di Vale la Pena
Io non ho
letto questo tuo lunghissimo messaggio, a riga 10 mi è cominciato
a parere una dislessica stronzata. Ho fatto male, dici?
III. La solita
solfa ovvero «La scomparsa dei fatti» di Marco Travaglio
5 settembre 2007
[commenti]
[appendice
1: Non cíè travaglio in Travaglio]
[appendice
2: Anche Dante era un girotondino?]
Il titolo è accattivante. Líamico Fausto ha detto: non lo leggo per principio. Piero mi è parso un poí freddino. Io invece no. Primo perché non ho principi riguardo al leggere o non leggere un libro. E poi perché un libro che si intitola «La scomparsa dei fatti» promette decisamente anche se líha scritto Marco Travaglio che, tra parentesi, mi sta pure antipatico. Ho le mie prevenzioni, insomma. Ciò premesso, ho letto poco più di un terzo di questo libro e sono in grado di esprimere almeno sette osservazioni. Pace se straripano leggermente dai limiti telegrafici che mi sono imposto per questo tipo di recensioni.
La prima. Mi aspettavo un testo di tipo tecnico sul mestiere di giornalista, su vero e falso, manipolazione, informazione e contro-informazione, intreccio tra politica e informazione. E invece leggo un pamphlet contro tutto e tutti. Persino contro Quark, che Travaglio definisce in modo velenoso ma poco originale Piero Angela e famiglia. Si salvano Report e Santoro. Su Santoro si sono spese molte parole. Su Report, a mio avviso, troppo poche. Per il resto il tema promesso dal titolo è scheletrico. Riempirebbe sì e no una sessantina di pagine.
Travaglio dice contano più le opinioni dei fatti. Lui evoca la regola delle cinque w, si richiama a codici etici, attacca il brunovespismo, piange la fine del giornalismo díinchiesta, condanna quella forma aberrante di par condicio allíitaliana per cui «se qualcuno, per avventura, dice una verità, devíessere immediatamente controbilanciato da un altro che dice una bugia» (p. 72). Al che uno dice: sottoscrivo tutto. E poi dice: e allora? Il libro ripete questa filastrocca per 300 pagine e più, con corredo dei soliti exempla desunti dalla cronaca politica degli ultimi quindici anni. Insomma, la solita solfa.
Ma ad un certo punto Travaglio è costretto ad ammettere che anche i fatti si possono manipolare, che esistono fatti e opinioni, e i fatti sono veri e falsi (*). E lascia pensare che il problema centrale non sia quello della scomparsa dei fatti, anche se forse manca di una larvata capacità di addentrarsi a fondo nel problema: «i fatti veri vengono sostituiti sistematicamente, scientificamente con fatti sempre e comunque falsi. E con argomenti che la gente comune non ha gli strumenti per verificare de visu: è costretta a fidarsi, e purtroppo si fida - in mancanza di alternative equivalenti - di chi quei fatti li manipola e li falsifica per mestiere» (p. 161). Messo in corsivo vero e falso, ma anche gente comune. Chi è la gente comune? Quelli che leggono il giornale, che assistono agli spettacoli di cabaret?
Quando uno legge un libro cazzuto può sembrargli rigoroso fintanto che non ha incontrato qualche argomento che conosce meglio dellíautore. E allora dubita dellíinsieme. Il tanto decantato Report ha dedicato una puntata ai fannulloni. Siccome si parla tanto di suggestione, vado subito al sodo: Report sembra molto convincente perché presenta fatti che sono fatti in modo categorico. Ora non è difficile pensare che la pubblica amministrazione sia stracolma di fannulloni, ovvero di impiegati che in qualche modo non sanno che fare, lo fanno male, scaricano i problemi sugli altri eccetera. Gli esempi sono illuminanti, come quello dellíinegnante che frequenta la scuola due o tre volte líanno e la freccia va subito al petto: bisogna valutare il lavoro degli impiegati e se non sono efficienti licenziarli. A questo punto giù il confronto con la civilissima Gran Bretagna, che fa sempre gioco, dove gli insegnanti sono preparati, sono licenziabili, nessuno si lamenta. No chiacchiere, botte. Cioè: i fatti sono fatti ma ricostruiti in modo semplicistico e soprattutto funzionale a un obiettivo predeterminato. Non si dice quanto sono pagati gli insegnanti della civilissima Gran Bretagna, non si dice che per una percentuale buonissima sono precari. Neppure una parola su chi dovrebbe valutarli e come. E neppure un dubbio sul criterio: la Moratti ci avrebbe fatto valutare dalle famiglie per farci mettere voti più alti. Ma questi non si sa cosa vogliono.
Questo è il modo di lavorare di Travaglio, contrariamente a ogni aspettativa, al piacere di leggere che sono tutti ladri e alle sue stesse premesse. Un passo indietro: Travaglio vuol far credere che non ha opinioni e che la sua è solo uníanalisi basata sui fatti. Invece di opinioni ne ha pure troppe e anche su argomenti di cui non è tanto competente e in barba ai fatti (vedi Quark). E soprattutto; su tutto. Sul fascismo, sul revisionismo, su Zapatero e adesso non so cos'altro perché ho tolto i post it dal libro. Insomma, forse sarà pure un giornalista indipendente (nel senso che non si mette in tasca i soldi dei politici a cui lustra le scarpe), ma più che altro è una scheggia impazzita.
Lui pretende di dimostrare che tutto quello che ci propina è vero dal fatto che ha avuto varie cause e le ha vinte. Come dire: prendere o lasciare, in blocco. Poi lui stesso a un certo punto scrive: il fatto che uno non sta dietro le sbarre non vuol dire automaticamente che sia innocente. La magistratura può non aver considerato reato quello che di fatto è eccetera: «Un fatto può essere gravissimo anche se non è reato» (p. 196). I libri di Travaglio, idem.
E in secondo luogo io voglio conoscere le fonti. Ci sono dei passaggi che sembrano molto circostanziati e invece potrebbero essere inventati di sana pianta. Lui dice Angela e famiglia dicono un sacco di cazzate invece Beppe Grillo sì che ci capisce, lui «si avvale di consulenti di altissimo livello». E sti cazzi, cioè nome e cognome, pubblicazioni eccetera.
Lo prevedevo e lo temevo. Quella della giustizia è una vera e propria malattia. Líidea di una storia scritta solo sulla base dei giudizi della magistratura, peraltro molto spesso sbagliati o discutibili anche se passati in cassazione, è abominevole. Denuncia la fragilità di tutte le altre dimensioni: sociale, culturale, antropologica, e perché no, politica.
(*) Così
scrive Barack Obama «Capisco che i soli fatti non possano sempre
risolvere le nostre dispute politiche. Le opinioni sull'aborto non sono
determinate dalla scienza dello sviluppo del feto e il nostro giudizio
su se e quando far rientrare le truppe dall'Iraq deve necessariamente essere
basato sulla probabilità. Ma a volte ci sono risposte più
o meno accurate; a volte ci sono fatti che non possono essere "manipolati",
proprio come per sapere se piove basta uscire all'aperto. L'assenza di
una pur minima concordanza sui fatti pone ogni opinione sullo stesso livello
e quindi elimina le basi per un compromesso ponderato. Non premia coloro
che hanno ragione, ma coloro che - come l'ufficio stampa della Casa Bianca
- possono sostenere le loro ragioni in modo più rumoroso, più
frequente, più ostinato e con lo sfondo migliore».
commento
di Max (Massimiliano Manganelli)
Quanto a me Travaglio stia sulle
palle lo sai bene. Adesso mi dai ulteriori ragioni...
Non mi piace questa glorificazione
continua del giornalismo anglosassone, da parte di un giornalismo - quello
italiano - che è
difficile immaginare più
asservito alla politica. Insomma, gli piacerebbe tanto essere come i giornalisti
anglosassoni (che poi,
ovviamente, non è che siano
tutti santi), però non gli piace farsi il culo e rischiare la carriera
quanto fanno quelli. Ci sono riusciti i
giornalisti italiani a far cascare
un governo, a far incriminare un presidente? No, quindi tacessero e andassero
a lavorare.
Di Travaglio mi disturba il moralismo
becero, che nella finta lettera del mullah Omar scritta per il programma
di Santoro (altro fulgidissimo esempio di giornalista serio, con tanto
di seggio europarlamentare) gli fa scrivere certe cose vergognose a proposito
delle donne. Come se si potessero paragonare vallettopoli e la lapidazione.
Quanto a Grillo, a volte scrive di quelle minchiate... altro che Piero
Angela (che gli ha fatto Piero Angela, a Travaglio?). Mi pare che la tv
italiana offre cose molto peggiori, per esempio i telegiornali.
In ogni caso, bisogna spiegare a
Travaglio che il giornalismo d'inchiesta è una cosa seria, e che
non si fa limitandosi a pubblicare
gli atti processuali.
commento del Cappellaio
Il titolo
è accattivante. L'amico Fausto ha detto: non lo leggo per principio.
Piero mi è parso un poí freddino.
Questa è una buona
notizia. Leggerei con diffidenza un libro di denuncia applaudito da chi
sta al potere.
Marco Travaglio
che, tra parentesi, mi sta pure antipatico. Ho le mie prevenzioni, insomma.
A me non interessa che un giornalista
sia simpatico. Mi basta che sia corretto, serio, onesto, preparato e non
impastoiato col potere.
invece leggo
un pamphlet contro tutto e tutti. Persino contro Quark, che Travaglio definisce
in modo velenoso ma poco originale Piero Angela e famiglia. Si salvano
Report e Santoro. (cut) Il tanto decantato Report ha dedicato una puntata
ai fannulloni. Siccome si parla tanto di suggestione, vado subito al sodo:
Report sembra molto convincente (cut)
Questa non la capisco. Per portare
argomenti alla tua tesi (il libro di Travaglio è scadente) cerchi
di dimostrare che Report non fa buona informazione. Cosa c'entra? Report
viene citato per alcune notizie che ha dato. Se domani la Gabanelli impazzisse
e cominciasse a dare i numeri ce la prenderemo con Travaglio?
Questo è
il modo di lavorare di Travaglio, contrariamente a ogni aspettativa, al
piacere di leggere che sono tutti ladri e alle sue stesse premesse. Un
passo indietro: Travaglio vuol far credere che non ha opinioni e che la
sua è solo uníanalisi basata sui fatti. Uno e due. Uno: opinioniÝne
ha pure troppe e anche su argomenti di cui non è tanto competente
(vedi Quark).
E ovvio che anche Travaglio ha delle
opinioni. Ci mancherebbe. Semplicemente afferma che il giornalista dovrebbe
innanzitutto dare le notizie, raccontare i fatti così come
si sono verificati. Poi vengono le opinioni.
Poi però
si guarda bene dal dire da che parte sta, insomma per chi vota, al che
da una parte chi se ne frega, dall'altra eh no caro, questo è contro
la correttezza ideologica: uno vuole sapere per chi lavori, dubita che
sia solo per amore della verità.
Ecco, questa è illuminante.....
E' proprio questo il problema che abbiamo in Italia. Una tragedia dopo
anni di informazione
addomesticata. Se un giornalista
dice che Pinco Pallino ha rubato, non ci interessa sapere se ha detto la
verità. Ci domandiamo per chi lavora il giornalista, perchè
lo ha scritto, perchè ha pubblicato la notizia proprio ora e non
prima o dopo. Tutto tranne la notizia e la sua veridicità.
Lui pretende
di dimostrare che tutto quello che ci propina è vero dal fatto che
ha avuto varie cause e le ha vinte. Come dire: prendere o lasciare, in
blocco. Poi lui stesso a un certo punto scrive: il fatto che uno non sta
dietro le sbarre non vuol dire automaticamente che sia innocente. La magistratura
può non aver considerato reato quello che di fatto è eccetera.
Sono due cose completamente diverse.
Fai confusione. Se un giornalista accusa un tizio di aver rubato, viene
denunciato per calunnia e poi assolto perchè il tizio aveva effettivamente
rubato acquista autorevolezza, soprattutto se la storia si ripete. D'altra
parte sappiamo tutti che ci sono persone che hanno commesso reati e non
stanno in galera, per insufficienza di prove, per decorrenza, etc. E' diversa
l'accusa di calunnia o diffamazione. Si tratta di stabilire se uno ha detto
il vero o il falso.
Ciao Cappellaio
controreplica
Non credo che questo tipo abbia
letto il libro di Travaglio. E se anche lo avesse letto, giudicando dagli
argomenti che adduce contro la mia lettura, non avrebbe capito più
di quello che sapeva già per sentito dire. Ma siccome io sono molto
democratico, ci tengo a pubblicare tutto quello che mi arriva senza censure.
appendice
1: Non cíè travaglio in Travaglio
Travaglio, pio e di destra
Confessione del giornalista nel
libro intervista di Sabelli Fioretti, Il rompiballe, dove si scopre che
il pasionario antiberlusconiano è destrorso e devoto. Eppure il
sottosegretario alle comunicazioni Romani dice: "Inammissibile in Rai"
magazine.libero.it
Farà discutere ancora per molto, Marco Travaglio. Colpa (o merito) del libro-intervista di Claudio Sabelli Fioretti, Il rompiballe, che al giornalista torinese è interamente dedicato e del quale sia Dagospia che il sito internet de La Stampa hanno pubblicato un ampio stralcio. Un successo editoriale, il libro di Sabelli Fioretti (ha già quasi doppiato la boa dei due milioni di copie vendute) nel quale si scopre che Travaglio, recentemente dichiaratosi un liberal-conservatore che alle ultime elezioni ha votato per Di Pietro, simpatizza per la destra (Berlusconi escluso, s'intende). E che, devoto cattolico, apprezza più la messa in latino reintrodotta da Papa Benedetto XVI che non quella in italiano. Ecco i passi salienti dell'intervista cone le domande di Sabeli Fioretti e le risposte di Travaglio, non sufficienti però a rientrare nelle grazie del Governo visto che il sottosegretario alle Comunicazioni Romani bolla la sua presenza in Rai come «inammissibile»:
Gad Lerner
ha scritto: «Non cíè travaglio in Travaglio. Non conosce il
dolore del mondo. Tutti colpevoli allo stesso modo, tutti impuniti»
Quando lessi quellíarticolo non
mi piacque per niente. Pensai che era una critica ingiusta. Si riferiva
alla mia posizione sullíindulto, come se io fossi un feroce sadico che
vuol tenere la gente dentro (...).
Però
è vero che le carceri sono sovraffollate e che la vita là
dentro è un inferno
Del sovraffollamento delle carceri
non frega niente a nessuno. Tanto è vero che oggi sono sovraffollate
esattamente come due anni fa, ma non se ne parla più. Perché?
Perché Previti líha fatta franca.
Se ti offrissero
la direzione del Tg1, accetteresti?
Certo con lo spirito con cui parteciperei
a Porta a Porta. Lo farei per un giorno e quel giorno godrei. Sapendo che
è il primo e líultimo.
Mi sa che
non te lo offrono il Tg1
Farei un Tg1 in cui racconterei
tutto insieme, in una botta sola, quello che non è stato raccontato
negli ultimi dieci anni.
Ti portano
via con la camicia di forza
"La stessa cosa farei a Porta a
Porta se Vespa avesse il coraggio di invitarmi".
LA CONDANNA
Quando
tu e Beppe Grillo fate la lista degli indagati e dei condannati presenti
in Parlamento, subito ti fanno notare che anche tu sei condannato, in una
causa contro Previti
Ho perso una causa civile, ma non
ho commesso reati. Perdere una causa civile non vuol dire essere un pregiudicato
(...).
Non tutti
i reati sono uguali
Ma è ovvio. Quando mi dicono
che anche io sono stato condannato la mia risposta è: non è
vero, ho perso una causa.
POLITICA
Mario Giordano
dice che non è vero che tu sei un discepolo di Montanelli. Dice
che eri berlusconiano
Io non mi sono mai considerato discepolo
di Montanelli (...).
Ma tu eri
berlusconiano?
"Balle spaziali. Ho sempre votato
contro Berlusconi".
Lo ha scritto
anche Giancarlo Perna. Parla di quando Berlusconi era imprenditore
Ma non esistevano berlusconiani
allíepoca (...). Perna pensa che io mi sia buttato a sinistra. Mentre io
sono anticomunista oggi come lo ero allora. Però non cíè
più il comunismo, e quindi non mi sembra il caso di perdere tempo.
Sarebbe come schierarsi contro i cartaginesi.
Ci sono
i Ds, figli ed eredi del comunismo...
E sono molto molto molto peggio
di certi ex democristiani. Io preferisco cento Prodi, mille Rosy Bindi,
duemila Scalfaro a tutti gli ex comunisti riverniciati. I danni che hanno
fatto DíAlema e Veltroni sono incalcolabili. Se abbiamo Berlusconi è
grazie a loro e alla loro finta opposizione che ha rivitalizzato e resuscitato
il Cavaliere.
È
vero che preferisci la messa in latino?
Continuo a pensare che sia molto
più bella la messa in latino di quella in italiano, continuo a pensare
che il gregoriano sia molto più bello delle chitarre.
Sei proprio
di destra!
Se non fosse Berlusconi il capo
della destra, io starei lì! In Francia voterei a occhi chiusi per
uno Chirac, un Villepin. Per Sarkozy no perché è un tamarro.
In Germania voterei Merkel sicuro. Mi piacevano molto Reagan e la Thatcher.
Ma perché
se sei di destra, i girotondini ti amano tanto?
Perché la mia destra non
esiste. È immaginaria. È la destra liberale. Cavour, Einaudi,
De Gasperi, Montanelli. Tutti morti.
Facci si
considera un Travaglio di destra
Il Travaglio di destra cíè
già, sono io. Lui non è né Travaglio, né di
destra. È un berluscraxiano. Uno dei tanti.
I POLITICI
Veltroni
non ha mai nominato Berlusconi in campagna elettorale
Può essere una strategia
comunicativa interessante (...) ma non nominare Berlusconi non deve voler
dire non parlare mai di Berlusconi e dei danni che ha fatto e che farà
(...).
Cíè
qualcuno di destra che ti piace?
Giorgia Meloni è fantastica,
bravissima è una ragazza veramente splendida. Impegnata, entusiasta,
competente. Angela Napoli ha fatto tutta la battaglia antiíndrangheta in
Calabria. Tabacci non è impresentabile. Maroni è stato un
discreto ministro. Ma di Forza Italia non riesco a trovare nessuno decente.
Forse questa Lorenzin, la biondina coordinatrice a Roma, ecco...
E dei giornalisti?
Alla fine il meglio, o il meno peggio,
è Belpietro. Perché in fondo è un giornalista. Quando
dirigeva il Giornale ci metteva le notizie. Adesso il Giornale di Giordano
sembra Topolino.
Cosa pensi
di Bossi?
Mi mette tristezza quando penso
a che cosíera la Lega dei tempi díoro. Io nel 1996 líavevo pure votata.
Hai votato
Lega?
Sai come fanno le ragazze che vengono
mollate dal fidanzato e dicono: La do al primo che passa? Io avevo detto:
il primo che fa cadere Berlusconi lo voto (...).
Mi immagino
un giorno Berlusconi che pranza con DíAlema. Cominciano a parlare di te
e si divertono come matti!
Mi odia di più DíAlema. Líunica
volta che Berlusconi ha parlato di me in pubblico, ha detto che io ero
un animale a sé stante. Per me è un complimento. Secondo
lui no, perché un animale a sé stante per lui è veramente
una brutta bestia. Ma a me piace. Vuol dire cane sciolto. Mi sta bene.
Berlusconi
sarà il prossimo presidente della Repubblica?
Prospettiva agghiacciante. E ridicola,
anche (...).
Chi ti
piacerebbe al Quirinale?
Se non fosse troppo anziano quando
si voterà la prossima volta, Giovanni Sartori. O altrimenti Prodi.
O Gustavo Zagrebelsky. O Giovanni Bazoli.
appendice
2: Anche Dante era un girotondino?
La mia opinione su Marco Travaglio
non è cambiata. Se non fosse per Travaglio non sapremmo molto su
certi personaggi. Italo Bocchino, per esempio, quello che adesso parla
spesso al tg. Mi dispiace il suo giustizialismo, ma è vero che ci
dobbiamo accontentare che ci sia qualcuno che rompa le scatole a Berlusconi
su questo piano perché su quello politico c'è pochino e i
lavoratori sono tragicamente perdenti.
La mia ammirazione per Travaglio
finisce qui. Pensavo, l'ho scritto nella recensione a La scomparsa dei
fatti, ne ho trovato conferma leggendo altre cose, che Travaglio conosca
bene una disciplina ma fuori dalle carte processuali di questi signori
contemporanei ha studiato poco, ed è anche un po' selvaggio. Sempre
che ci non stia coglionando tutti. Lui può parlare due ore di fila
di cose che sa senza mai contraddirsi ma qualche volta deve fare un riferimento
politico o culturale e allora si vede che ci sono i buchi. Quello che segue
è un pezzo che Travaglio ha pubblicato sull'Unità due giorni
dopo piazza Navona. Lui difende la Guzzanti dalla pretestuosa accusa di
vilipendio al papa. Spara in fila quattro cazzate, in un delirio concentrico:
"Si dirà: ma Sabina ha pure mandato il papa all'inferno. Posso garantire
che, diversamente da me, lei all'inferno non crede. Quella era un'incursione
artistica in un genere letterario inaugurato, se non ricordo male, da Dante
Alighieri. Il quale spedì anticipatamente all'inferno il pontefice
di allora, Bonifacio VIII, che non gli piaceva più o meno per le
stesse ragioni per cui questo papa non piace a lei e a molti: le continue
intromissioni del Vaticano nella politica. Anche Dante era un girotondino?".
IV. Non l'ho
letto e non mi piace
[i commenti]
[il punto
di vista di Max]
[faccio una
sintesi]
[appendice
1: cosa ne avrebbe detto Schopenhauer]
[appendice
2: il diritto di non leggere secondo Daniel Pennac]
Non ho letto Il cacciatore di aquiloni
per i seguenti validi motivi:
1) perché è un best
seller. E statisticamente i best sellers lasciano il tempo che trovano;
2) perché conosco la trama
attraverso i quesiti che ho sottoposto a certi alunni come test ingresso
di italiano;
3) e conseguemente non mi è
scattato niente;
4) perché una collega di
lettere ha detto che è bellissimo e dopo qualche giorno ha detto
"quanto erano belli i mille lire della newton compton";
5) che nel corso degli anni io ho
progressivamente eliminato salvo un'edizione in corpo 3 della Commedia
dantesca su cui interrogo;
6) perché una studentessa
ha detto "leggere mi fa schifo" vantandosi di aver letto un solo libro
nel corso degli ultimi tre anni: Il cacciatore di aquiloni. Divorato, dice,
in tre giorni;
7) e si è pure comprata Mille
splendidi soli;
8) perché quando Paola lo
leggeva il segnalibro avanzava troppo in fretta;
9) un'alunna, Giulia, tenta di convincermi,
con deboli argomenti (è bello) che devo leggere Il cacciatore di
aquiloni. E mille splendidi soli, dice, è ancora più bello.
Ora, perché devo leggere un libro sapendo che è peggiore
di un altro;
10) perché, per tutti i motivi
addotti nei precedenti nove punti, non ho trovato neppure un motivo valido
per leggere Il cacciatore di aquiloni.
i commenti
(più che altro insulti)
Le citazioni del testo prodotto
qua sopra sono di questo colore. I
commenti raccolti su it.cultura.libri sono in neretto. Le controdeduzioni
sono di questo colore. Le contro-controdeduzioni,
che immagino copiose e vibranti, non sono andato a leggerle. nb: la discussione
è venuta fuori così accesa perché c'era questo titolo
Non l'ho letto e non mi piace che ha scatenato l'ira dei benpensanti della
lettura, dei lettori a la page e dei fondamentalisti di ogni tipo e natura.
Se avessi scritto solo -il vero motivo- con il cavolo. Sia detto en passant.
Un certo Holden
-già il nome è un programma- ha scritto A
prescindere dal cacciatore di aquiloni, sono ben contento di non averti
avuto come professore di italiano alle superiori. Il riferimento a
Schopenhauer è stato pudicamente amputato.
Un certo Andrea Laforgia, testo
testo ha chiosato:
1) perché
è un best seller. E statisticamente i best sellers lasciano il tempo
che trovano
Be', è sicuramente un
motivo; non è sicuramente un motivo valido. Anche se è vero
che best-seller, a volte, non è sinonimo di qualità, non
è neanche vero che un best-seller, di solito, lascia il tempo che
trova. Se dici "statisticamente", poi, vuol dire che hai dei numeri: riportali.
Charles Dickens, in ogni caso, si starà rivoltando nella tomba (o
forse no, per così poco)... I dati ce li ho (tiè). Prendiamo
insieme una classifica di best sellers del 1997 e ci facciamo una grassa
risata. Cioè io mi faccio una grassa risata mentre quelli come si
godono la mappazza.
2) perché
conosco la trama attraverso i quesiti che ho sottoposto a certi alunni
come test ingresso di italiano
Anche questo non lo ritengo un
motivo sufficiente. In un libro, oltre alla trama, c'è la narrazione,
altrimenti leggiamo i Bignami e viviamo felici.
3) e conseguemente
non mi è scattato niente
Questo mi sembra attaccato al
punto 2. Non vale.
6) perché
una studentessa ha detto "leggere mi fa schifo" vantandosi di aver letto
un solo libro nel corso degli ultimi tre anni: Il cacciatore di aquiloni.
Divorato, dice, in tre giorni
Se sei la sua insegnante di lettere
e una studentessa ti dice che leggere le fa schifo, be', dovresti preoccuparti:-)
Poi ci sono due aforismi irresitibili:
Che cosa vieta a un best-seller
di essere un gran bel libro? si chiede Andrea Laforgia
Secondo me bisognerebbe rovesciare
la domanda: cosa vieta a un gran bel libro di essere un best-seller?
fa eco un certo Marco
Di messaggi di questo tenore ne
ho letti una ventina. Stavo quasi per disperare quando sono arrivati i
colpi di frusta,
Io non sono professore di italiano
e non insegno niente a nessuno ma, prima di arrivare alla conclusione che
questo libro non mi piace, me lo sono letto. A questo federicoP ho
dato una risposta estemporanea: Bravo, adesso puoi ben dire l'ho letto
e non mi piace. Io invece dico Non l'ho letto e non mi piace, e non ho
fatto la fatica di leggere il libro. Ci si deve difendere dai cattivi libri
(anche a costo di schifarne qualcuno buono). Ma soprattutto ci si deve
difendere dai cattivi lettori.
Quanto all'essere prof di italiano
e insegnare qualcosa a qualcuno sono perfettamente d'accordo. Ma sul mio
blog non insegno italiano, mi pare. Magari uno di questi giorni faccio
leggere ai ragazzi di quarta tutti sti messaggi e cerchiamo di capire come
si riconosce un argomento valido rispetto a un argomento farlocco e perché
sembrano spesso convincenti proprio gli argomenti più farlocchi.
Come il post di questo Claudio che
pare un sillogismo, tanto è coerente, lineare, pertinente, elegante,
essenziale:
Sbagliato, dovresti dire Non
l'ho letto e non ho voglia di leggerlo perché sono prevenuto. Se
invece lo leggi, magari potrebbe sorprenderti. Io per esempio sono prevenuto
nei confronti di Harry Potter e non ne ho letto nessuno anche se qualcuno
dice che sono apprezzabili. Quanto al Cacciatore di aquiloni, io l'ho letto
ed effettivamente non è un gran che, anche se si legge senza fatica.
Un certo Joe, che io forse conosco
di persona (credo che il suo vero nome è Paola) dice una cosa tipo
Bisogna
leggere almeno un po' di un libro per discuterne un po'. Suggerisco:
vai in un cinemultiplex e vedi un po' di tutti i film in programmazione
e poi esci e fai bella figura sparando un po' su tutti.
Dulcis in fundo, la critica militante
di Isabella. In versi, con tanto di rime e assonanze:
fantastico esempio di prevenzione.
Continua così.
E soprattutto vantatene!
La cultura dell'arroganza è
in ogni luogo.
Spero che parleranno di te nello
stesso modo.
La mia indegna risposta chiude questa
discussione:
Tu pensi di non avere pregiudizi?
E come scegli un libro da leggere? In base alla copertina, al sentito dire,
perché l'autore è un esperto, oppure prendi un libro senza
sapere chi l'ha scritto?
Per quale motivo eviti i film pornografici?
Ne hai visto qualcuno prima di decidere che fanno schifo? Ne hai visto
almeno qualche pezzetto? E Alvaro Vitali?
E poi, insomma, abbiamo il tempo,
il modo di vedere tutto, di leggere tutto, di provare tutto? Si deve fare
una scelta, è evidente. E la scelta mi porta necessariamente a voler
godere di qualcosa che non è il poter parlare di un libro che non
mi piace ma piuttosto leggere il libro che mi piace e forse nemmanco ne
parlo.
E poi tu sei sicura di poter giudicare
un libro anche quando lo hai letto? Di avere la competenza necessaria per
farlo? Di qualsiasi libro? Sotto un certo profilo leggere e non leggere
sono quasi la stessa cosa.
Per esempio, in un rigurgito di
onestà intellettuale mi sono letto venti pagine di Vincitori e vinti
per poter scrivere sul blog che Vespa è un uomo-saponetta e i suoi
libri peggio (mai più). E invece la cosa stupefacente è che
mi sono detto: pensavo peggio. Cioè mi sono detto è un libro
che può avere scritto chiunque e che chiunque può leggere.
Un mediocre compendio di storia patria compilato penso da un'equipe di
scopiazzatori dove ogni tanto brilla la bufala grossa tipo i tedeschi hanno
fatto la rappresaglia delle Fosse Ardeatine perché i Gap non si
sono consegnati (me l'ha detto Andreotti). E chi lo legge ci crede, perché
non conosce la storia o perché gli fa comodo. E io mi dovrei pure
mettere a discutere con questa gente. E spiegargli perché non mi
piace il libro di Bruno Vespa, e magari domani si sono pure dimenticati
di cosa parlava.
il punto
di vista di Max
Allora vediamo di prendere posizione.
In primo luogo: tu consideri Alvaro
Vitali pornografia? Sai, secondo lo stesso ragionamento, Buttiglione sarebbe
un filosofo e
Vespa un giornalista. A proposito
di quest'ultimo, tu dici "un libro che può avere scritto chiunque";
infatti, chiunque tranne Bruno Vespa. C'è ancora qualcuno che crede
che questa gente scriva qualche riga? Mai sentito parlare di ghost writer
(un tempo li si chiamava negri, poi è arrivato il politically correct...).
È strano come la decisione
di non leggere un libro susciti tante polemiche: se io proclamo ai quattro
venti che non mi piacciono la
trippa, il cinema turkmeno, la Pausini
o la trota alla mugnaia, nessuno s'indigna o si incazza (o per lo meno
lo fa qualche minoranza fondamentalista, che non manca mai).
Al massimo mi becco un salutare
e giustificato "ecchissenefrega". Invece con un libro no: sei prevenuto,
non sei mentalmente aperto, magari sei anche un po' stronzo. Questa ossessione
per il "se prima non provi non puoi dire che non ti piace", significa che
chiunque deve farsi di eroina, fare bungee jumping, ascoltare la musica
classica indiana per poter dire che non gli interessa. E allora perché
- per fare un esempio - tutti i maschi non provano, almeno una volta nella
vita, un po' di sesso anale o, per restare a un assaggino, il sapore del
pisello di un loro consimile? Strano, perché la cosa in linea di
massima suscita disgusto nella maggior parte di essi.
Invece un libro è una cosa
diversa: non è un'esperienza, al pari di altre, è l'Esperienza,
quella che ti cambia la vita, ti apre la mente, ecc. ecc. Perché,
il sesso o la droga invece ti lasciano indifferente? Vorrei sapere se tutto
questo falso liberalismo si applichi, per i tuoi interlocutori, a tutte
le dimensioni dell'esperienza: assaggiano con piacere qualunque pietanza
gli si proponga, anche la più esotica e lontana dal nostro gusto?
Conoscono perfettamente arabi, rumeni, bulgari, cinesi, americani o francesi
per poterne dare un giudizio?
Vista la frequenza con cui sento
certi giudizi, si vede che prima li hanno provati...
faccio
una sintesi
Non cíè salvezza alla sindrome
del libro meraviglioso. O ti accodi alla maggioranza che lo ha letto e
lo ama. O lo leggi per poter dire Lího letto e non mi piace. Ma di certo
sei in errore. Sei uno di quei pochi. Sei un fatto statistico irrilevante.
Quando poi si tratta di un successo internazionale.
Ora, immaginiamo di aver voglia di leggere un libro. Che per molti è un fatto insolito. Entriamo in una libreria senza uníidea definita e guarda caso tra TUTTI i libri in vendita decidiamo di leggere proprio quello che leggono TUTTI, il libro sullíespositore dei più venduti del mese. Come se fosse un pezzo di carne. Io invece mi sono comprato líultimo libro di Luzzatto su Padre Pio, di cui TUTTI parlano ma che nessuno ha letto o leggerà mai. Anche perché tra líaltro non è un libro per TUTTI.
Non intendevo dire che Alvaro Vitali è pornografia, non più di quanto lo sia Bruno Vespa, o i negri che di volta in volta gli scrivono i libri (ghost writers). Almeno stando alla definizione di Calvino secondo cui la pornografia aderisce pedissequamente alle azioni mentre líerotismo contempla una certa dose di suspence. No, il mio era líabbozzo di un elenco di esperienze letterarie e culturali che tu hai sviluppato.
Però qualche esperienza lího fatta. Per esempio sono stato buddista e quindi posso parlare male dei buddisti e delle loro pratiche. Anzi no, un certo mio coinquilino mi ha contestato che sono stato buddista ai tempi del liceo. Che non ero maturo e che nel frattempo le pratiche sono cambiate. Se penso che uno legge un libro, non gli piace e poi dopo dieci anni qualcuno gli dice: eh no, adesso lo rileggi. Questo per dire che rischi di entrare in una spirale.
Ma vengo alle note dolenti. Quando sei un insegnante nessuno ti perdona niente. Dicono: ma come insegni ste cose agli alunni. No, insegno di peggio. Intanto, questi interlocutori sono gente che legge indifferentemente líultimo di Follett o di McEwan, salvo piegare su un autore del terzo mondo quando il mercato gli fa trovare la confezione sul banco del salame. Costoro, per il fatto che ingurgitano tutti sti libri, si sentono migliori.
Loro sono convinti che se uno fa leggere agli studenti dei bei libri in loro automaticamente scaturisce líamore per questi libri e in generale per la lettura. Che diventeranno dei lettori e un giorno entreranno in libreria e compreranno ancora e ancora libri. Neppure sospettano che può avvenire il contrario. O che semplicemente non accade niente.
Come al solito posso enumerare degli esempi. Uníalunna di Palestrina, Sofia, ha consegnato la verifica su Io non ho paura in bianco. Anzi con questa semplice frase: non ho mai letto un libro né mai lo leggerò. Ma cíè stato un Francesco nella mia carriera che ogni mese mi chiedeva consiglio su cosa leggere. Una vera ossessione. E anche quelli che leggono un libro di malavoglia e poi ne vogliono un altro dello stesso autore. E poi cíè stata Roberta, a cui ho prestato per un mese le Lettere a Lucilio di Seneca. Su cui ho coltivato delle speranze assurde e invece allíesame ha detto semplicemente mi spiace prof ma non ho avuto il tempo.
Non credo che uno sia migliore di
un altro perché ha letto dei libri. Di certo, uno che legge dei
buoni (purché) libri è più acculturato di uno che
non legge niente. E ugualmente chi ha imparato la grammatica, i piani cartesiani,
la fisica e quantíaltro ha più strumenti di uno che non ha imparato
niente. Dire agli studenti che hanno il diritto di non leggere è
diseducativo in sé, molto antididattico se può suscitare
una falsa analogia con il diritto di non studiare (che pure è un
diritto), ma è uno schiaffetto nellíestenuante lotta quotidiana
tra líuomo e la bestia. E Hosseini nel contesto è il nulla assoluto.
appendice
1: cosa ne avrebbe detto Schopenhauer
«L'arte di non leggere
è molto importante. Essa consiste nel non prendere in mano quello
che di volta in volta il vasto pubblico sta leggendo, come per esempio
libelli politici e letterari, romanzi, poesie e simili cose, che fanno
chiasso appunto in quel dato momento e raggiungono perfino parecchie edizioni
nel loro primo e ultimo anno di vita». E ancora: «Chi non piangerebbe
alla vista di un grosso catalogo di libri stampati, se pensasse che di
tutti quei libri, già dopo dieci anni, non ne rimarrà in
vita nemmeno uno?». E inoltre. Sull'atto di leggere in generale:
«Leggere significa pensare con la testa altrui invece che
con la propria». I lettori forti sono paragonati a chi attinge la
conoscenza di un paese dalle descrizioni di viaggi: «Queste persone
riescono a comuicare notizie su molte cose; ma, in fondo, non hanno una
conoscenza coerente, chiara e profonda circa la natura di quel paese».
E infine, attenzione a scambiare l'acquisto di libri per l'acquisizione
del loro contenuto.
Le citazioni sono tratte da L'arte
di insultare, Adelphi, Milano 2007, pp. 93-5
appendice
2: il diritto di non leggere secondo Daniel Pennac
Come ogni elenco di "diritti" che
si rispetti, quello dei diritti alla lettura dovrebbe aprirsi con il diritto
di non servirsene - nella fattispecie, il diritto di non leggere - in mancanza
del quale non saremmo di fronte a una lista di diritti ma a un perverso
tranello.
Per cominciare, la maggior parte
dei lettori si concede quotidianamente il diritto di non leggere. Piaccia
o meno alla nostra reputazione, ma tra un buon libro e un brutto telefilm,
il secondo ha, più spesso di quanto vorremmo confessare, la meglio
sul primo. Inoltre, non leggiamo sempre. I nostri periodi di lettura si
alternano sovente a lunghi digiuni durante i quali la sola vista di un
libro risveglia in noi i miasmi dell'indigestione.
Ma la cosa più importante
è un'altra.
Siamo circondati da un gran numero
di persone assolutamente rispettabili, a volte laureate, talora "eminenti"
- alcune proprietarie di bellissime biblioteche - che non leggono, o leggono
talmente poco che mai ci verrebbe in mente di regalare loro un libro. Non
leggono. O non ne provano il bisogno, o hanno troppo da fare (ma il risultato
è lo stesso: queste cose da fare li appagano o li obnubilano), oppure
coltivano un'altra passione e la vivono in modo assolutamente esclusivo.
In poche parole, queste persone non amano leggere. Questo non vuoi dire
che non siano frequentabili, o ad-
dirittura piacevolissime da frequentare.
(Almeno non ci chiedono a ogni piè sospinto il nostro parere sull'ultimo
libro che abbiamo letto, ci risparmiano le loro riserve ironiche sul nostro
romanziere preferito e non ci considerano degli idioti se non abbiamo divorato
l'ultimo Tale, appena pubblicato da Tizio e di cui il critico Caio ha detto
un gran bene.) Sono "umani" almeno quanto noi, sicuramente sensibili alle
disgrazie del mondo, attenti ai "diritti dell'Uomo" e impegnati a rispettarli
nella loro sfera di influenza personale, il che è già tanto...
Ma, ecco, non leggono. Liberissimi di non farlo.
L'idea che la lettura "umanizzi
l'uomo" è giusta in linea generale, ma ammette alcune tristi eccezioni.
Dopo aver letto Cechov si è probabilmente un po' più "umani",
intendendo con questo un po' più solidali con la specie (un po'
meno "belve") di quanto non lo si fosse prima.
Ma guardiamoci dall'associare a
questo teorema il corollario secondo il quale ogni individuo che non legge
dovrebbe essere considerato a priori come un potenziale bruto o un cretino
assoluto. Poiché, così facendo, faremmo passare la lettura
per un obbligo morale e questo sarebbe solo l'inizio di una spirale che
porterebbe poi a giudicare, per esempio, la "moralità" dei libri,
in funzione di criteri che non avrebbero alcun rispetto per l'altra libertà
inalienabile: la libertà di creare. A quel punto il "bruto" saremmo
noi, per quanto "lettori". E Dio sa se il mondo non è pieno di bruti
di questa specie.
In altri termini la libertà
di scrivere non può ammettere il dovere di leggere.
Il dovere stesso di educare consiste
in fondo, insegnando a leggere ai bambini, iniziandoli alla Letteratura,
nel fornire loro gli strumenti per giudicare liberamente se provano o meno
il "bisogno di libri". Perché, se possiamo tranquillamente ammettere
che un singolo individuo rifiuti la lettura, è intollerabile che
egli sia - o si ritenga - rifiutato da essa.
È una tristezza immensa,
una solitudine nella solitudine essere escluso dai libri. Anche da quelli
di cui si può fare a meno.
Da Come un romanzo, pp. 119-20
IVb. Ho letto
Il cacciatore di aquiloni così ora posso dire l'ho letto e non mi
piace.
Non mi piace non è il termine.
Per esempio non ho mai pensato di abbandonarlo - non avrei potuto, mi sono
impegnato a leggerlo. Ho letto tutta la seconda metà in un giorno
solo - ne avevo il tempo, circostanza fortunata. Alcuni personaggi rimangono
impressi (soprattutto certi minori), la trama regge. Alla fine sono rimasto
persino deluso. Deluso che da tanto buon materiale narrativo non sia uscita
se non una grande soap. Una sequenza di scene psicologiche montate insieme
sullo sfondo di un periodo significativo della storia dell'Afghanistan
- e degli Stati Uniti - tenute insieme dal filo di un sentimentalismo dai
toni vellutati ma molto penetranti, un accompagnamento che non lascia mai
il lettore libero di decidere il suo giudizio, o di riconoscere da solo
l'inizio o la fine di qualcosa. Che ogni volta la voce del narratore fa
cascare la penna, sottolinea, incornicia.
Dalla soap, e non dalla grande letteratura minimalista per esempio, e neppure del filone psicologico più grondante a questo punto, non derivano solo aspetti negativi. Tutta la storia sembra di vederla rappresentata su uno schermo, compresi i costumi e il trucco. Qualche passaggio è iconico: gli aquiloni colorati sullo sfondo del cielo azzurro, la lapidazione degli adulteri, i talebani che corrono con una jeep in una Kabul devastata. Non solo i momenti più drammatici o i paesaggi, anche le scene di vita quotidiana. Anche la bella Soraya che inforca un paio di occhiali per correggere i compiti o lo zoppicante generale che consulta la cipolla sono delle icone.
Viceversa, anche se sono numerosi i colpi di scena, il procedere della trama è piuttosto prevedibile. Quando vediamo morire asfissiato uno degli stupratori di Hassan non è difficile immaginare che prima o poi ricomparirà Assef. Che prima o poi Amir sarà costretto a tornare nel suo paese per fare i conti con il passato. Dopo aver ingollato ogni comma della legge usa sulle adozioni internazionali è inevitabile pensare che Sohrab seguirà Amir in America.
In compenso mi sono liberato da un
pregiudizio. Mi è capitato di assegnare una prova su questo libro
a dei ragazzi di una classe dove facevo storia e geografia. Niente di importante,
solo un'impressione spiacevole che però mi ha accompagnato per tutto
l'anno. Dai quesiti a risposta chiusa ho capito, a parte la trama, che
il libro poteva insegnare qualcosa sulla tolleranza, sulle differenze etniche
dei popoli del medioriente, sulla religione, sulle guerre che hanno insanguinato
quella regione. Ecco, dall'inconsistenza di queste nozioni nella classe
ho dedotto che il libro doveva essere un grosso polpettone con qualche
vago riferimento antropologico. E invece la colpa non è del libro,
che da questo punto di vista è piuttosto corposo, non è che
mancano i messaggi.
V. Cosa leggo?
di Alessandro Paris
[estratto, con il consenso dell'autore,
da Devarim]
Una collega oggi mi ferma in corridoio
e mi chiede: "cosa stai leggendo"? Bella domanda. Cosa vorrei leggere in
questi giorni, nel senso cosa gira per casa mia, indifferentemente sul
letto, sul comodino, sul tavolo da cucina, per terra, nel bagno, sepolto
dalle carte, tra cellofan di riviste con allegati film (Espresso, ma anche
Internazionale), sulla tavola da stiroÖ? Senza volere ? mai! ? fare lo
sconto ai due giornali fissi che compro in settimana, e dei tre quattro
nel week-end (mi ha messo a disagio il giornalaio domenica: "ah, oggi Lei
sta in casa tutto il giorno a leggere!", ma fatti i c. tuoi!), e che pure
non riesco a leggere per intero [in fondo non si devono mai leggere i libri
per intero, e parlo ovviamente dei saggi; leggere dallíinizio alla fine
è un pregiudizio, e lo avevo anche io, als ein Kind Kind war ? ricordo
ancora che a sfatarlo venne Tonio, che pure ne acquistava (a moí di sublimazione
erotico compensativa, suppongoÖ) due o tre ogni domenica alla Feltrinelli
della Galleria di Milano], continuo ad acquistarne qualcuno al mese, e
puntualmente vedo accatastarsene una mole ben maggiore di quanto mi consenta
la mia casa in affitto, e la necessità, entro luglio, di dovermene
andare, e traslocarliÖ. Così alla rinfusa, leggo, senza serialità,
piuttosto in maniera rapsodica, saltando da monomanie a monomanie del tipo:
teologia ebraica, Argentina dei Generali, poesie, saggi sul berlusconismo,
interviste a Grandi Personaggi, autobiografie e memorie, romanzetti generazionali,
i Classici della Filosofia, libri storici sul Fascismo, libri blà
blà blàÖ La mia Ex Fidanzata diceva che attraverso fasi ossessivo-compulsive,
grandi "fisse" (come direbbe il Pontino): fondamentalmente vero. E anche
la lettura la vivo come una fissa periodica: certe volte non faccio che
leggere, altre invece mi ammazzo di televisione. Non leggo mai la sera.
Forse questo è un portato della mia estrazione piccoloborghese.
La sera si vede la televisione. Possibilmente da soli davanti alla tua
piccola lampadadialadino. Dominio assoluto del telecomando, e zapping supremo.
Tutto inizia alle Ore otto: telegiornale della 7, ore ottoetrenta: Ferrara,
e poi sì avvia "la scelta". Ad esempio ieri sera ero dubbioso davanti
a uníofferta di questo tipo: Crozzaitalia sulla 7, Ballarò Rai 3,
miniserie sul neoterrorismo Canale 5, commedia sexi anni ottanta, con la
Bouchet dalle tette non rifatte ? su consiglio di Viviana ? su non mi ricordo
più quale canale privato. Ho prevalentemente seguito la miniserie,
ma la mole di pubblicità non mi ha impedito di gustarmi varie cosucce,
tra cui una fantasmagorica imitazione del processo biscardiano, ad opera
di Crozza, chiamata "il patteggiamento del martedì". GenialeÖ
La televisione ci rovinerà, lo so. Ci inebetirà e ci farà
analfabeti di ritorno. "Ma ha cambiato líItalia", dice Ferrara. Allora
deve essere vero ? mi mancano gli sms di Mattiacelva che commentavano in
presa diretta le cose che si dicono a Ottoemezza. Mi mancano ma è
meglio così, per ora. Ci sono silenzi che non pesano, ma danno a
pensare. Altri che pesano, perché sommamente eloquenti. Ma questa
è uníaltra storia ?. Ma ora ritorno al tema. Cosa leggo quando leggo?
Ma innanzi tutto, quando leggo? La sera prima di addormentarmi, il pomeriggio
dopo pranzo, talvolta anche davanti alla tv. In treno, con la concentrazione
forzata indotta dal non voler parlare con chi mi è davanti. Tremendo
quando il mio spazio psichico viene invaso da petulanti intelligenze parlanti.
O da "giovani" che telefonano incessantemente. O da "persone che mi guardano
fisso". Allora talvolta nascondo la copertina del libro che leggo, e se
ho due giornali, prendo sempre líaltro, voglio dire non líUnità.
Un poí come la nascondo a scuola, per non dovermi mostrare diessino di
sinistra girotondino. Micromega invece lo paleso indifferentemente ovunque,
che si fottano. Una zaffata di legalitarismo ci sta bene in mezzo a questíItalia
"moggia e cicchitta". Mi fa sentire bene leggere Micromega, mi fa sentire
"sinistra dei salotti" (DíAlema). Anche se non sono altro che un povero
precario lumpenproletario anche un poí risentito con varie cose e persone.
Poi ora leggo Sylos Labini, "Ahi serva Italia", Laterza; Guglielmo Epifani
Vittorio Foa, "Centíanni dopo, intervista sul sindacato", Einaudi; Abram
Heschel, "Dio alla ricerca dellíuomo", Borla; Paul Ginsborg, "Il tempo
di cambiare", Einaudi; Rudolf Bultmann, "Nuovo testamento e mitologia",
Queriniana; Roberto Vivarelli, "La fine di una stagione", Il Mulino; "LíItalia
presa sul serio", di Limes; Zigmund Bauman, "Amore liquido", Laterza; Horacio
Verbitsky, "LíIsola del silenzio", Fandango; Antonio Scurati, "Il sopravvissuto"
(parla di un alunno che spara ai suoi professori il giorno degli esami
Ö). Vorrei leggere "Anna Karenina", di Tolstoj. Ma non ho né il
tempo né il necessario atteggiamento di fedeltà al compito
che si deve avere con i russi. (Escludo dal dominio "letture" sia
manualacci di genere storia-filosofia programmi Brocca, sia cose che riguardano
occupazioni e scritture similspecialistiche di tempo in tempoÖ).
Già: Il tempo. È quello
che è, il lavoro di insegnante mi consente un grande margine di
svago (in greco skolè, tempo libero). Mettici mangiare, lavarti,
angosciarti-perché non-sai-se-il-prossimo-anno-lavorerai-ancora,
tutta la sfera affettivo-erotico-sentimentale (come di tutte le cose veramente
importanti, si deve tacerne), líimmaginazione fantastica, fare i piatti
stirare camicie, (ora, mentre scrivoÖla Bufera a Pian de Corones che manda
in vacca il tappone dolomitico puttanaeva) ogni tanto una corsa con Maurorussia,
ogni tanto dialoghi con Maurorussia sul Futuro Della Scuola. Gli amici
di penna (forse dovrei risponderti meglio, Alerì, ma sai che ammiro
la tua passione educativa, e líossessione per il pasticciaccio brutto di
Zagarola-Ciocca. Ma te lího accennarglielo: "uníimmagine ci teneva prigionieri",
come diceva un maestro di scuola austriaco che picchiava i bambini ma su
cui Derek Jarman fece un famoso film). Tolto questo, mi rimangono i buoni
proponimenti: dovrei comprare un telefonino, un portatile, una tuta, mettere
giù pancia, decidermi a spiegare sulla homepage che significa Devarìm.
Ma lo farò uníaltra volta.
Fuori piove, e morde il vento sugli occhiali del Grande Aviatore della
Prima Guerra Mondiale. Entro dentro la cuccia di nuovo. A leggere
un fumetto.
[fa parte di Le
dande di Kant]
VI. Libri sull'orlo di una crisi di vomito
Se aspettavate la conferma che Giovanni
Floris è l'erede di Bruno Vespa (e la linea di confine tra il pd
e il popolo è assai sottile) sfogliate sto libro La fabbrica
degli ignoranti sottotitolo La disfatta della scuola italiana. Il libro
di Floris è l'opera più oscena che sia stata scritta sulla
scuola negli ultimi quarant'anni, è un libro fondato su pettegolezzi,
superficiale e ruffiano, non spendo nemmeno una riga per criticarlo. È
preoccupante questa continua attenzione verso la scuola da parte dei mezzi
di disinformazione. Perché i giornalisti non scrivono mai un libro
sul proprio servilismo?
(24 settembre 2008)
Dopo Floro Floris anche Mario Giordano
si è sentito in diritto di scrivere un pamphlet contro la scuola
(5 in condotta ovvero il disastro della scuola italiana). Non l'ho
letto e non ho intenzione di farlo, per ovvi motivi. Ho guardato le figure
e ho letto la bibliografia (per lo meno ce l'ha, a differenza di Pansa).
Le fonti di Giordano sono di due tipi: articoli di cialtroni amici suoi
tra cui Socci e D'Orta (Io speriamo che me la cavo) che scrivono per il
Giornale, Libero e Panorama che pena quei bambini strumentalizzati, e per
secondi i best sellers di John Beer e La scuola raccontata al mio cane
della Mastracola. Il messaggio è elementare ed è supportato
da grafici molto suggestivi: gli insegnanti sono troppi, riottosi a qualsiasi
tentativo di riforma, ignoranti, alcuni hanno la terza media, e naturalmente
a scuola non si fa un tubo, a parte i filmini per YouTube (Insomma, è
un disastro, niente di nuovo). Abbastanza disgustoso ma nell'insieme molto
meno subdolo di Floro Floris.
(17 maggio 2009)