Ai confini della civiltà
diario 2006-7


 

15 settembre

Il pc cíè. Ce ne sono tre, ma non so quale funziona. E non ho ancora provato ad attaccare la penna. Sai, portare dati, trascrivere file, quelle cose lì. La scuola sta ai bordi di un quartiere di villini che, a certe ore, sembrano disabitati. Non tutti villini, anche edifici di otto piani a schiera, oltre il fosso. Non so se si può chiamare scuola. Parcheggi e varchi il cancello dove cíè scritto liceo Amaldi ed entri in questa struttura di mattoncini rossi a due piani. Si  chiama cortina, edilizia scolastica ispirata al lego. Sembra una scuola. La pianta è quella di una doppia elle. In mezzo cíè la sala professori dove ci sono io che approfitto di questo intervallo di venti minuti tra la terza e la quarta ora.

Mi chiedevo cosa potessero fare sessanta alunni in un intervallo così lungo. Mi hanno risposto: di tutto. Poi mi hanno detto: vigila che non si nascondano dietro la scala antiincendio a fumare. Fumare cosa. Li vedo che si allontanano nel cortile. Continuo a scrivere. Una delle mie classi si trova nel corridoio a destra dove si affaccia anche la porta di una classe vuota con i banchi e la cattedra bene ordinati.

Tanto che avevo fatto un pensierino su un possibile compito in classe con gli alunni seminati nelle due aule. Mi mancherebbe líubiquità. Líaltra mia classe, uníaltra prima, si trova nel corridoio di destra, esattamente speculare alla prima, allíaltra prima. Al cambio dellíora vado da un capo allíaltro della scuola, mi fermo alla macchinetta del caffè e mi intrattengo per un minuto con il collega che fa il percorso allíinverso. Non basta, sopra cíè un altro piano, con cinque locali vuoti, che corrispondono a cinque classi che non si sono formate, e un laboratorio di informatica che non ho ancora sperimentato.
 

23 settembre

La collega dellíanno scorso mi scrive come va nel Bronx. Direi che non è il Bronx. Piuttosto sembra la periferia di una cittadina della provincia americana abitata dalla middle class. Solo che non cíè la middle class. Oppure sono io che non riesco a vederla. Non vedo anima viva. Forse è una questione di orari.

Queste villette costano. Lího constatato sfogliando un opuscoletto Tecnocasa secondo il quale il quartiere prenderebbe il nome da un centro estetico, líunico esercizio attualmente in attività. Come dire: ci siamo capiti.

E invece si chiama Ponte di Nona, che farebbe pensare a tuttíaltro. E non vi lasciate ingannare dal cartello che cíè sulla Prenestina. Quando arrivate a quel punto ci avete mancato. Un collega che veniva con me in macchina un giorno che cíera sciopero degli autobus ha detto siamo quasi alla civilization. La civilization ufficialmente inizia dal raccordo. Io abito ancora sei chilometri più dentro.

Siamo nel corpo di una scuola elementare che tra le altre cose si chiama circolo didattico di Ponte di Nona. Popolazione indigena, presumo. Nessuno dei nostri studenti è indigeno. Viceversa. Quando suona la campanella escono e vanno alla fermata che sta sotto. Da una parte e dallíaltra della strada. Ma anche questa è uníillusione. Il quartiere ha solo un lato. Líautobus arriva, gira e torna indietro. Quelli che stanno dallíaltra parte della strada si prendono i posti migliori.
 

2 ottobre

Ogni volta che provo una strada nuova per andare a scuola mi perdo. Mi trovo in un punto morto da cui non posso far altro che tornare indietro. Confido nel principio che ogni strada deve portare da qualche parte. Almeno sulla carta. Non mi rassegno allíidea che líunica via praticabile che collega Ponte di Nona allíesterno è quella segnata dai cartelloni gialli della linea 051. Anche questo, un segno del destino.

A giudicare dalla pianta di questo vecchio nuovo quartiere di Roma le combinazioni sono solo coincidenze. Neppure tanto bene riuscite. Ho scoperto che le palazzine a sei piani che si vedono al di là della scarpata sono le stesse che attraverso quando me ne vado. A quel punto ho percorso quasi sei km. Non è ancora la civiltà. Oppure è una forma minore di civiltà. Gli appartamenti abitati sono le caselle nere di una battaglia navale. Si riconoscono perché cíè uníantenna parabolica, o due, e perché cíè la bandiera dellíItalia. Qualche panno ad asciugare e pochissime piante.

Il labirinto è apparente. E scadente, anche. Nella pianta la scuola si trova esattamente al centro. Nella realtà materiale è il limite. Si può ignorare i labirinto e percorrere semplicemente, naturalmente la corda sospesa tra la via Prenestina e il villaggio prenestino. Rinunciare a cercare il senso che non cíè. Entro in classe deciso a terminare gli esperimenti sui percorsi alternativi e annuncio venerdì comincio a interrogare sul serio. Con il voto sul registro. Giulia, una con un grande cesto di capelli biondi, mi dice ma è sciopero non si può. Non sapevo neppure che era sciopero, me lo stai dicendo tu ora. Che si informi, allora. Ma come, va tutto bene. No, non va tutto bene. Va tutto male.
 

23 ottobre

Il lunedì faccio solo storia e geografia. Fa parte del mio populismo. Líultima ora è di geografia. Da tre settimane faccio aprire il libro alla pagina degli Stati Uniti e poi inizia, surrettiziamente autorizzato, un dibattito di geopolitica a cui partecipano quasi tutti. Questa volta líinput è stato come vengono percepiti gli Usa. Geografia della percezione. O meglio percezione della geografia. La presenza degli Usa. Non ho detto potenza ma già Gioia dice tutto ruota intorno allo sfruttamento der petrolio. La guerra líhanno fatta per il petrolio. Ma già ce líhanno cosa vanno a cercare ribatte Giulia, quella del cesto di capelli biondi. Il petrolio non basta mai, osserva Gioia. Nulla basta mai, osservo.

Il nucleo del problema è se líattentato alle torri gemelle sia stato o no di domenica. Ma che senso avrebbe avuto far crollare le torri in un giorno di festa. Apposta dice Francesca, per non ammazzare la gente. Atto simbolico, le torri di New York, terrorismo chirurgico. Si oserebbe quasi definirlo intelligente. Esteticamente bello. Ma un centro commerciale non è aperto anche la domenica domanda Valeria.

Alessandro ha visto un documentario. Report, nota del redattore. Nel documentario, afferma con competenza, si dimostra che le torri sono cadute a causa di una forte esplosione. Demolizione controllata. Controllata da chi. Dagli americani, è chiaro, irrompe Gioia. Valeria si ribella con forza: gli americani uccidere altri americani, tutti quegli americani. Quella gente che si gettava dalle finestre. Che telefonava alla moglie per dire addio siamo stati colpiti. Assurdo. Ma il terrore ha una sua logica implacabile, che sfugge a costoro.

Non più tardi di uníora fa si parlava degli assiri, delle teste tagliate e affisse dai merli delle torri. La storia insegna. La storia insegna che non imparamo nulla, bofonchia, hegeliana di torbella, Irene Amendola. Camus avrebbe detto, a quanto mi ricordo: nel mondo ci sono state ognora pestilenze e guerre. Cionondimeno pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. O fanno finta? Mi sa che questa domanda la inserisco nel prossimo tema.
 

31 ottobre

La prima foto rappresenta semplicemente un cartello stradale. La notizia è che il cartello indica la fine e non líinizio di Ponte di Nona. Non è girato male, è un cartello a una faccia sola. Líindicazione è fuorviante. Oppure la città si è spostata. Forse succedono queste cose. Cíentra anche il fatto che Roma risiede sui colli. Non è che un giorno veniamo a sapere che nellíantichità qui di fronte cíera líAventino?

La seconda foto lího scattata un sabato mattina da uníestremità del parcheggio. Cíè tutta questa cancellata sulla destra su cui si apre líingresso della scuola materna con cui siamo confinanti. Cíè il piazzale, vuoto, chiuso da una montagnola di terra. E dietro si intravede il centro storico di Ponte di Nona, completato circa un anno fa. E moderatamente abitato, come ho già scritto.

Quello che si vede in questa terza immagine è invece il nuovo che avanza. Cíè poco da commentare. Mi limito a dire che, ovunque ti giri, vedi questo paesaggio. I costruttori sono due e hanno líufficio vendite alla rotatoria. Quello amico del centrosinistra si trova sul lato destro. E viceversa. Uno non promette sogni, ma solide realtà, tanto per intenderci. Líaltro dice che le sue case sono più belle.  Che sotto un certo profilo è pure vero.

Questa foto si intitola I have a dream perché richiama con prepotenza il sogno di una spiaggia del Pacifico, con un clima appena favorevole alla balneazione. Perché è líignoto con tanto mare, non tanto per un senso di evasione. Fuor di metafora, qui si interrompe la strada dei miei sogni, se mai fu consentito di volare così basso. Ma proprio terra terra. Non più di 300 metri separano questa montagnola dallíinnesto con la via Collatina, possibile scorciatoia verso la civiltà. Questo gioco mi costa 6 chilometri, due semafori, numerose buche. A un semaforo cíè un tizio con una spazzola che vuole essere pagato anticipatamente. Becca la moneta e se ne va senza lavare il vetro.
 

16 novembre

La puntata di lunedì è saltata perché il dibattito sul video del ragazzo down pestato a Torino non si è sviluppato. Che poi lo sappiamo solo da ieri che i fatti si sono volti in un istituto grafico di Torino. Lunedì i fatti sembravano ancora avvolti in una dimensione priva di riferimento. Insomma, i fascisti sono tra noi. Anzi, è proprio questo il problema.

Non è la prima volta che non mi riesce di suscitare il dibattito. Non ho trovato la provocazione. Ho aperto il giornale la Repubblica e ho fatto leggere i tre articoli sul tema: un articolo di cronaca, un articolo di analisi del fenomeno, si fa per dire, e una lettera di Fioroni. Che per la cronaca solo uno su dieci sa chi è Fioroni. Su questíultimo cíera veramente poco da dire, e va bene. Il primo una piatta espozizione di fatti che quasi tutti conoscono già. E ognuno sa bene da che parte stare. Finché un Simone ha ammesso che sì, qualche volta ci sono nella scuola degli atti di bullismo verso i bambini indifesi. Ma che bambini indifesi, e che palle, mi scusi, quando Tizio tutti i giorni canticchia in classe ti scappa la pazienza sarà pure inabile, corregge la compagna. Una con due spalle così, la compagna. Comunque si dice disabile. Anzi, diversamente abile.

Non è andata molto meglio con Saddam Hussein sabato scorso. Un alunno interrogato, mi pare Francesco, ha detto tra altre scemenze la parola Tigri. A bruciapelo gli chiedo ma cosa cíentra Saddam Hussein con il Tigri. Ci pensa un momento, un momento non troppo lungo e alla fine sentenzia: nulla cíentra. Saddam Hussein era il presidente dellíIraq mentre il Tigri è in Mesopotamia. E la Mesopotamia cosa è diventata? Non esiste più la Mesopotamia è tutto deserto e anche il Tigri probabilmente si è prosciugato. Del resto, conclude, líha detto lei.

Vinto, ma non a tal punto da ricominciare líinterrogazione, faccio alzare la mano. Chi vuole Saddam Hussein impiccato. 19 mani alzate. Luca si annoda la sciarpa intorno al collo per dare una rappresentazione della forca, che spera di vedere in mondovisione con patatine e coca-cola. Tre astenuti. Una è Alina che non capisce quasi una parola di italiano. Una è Gioia che dice la pena di morte è troppo poco deve marcire in carcere. Uníaltra è Irene che dice ma cosa vuole che me ne freghi a me di Saddam Hussein con tutti i problemi che ciò.
 

15 dicembre

Assisto alla caduta di alcune certezze. Impotente. Sentivo i miei alunni della classe del braccio sinistro confabulare tra loro di una gita a Roma che faranno domani. La gita è il percorso che devono fare per raggiungere la centralissima via Sistina. Tappa intermedia il capolinea della metro Anagnina. Ad un certo punto mi hanno chiamato in causa: ma la metro A ci passa da Barberini o è la metro B? Ma no, è la metro B. Ma sì. La metro B va allíEur la spunta Irene. Una mamma, al consiglio di classe, mentre si parlava di questa famosa gita, ha espresso delle preoccupazioni circa il fatto che il figlio, che è di Torre Angela, non è mai andato a Roma. Dentro Roma, si corregge. Ho sempre pensato, da quando ci abito, che Roma sia una non-città. E nello stesso tempo una polis. O una non-polis.

Altro. Ho optato per il comune di Roma prima di tutto per un fatto di moralità. E con la segreta speranza di avvicinarmi a casa. Salvo scoprire, nel primo viaggio di prova, che ci impiego lo stesso tempo che per andare a Zagarolo. Compreso il giro pesca. Comprese le buche, il traffico. Immagino che sia una fase di passaggio tra líallegra spensieratezza del precario che se ne va in provincia e la noia mortale del prof di ruolo che non vede líora di chiedere il trasferimento. Poi chi sa perché, líirruzione del quotidiano fa impallidire certe facce. Oppure ho imparato a controllare le simpatie.

Certe volte mi sembra di essere in un film di Almodovar, però in bianco e nero. Scusami il paradosso. Come deve essere un film di Almodovar in bianco e nero. Impossibile. Oppure basta togliere il colore dal telecomando. E così abbiamo ottenuto líeffetto. Nonostante Almodovar. Raccontavo a Patricia e Roberta di quella volta che mi si è incastrata una cassetta dentro il videoregistratore e sono andato alla Panasonic, dove il tipo ha ironizzato sul film visto a metà. La legge del desiderio per la cronaca. E Patricia e Roberta giù a ridere a crepapelle. In perfetta sintonia con il tipo, naturalmente.

Mi chiedi se Claudia si è evoluta. Ti ho risposto che più che altro si è involata. E che la prosecuzione della storia, che vedi apparire ogni tanto nella colonna dei richiami, è solo un collage di frammenti, inseriti a caso dopo la chiusura del testo. Che non ci può essere prosecuzione perché tutta la storia nasce da un equivoco. Líillusione di una dialettica, di una qualsiasi forma di dialettica, quando finisce, corrisponde al tradimento più nero. In quella incontrollata forma di pazzia che chiamiamo mediazione didattica, ciascuno cammina sul filo di un rasoio: di qua la sua ragione, con le sue aspettative, con il suo curriculum zuppo di fango e di tanta carta straccia, i libri letti, i film visti, le chiacchiere fino alle tre di notte annaffiate nellíalcool e nel fumo. Di là scorre un film a colori di cui ci sfugge quasi tutto. Forse, precisamente, il nulla. Basta puntare la lucina rossa del telecomando, dice il saggio. Basterebbe.
 

26 febbraio

Ieri sera il tg1 ha mostrato due servizi sulla storia della maestra di Milano che ha tagliato la lingua a un ragazzino perché parlava troppo. Che non vuole più andare a scuola mentre la maestra sostiene che scherzava eccetera questa è cronaca. Il primo servizio conteneva la notizia e uníimprobabile intervista al bambino che dice: no, la maestra scherzava però dopo ha fatto sul serio. Il servizio chiude rassicurando il pubblico che la maestra è stata sospesa e che ora arriva Fioroni e la licenzia in tronco. Che mi sembra il minimo. Una maestra non deve maneggiare un paio di forbici contro un ragazzino neppure per scherzo.

Il secondo servizio potrebbe intitolarsi scuola di follia. Che è il titolo di un libro di un dottore che da anni si occupa di burnout. E che rappresenta una verità molto semplice: líinsegnamento è logorante. Il messaggio però è suonato un poí sfalsato: gli insegnanti sono tutti pazzi, e ora anche i giovani danno segni di squilibrio. Replica di Fioroni: ma che dite ci sono un milione di insegnanti bravissimi preparati e motivati. E intanto prepara uníaltra circolare nella quale dà ai dirigenti la facoltà di fare un poí di pulizia.
 

5 marzo

Via Ponte di Nona è stata chiusa per metà. Adesso si lascia la Collatina cento metri dopo e si fa un giro turistico per il centro storico. Conto un venti trenta macchine parcheggiate sulla destra e sulla sinistra di via Caltagirone ? la via, naturaliter intitolata al costruttore romano che ha posto la prima pietra. Sabato mattina molti non lavorano, osservo. Oppure hanno la seconda macchina, come la media dei cittadini occidentali. Belle macchine, insomma, non le caffettiere abbozzate del sottoproletariato urbano. Conto due tavole calde, una pasticceria che ha il pane fresco a tutte le ore, il parrucchiere e la banca. E anche líinternet point e uníedicola bella prospiciente. Ad un certo punto dietro una rotatoria vedo spuntare líedificio del nostro liceo. Poi la strada si snoda per il verso opposto. Il ricongiungimento a questo surrogato di civiltà è tuttora uníutopia.

Ho interrogato Giulia e Irene a storia. Tre domande cadauna. Irene ha fatto scena muta. Voto tre. Giulia ha risposto alle proprie domande e a quelle di Irene. Linguaggio appropriato, conoscenza discreta, si fa per dire. Voto otto. Eh ma lei cià le simpatie rutta Joe, polemico come al solito. Non per nulla soprannominato Mi soí fatto la suocera. No, vedi, correggo, Irene mi sta tanto simpatica (non puoi capire quanto). Ma a lei non sta simpatico, rinvia Joe. Sai, appoggio di piatto, io entro qua dentro con líidea che gli alunni detestano i prof, a prescindere. E se non è vero tanto di guadagnato. Ma va, e lei li odiava i suoi prof, avanza Gioia. Macché, io sognavo tutto líanno di incontrare un mio insegnante díestate mentre stava per affogare per potergli fare ciao ciao con la manina da una barchetta. E in quel momento mi rendo conto di aver detto, mi succede poche volte, una semplice verità.

Questo però non potevo dirlo. Ho preso alcuni prof a punto di riferimento di quello che non avrei dovuto essere il giorno in cui ricapitava a me. Salito su una cattedra, boh. Non ho potuto fare a meno di ripensare a un episodio che mi è successo due anni fa. Interrogavo, credo per la terza volta in una settimana, una studentessa che i compagni chiamavano la cocchetta. Simpatica e divertente q.b. Così per mettere in chiaro. Questa Claudia Ciocca, impaurita ma anche tanto impreparata, traduce un mezzo brano a memoria, farfuglia cose incomprensibili su una regola che una compagna le ha suggerito tre minuti prima. Vomita un altro boccone di versione mal digerito, va in apnea, poi in dispnea, diventa verde, poi riprende il suo colore e dice Come sono andata. Diciamo così così cinque. Ma come, e allora a cosa mi è servito essere la cocchetta. A niente, in definitiva. Oppure no: è stata una chance come tante altre.
 

5 marzo, più tardi

Ho dovuto sostituire la collega di matematica. Non ho fatto lezione, ho trascritto quello che ho sentito dire, le espressioni più significative in bocca ai questi nostri ragazzi per il resto così gentili. Quel testa di cazzo mi ha tirato giù i pantaloni, denuncia la bella Alessia Frangipane, e tutti míhanno visto lo sparticulo. Devi da vede cosa si inventa oggi quella mignotta de mi madre. Questo invece è un maschietto e la madre non diresti proprio. In un colloquio mi diceva Mio figlio non lo controllo più. E io naturalmente zitto. Che possa morì ammazzata. Tu madre. Una puttana in meno. Che ciài da fa oggi: vengo a famme fa un pompino da tuí madre. Vaffanculo, hai rotto il cazzo, frocio: ordinaria amministrazione. Mentre interrogavo Giulia e Irene è passata una circolare sulla giornata del ricordo. Che se dovemo ricordà, ha chiesto Alessia, quella dello sparticulo. I caduti delle Termopili, dato che siamo in tema. Nessuna reazione. Tranne un generoso Sti cazzi guarda che s'è inventato er Mortadella. Andrea Rossetti, mi pare.

Ancora sul tema. Qualche settimana fa abbiamo fatto uníuscita. Un signore di mezza età vestito da centurione allíuscita della metro Colosseo ha apostrofato in maniera volgare alcune ragazze che chiudevano il gruppo. Mi giro e sento Irene che dice: non te vergogni ad andare in giro con il gonnellino? Il centurione dice: e te non te vergogni ad annà in giro vestita che pari líape maia. Battuta finale di Irene: aho ma chi ti si incula.
 

26 marzo

Tutto è cominciato con una dichiarazione di Martin: a che mi serve líalgebra nella vita. Con mia solenne sorpresa. Primo perché Martin non parla mai. Secondo perché mi cullavo nellíassurda convinzione che nessuno metterà mai in discussione líassunto secondo cui líalgebra serve per fare la spesa. Ma basta saper fare due più due, non certo due ics più due ipsilon. Sì, lo ammetto.

Mi sono vietato frasi retoriche tipo Vedrete capirete. Anche perché non sono più dellíidea che questo accada. E sono riuscito a non sputare una sentenza che mi stava per scivolare dalla punta della lingua: cosa farete il giorno in cui la scuola chiuderà. Anche perché so che qualcuno avrebbe prontamente detto: rimango a casa a dormire. Cíè di più. Quel qualcuno sostiene di aver preso lo scientifico perché ci sono molti giorni in cui si fanno solo quattro ore e può tornare a dormire dallíuna alle due. Che neppure rifà il letto quando esce la mattina. Tanto.

Insomma rinuncio. Alessandro detto il Grande favoriva la fusione dellíelemento greco con quello persiano incoraggiando i matrimoni misti. E lui stesso. Ma cosa gliene poteva fregà dei matrimoni ad Alessandro se era frocio, osserva Joe. Aò irrompe la Frangipane non è vero che era frocio ma se ha sposato Roxane che era la più figa donna persiana. Embè pure Rutelli si è sposato quella grande figa della Palombelli eppure è frocio, chiude Martin in giornata di grazia. Presempio.
 
 


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