Il saggio breve
tracce assegnate come compito in classe

1 - Pascoli e il decadentismo
2 - La «Coscienza di Zeno»
3 - Pirandello e l'umorismo
4 - Il problema dell'«altro»
5 - La pena di morte
1 - PASCOLI E IL DECADENTISMO

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"La ‘digitale purpurea’ di Pascoli, dai fiori simili a "dita spruzzolate di sangue, dita umane", si collega, insieme con il ‘vischio’ dell’omonima poesia, ad un tema particolarmente caro alla letteratura del Decadentismo: quello della vegetazione malata, mostruosa, oscena, velenosa, nella quale sembra materializzarsi in un pregnante emblema il compiacimento decadente per tutto ciò che è impuro, corrotto, malsano... In questa immagine della vegetazione mostruosa e repellente, che affascina gli scrittori romantico-decadenti, si può vedere una trascrizione metaforica dell’inconscio, in cui proliferano i ‘mostri’, gli impulsi perversi e inconfessabili, che la coscienza respinge e che urgono sotto la sua superficie. E sappiamo come l’inconscio sia una grande scoperta letteraria del Decadentismo."

"Dal testo alla storia, dalla storia al testo"

"Gli oggetti materiali hanno un rilievo fortissimo nella poesia pascoliana, ma ciò non significa affatto che vi sia in essa un’adesione di tipo veristico all’oggettività del dato; i particolari fisici, sensibili sono filtrati attarverso la peculiare visione soggettiva del poeta, e in tal modo si caricano di valenze allusive e simboliche, rimandano sempre a qualcosa che è al di là di essi, all’ignoto di cui sono come messaggi misteriosi e affascinanti... Si instaurano così legami segreti tra le cose, che solo abbandonando le convenzioni della visione corrente, logica e positiva, possono essere colti."

Ivi.

"... siamo agli antipodi della rappresentazione positivistica della realtà, ordinata e razionale, basata sulla fiducia nella scienza. Pascoli è convinto che la realtà nasconda sempre un senso riposto che non può essere indagato con metodi razionali. In questo senso Pascoli si lega profondamente al Decandentismo. Unico strumento possibile di conoscenza del mondo diventa allora la poesia, che attraverso una continua ricerca di analogie inedite e ‘soggettive’ riesce a scoprire aspetti sconosciuti delle cose, ad arrivare a ciò che al di là dell’oggetto, quindi an andare oltre la conoscenza scientifica. Il simbolismo pascoliano si basa per lo più su un rapporto evidente fra simbolo e referente."

G. Lavezzi

Corrispondenze

"La natura è un tempio in cui pilastri vivi

a volte emettono confuse parole;

l’uomo, osservato da occhi familiari,

tra foreste di simboli s’avanza.

Come lunghi echi che di lontano si confondono

in una unità profonda e tenebrosa,

vasta come la notte ed il chiarore,

i profumi, i colori ed i suoni si rispondono.

Esistono profumi freschi come carni di bambino,

dolci come oboi, verdi come praterie,

- ed altri corrotti, ricchi e trionfanti,

che hanno l’espansione delle infinite cose

come l’ambra, il muschio, l’incenso e il benzoino

e cantano l’estasi dello spirito e dei sensi."

C. Baudelaire, I fiori del male
 

2 - LA «COSCIENZA» DI ZENO

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"Il protagonista della Coscienza non è un uomo d’eccezione o un eroe da romanzo, ma un comune, mediocre, borghese. Nel romanzo manca un autentico eroe; e al suo posto si sostituisce, veramente, l’antieroe."

B. Maier

"Tutto il discorso di Zeno si sviluppa in un’oscillazione continua tra malattia e salute, tra coscienza e inganno, tra bisogno degli altri e difficoltà di instaurare con loro un rapporto. Eternamente irresoluto, ha bisogno, per ogni azione e per ogni decisione, di riferimenti e di stimoli esterni. Egli è del tutto immerso in un mondo borghese, ma in quel mondo egli si sente a disagio, in uno stato di perpetua inferiorità, che gli impedisce sempre di comportarsi come si dovrebbe, di fare le mosse giuste, di commisurare sforzi e risultati."

G. Ferroni

"Il narratore della Coscienza, l’inetto, nevrotoco, malato immaginario Zeno, è chiaramente un narratore inattendibile, di cui non ci si può fidare. Ma non si tratta di menzogne intenzionali: sono autoinganni determinati da processi profondi e inconsapevoli, con i quali Zeno cerca di tacitare i sensi di colpa che tormentano il suo inconscio. Per tutto il romanzo ogni gesto, ogni affermazione di Zeno, sia dello Zeno personaggio, che agisce nel racconto, sia dello Zeno che narra a distanza di anni, rivela un groviglio complesso di motivazioni ambigue, sempre diverse o addirittura opposte rispetto a quelle dichiarate consapevolmente. Per cui la coscienza di Zeno appare in primo luogo come una cattiva coscienza, una coscienza falsa."

"Dal testo alla storia dalla storia la testo"

"La coscienza di Zeno è il romanzo che dimostra come lo stato di perfetta salute sia possibile solo corporalmente, ed in alcuni momenti; mentre lo stato di malattia è costante in ogni uomo, anche in quello in cui il maggior adattamento alle circostanze oggettive e temporali sembra in apparenza testimoniare il raggiungimento della perfetta salute umana."

M. Guglielminetti

"Zeno può concedersi il lusso di sognare e di giocare a rimpiattino con la propria coscienza proprio perché non è obbligato a lottare continuamente per la sopravvivenza. Il suo lavoro è un gioco, comunque qualcosa che non lo riguarda se non sotto il profilo dell’hobby."

G. Spagnoletti
 

3 - PIRANDELLO E L'UMORISMO

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"Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere. Posso così, a prima giunta e superficialmente, arrestarmi a questa impressione comica. Il comico è appunto un avvertimento del contrario. Ma se ora interviene in me la riflessione, e mi suggerisce che quella vecchia signora non prova forse nessun piacere a pararsi così come un pappagallo, ma che forse ne soffre e lo fa soltanto perché pietosamente s’inganna che, parata così, nascondendo così le rughe e la canizie, riesca a trattenere a sé l’amore del marito molto più giovane di lei, ecco che io non posso più riderne come prima, perché appunto la riflessione, lavorando in me, mi ha fatto andar oltre a quel primo avvertimento, o piuttosto, più addentro: da quel primo avvertimento del contrario mi ha fatto passare a questo sentimento del contrario. Ed è tutta qui la differenza tra il comico e l’umoristico."

L. Pirandello, L’umorismo; i corsivi sono nel testo

"Un poeta epico o drammatico può rappresentare un suo eroe, in cui si mostrino in lotta elementi opposti e repugnanti; ma egli di questi elementi comporrà un carattere, e vorrà coglierlo coerente in ogni suo atto. Ebbene, l’umorista fa proprio l’inverso: egli scompone il carattere nei suoi elementi; e mentre quegli cura di coglierlo coerente in ogni suo atto, questi si diverte a rappresentarlo nelle sue incongruenze."

L. Pirandello, ivi; i corsivi sono nel testo.

"L’umorista si sente segretamente solidale con le sproporzioni che mette in evidenza, è implicato nelle deformazioni che scopre nelle cose e nei personaggi, si lascia lacerare dalla contraddizione, dal contrasto tra ‘vita’ e ‘forma’, in un impasto di riso e di pianto."

G. Ferroni

"L’umorismo indicava una nuova funzione dell’arte all’interno di una cultura della crisi, in un mondo al quale il dominio tecnico-scientifico non garantiva le necessarie certezze."

N. Borsellino

"In tristitia hilaris - in hilaritate tristis"

Giordano Bruno
 

4 - IL PROBLEMA DELL'«ALTRO»

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"Voglio parlare della scoperta che l’io fa dell’altro. L’argomento è vastissimo. Non appena lo abbiamo formulato nei suoi termini generali, lo vediamo subito suddividersi in molteplici categorie e diramarsi in infinite direzioni. Possiamo scoprire gli altri in noi stessi, renderci conto che ognuno di noi non è una sostanza omogenea e radicalmente estranea a tutto quanto non coincide con l’io: l’io è un altro. Ma anche gli altri sono degli io: sono dei soggetti come io lo sono, che unicamente il mio punto di vista separa e distingue realmente da me. Posso concepire questi altri come un’astrazione, come un’istanza della configurazione psichica di ciascun individuo; oppure come un gruppo sociale concreto al quale noi non apparteniamo. Questo gruppo, a sua volta, può essere interno alal società: le donne per gli uomini, i ricchi per i poveri, i pazzi per i ‘normali’: ovvero può esserle esterno, può consistere in un’altra società..."

T. Todorov, "La conquista dell’America"

"Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì e per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno

Meditate che questo è stato

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi."

Primo Levi

Impegno antirazzista e mondo del lavoro

"Ma perché il razzismo è ancora oggi così diffuso?

Perché esprime interessi tanto egoistici quanto concreti. Si crede a ciò che conviene credere. Per questo in tutte le società schiaviste era diffusa la convinzione che alcuni popoli fossero per natura inferiori, e quindi degni di essere schiavi.

Ma il razzismo nasce anche da un fenomeno più profondo: l’intolleranza nei confronti del diverso. Il diverso fa paura soprattutto perché mette in discussione la nostra identità, e la paura finisce per generare odio, incitando alla discriminazione e alla violenza.

(...)

Il razzismo, soprattutto nella cosiddetta era della globalizzazione, è un pericolo per tutti. Ha dei costi morali, sociali ed economici incalcolabili.

Impedisce la valorizzazione delle capacità umane, destabilizza la società e l’impresa. Sul piano internazionale mette in grave pericolo la pace e lo sviluppo."

www.arci.it

"...Dovevo quindi continuare a compiere le mie operazioni di sterminio, gli assassini in massa, dovevo continuare a vivere tutto ciò, e contemplare freddamente le angosce che ribollivano in me. Dovevo assistere con freddezza ad ogni evento. Ma non riuscivo a togliermi dalla mente anche i più piccoli fatti, che forse gli altri non consideravano neppure. E, in verità, ad Auschwitz non potevo lamentarmi della noia. Quando un avvenimento mi impressionava oltre misura, non mi era possibile tornare a casa mia, alla mia famiglia. Allora montavo a cavallo e cercavo con una folle galoppata di scacciare dalla mente quelle orrende immagini, oppure, di notte, andavo nelle scuderie, e la vicinanza dei miei beniamini mi procurava un conforto."

Rudolf Höss, "Comandante ad Auschwitz"

"La preparazione del derby intanto è accurata. La preoccupazione è quella di separare nettamente le due tifoserie, anche se una certa comunanza di idee in tema di croci runiche tra gli ultrà opposti ha evitato gravi incidenti in tempi recenti. E poi c'è la vigilanza sui temi del razzismo. Il prefetto, a pochi giorni dalla sera in cui giovani ultrà hanno appiccato il fuoco ad un giaciglio dove dormivano alcuni immigrati, non ha potuto non far riferimento "ad episodi avvenuti recentemente in città, casi di risveglio di un passato ormai sepolto". Ma, nonostante tutto, sono stati fatti passi avanti rispetto al derby di due anni fa, quando apparvero i famigerati striscioni su "Auschwitz la vostra patria" eccetera. La Lazio europea merita davvero un altro pubblico.", "la Repubblica", 24 marzo 2000
 

5 - LA PENA DI MORTE

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"Il ‘partito’ dei sostenitori della pena capitale sostiene tuttavia che, se verso alcuni criminali non ha effetto, verso altri potenziali assassini... l’effetto ce l’ha, incutendo paura. La pena di morte avrebbe quindi un effetto ‘sedativo’ e sarebbe una sorta di ‘calmante sociale’ benefico.

Ma vediamo se ciò corrisponde a verità: dopo un’esecuzione capitale, nei giorni immediatamente successivi, per le strade si uccide di più o di meno? Uno studio statistico realizzato negli Stati Uniti ha documentato un fatto sconcertante: subito dopo un’esecuzione capitale gli omicidi aumentano anziché diminuire. I dati raccolti dai ricercatori William J.Bowers e Glenn L.Pierce indicano un’impennata di due omicidi in più nel mese che segue un’esecuzione capitale. E quindi la pena di morte, più che incutere paura, determinerebbe un effetto di imbarbarimento e di imitazione della logica secondo cui "uccidere può essere la cosa giusta" (...) Tralasciando altre argomentazioni morali e giuridiche che evidenziano l’impossibilità di riportare in vita un giustiziato nel caso di errore giudiziario, uno studio del 1987 ha appurato che - solo negli USA - 23 persone innocenti sono state eliminate con la pena di morte, occorrerebbe poi valutare quanto i mass media e la competizione politica possano strumentalizzare l’emotività di settori culturalmente vulnerabili dell’opinione pubblica.

Amnesty International, "Rapporto sulla pena di morte nel mondo"

"Impiccagione, sedia elettrica, fucilazione, camera a gas, lapidazione, taglio della testa con la spada. Talvolta si ricorre all’iniezione letale, forse perché così ci si sente un po’ più ‘umani’.

Queste pratiche sono previste dai codici penali di 93 Stati della terra. E tutto questo, secondo molti, dovrebbe rendere il mondo migliore.

La pena di morte è una vergogna tramite la quale ogni anno vengono ammazzate migliaia di esseri umani, che talvolta si sono resi colpevoli di gravi reati, talvolta hanno rubato una bicicletta o fatto opposizione politica al proprio governo, talvolta non hanno fatto nulla di tutto ciò, ma sono "solamente" vittime di "errori giudiziari".

La pena di morte non ha colore politico: lo Stato uccide ‘legalmente’ sia in Cina che negli Stati Uniti, in Nigeria come a Cuba, nella Corea del Nord e in quella del Sud. Cosa accomuna i paesi che mantengono la condanna capitale è il disprezzo di fondamentali diritti umani, quello alla vita e quello a non essere sottoposti a pene crudeli, inumane e degradanti.

Ma si può fare qualcosa (...) Milioni e milioni di persone devono levare la propria voce contro la pena di morte, che viene usata per ‘giustiziare’, ma che non ha nulla a che vedere con la giustizia. L’unico argomento in favore della pena di morte è il desiderio di vendetta, che se è comprensibile - ma non giustificabile - nei singoli, è intollerabile da parte dello Stato.

"Linus"; agosto 1999

"Parlare della pena di morte è sempre difficile, perché non ci sono grandi possibilità di mediazione: o si è completamente a favore o si è totalmente contro. Un fatto è certo: spesso una visione incompleta dei fatti può spingere le persone a giudizi affrettati, e, infatti, la maggior parte di coloro che si dichiarano favorevoli alla pena capitale, una volta informati meglio sull'argomento e messi di fronte a diverse alternative credibili, rivedono le loro posizioni e diminuiscono il loro consenso. In Italia la pena di morte è stata abolita nel 1948, con l'entrata in vigore della Costituzione, per una evidente incompatibilità con i principi da essa sanciti, primo fra tutti il diritto alla vita, che può essere indubbiamente annoverato fra i diritti inviolabili (...) La pena dovrebbe essere proporzionata al reato e individualizzata: come si colloca la pena di morte in questa ottica? Secondo i suoi sostenitori chi si è arrogato il diritto di uccidere altri, può - anzi deve - subire lo stesso trattamento. Il criterio di proporzionalità sarebbe rispettato, e, indirettamente, anche quello della individualizzazione. Riflettiamo. La pena di morte è prevista, a seconda dei paesi, per tipologie di reati anche molto diverse fra loro: si va dall'omicidio al contrabbando. Si tratta di reati sempre così gravi da prevedere una soluzione così estrema? Chi ne stabilisce (e in base a quale criterio) la gravità? E in base a quale tipo di autorità lo Stato può rendere legittimo un omicidio per punirne uno ritenuto illegittimo? Non si tratta forse di un ripristino della legge del taglione, considerata retaggio di un'epoca di barbarie, ormai ampiamente e 'brillantemente' superata? Non si inciterebbero le persone a farsi giustizia da sé (si risparmierebbero tempo e denaro) e a credere che la vendetta sia il sistema migliore per ripristinare l'ordine ingiustamente violato? E non si corre il pericolo che l'esecuzione di una condanna capitale 'danneggi' la società in rapporto al fatto che essa diminuisce il rispetto per la vita umana, requisito di ogni vivere civile? E chi punisce lo Stato-omicida che ha erroneamente ucciso un innocente? (...) Non avremo difficoltà a notare che i processi che sfociano in una condanna alla pena capitale -così come ad altri tipi di sanzione- sono fortemente discriminatori sotto molti punti di vista: razziale, politico, economico, sociale. In America, ad esempio, condanne ed esecuzioni colpiscono soprattutto appartenenti a minoranze etniche (specialmente coloro che compiono o hanno compiuto reati contro bianchi) e persone che non dispongono dei mezzi finanziari per difendersi (che quindi usufruiscono di inadeguati mezzi di difesa legale). Non possiamo ignorare che la povertà, la razza e gli imprevisti della situazione svolgono un ruolo importante sull'esito dei casi capitali e sulla decisione finale su chi deve vivere e chi deve morire e che in molti paesi del mondo i processi a conclusione dei quali si emette una condanna a morte spesso non sono conformi agli standard per processi equi; pensiamo poi che esiste un numero molto elevato di condanne a morte per persone minorenni e per detenuti affetti da gravi disturbi mentali."

Bice Arnone, "Pena di morte: (in)giustizia?"