Il chiodo fisso.
Riflessione sui famosi dattiloscritti (mai) sparsi nel cassetto dieci anni prima

Che Ghezzi mi perdonerà. L’altro giorno mi chiedevo: "Come ho fatto a diventare, io, uno scrittore poco ci manca pornografico". Intendo: prima di creare questo personaggio elettrizzato dal pelo femminile.

Prima di diventarlo ho fatto varie cose. Dai diciotto ai ventinove non ho fatto nulla. Un pomeriggio di un anno e mezzo fa, ancora con il caffè in bocca, ho sputato tutto un fiato un racconto su Tizio e Caio che facevano una certa cosa mentre io stavo buonino buonino nel mio angolino. Non so se farà parte della raccolta. Dopo un’ora e mezzo avevo scritto ventitré pagine e non ci ho mai rimesso mano. Non è vero che non ho fatto nulla dai diciotto ai ventinove, ho fatto cose poco importanti e tra le tante una più importante: ho collezionato e archiviato foto oscene, dai nudi classici ai seminudi allegri. Un giorno ho ritrovato le foto e i fogli e così mi è esplosa questa voglia di scrivere racconti dove c’è questa sensazione sessuale che io svolgo. Poi è tornato il chiodo fisso, ci sono tutte queste storie e questi personaggi che scrivevo prima dei diciotto e non mi riesce decidermi disfarmene. E nemmeno riciclarli.

Le mie eroine giovanili si chiamassero Ornella, Maria Francesca o Baw, una si chiamava Baw e moriva, erano pure. Jeunes filles anche quando dicevano Ho voglia di scoparti, si fa fatica a crederci. In quanto ai maschi, il loro idealismo gli impediva di osare, ma i maschi sgringi stringi sono solo io. Visione, altro che una distanza ci divide, anni luce. Se è per farne un racconto della serie di Soso si fa, faccio prima a buttare tutta questa robaccia nella pattumiera. Per ora l’ho pesata e questo ha accresciuto il mio senso di non so come dire, di estraniamento. È sempre il chiodo fisso.

I fogli non sono numerati, indi per cui l’ho presi e letti come venivano. Il primo personaggio che incontro si chiama Baw: Baw non sorrideva mai. Gucciniana. Azione: in piazza incontro Baw seduta su una panchina. La piazza presumo sia Santa Croce, per una sorta di preferenza che avevo e che ho tuttora. Si sviluppa un dialogo molto serrato tra questa Baw e il personaggio che nel racconto dice io. Argomento: vado a scuola non ci vado vacci non ci andare non ho studiato chi se ne frega quante assenze hai fatto troppe troppo poche, dialogo che si conlude con Oggi ho visto un’alba stupenda. Lo disse veramente un mio amico. Poi lo disse una ragazzetta Sabina e io gli dissi che l’aveva già detto un certo mio amico. Sti cazzi.

Giro il foglio. Qui il telefono squillava e il personaggio che dice io freme, ma è Ornella. Ornella e io si vedono in piazza, presumo la stessa di prima. Camminano ma non stanno andando da nessuna parte. Io informa Ornella che ha conosciuto Baw a scuola. Alle domande di Ornella io risponde semplicemente È di un’altra classe, nuova. Chi è questa Ornella: una che si veste male, sciatta e sporca, un’hippi. Io apre un dialogo, letteralmente apre. Dice apro. E dice Indovina. Ma la pagina è finita e il foglio successivo è un disegno di diavoli che inforcano professori che non si può attribuire a io perché non so disegnare. Nel foglio si inneggia a Bob Dylan e ai Doors, cosicché non faccio fatica a ritrovarci dentro il mio amico Piero. Lo metto in un mucchio a parte.

Andi è tuttora un tipo dissestato è l’incipit del foglio successivo. Andi si veste male, ha il padre sempre ubriaco e fuma canne dalla mattina alla sera. Ma non è Ornella che ha cambiato nome perché Andi non è mai andata d’accordo con Ornella. Una volta si sono picchiate. Con Ilaria sì. Ma Ilaria non ci interessa.

In una scena successiva Ornella è di là a lavarsi mentre io sta consultando la guida telefonica. Cerca, dice, il numero della nonna di Baw. Ha incontrato questa Baw la mattina uscendo da scuola e gli ha detto che passerà il fine settimana dalla nonna. Ornella dice Non fa per te dal bagno all’ingresso sicché sappiamo che si lava con la porta aperta. C’è quindi questa grande confidenza tra i due personaggi. Ma non sappiamo niente di più.

Ad un certo punto suona il campanello. Ci aspettiamo qualche colpo di scena invece è la sorella di questo io che entra e dice Ci facciamo una canna si siede sul divano e accende una musicaccia a tutto volume. C’è spazio anche per un giudizio musicale. Questa sorella ascolta gruppi metallari mentre i personaggi che dicono di se stessi noi, per bocca di quello che chiama se stesso io, amano la musica post-punk. Vogliono mettere un disco dei Tuxedomoon, quello dove c’è Bonjour Tristesse, bellissima.

Fin qui va tutto bene. Amici amici, sorelle che non rompono, genitori che non ci sono mai, tante idee in testa ma pochi cristi. Una favola mancata. Ma c’è questa Baw in agguato. Lei non è nessuno che assomigli solo vagamente a Snoopy.

Baw infatti sfugge continuamente le avances del protagonista. Si nega fisicamente o barricandosi dietro paraventi mentali. Vorrei ma non posso. Quando finalmente si concede, ma la svolta non è documentata, contrae una malattia mortale e si suicida in ospedale. Staccandosi i tubi. Oppure si sgozza in casa. In una variante si scopre che ha una storia con Ornella ma manca il finale. Poi ci sono altre varianti che sembrerebbero poco rilevanti. A Piero piaceva molto quella che si staccava i tubi, la trovava molto vera. L’ipotesi che cadesse dal motorino rompendosi la testa, proprio perché più verosimile, ma tanto prosaica, non è neppure presa in considerazione. L’adotterei adesso anche se mi ricorda un film di Marco Leto sulle Brigate Rosse che ha un finale choccante. Una chiavica. In genere, mi insegna l’esperienza di tanti libri letti, queste storie non finiscono in nessun modo. Nelle storie vere idem: lui e lei si lasciano e al limite c’è un discorsetto con molti interrogativi sul futuro remoto e casomai si loda l’arricchimento reciproco. Nelle storie più curate lui e lei si rincontrano dopo qualche mese in compagnia di nuovi partners e fanno di tutto perché non si capisca che gli rode profondamente il culo. A tutti.

Eppure questa cosa che la protagonista segue un suo filo tragico del tutto gratuito, staccato dal contesto e un po’ horror, mi sembra accattivante anche adesso ma so che non sarò capace di scrivere niente di simile, neanche per scherzo. Mi limito a osservare che per me una storia deve convergere sul finale e non il contrario.

Il personaggio che si chiama Baw non viene mai descritto. A meno che non si debba considerare Baw una filiazione di Barbara, descritta invece in modo non proprio esauriente in uno dei primi fogli. Questa Barbara-Baw ha almeno gli occhi verdi, è minuta e graziosa, il che viene da sé. Ha il naso piccolo e le guance paffute. Ha un fare gentile che la rende meno coatta delle amiche di io. Ma un po’ gallinella imbambolata. È una scolaretta poco socievole, di quelle che durante l’intervallo - ricreazione, ricreazione - rimangono al proprio banco a parlare con l’amica oppure consumano la propria merendina in silenzio sulla porta della classe. Ma senza intralciare il passaggio.

Da un certo punto in poi il romanzo di Baw, romanzo senza titolo, finisce e comincia tutta una storia di pescatori sul Mare del Nord. Questa volta non ci si arrischia in avventure ma si gira intorno all’acquisto di una scatola di fiammiferi da parte di due biondi norvegesi, un uomo e una donna. Ci sono decine di varianti fino a quella che il personaggio che dice io ci svela essere la migliore. E da cui scopriamo che questa storia fa parte del romanzo di Baw, che però qui si chiama Pepsi, e che ne costituisce un inserto. Io e gli altri stanno infatti girando un film e per il momento scrivono la sceneggiatura. Il film si intitola The Entry. Io legge le batture e Pepsi e Ornella dicono sì che ora va bene. Ilaria invece non è d’accordo e se ne va sbattendo la porta. Ma tornerà perché fa sempre così. Negli ultimi tempi è diventata intrattabile. Tanto è vero che Ornella la chiama Lucy. Dice: Liussina, cerco di rendere, e l’altra risponde waffanculo stronza. Occhio perché dove c’è Ornella si sospettano sempre storie lesbiche.

Andi è morta. Si è impiccata come Ian Curtis dopo aver visto un film di Herzog. Quando ho saputo questa storia per dieci anni non sono riuscito a vedere un film di Herzog. Poi ho scoperto che era una balla. Ma il sacrificio di Andi non è sostitutivo di quello di Pepsi. In una seduta successiva Pepsi appare scura in volto e se ne va senza dire una parola. E qui finisce quello che presumo fosse un lungo flashback. Io dice Non ho mai saputo come è morta. Questa volta è scappata, ha preso un treno o è andata via in autostop, poi però è morta.

Ma qualche foglio dopo è ancora viva. O era ancora viva quando ha mandato da New York, dove l’ha portata il destino, una lettera in cui descrive la sua condizione. È infelice e vorrebbe tornare a casa ma non può. Ornella legge la lettera e piange. Questo pianto prelude ad una confessione che però non sono stato capace di scrivere perché la scrittura si interrompe a metà pagina. I restanti fogli sono tutti bianchi.

Vado in cucina a cercare una busta.


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