| Che vuol dire scuola laica?
di Guido Calogero da «Il Mondo», 6 dicembre 1955 |
Capita spesso, quando ci si batte per qualcosa,
di sentirsi dire che sarebbe piu urgente battersi per qualcos'altro. Per
quanto concerne le proposte di rinnovamento di certe nostre tradizioni
educative, che si sono avanzate su queste colonne, non ho motivo di lamentarmi,
perchè il coro dei consensi è stato superiore ad ogni mia
aspettativa. Tuttavia, qualche amico mi ha per esempio osservato che è
molto rischioso propugnare una maggiore libertà di scelta e di approfondimento
degli studi, specie per la preparazione all'esame di maturità, quando
chi se ne avvantaggerebbe di più sarebbe probabilmente la scuola
privata, che invece occorre tenere fermamente legata ai suoi obblighi.
La battaglia fondamentale è infatti (essi dicono) quella tra scuola
privata e scuola di Stato, tra scuola confessionale e scuola laica; e ogni
altra controversia dev'essere considerata rispetto a quella, tanto più
in quanto possa proprio indebolire e distrarre le capacità di resistenza
nella lotta. Sarebbe come se Priamo, invece di far chiudere e rinforzare
le porte delle mura di Troia di fronte all'avanzata dei Greci, si preoccupasse
di riverniciarle. Senonchè, tutte le volte che noi consideriamo
le cose con simile semplicismo apocalittico finiamo per metterci nelle
peggiori condizioni anche per combattere contro
ciò che può essere realmente più grave e pericoloso.
Se in Italia la scuola laica è in pericolo, questo significa che
molti italiani non hanno ancora capito che interesse abbiano a difenderla.
E non si suscita quell'interesse solo ripetendo che essi debbono difenderla.
Bisogna far loro capire in che consiste quell'interesse, ragionando, per
così dire, sulla pelle dei loro figli, cioè spiegando loro
che cosa una scuola seria deve dare ai loro figli, e che cosa non deve
dare, affinchè essi ne escano cittadini capaci e ragionevoli, i
quali non mandino a male le loro faccende private e pubbliche creando così
la loro stessa infelicità. Ed ecco che non si può non parlare
della struttura stessa della scuola, e di come i docenti debbono insegnare
e di quel che i ragazzi debbono imparare. Di fatto, la battaglia per il
laicismo educativo non è altro che la battaglia per una scuola più
intelligente contro una scuola meno intelligente. È proprio per
ciò che essa si presenta da noi in primo luogo come difesa della
scuola di Stato - cioè della scuola che, dovendo essere assicurata
dallo Stato a tutti i cittadini, quale che sia il loro orientamento religioso,
ideologico o politico, deve restare indipendente da ogni presupposto di
tal natura - nei confronti della scuola privata, la quale, essendo quasi
sempre organizzata da gruppi caratterizzati confessionalmente, si appella
a famiglie, e forma scolaresche, sempre educate in modo piu o meno unilaterale.
La fondamentale legittimità di questo aspetto della difesa della
scuola laica consiste nel fatto che un'educazione condotta, comunque, in
base a certi orientamenti dottrinali presupposti come indiscussi, o discussi
in misura insufficiente, crea uomini moralmente e civicamente meno solidi
di un'educazione la quale non presupponga alcun tabù ed alleni continuamente
i giovani all'attenta e rispettosa discussione di qualunque idea e fede,
propria ed altrui. In una situazione come la nostra, il pericolo della
diffusione di un tipo di educazione conformistica, in cui i docenti cerchino
soprattutto di formare giovani che la pensino come loro, coincide ovviamente,
in larga misura, con quello della diffusione della scuola privata, la cui
organizzazione finanziaria e strutturale è possibile quasi soltanto
ai gruppi cattolici. Di qui la necessità di difendere vigorosamente
contro di essa la scuola di Stato, la quale nonostante tutto continua ad
offrire una maggiore garanzia di non confessionalità; di qui la
necessità di non accedere alla richiesta della sovvenzione statale
a scuole private, salvo alla condizione (di accertamento pressochè
impossibile oggi in Italia) che esse non fossero nè cattoliche,
nè comuniste, nè comunque dominate da un unitario orientamento
dottrinale.
Ma questo porta a considerare il secondo aspetto
della questione. Mentre è chiaro che, nella situazione presente,
la scuola di Stato va difesa in quanto è meno confessionale di quella
privata, non bisogna dimenticare il pericolo che diventi invece altrettanto
confessionale la stessa scuola di Stato. Il laicismo non è qualcosa
che appartenga di per sè allo Stato in quanto si differenzia dalla
Chiesa. Ci possono essere Chiese fortemente liberali, come quella quacchera,
e Stati fortemente confessionali, anche se poco religiosi, come lo Stato
fascista, o quello nazista. Il laicismo non si identifica col non andare
a messa, anche se in un paese in cui troppa gente va a messa può
anche consistere nel non andarci per reagire a quel conformismo. Il laicismo
consiste nel fatto di non accettare mai, in nessun caso, l'organizzazione
e l'esercizio di strumenti di pressione religiosa o politica o sociale
o morale o economica o finanziaria al fine della diffusione di certe idee
e della repressione di certe altre idee, e di procurare invece, sempre
più, l'equilibrio delle loro possibilità di dialogo individuale.
Se quindi oggi dobbiamo soprattutto guardarci da quanto di confessionale
può essere introdotto nella scuola di Stato dall'influenza governativa
cattolica, la stessa attenzione dovremmo avere quando, in ipotesi, il potere
di governo fosse invece, poniamo, marxista, e il marxismo fosse considerato
la base fondamentale dell'insegnamento e tutti o quasi i professori fossero
o si dichiarassero marxisti, come per esempio gli insegnanti dell'Istituto
Gramsci. Nè avremmo dovere diverso (intendiamoci bene) anche quando
la maggioranza al governo dello Stato, e quindi anche della scuola di Stato,
fosse composta di liberali, e questi riempissero le scuole solo di liberali
aderenti alle dottrine enunciate nei loro libri. Una scuola laica è
una scuola in cui non c'è mai nessuno che abbia ragione senza la
possibilità e la probabilità che qualcun altro gli dia torto.
Ma questo secondo aspetto della questione del laicismo scolastico, il quale
c'impone di preoccuparci sempre del fatto che nella scuola si ascoltino
le voci più diverse (giacchè quel che anzitutto rende adulti,
nella formazione morale e civica degli uomini, non è tanto il far
vedere certe cose in un certo modo, quanto il far vedere che ci sono altri
uomini che le vedono altrimenti), ci fa nello stesso tempo, scorgere anche
il terzo e più radicale aspetto della cosa, e cioè che è
vana, o almeno senza intrinseco fondamento, la nostra difesa del laicismo
nella scuola, se anzitutto laici non siamo noi nel nostro modo di insegnare.
Non è un laico - quali che siano le sue idee in sede religiosa o
filosofica o politica - un professore che quando è in classe dice
"qui il padrone sono io", e non tollera che i suoi scolari discutano quanto
egli ha detto, e invece di conversare pacatamente con loro e di aiutarli
a discutere anche tra loro in modo da scoprire a poco a poco le varie difficoltà
e da aiutarli a superarle (educandoli così, proprio con tale continuo
esercizio ed esempio, a quella legge del dialogo che è la regola
fondamentale di ogni moralità e civiltà) si limita a dar
loro cose da studiare a memoria, e poi a interrogarli per vedere se se
ne ricordano, e a segnare voti sui registri, e a mettercene di cattivi
in condotta se non
stanno zitti. Non è un laico un professore
che non la smette di insegnare in quel modo autoritario e antiquato, anche
se il preside e il ministro continuano ad imporglielo invece d'incoraggiarlo
a fare il contrario. Tutto ciò non significa, si capisce, che non
dobbiamo fare tutto il possibile in relazione al primo e al secondo aspetto
della questione, anche se non sempre riusciamo a soddisfare alle esigenze
del terzo. Tanto varrebbe, che so io, non occuparsi del miglioramento delle
condizioni di vita dei carcerati per il solo fatto di ritenere che il nostro
codice penale è antiquato e considera illecite molte cose che sarebbe
meglio considerare lecite; o non approvare le giustissime ragioni per cui
professori e maestri chiedono allo Stato una maggiore spesa per i loro
stipendi per il solo fatto che ci sono anche riforme scolastiche che si
possono fare senza spesa. Non dimentichiamo, tuttavia, che è inutile,
alla lunga, essere "liberali" e "laici" sui giornali e nel Parlamento se
anzitutto non lo si è col proprio portiere, coi propri figli e coi
propri scolari. Qualunque valore noi chiediamo alla civiltà di garantirci,
il suo metro ultimo siamo noi: e solo in quanto noi abbiamo sperimentato
e dimostrato in noi medesimi, nella nostra vita di tutti i giorni, che
convivere dialogando è meglio che convivere addottrinando, abbiamo
il diritto di preferire una scuola laica a una scuola confessionale, una
scuola che discuta a una scuola che inculchi verità.