| È caduta
una Mariastella. Ritratto e storia del ministro dell'Istruzione
Roberto Di Caro e Denise Pardo |
["l'Espresso", 24 settembre 2009]
Un curriculum scolastico anonimo.
Una laurea in legge senza lode. Una trasferta a Reggio Calabria per il
praticantato legale. Poi la folgorante carriera politica. La vita da mediocre
della ministra che voleva fare la ballerina e che ora infiamma la scuola
Finora le fabbriche sono state
silenziose. Perfino i magistrati sono spaccati. Lei, Mariastella Gelmini,
ha portato in piazza tutti: professori, genitori, precari, studenti. La
sua riforma è la vera sconfitta del terzo governo Berlusconi.
È signorina. Ma di quelle
Signorsì. Tremonti vuole tagli a scuola e università e il
via alla privatizzazione strisciante: lei esegue, e lancia l'idea di trasformare
istituti e atenei in Fondazioni in concorrenza fra loro. Il Vaticano vuole
l'ora di religione cattolica come materia piena di insegnamento: per lei
è subito una "posizione condivisibile". La tattica è elementare,
se vuoi far carriera, non ti puoi fare troppi nemici. Se ne hai (le è
capitato quando nel 2000 i suoi di Forza Italia la fecero fuori con una
mozione di sfiducia dalla carica di presidente del consiglio comunale di
Desenzano del Garda, e poi nel 2005 quando Berlusconi la nominò
coordinatrice regionale tra i malumori della nomenklatura), meglio star
buona, aspettare, prima o poi non mancherà l'occasione di farseli
di nuovo amici. Lei, Mariastella Gelmini, in questo è bravissima.
L'ha anche spiegato: "Non è mica un delitto andare d'accordo con
tutti".
Gelmini, ovvero la temibile leggerezza
dello stare nel mezzo (secondo le anime buone) o della mediocrità
(secondo quelle malvage). Non male per una che ogni due per tre sillaba,
enuncia, predica la meritocrazia. Tattica o carattere? Sarà che
ha frequentato le elementari dai preti, 1.700 anime nella Bassa bresciana.
Dove suo padre Italo, agricoltore e allevatore, era stato sindaco Dc e,
divorziato senza scandalo dalla moglie Carmelina, aveva sposato Wanda,
la mamma di Mariastella. Tuttora ci vivono Giuseppe e Cinzia, figli della
prima moglie, ma legatissimi alla sorella, modello famiglia allargata.
Il primo, che ha un magazzino di prodotti per l'allevamento, è dall'aprile
2008 vicesindaco Pdl; la seconda, insegnante elementare, è rappresentante
sindacale Cgil. Scoppiò un mezzo putiferio quando, il 30 ottobre
2008, Cinzia non aderì allo sciopero generale degli insegnanti e
si mise in aspettativa non retribuita.
Gelmini voleva fare la ballerina.
Le è andata male: è diventata ministro. Alle medie, Luigi
Sturzo della vicina Gottolengo, dove fino ai 15 anni vivrà in una
cascina, Mariastella è la passione della sua professoressa, Maria
Nunziata Terzo: studia danza, conduce la battaglia contro l'intercalare
dialettale "pota", aiuta il compagno down. Al liceo classico le cose si
fanno più complicate. Ne cambia tre: il Manin di Cremona dove frequenta
i due anni di ginnasio, poi lo statale Bagatta di Desenzano dove comincia
la prima liceo per lasciarlo a dicembre e spostarsi a Brescia, liceo privato
diocesano Cesare Arici, lo stesso dove aveva studiato Giovanni Battista
Montini, papa Paolo VI: "Sì, abbiamo fama di severità, ma
senza particolari asprezze", racconta Gian Enrico Manzoni, che della liceale
Mariastella fu l'insegnante di greco e latino. Quanto al carattere, Manzoni
la descrive "riservata, né un'isolata né una leader, nessuna
bega con i compagni, non che io ricordi almeno": già allora tendeva
ad andare d'accordo con tutti. "Non ero la prima della classe, ma non ho
mai avuto problemi", ha sintetizzato quel periodo l'interessata. È
vero. In pagella prese 5 in latino scritto al primo quadrimestre, "ma era
un'alunna diligente, anche se non mi viene in mente nessun particolare
amore per questo o quell'autore, e a fine anno conquistò il 7",
ricorda Manzoni. In greco, italiano, matematica oscilla sempre fra il 6
e il 7. Scienze 7, arte e storia 8. Alla maturità, siamo nel luglio
1992, uscì con 50/60.
Proprio del provvedimento sul voto
di condotta, e dell'altro che richiede il 6 in tutte le materie per essere
ammessi all'esame di maturità, parlano Manzoni e Gelmini ormai ministro
quando, a fine 2008, si reincontrano. Il suo liceo la invita a una rimpatriata,
ma in tutta Italia scoppia la protesta degli studenti e lei sparisce dalla
circolazione: figuriamoci se rischia una contestazione proprio davanti
alla sua vecchia scuola, sai che chicca per i giornali. Invita però
Manzoni al ministero. "Fu molto gentile. Cercai di convincerla che, sotto
l'apparenza del rigore e del merito, quei suoi due atti avrebbero sortito
effetti opposti".
Che poi qualche comprensione per
la voglia di molti studenti a fine corso di chiudere i conti con la scuola
e passare ad altro la dovrebbe avere, Mariastella Gelmini. Perché
capitò anche a lei. Non alla maturità, ma nella tesi di laurea,
Università di Brescia, facoltà di Giurisprudenza, appello
del 12 luglio 1999. "Era venuta da me spiegandomi che, fuori corso di tre
anni, voleva concludere in fretta gli studi, accennando di sfuggita a qualche
suo impegno politico a Desenzano", racconta Antonio D'Andrea, ordinario
di Diritto costituzionale: che dell'impacciatissima laureanda fu relatore.
"Concordammo dunque una tesi non impegnativa: sull'iniziativa referendaria
delle Regioni, tema allora d'attualità perché alcune amministrazioni
di centrodestra, Lombardia in testa, si apprestavano a usare tale strumento
per contrastare il governo Prodi". Si incontrano cinque o sei volte, l'ultima
lui le chiede di rafforzare un po' l'apparato teorico e di completare il
compitino almeno con un piccolo apparato di note e una bibliografia accettabile:
ma capisce subito "che non è il caso di insistere. Certo non ci
si innamora di uno studente come lei, media, diligente, non particolarmente
motivata; ma in fondo il suo lavoro era passabile, c'era il minimo indispensabile.
Il punto di caduta, inaspettato, fu la discussione della tesi". D'Andrea
le rivoge una domanda di ordine generale: lei "rimane sconcertata, imbarazzata,
è in difficoltà, mostra di non avere padronanza dell'argomento.
In situazioni del genere non si infierisce: le chiedo qualcosa sull'argomento
della tesi e in meno di dieci minuti, con un po' di disappunto, la licenziamo
con 100/110". Significa che, arrivata con un punteggio d'esami di 99,28
pari a una buona media del 27, la tesi le fu valutata meno di un punto
sugli 11 possibili. Dei cinque laureati quel giorno con D'Andrea, due con
lode, lei fu la più scarsa. Che ha pensato il professore a vederla
oggi ministro alfiere del rigore e del merito? "Non ricordo se mi è
venuto da sorridere o se ho alzato gli occhi al cielo. Ma che vuole, la
politica ha i suoi criteri. E i suoi peculiari talenti".
E questi a lei non mancano di certo.
È il '94, Berlusconi scende in campo, Mariastella ha ventun anni.
Fin da subito gioca sui due terreni chiave di un politico: sul territorio,
dove costruirà la sua fortuna elettorale, e al centro, nel cuore
del potere. A Desenzano, dove ormai vive con la madre separata aiutandola
a volte nel negozio di estetica a Sirmione, fonda con Emanuele Giustacchini
ed Enrico Frosi, e presiede il primo club locale di Forza Italia: "Varie
sere la settimana", racconta Giustacchini, oggi assessore a Desenzano,
"ci trovavamo in una decina di persone a casa sua: manifesti, banchetti
di propaganda". Intanto però, due o tre volte la settimana, parte
in treno da Desenzano per fare volontariato di partito a Milano: sulla
costituzione dei club, in stretto rapporto con Mario Mantovani, oggi sottosegretario
alle Infrastrutture, e con Giancarlo Abelli, allora consulente per la Sanità
della Regione oggi deputato. Poco dopo comincia anche la storia d'amore
di Mariastella con Giuleader bresciano dell'ala ex democristiana di Forza
Italia: durerà fino al 2004. Lui continua a dire di lei che è
una "una donna tenace, capace, gran tessitrice, la Letta lombarda, uno
dei pontieri tra Berlusconi e Formigoni".
Alle politiche del '96, "con la
carica di partito di delegato di collegio, la Gelmini riesce a far eleggere
deputato Adriano Paroli, ciellino formigoniano di ferro, paracadutato dall'alto
e ignoto al territorio", aggiunge Giustacchini. Poi, nel '98, con 300 preferenze,
è la prima eletta al consiglio comunale, di cui diventa presidente.
La scalata è cominciata. Ma nel 2000 arriva la tegola: tre su sei
dei consiglieri Forza Italia la destituiscono con una mozione votata dagli
alleati civici e dall'opposizione. Diatribe interne, raccontano: l'ala
"laica" di Franco Nicoli Cristiani, allora come oggi assessore regionale,
contro i cattolici di Romele.
Ma la ragazza è un muro di
gomma, incassa come un pugile esperto. Non deve aspettare molto. Nel 2002,
passato a Reggio Calabria l'esame di Stato per diventare avvocato (vedi
box a pag. 37), c'è un rimpasto in giunta alla Provincia di Brescia:
"Romele pretese un posto per lei, io raggiunsi con lui un accordo, Gelmini
divenne assessore al Territorio", racconta Nicoli Cristiani. Dopo le provinciali
del 2004 la Lega esige il Territorio, Gelmini e Romele s'inalberano: "Ma
siete matti? Prendete l'Agricoltura, vale da solo 10 mila voti: i contadini
chiedono sempre, ma non dimenticano mai", le dice Nicoli. Gelmini prende
l'Agricoltura. Ma ha un feeling più intenso con i cacciatori, che
nel bresciano sono una lobby potentissima per tradizione e per business:
la voteranno in massa quando, nell'aprile 2005, diventa consigliere regionale,
prima eletta di Forza Italia, a Brescia con 17.500 preferenze. Li ricambierà,
racconta Nicoli, battendosi in consiglio regionale per l'approvazione della
caccia in deroga, cioè perché possano liberamente sparare
a peppole, stornelli e fringuelli.
Non che abbia tempo di fare molto
altro, nell'anno esatto in cui resta consigliere regionale. Berlusconi
la vuole subito a Roma, nella segreteria di Palazzo Grazioli. Un mese dopo
la nomina coordinatrice regionale di Forza Italia. Nel 2006 è eletta
deputato. Poi, domenica 18 novembre 2007, in un'ora e mezzo organizza una
folla in piazza San Babila per l'annuncio che Silvio ha deciso di fare,
bruciando i tempi: la nascita del Popolo delle libertà. Da quel
predellino il capo lancia anche lei, Mariastella, nel firmamento delle
star del centrodestra.
Peccato che un anno e mezzo su una
poltrona da sempre tra le più puntute in qualsiasi governo la facciano
oggi sembrare più che altro una stella cadente. Rieletta nel 2008,
Maria Star, come la chiama Luciana Littizzetto, è una delle quattro
donne al governo. Per il Cavaliere è il pezzo più pregiato.
Una volta al consiglio dei ministri sedette nella sedia del premier. "
Ecco vedete ha già preso il mio posto", commentò Berlusconi
ridendo. Se all'esterno ogni suo gesto sfocia in un corteo, con la burocrazia
del ministero si muove in punta di piedi bene attenta a non pestare i calli
a nesssuno. E si circonda di personaggi che, in un modo o nell'altro, le
tornano utili. Tra i consulenti Alberto Albertini, reperto democristiano
della sua Brescia, già al Cnr, personaggio passato attraverso molte
grane giudiziarie. Come portavoce sceglie Massimo Zennaro, inizi con Marcello
Dell'Utri poi con Tiziana Maiolo al Comune di Milano; qualche mese e lo
promuove direttore generale della Direzione generale per lo studente del
ministero. Un vero atto da Casta. Al suo fianco Giuseppe Pizza, sottosegretario,
uno che conosce tutti gli ingranaggi e i pozzi avvelenati della politica
romana, proprietario legale dello scudocrociato Dc. A darle un sostegno
tecnico, i due forzisti presidenti delle commissioni parlamentari di riferimento,
Valentina Aprea alla Camera e Guido Possa al Senato. A Roma le gira spesso
intorno adorante Renato Farina, per il Sismi "l'agente Betulla", espulso
dall'Ordine dei giornalisti, nel 2008 eletto deputato per il Pdl, Collegio
Lombardia 2. Tra quelli che non inviterebbero Mariastella al ballo della
scuola Giulio Tremonti (anche se quando lui taglia i fondi, lei sbatte
i tacchi e decurta i docenti) e Denis Verdini (lui scherzoso le dice davanti
a tutti che è sexy, lei, che non trova la cosa appropriata al suo
rango, si sforza di sorridere, Verdini è potente e lei lo sa bene).
Roma le ha cambiato il taglio di
capelli, dal parrucchiere delle dive Roberto D'Antonio accanto a Montecitorio,
ma non l'approccio circospetto, il talento di evitare rogne. Se Renato
Brunetta si tuffa appena intravede una polemica, Gelmini fugge borbottando
che "non si fa così": a giugno alla contestata presentazione di
un libro di Mario Giordano alla Mondadori di piazza Duomo, a luglio quando
in una sua conferenza stampa irruppe il senatore Idv Stefano Pedica. Non
si nega invece, il ministro Gelmini, dove sa che il parterre è tutto
per lei: al campus biomedico di Trigoria presso Roma, Opera apostolica
della Prelatura dell'Opus Dei, come al Meeting di Rimini di Cl, dove per
tre giorni interi è stata la gemella siamese di Formigoni.
Dovevano scambiarsi le poltrone,
i due: lei alla presidenza della Regione, lui al ministero dell'Istruzione:
ma è stata proprio lei, un giorno prima di Berlusconi, a dichiarare
che Formigoni è e resta l'unico candidato, certo e indiscutibile,
alla Regione. In fondo si somigliano, lei e l'ex vergine del Pirellone:
in entrambi amabilmente coesistono l'anima crociata e quella mondana, nel
senso di uso di mondo, lui con quelle sue giacche arancione, lei con quel
bikini con il quale cui a Positano l'ha immortalata "Chi", settimanale
della real casa d'Arcore, titolo "In piscina zero in condotta" arpionata
con un bacio hard al nuovo fidanzato Giorgio Patelli: 51 anni, geologo,
dieci anni fa all'assessorato all'Ambiente della Lombardia, poi immobiliarista,
oggi anche imprenditore edile, un bellone ben diverso dal tipo Hulk alla
Romele.
Prudente sì, ingrata no,
Mariastella. A giugno, provinciali di Brescia, si batté invano fino
allo spasimo perché alla Presidenza fosse candidato il suddetto
Romele e sembrava profilarsi uno scontro con Viviana Beccalossi di An.
"Diciamo la verità, tu vuoi piazzare il tuo ex fidanzato", la azzannò
Ignazio La Russa. Lei, piccata, replicò: "Almeno, di me si sa".