| Il
preside nel bordello
di Pino Patroncini da Retescuole, 25 maggio 2005 |
Consiglio al Dirigente scolastico
Pasquale D'Avolio (iscritto o ex iscritto alla Cgil, non so bene) che su
Scuolaoggi esprime il desiderio di un regolamento delle supplenze ad uso
e consumo dei capi di istituto (naturalmente sotto le mentite spoglie dellíinteresse
del buon funzionamento della scuola, messo in discussione a suo dire dal
comportamento dei sindacati, Cgil compresa che non si impegna abbastanza
per riportare le cose in ordine) di andarsi a rivedere un film, che potrà
sicuramente trovare in cassetta o in DVD.
Il film in questione è «Queimada»
di Gillo Pontecorvo. A un certo punto del film il protagonista Marlon Brando
nelle vesti dell'avventuriero Walker, ingaggiato dalla marina inglese per
sottrarre líisola di Queimada ai portoghesi, nel mentre si trova in un
bordello con la miglior borghesia creola dell'isola fa un discorso ai suoi
compagni di divertimento. Grosso modo dice: «Pensateci un po': vi
costa di più una delle vostre mogli o una di queste prostitute?
Una di queste prostitute la pagate per il servizio che vi fa, mentre le
vostre mogli dovete mantenerle, dargli una vita decorosa, comperare loro
i vestiti. Non parlo díamore o di sentimenti o cose del genere, parlo solo
da un punto di vista economico. Lo stesso vale per gli schiavi delle vostre
piantagioni. Pensate se non vi conviene trasformarli in salariati».
In poche battute Pontecorvo fa descrivere
a Marlon Brando una delle chiavi di volta del sistema capitalistico: il
salariato moderno si distingue dallo schiavo o dal servo della gleba perché,
mentre questi sono vincolati al padrone o al pezzo di terra che lavorano,
egli, fatta eccezione per il ricatto economico che chi detiene i mezzi
di produzione esercita, è libero di fronte al suo datore di lavoro
come il suo datore di lavoro è libero verso di lui.
Orbene cíè stato un tempo
in cui la «servitù» del supplente era molto più
vincolata: se si rinunciava a una supplenza si veniva depennati.
Ma in quel tempo anche líamministrazione,
le scuole e le segreterie avevano i loro obblighi: il supplente doveva
essere chiamato fin dal primo giorno (oggi non si usa più neppure
laddove non si è coperti dalle legge), le nomine andavano dallíinizio
alla fine dei periodi senza sotterfugi di supplenze giornaliere date per
saltare i sabati e le domeniche, domeniche festività e vacanze erano
comprese nelle supplenze senza vincoli di sorta, né sul prima né
sul dopo né su chi metteva la firma sulla nomina (come se uno che
fa una supplenza prima di natale in una scuola e una dopo in uníaltra cambiasse
datore di lavoro!!!!), fatto un certo periodo di supplenze, purché
fino al termine delle lezioni, si aveva garantito il pagamento estivo.
Non voglio dire che fosse tutto
giusto perché tutto ciò era molto casuale. Ma erano una serie
di benefici che ben compensavano la «servitù» dellíirrinunciabilità.
Poi si è cominciato a togliere
i primi giorni (1982 per la scuola secondaria: straordinario obbligatorio),
i pagamenti estivi (1983 o 84), le vacanze, le domeniche (1993-94 o giù
di lì) e poi cíè stata tutta l'ubriacatura sullíautonomia,
che in sé non aveva provvedimenti specifici, ma una cultura forte
della flessibilità anche del rapporto di lavoro sì.
Insomma il supplente è stato
via via spogliato di tutti gli aspetti che lo assimilavano a un dipendente
pubblico, a un funzionario in senso lato, e la sua condizione, precaria
per antonomasia, è diventata ancora più precaria.
Mentre tutto ciò avveniva
dove erano presidi e direttori didattici?
Erano tutti intenti a divenire dirigenti
scolastici e condividevano, chi più chi meno, quei processi che,
a loro dire, sburocratizzavano la scuola.
Ma era pensabile che uno dei poli
del rapporto di lavoro venisse liberato senza che ne fosse liberato anche
líaltro?
Evidentemente no! Anche l'economia
capitalistica ha i suoi equilibrii. Instabili quanto si vuole ma li ha.
Semmai cíè da chiedersi se questa si possa applicare alle scuole
come si sentiva in ebbri discorsi autonomistici di alcuni anni fa, o come
si sente nelle deliranti idee di chi ci governa e vorrebbe líassunzione
diretta (cioè arbitraria) da parte dei capi di istituto.
Invece di addossare la colpa ai
sindacati (ai quali semmai va addossata la colpa di essere stati troppo
proni a un processo di liberalizzazione e privatizzazione di fatto del
sistema scolastico) i dirigenti scolastici come DíAvolio farebbero bene
a chiedersi perché líautonomia in questi anni è stata declinata
solo in termini organizzativi (o finanziari, se le norme fortunatamente
bloccate, avessero dato anche più spazio a questo aspetto) mettendo
in un cantuccio quella didattica e di ricerca.
C'è voluta la lotta contro
la legge 53 perché le scuole si riappropriassero un po' dell'autonomia
didattica, ed anche in questo caso la maggioranza dei dirigenti scolastici
non ha dato una mano.
Grosso modo dal 1996 ad oggi chi
parlava di relazione educativa era visto dalla massa dei dirigenti scolastici
con un po' di sufficienza e un po' di commiserazione. «Poesia, professoressa,
lei fa poesia!» come nei racconti di Starnone.
E oggi all'improvviso si scopre
che la scuola non può funzionare, che non è una macchina,
che non è un'azienda, che persino il termine di «organizzazione
complessa» (un aggettivo non basta a risolvere un problema!) è
inadeguato a descrivere le dinamiche.
E allora che cosa vorrebbero i dirigenti
scolastici come DíAvolio? Vorrebbero la botte piena e la moglie ubriaca,
vorrebbero «il capitalismo nella scuola» per sé, ma
il feudalesimo con tanto di servità della gleba per i supplenti.
Non avrai altra scuola all'infuori
della mia! Se no, rauss!!!!.
Ma è la stessa botte piena
e la stessa moglie ubriaca che vogliono per altri aspetti: non vogliono
forse líalta dirigenza ma non lo spoil system?
«Non parlo di amore o di sentimenti...»
diceva Marlon Brando-Walker in Queimada. Ma può la scuola reggersi
su dinamiche che prescindano da amore e sentimenti, o per lo meno da relazioni
non solo economiche ma anche umane, in senso integrale (anche la relazione
economica è umana)? Qui sta il problema.
Ma se qui sta il problema è
il modello che non va, non il regolamento delle supplenze...
Ricordo che in Lettera a una Professoressa.
lamentando la «freddezza» delle bocciature si dice a un certo
punto «i professori sono come le puttane». Il modello scolastico
attuale forse si è incaricato di rendere ancora più evidente
questa condizione non solo nella relazione tra docenti e allievi, ma anche
tra docenti e dirigenti e tra docenti e scuola e quindi l'esempio del bordello
è forse più calzante di un semplice artificio retorico. Ma
se i supplenti sono trattati alla stregua di prostitute e la scuola sembra
un bordello, chi sono i dirigenti scolastici? Le maitresses?!