La fatica di lavorare
di Maurizio Bonfanti

“Siamo _ dice la Mastracola _ noi insegnanti di lettere, i più schiacciati dalla Riforma, le vere vittime…”

Sfortunatamente basta cambiare “lettere” con qualunque altra disciplina e la geremiade si ripete uguale a se stessa, con il tipico carattere autocommiserativo _ e del tutto privo di un confronto con il mondo reale _ che caratterizza tutte le lagnanze nella scuola.

Dice poi: “… in teoria, rimane uno degli insegnanti portanti della scuola. Peccato che non fa più il suo mestiere.”

Mi chiedo prima di tutto come si definisca, in modo “oggettivo” e soprattutto “attuale”, quello che la Mastracola chiama “il suo mestiere”. Poi mi chiedo chi impedisca di svolgerlo a chi lo voglia svolgere, dato che la libertà di insegnamento è tale da essere in realtà arbitrio. Se però la Mastracola ha una definizione rigorosa del “mestiere”, che possa essere codificata senza ambiguità, allora si batta affinché divenga norma, ma questa chiarezza di idee io non la vedo affatto nell’articolo (o meglio ci vedo che “il mestiere è così come piace a me”).

Allora, forse inconsciamente rendendosi conto di questa fumosità, la signora Mastracola si scaglia contro quelli che fanno altre cose che lei non considera letteratura _ o che magari sono ancora letteratura ma in forma diversa rispetto al passato. E lo fanno forse perché si sono accorti che il mondo è cambiato, e che se vuoi l’attenzione dei tuoi allievi devi far riferimento, perlomeno nei comportamenti ma anche e soprattutto nei mezzi di comunicazione, al mondo come è oggi, non a quello di cinquanta o cent’anni fa.

O tempora, o mores. Non ci sono più i professori di una volta. E neanche le mezze stagioni.
Infatti poi la Mastracola fa l’apologia di meravigliosi colleghi del passato che “si perdevano in Tacito ecc., che passavano i pomeriggi nelle biblioteche e tenevano seminari all’università, scrivevano saggi ecc. ecc.” Dice:

“Questi colleghi non li ho mai sentiti parlare di Progetti, Recuperi, Debiti, Griglie, Verifiche, Percorsi…”

Indubbiamente erano più bravi, tanto tanto più bravi.
Ma se erano così bravi, da dove vengono questi abominevoli personaggi che parlano di Progetti ecc. ecc.? Non vengono forse da quella scuola in cui proprio la Mastracola e i suoi eccelsi colleghi sono stati docenti?
Allora mi chiedo: che cosa hanno saputo trasmettere, lei e i suoi meravigliosi colleghi? Hanno saputo trasmettere il proprio porsi come élite, come Parnaso di quelli che, loro sì!, hanno capito e sanno tutto? Hanno cioè trasmesso il loro orgoglio di corifei della cultura, quella con la ‘c’ maiuscola? Così, cara professoressa, si affonda proprio la cultura per rigetto, e così resta solo l’orgoglio.

Aggiunge poi l’articolo:

“… il fatto che la scuola ti formi culturalmente e basta non sarebbe già molto?”

Certo. Si tratta solo di vedere cosa significa oggi o cosa abbia sempre significato “culturalmente”. Significa(va) Tacito o Cicerone o Petrarca o Coleridge o Sartre?
Se si intende questo, mi chiedo se c’è stato nient’altro in questi ultimi due millenni. Mi riferisco ovviamente alle scienze e alle tecnologie, quelle che nei licei, e non solo, si passano agli studenti come stupidi formalismi senza alcun legame con le civiltà in cui sono nate (si pensi a come viene ammannita _ e fatta odiare _ la matematica!)
E mi chiedo anche, per inciso, se degli adolescenti sono in grado di capire un Sartre, o, senza arrivare così vicino a noi, se capiscono un Platone o un Aristotele, se non imparando a memoria quello che la Mastracola e i suoi eccelsi colleghi fanno piovere dall’alto della cattedra. Già, perché lei parla di tanti drammatici cambiamenti, ma in realtà la scuola resta autoritaria e nozionista, e io, agli esami di oggi, sento ripetere le stesse cose che si pretendevano da me decenni fa. E le sento esattamente allo stesso modo.

Cosa è cambiato dunque, se non in apparenza, dal ‘68 o con il ‘68 o malgrado il ‘68 con la sua farsa di rigetto di un certo metodo che invece sopravvive a se stesso essendo tanto comodo per chi insegna?
Sono cambiati i criteri di giudizio (si è allargata la manica), ma il metodo non è affatto cambiato. E l’errore sta da entrambi i lati, ma molto più dalla parte del metodo che _ paradosso dei paradossi _ non vuole prendere atto del fatto che la cultura passa attraverso la comunicazione, e che la comunicazione oggi non è più la comunicazione di ieri: si è mossa alla velocità della luce e i ragazzi ci vivono in mezzo.

Se la scuola rifiuta il proprio tempo _ ed è ciò che accade _ ha fallito su tutta la linea ancor prima di cominciare. Ha fallito nel fondamento della comunicazione stessa.
E questa è la storia della nostra scuola: una scuola che rifiuta il proprio tempo, che lo disprezza in nome di un pretestuoso “umanesimo” che non sa neppure definire. Una scuola che non comunica, e quindi non insegna. E il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Altro che scuola che si adegua!
Mi faccia conoscere, signora Mastracola, un insegnante di filosofia che ha capito la relatività o la meccanica quantistica o ha capito la rivoluzione portata dal teorema di Goedel o dalle nuove matematiche e geometrie o dai linguaggi formali! Allora dirò anch’io che la scuola si adegua.
La scuola si adegua in realtà solo alla burocrazia e all’uso superficiale degli strumenti indicati dalle circolari ministeriali. Più in là di questo non va affatto. Il contenuto, e soprattutto il metodo, resta lo stesso: medaglioni, informazione, nozioni. Che NON SONO formazione, né dal punto di vista culturale né da quello delle relazioni nel mondo reale.

Allora, signora Mastracola, un bell’esame di coscienza da parte degli insegnanti sull’ignoranza prodotta dalla scuola ci starebbe proprio bene, al posto dell’incenso che essi bruciano da sé davanti al proprio specchio, come nel Suo articolo che confonde cultura ed erudizione.

La supponenza dei docenti allontana i discenti dalla conoscenza, più che mai oggi che nessuno ha più paura del deus-ex-cathedra.
Lei infatti parla dell’“umiliazione di avere un professore sapiente”, e questo lo trovo grottesco. Dov’è mai il “sapiente”? Cosa sa? Quanto sa? Come lo sa? Come lo sa trasmettere? Quanto forma anziché limitarsi a informare? La vera umiliazione è avere un professore saccente.

Qualcosa forse è da cambiare, dopo il ’68, e qualcosa è da recuperare dagli anni che lo hanno preceduto. Forse. Ma la chiave è solo l’umiltà del sentirsi viaggiatori curiosi del proprio tempo, non affatto il definirsi “sapienti”.

E anche queste sono delle parole per riflettere, perché troppi nella scuola si ritengono “sapienti”, “professionalmente non criticabili” e poco meno che infallibili.

Maurizio Bonfanti
 


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