Domani niente scuola
Andrea Bajani

Ecco, io penso che la presunzione, la paura e l'ignoranza nei confronti delle nuove generazioni siano tra i difetti che rendono oggi l'Italia un paese moralmente bloccato, corrotto, più incline alla malafede che alla fiducia.

Codici
(pp. 32-5)

I più sobri, i più conservatori, i reazionari tecnologici, si limitano a una pioggia di faccine gialle che sorridono o dissorridono (ovvero rovesciano la bocca in segno di delusione) a ogni riga. Questa tipologia di conversatori, di cui Silvio è tra i miei contatti il più tenace, se la cava benissimo con punti esclamativi, puntini di sospensione e taccine sorridenti a profusione. Il punto esclamativo è il vero denominatore comune tra i conversatori. Non si dà la possibilità di frasi semplicemente affermative, ogni comunicazione contiene in sé un urlo misurato ("Ciao Andrea!", "Ora devo studiare!", "Ma quando vieni a trovarci?!", "Che sonno!", "Oggi in classe abbiamo parlato di te!", "Sono al telefono!", "Ti saluta la Serena!"). Quando manca l'esclamazione, entrano in campo i puntini di sospensione, che non di rado vengono utilizzati come puri sostituti del punto esclamativo ("Ciao Andrea...", "Ora devo studiare...", "Ma quando vieni a trovarci...?", "Che sonno...", "Oggi in classe abbiamo parlato di teึ", "Sono al telefono...", "Ti saluta la Serena...").
Io, che ho una particolare e talvolta isterica idiosincrasia per i punti esclamativi e i puntini di sospensione (per non parlare delle taccine), ogni tanto provo a lamentarmene, in una maniera che però suona subito pedante. Ne discuto un po' con Silvio, un po' con Simone, un po' con Claudia, una volta anche con Martina. Dico loro che sembrano degli impigrimenti del linguaggio, delle vie facili per non sforzarsi con le parole di far capire all'interlocutore il senso della frase. Ma le risposte che ricevo spesso non lasciano gran margine alla trattativa "E smettila!", "Sei vecchio...", "La tua è tutta invidia...!", "Che noia...", "Forse hai ragione, ma non ci riesco, a non usarlo!", "Ci proveròึ".
Ma per la maggior parte di loro faccine e punti esclamativi non sono altro che anticaglia, reperti, ritrovati storici. La maggior parte di loro imbrattano il computer (credo anche con un po' di sadismo) con mille animazioni pirotecniche, sgargianti, kitsch, e soprattutto convulsamente animate. Se io avessi la delicatezza intestinale di Nicola, passerei le mie serate a ritoccare i miei record personali, di fronte a quella stroboscopia. Punti interrogativi viola alti tre centimetri che lampeggiano alla fine di ogni frase; scimpanzè che balzano a farmi "ok" con il pollice alzato al posto dei miei interlocutori; i cari vecchi panda che si ammazzano dalle risate al posto dei miei interlocutori; primati che si grattano la testa in segno di perplessità al posto dei miei interlocutori; pupazzi dalle sembianze di tartarughe senza guscio che mi salutano al posto dei miei interlocutori quando i miei interlocutori fanno il loro ingresso su msn; palline gialle con gli occhi e la bocca che si danno dei gran baci sulla guancia quando i miei interlocutori se ne vanno; scimmie che si spaventano coprendosi la faccia con le mani al posto dei miei interlocutori. Le finestre a cui i miei ragazzi si affacciano per parlare sono in realtà popolate di animali e pupazzi che si danno un gran daffare per sbrigare le pratiche sociali al posto loro.
C'è stata una sera (la ricordo in maniera vivida, era il 6 febbraio 2008 e fuori pioveva moltissimo, a Torino) che dopo due ore trascorse a discutere con scimmie perplesse, panda divertiti, tartarughe salutanti, scimpanzè confusi, palline gialle appiccicose, dopo due ore ho pensato che stavo parlando da due ore con quegli animali perché in realtà i miei ragazzi avevano delle menomazioni fìsiche gravissime. Mi ricordo il pensiero e il giorno esatto, perché poi non sono riuscito a dormire per tutta la notte. Mi giravo e mi rigiravo nel letto, e da qualsiasi lato mi girassi sognavo i miei studenti sulla carrozzina elettrica che tentavano di dirmi delle cose ma non ci riuscivano mai, e si vedeva che soffrivano molto, che si sforzavano al prezzo di grandi patimenti. Quella stessa sera, quel piovoso 6 febbraio, ho anche pensato che se nella realtà i ragazzi facessero così tante smorfie come quelle che popolano le loro finestre di messenger, la gente si chiederebbe il perché di cosi tanti tic.
(Preferirei non dovermi dilungare troppo sulla prima volta in cui chiacchierando su messenger con Luisa mi sono visto comparire la faccia di Francesco Totti che diceva "Aò". Dopo attenta e seria analisi del caso Totti sono arrivato alla conclusione che ogni volta che Luisa digitava il dittongo "ao", faceva la sua comparsa il capitano della Roma. L'amica di Luisa di cui lei stava parlando in maniera appassionata si chiamava Paola. Si può dunque immaginare con buona verosimiglianza quante volte, in un discorso appassionato su una persona che si chiama Paola, Totti possa saltar fuori urlando "Aò").
Al di là dello stordimento che mi procuravano, all'inizio tutte queste animazioni mi erano anche relativamente simpatiche. Mi sembravano tratti distintivi di ciascuno dei ragazzi, vezzi personali. Nella mia inettitudine tecnologica ero convinto ad esempio che Gianna fosse l'unica a mandare in campo il panda saltatore quando voleva comunicarmi (immobilizzata sulla sua carrozzina elettrica) che stava ridendo, o che solo Paola si servisse della tartaruga per salutarmi la sera. Voglio dire, mi sembrava che il panda fosse proprio un attributo perfetto per Gianna, oltre che un suo aiutante personale, e per me Gianna e il panda erano un po' una cosa sola. Pensavo a Gianna, e la pensavo come una ragazza col panda, esattamente come se il panda fosse un suo modo di dire particolare, un gesto, un tatuaggio, un'espressione della faccia. Poi invece col tempo mi sono reso conto che in realtà il panda rideva per tutti. Che tutti utilizzavano lo stesso identico panda, per far capire che stavano ridendo. Tutti. A Torino, Firenze, Palermo. Ma anche, dunque, a Macerata, Sassari, Monaco di Baviera, Lione, San Francisco, Dublino, Cracovia, Shanghai, Vipiteno. Cosi le tartarughe salutano per tutti, i primati esprimono per tutti la loro perplessità, e Francesco Totti tra un dittongo e l'altro caccia urli sui computer di chi chattando scrive "Paola", di chi scrive "Aosta", oppure di chi se ne va, e andandosene dice "Ciao".
 

Il pessimismo storico e il pessimismo cosmico
(pp. 69-70)

Poi bisognerebbe parlare delle agenzie di viaggi, che si occupano dei programmi delle gite e del vitto e alloggio dei ragazzi. Non so come mai, ma ero convinto che del palinsesto della gita, dei programmi quotidiani, si occupassero i professori. Per questo li pensavo poco entusiasti di offrirsi come accompagnatori: perché oltre al trauma relazionale immaginavo tutto il lavoro preliminare, documentarsi, studiare, far partecipi i ragazzi, attrezzarsi per trasformare la gita in un più adeguato e giustificabile "viaggio di istruzione". Quando però poi all'aeroporto di Palermo ho chiesto a Francesca di mostrarmi il programma, lei ha rovistato nello zaino e ne ha tirato fuori un plico dell'agenzia. L'ho preso in mano, mi sono seduto e me lo son letto tutto, giorno dopo giorno. Poi gliel'ho restituito, e Francesca l'ha fatto sparire nello zaino.
Cosi ora ho finalmente la certezza che nelle gite di classe si va sempre negli stessi identici luoghi. Stesse piazze e stessi monumenti, ma anche stesse birrerie, stesse escursioni fuoriporta, stesso paese arroccato a un'ora e mezza dalla città. E io che ero convinto che alla birreria U Fleku, nel 1993, ci fossimo arrivati grazie al fiuto e alla vita avventurosa del professore di scienze, che gli era valsa la mia stima imperitura. Ora che però ci sono tornato due volte in dieci giorni, che per due volte in dieci giorni l'ho vista piena di scolaresche, che qualcuno mi ha detto che è stata addirittura comprata da una grossa multinazionale, ora mi è crollato un mito. Sono quindici anni che stimo inutilmente il mio ex professore di scienze.
Quindi di Praga tutto il mondo conosce soltanto quelle solite quattro cose, esposte alla foga fotografica dei turisti. Il ponte Carlo, la piazza dell'Orologio, piazza Venceslao, il castello. Fuori Praga, Kutnà Hora, e magari il campo di concentramento nazista di Terezin. Ecco, di nuovo una città che mi è sembrata come un programma scolastico. Certo sarebbe bello parlare di tutto, ma il programma del ministero è quello, e bisogna attenersi. All'esame di maturità si sa che poi i commissari chiedono gli argomenti elencati nel programma. Non chiedono mica gli svolazzi romantici dei professori. Nell'Ottocento ci sono Foscolo, Leopardi e Manzoni, a Praga ci sono la piazza dell'Orologio, piazza Venceslao e il castello. Poi ci sono anche il ponte Carlo e I Malavoglia. Tutto il resto magari compresso in una schedina riassuntiva, un box con dentro molti nomi scritti in grassetto e delle date tra parentesi. Mi sarebbe piaciuto essere a casa dei ragazzi, al ritorno dalla gita, sedermi accanto ai genitori e ascoltare le risposte alla domanda "Che cosa avete visto?".
Il Pessimismo storico e il Pessimismo cosmico.
 

Bulli
(pp. 92-3, 97)

Ogni volta che parlano del bullismo, in televisione, fanno vedere sempre un video in cui ci sono delle ragazze che si picchiano in una stanza. Tra i filmati trasmessi in tv quel video è, cosi mi è parso, di gran lunga il più gettonato. C'è una ragazza che insegue minacciosa un'altra ragazza per la stanza, finché non la chiude in un angolo. Più precisamente la costringe sul suo letto, dove la colpisce senza tregua, ripetutamente, fino a quando il filmato si interrompe. Se non ricordo male, sono delle ragazze americane, quelle nel video. Le fanno vedere tutte le volte che si parla del bullismo in Italia.
Ora: una sera, di ritorno dall'ultima delle tre, gite, sono ancora in piedi nonostante l'ora tarda. Una specie di jet lag da gita di classe. A quelle ore della notte io mi muovo di solito molto lentamente. Spazio e tempo li percepisco in maniera dilatata. Se qualcuno mi vedesse da fuori, in quei momenti, gli sembrerei un astronauta dentro un razzo. A quell'ora di quella notte di ritorno dalla gita trascrivo gli appunti presi durante i viaggi, raccolgo i materiali che per non so quale impennata organizzativa ho conservato, mi segno degli argomenti da approfondire. Nel frattempo sul monitor del computer lascio sfilare in successione le foto scattate dai ragazzi in gita e i loro video. Io lavoro, e di tanto in tanto butto un occhio allo schermo, vedo i ragazzi sulla Tour Eiffel contro il panorama di Parigi, il gruppo sopra il ponte Carlo, raccolti intorno a un intreccio di boccali di birra in un tipico pub irlandese di Praga. Il tutto senza volume, data l'ora felpata della notte. Sono immagini e video che sfilano sul mio computer nel silenzio più totale.
C'è un momento poi in cui alzo la testa e mi trovo davanti uno dei tanti filmati in cui Massimo e Luca si riempiono di cuscinate nella stanza. In uno di questi video Massimo strappa il materasso da sotto il corpo di Luca, che tenta inutilmente di resistere alla furia del suo compagno di classe. Si aggrappa al materasso come un torero in un rodeo. Ma dura poco, e nel giro di un minuto rimane con il sedere sulle doghe, in mutande, in una posizione ridicola. Dopo avergli scippato il materasso, Massimo, non contento, spalanca la porta della stanza e lo spinge in mezzo al corridoio dell'albergo.
La prima volta che ho visto quel video ho riso molto. Ma c'era il volume, e si sentivano le loro risate, le stupidaggini che si dicevano Luca e Massimo mentre si rincorrevano per la stanza. Ecco, quando quella sera, di ritorno dall'ultima delle tre gite, ho alzato la testa e mi sono trovato davanti quel filmato senza il sonoro, ho pensato che visto da fuori, senza sentire nulla, quel video era identico al filmato delle due ragazze americane. Massimo che spinge Luca sul suo letto, Massimo che gli sale sopra, che lo colpisce prima con le mani, poi con il cuscino, con gran vigore, con l'energia dei diciott'anni. Io stesso quando l'ho visto senza audio ho pensato che sembrava un filmato sul bullismo. Ho anche pensato che un giornalista avrebbe potuto trasmetterlo in un servizio in cui si parlava della violenza dei teenagers. Era perfetto, il video, e in più Massimo era anche paonazzo di rabbia, dato che faticava molto ad averla vinta. Il giornalista avrebbe chiamato un commento a un qualche psicologo, che avrebbe detto "autiamoili". Aiutiamoli a rimettere in ordine la stanza.
[...]
Adesso a me sembra che si facciano dei provini. A me, uno che spacca la faccia a un suo compagno e poi mette il video su YouTube, mi sembra uno che sta facendo un provino. Assomiglia a quelli che si riprendono mentre urlano "Italia!" nelle situazioni più impensabili e poi mandano il video per essere selezionati come video promozionali per la rete Mediaset. Un ragazzo spacca la faccia al compagno, un suo amico riprende la scena con il telefonino, la carica su YouTube, il giorno dopo ne parlano in televisione. Un ragazzo tocca le tette a una professoressa, mette il video su YouTube, gli danno la terza notizia del tg. Un ragazzo riprende un professore che fuma in classe, il giorno dopo non si parla d'altro. Un ragazzo da una finestra fa un gavettone a un anziano, il giorno dopo un quotidiano dice che la soluzione è nel non dare visibilità a questi gesti di demenza. In prima pagina, lo dice. Ecco, quando un ragazzo si filma menire picchia qualcuno, mentre la combina grossa, per me sta facendo un provino esattamente come quelli che si chiudono in sette in un armadio, poi aprono la porta e urlano come sette idioti il nome di una rete televisiva.
 


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