Gli anni
ottanta sono contrassegnati da uno sviluppo dell’ipertesto e del dibattito
a questo legato soprattutto negli Stati Uniti e in ambiente Apple. Appaiono
infatti in questi anni i primi programmi per «costruire» ipertesti,
si svolgono convegni, opere ancora molto rudimentali viaggiano in un mercato
ancora non dominato dalle grandi catene commerciali ma molto aperto all’innovazione
e alla sperimentazione.
Nulla di
tutto questo accade per ora in Italia: chi cerca di attuare una sensibilizzazione
sul problema si muove all’interno di contesti di addetti ai lavori, in
ambito accademico, nei settori legati allo studio delle tecnologie.
Un dibattito
più aperto e le prime concrete applicazioni arrivano nei primi anni
novanta. Ma quella che manca è ancora la materia del dibattere:
fanno la loro comparsa le prime parole d’ordine di quella che ha tutta
l’aria di essere una nuova tendenza, ma le applicazioni sono ancora
per usare un termine che in questo momento viene associato quasi ad ogni
aspetto che non faccia parte della vita materiale poco più
che virtuali.
Qualcuno
si rammarica, guardando a ciò che accade in altri paesi, del «rischio
che questa industria che vede il computer al centro come strumento per
la gestione dell’informazione si sviluppi altrove e qui arrivi come prodotto
fatto altrove e noi si sia solamente utenti e mercato» (Pentiraro
1991); un altro commentatore, dopo aver istituito un avvincente paragone
tra la multimedialità e il cinema, elencando i molti punti di contiguità
tra l’una e l’altro1,
dichiara poi con decisione che non c’è più tempo: «Il
nostro orizzonte temporale è molto vicino e comunque resta confinato
entro il 2000. Le tecnologie ci sono [...] i sistemi per creare e gestire
le applicazioni sono in continuo sviluppo». Ma per chi?: «In
tutto questo quadro mancano ancora i protagonisti fondamentali» (Ridolfi
1991).
Tra il
1993 e il 1994 anche in Italia sono progettate e realizzate le prime «grandi»
opere di editoria elettronica su floppy disk il primo «ipertesto»
a venire pubblicato è Ra-dio di Lorenzo Miglioli nei primi
mesi del 1993 ; il fenomeno sembra fuoriuscire dai limiti in cui era
rimasto confinato. Nascono riviste che si occupano in modo esclusivo di
Cd-Rom multimediali sebbene in un’accezione molto ampia i quali
cominciano a essere pubblicati in quantità apprezzabile.
La multimedialità
non ha ancora un suo spazio nell’offerta culturale i Cd-Rom non costituiscono
a tutt’oggi, al di fuori di casi sporadici2,
un materiale ad ampia diffusione nelle biblioteche; inoltre sono rimasti
del tutto estranei al cosiddetto commercio al dettaglio ma settori
o anche solo «angoli» multimediali nascono anche al di fuori
dei computer shop, luoghi dall’inizio deputati per natura alla distribuzione
di prodotti che hanno un forte impatto sull’utente di personal computer.
La multimedialità è l’argomento del giorno nelle kermesse
editoriali, nei saloni del libro, nei convegni; le pagine culturali dei
maggiori giornali non mancano di prestare attenzione ai temi che i primi
ipertesti sollecitano: si dibatte sull’interattività, sullo stesso
concetto di ipertesto, si fanno confronti con Internet e il Cyberpunk.
Ma, a facilitare,
a innescare anzi le condizioni per un felice incontro tra la domanda e
l’offerta, in un coinvolgimento crescente di utenti ma anche di produttori,
è la diffusione e il costo sempre più accessibile sia dei
lettori di cd installati sui nuovi3
personal computer o acquistabili separatamente, sia degli elaboratori provvisti
di requisiti di sistema cosiddetti «multimediali».
Si registra
nei confronti dei Cd-Rom multimediali quella che si potrebbe definire una
larga «apertura di credito»:
La rivoluzione-multimedia è ormai definitivamente uscita dai laboratori e dalle enunciazioni teoriche. Il mercato sta per essere sommerso da decine di migliaia di prodotti che contribuiranno a cambiare un’epoca e, probabilmente, un modo di pensare. Ecco i libri elettronici4 che dispensano cultura interattiva. Al computer si studia la storia, lingue straniere e geografia, matematica e trigonometria. Persino il Sommo Dante e Italo Svevo sono entrati in un floppy disc con la Divina Commedia (Gasperetti 1993).
Ma, nella prospettiva di rivoluzione epocale che accompagna il suo avvento e che non lascia prevedere la standardizzazione dei prodotti che seguirà da lì a pochi anni , alla multimedialità viene assegnato anche un ruolo di più ampio respiro, in linea con una supposta «libertà» che la sua stessa natura dovrebbe garantire:
L’Italia paese relativamente vergine quanto a elettronica di consumo sofisticata [...] potrebbe anche rivelare sorprese: per esempio divenire uno dei più vivaci mercati europei per ciò che riguarda quel che vorrei definire come la rivolta alla «tv degradazione», rivolta alla tv-potere, verso un multimediale intelligente, saldo nelle radici culturali di questo paese, capace di offrire arricchimento autentico alle famiglie e alle persone [...]. L’Italia del multimedia non avrà più bisogno della nomenklatura che controlla tv, reti, giornali. Nulla sarà automatico, passivo, scontato... (Caravita 1993).
In questo contesto qualcuno mette in guardia
gli editori a non perdere il treno, pena l’esclusione dal mercato. In prima
fila un gruppo di autori, che fanno riferimento alla rivista «Media
Duemila», che dà vita alla casa editrice Gutenberg 2000 e
nel 1993 all’Associazione nazionale per l’editoria elettronica. Da questo
gruppo, che ancora nei primi anni novanta aveva guardato all’editoria elettronica
esclusivamente come terreno di cultura delle aziende informatiche5,
la multimedialità viene ora vista nel contesto più allargato
di quel più generale processo di tecnologizzazione non solo
dell’editoria, la rivista infatti si occupa indifferentemente di tutti
i media, dal libro al telefonino cellulare dell’informazione e collegata
ai progressi che in campi contigui si stanno compiendo nelle reti informatiche.
Questo processo sarebbe dovuto intervenire in un tempo molto breve
quattro-cinque anni sugli assetti consolidati dell’editoria tradizionale
risollevandola dalla crisi e ridisegnandone geografia e funzioni: «La
tensione tecnologica pone oggi le case editrici di fronte al rischio di
veder perdere la centralità per quei format editoriali che godono
oggi di una posizione dominante sul mercato, a vantaggio di formati diversi,
capaci di rispondere meglio alle nuove esigenze degli utenti» (Protettì
1995b). E ancora: «Sembra finalmente arrivato il momento del cd rom
annunciato in passato più volte come imminente [...] e ciò
potrà indurre gli editori, nel giro dei prossimi 4-5 anni, ad una
sorta di crisi di identità dovendo cominciare a pensare a loro stessi
più in un’ottica di fornitori globali d’informazione che utilizzano
mezzi distributivi alternativi per convogliare la stessa informazione all’utente
finale» (Migli 1994)6.
Ma, al di là del discorso economico e delle strategie, l’editoria
tradizionale viene messa in discussione per il fatto che produce un certo
tipo di «bene», il libro stampato, destinato in generale a
estinguersi per un suo estrinseco carattere effimero tale da condizionare
anche la sopravvivenza dei contenuti: «Prima dell’avvento dell’editoria
elettronica, un’opera, un romanzo, un libro scientifico, un disco, un film,
un progetto di architettura erano oggetti con limiti ben definiti e con
un’esistenza limitata nello spazio e nel tempo [...]. Quando la vendita
di un libro si esauriva, la vita dell’opera era praticamente terminata»
(Liscia 1996, pp. xviii-xix; il corsivo è mio).
I membri dell’Anee non sono i soli a sostenere
queste tesi. Essi si muovono in un contesto fortemente orientato in tal
senso. Il gruppo si distingue da altri teorici contemporanei per l’adozione
di una prospettiva dalla forte matrice «tecnocratica», che
se non nega l’opportunità di un alto profilo culturale delle opere
multimediali, sembra tuttavia assegnare a questo profilo un valore puramente
strumentale perdendo così di vista in primo luogo il senso della
rivoluzione che si sta compiendo e le direzioni impreviste che questa
sta prendendo e secondariamente le cause e gli effetti di quella
crisi dell’editoria tradizionale cui si fa insistentemente riferimento
come ad una vittima predestinata.
In questo tipo di lettura dove la multimedialità
si riduce a essere un’ideologia del mercato, basata sul «formalismo
dell’intreccio tra i media» (Vita 1998, p. 86)7
e su un modello puramente intensivo di sviluppo i supporti diventano
la finalità principale della rivoluzione tecnologica, la cultura
un immenso serbatoio da sfruttare e strappare all’editoria tradizionale
che ne ha finora detenuto il dominio (cfr. Parlavecchia 1996, pp. 31-3),
la letteratura, ovvero le letterature un inutile fardello, le arti, specialmente
quelle figurative ma anche la musica, un utile input per abbellire il prodotto
finale con un vantaggio per la stessa espressione, che diventando
interattiva, acquisterebbe un linguaggio più denotativo di quello
che aveva nella sua forma tradizionale (Carraro 1996, p. 142) fino
all’ossessione della confezione e del marketing, che conduce alla cancellazione
dei nessi storici che legano tra loro le differenti forme di comunicazione:
Per fortuna, se non altro per giustificare un approccio professionale più orientato al marketing, stanno nascendo nuovi segmenti dell’editoria che non affondano le loro radici in una tradizione di cinquecento anni di carta stampata, ma che offrono nuovi prodotti, con un elevato contenuto di tecnologie informatiche. L’editoria multimediale interattiva su Cd-Rom è uno di questi (Varvello 1996, p. 3)
e all’onnipotenza del mercato, che assume e riassume in un abbraccio
fatale tutti i settori della comunicazione che la multimedialità
in qualche modo tocca: «La posta in gioco è di sicuro interesse:
basta sommare i mercati del cinema, della televisione, dei libri e giornali,
della telefonia, del personal computer, dell’alta fedeltà e simili,
per avere un’idea della dimensione del fenomeno» (Grauso 1992, p.
35).
Tuttavia «un po’ di cautela è
d’obbligo», afferma Fezzi: «Le conseguenze che la tecnologia
ipertestuale potranno avere [sic] sulla cultura, e più in generale
sulla comunicazione umana si possono, per il momento, solo congetturare»
(1995, p. 180). Fezzi, peraltro, ripone molta fiducia in quella che chiama
«una vera e propria rivoluzione» disegnando una prospettiva
che è per certi versi opposta a quella dell’Anee:
Innazitutto, mentre un libro o un articolo sono pur sempre espressione di un punto di vista parziale e limitato, generalmente di una signola persona, gli ipertesti, consentendo l’integrazione tra diverse discipline e punti di vista diversi, spingono verso un pensiero pluralistico e interdisciplinare, basato sul lavoro di equipe e la collaborazione tra esperti di diverso orientamento e specializzazione [...]. Ritengo che la combinazione della tecnologia degli ipertesti con quella dei dischi ottici possa trasformare radicalmente lo stesso mondo dell’editoria: l’individualismo degli autori, legato all’avvento della stampa, rischia di essere fortemente ridimensionato, per tornare così a una concezione dell’opera letteraria vicina a quella dei manoscritti antichi [...]. La sinergia tra tecnologie ottiche e ipertestuali può inoltre rivoluzionare la stessa metodologia delle discipline umanistiche (ibid., pp. 180-1; i corsivi sono nel testo).
Il limite di questa prospettiva è nell’astrattezza
della formulazione che la rende estranea alle effettive e possibili
applicazioni multimediali e nel fraintendimento della stessa dimensione
culturale entro la quale si svolge la «rivoluzione tecnologica».
Appare tra l’altro poco plausibile la relazione tra l’ipertestualità
nella sua accezione informatica e la testualità tipica dei manoscritti
antichi, difficili da leggere, poco maneggevoli e contenenti opere in cui
la matrice d’autore anche quando uno stesso codice consisteva di
più opere di diverso genere era chiara, oltre che cristallizzata
da una tradizione secolare.
Non è qui il luogo di ripercorrere
i tanti passaggi di quella che si è configurata almeno al
suo impatto con la realtà italiana come la disputa sulla cosiddetta
morte del libro8,
sui suoi tempi di attuazione e sulle sue implicazioni e conseguenze. Quasi
tutti i testi che trattano l’argomento toccano questo tema affrontandolo
in due modi contrapposti: alcuni, riecheggiando un atteggiamento importato
dagli Stati Uniti, ritengono che la tendenza dei prossimi anni sia la graduale
sostituzione del libro elettronico a quello stampato: «I libri, che
oggi definiscono lo strumento e il prodotto finale del lavoro intellettuale
perderanno gradualmente il loro ruolo predominante nelle scienze
umane» (Landow 1992, trad. it. p. 30; il corsivo è mio)9.
Ma non sono pochi quelli che pronosticano,
anziché una concorrenza tra libri stampati e multimediali e una
possibile sintesi dei risultati dell’una e dell’altra, una divisione di
ruoli e di sfere d’influenza in base alle competenze dei diversi strumenti
comunicativi10.
Questa prospettiva, pur non mancando di una sua funzionalità, può
però apparire eccessivamente schematica e, in ultima analisi, limitativa
delle conquiste che si possono ottenere dai mezzi multimediali.
È importante una valutazione critica delle effettive possibilità e delle più opportune ripartizioni di ruolo tra i vari media (che cosa spetti al libro, che cosa al computer): il rischio è quello di un improvviso massiccio cedimento alle suggestioni esercitate dalle nuove tecnologie [...]. Il computer appare più promettente al livello delle operazioni di consultazione e di studio nei riguardi di soggetti almeno in parte già motivati. Consentire di accedere rapidamente a chiarimenti terminologici (enciclopedia, dizionario), a dimostrazioni, esemplificazioni, commenti integrativi nei riguardi di nozioni complesse altrimenti non padroneggiabili, o ad esami analitici di termini significativi presenti nel testo a livelli più alti di ricerca (analisi delle concordanze): qui il computer ha la sua grossa carta da giocare (Calvani 1991, pp. 181-3; il corsivo è mio).
Previsioni che si sono avverate solo in parte e nel cosiddetto mercato professionale, i cui prodotti database o full text dotati generalmente di una sofisticata organizzazione interna di ricerca e collegamento tra i dati hanno una circolazione rivolta esclusivamente a enti collettivi (biblioteche, istituti di ricerca, aziende ecc.) a causa anche del loro prezzo inaccessibile. Ad una fase successiva, caratterizzata dallo sviluppo della multimedialità seppure non ancora su grande scala, appartengono le seguenti affermazioni di Umberto Eco, tratte dall’introduzione al primo dei quattro volumi di Encyclomedia finora apparsi. Secondo la posizione del «direttore» di Encyclomedia, il campo di applicazione dell’editoria elettronica dovrebbe limitarsi a quei libri
che non vengono comunemente «letti», bensì consultati, per trarne immediatamente un dato: tali sono gli elenchi telefonici, gli annuari, i repertori bibliografici, le cronologie e, in definitva le enciclopedie. Tali libri possono essere benissimo sostituiti da un dischetto multimediale, che permette un accesso più rapido e più ricco alle informazioni e libera interi scaffali di una biblioteca. Ma ci sono invece i libri che si leggono, pagina per pagina, e che talora si sottolineano, libri di approfondimento, di riflessione filosofica, ed opere letterarie. Questi libri rimarranno insostituibili11.
E conclude con enfasi petrarchesca: «a tal punto che Encyclomedia, anziché tentare di sostituirli, serve proprio a farne scoprire l’esistenza, e a stimolare il desiderio di leggerli».
Problemi
D’altra parte, sono già presenti a molti i limiti reali o transitori
che possono impedire alla multimedialità di monopolizzare la scena
della comunicazione. A parte i limiti «tecnici» connessi alla
scarsa diffusione dei lettori di Cd-Rom, ampiamente recuperati grazie alla
dotazione di tutti i nuovi personal computer, e al costo dei prodotti,
recuperabili nel lungo periodo, i limiti propriamente strutturali vengono
generalmente definiti come sovraccarico cognitivo e disorientamento
(cfr.Mauri 1995, pp. 204-5)12.
In tutti e due i casi si tratta della difficoltà,
proporzionale alla ricchezza di un’opera, di dominarne la struttura evitando
di disperdere energie nel districarsi al suo interno: «A major concern
in hypertext systems applications is what is known as the "lost in hyperspace"
problem, i.e. disorientation stemming from too many jumps
in the course of browsing through large databases» (Shapira
et al.1996; i corsivi sono miei).
Ma, oltre che per la quantità di notizie,
la «perdita del controllo», la sindrome del «lost in
hyperspace» nasce nel momento in cui il lettore di un testo lineare
si trasforma nell’utente interattivo di un ipertesto: «Il lettore
di un ipertesto si trova infatti, ad ogni passo, di fronte alla necessità
di decidere tra più possibili percorsi di lettura: fermarsi a considerare
quale percorso seguire rappresenta un aggravio, rispetto alla lettura sequenziale
tradizionale» (Fezzi 1995, p. 185). In una prospettiva più
generale questa situazione ha spinto qualche teorico a mettere in discusssione
la stessa libertà di scelta consentita dall’ipertesto: «Gli
ambienti multimediali esaltano enormemente la libertà di scelta,
ma questa libertà può anche essere usata in modo dispersivo
ed inconcludente» (Calvani 1991, p. 208).
Un terzo limite, in qualche modo opposto,
consiste nella eccessiva semplificazione, talvolta definita anche omologazione,
impoverimento, standardizzazione ecc., dei contenuti nei prodotti multimediali,
originata sia da motivi legati alle vie tracciate dal mercato, sia da cause
strutturali. Dominique Monet, guardando ad un orizzonte più vasto,
esprime il timore che: «il multimedia e le autostrade informatiche
possono creare una società fondata sull’apparenza, priva di qualsiasi
regola intellettuale e di qualsiasi spirito d’analisi, e che vedrebbe scomparire
le nozioni di pazienza e di concentrazione, che si tratti di divertimenti,
di informazione o di insegnamento» (1996, p. 101)13.
Questo limite o se si vuole, questa
paura sembra tale da mettere in discussione la stessa opportunità
di sposare la multimedialità a obiettivi che non siano puramente
tecnici e pratici. Lo stesso Eco, contraddicendo in parte le enunciazioni
sopra riportate, si mostra consapevole del pericolo che la dimensione enciclopedica
risulti fuorviante se applicata a titoli, come Encyclomedia, che
abbracciano il sapere nella sua generalità, ma con obiettivi ben
diversi da quelli di elenchi telefonici, annuari e repertori bibliografici.
L’argomentazione con cui Eco risponde all’obiezione da lui stesso formulata,
«la storia non deve essere [...] storia di avvenimenti [...] ma deve
essere ricostruzione dei fenomeni di lunga durata, dei rapporti tra gli
avvenimenti, dei fenomeni sociali e culturali», è convincente
di per sé, ma rimanda ad una soluzione esterna all’ipertesto, inteso
come stimolo ad ampliare il proprio orizzonte: «Non è Encyclomedia
che deve offrire delle relazioni prestabilite: Encyclomedia è anzi
uno strumento per costruire relazioni».
Ma in questo modo i confini tra l’ipertesto
nella sua accezione pre-elettronica e documento elettronico si fanno sfumati.
L’ipertesto recupera una parte della linearità interna in una prospettiva
antecedente e che in qualche modo prescinde dalle applicazioni tecnologiche.
Per Fezzi, ad esempio, «L’ipertestualità è operante
dovunque: qualsiasi testo è implicitamente un ipertesto, nel senso
che ogni testo rimanda ad altri, senza i quali non può essere adeguatamente
compreso. È evidente, a qualsiasi livello, come un testo si riferisca
sempre ai testi che l’hanno preceduto e sia in costante dialogo con essi»
(1995, p. 178). E allora quali sono le caratteristiche che fanno dell’ipertesto
elettronico altro rispetto a quello letterario? «La scrittura
di un ipertesto elettronico trasforma i testi in qualcosa di diverso: all’indubbio
vantaggio della concentrazione di più documenti su un unico supporto
elettronico, resa possibile dalla tecnologia delle memorie ottiche, si
aggiunge la piena integrazione tra i documenti mediante molteplici connessioni»
(ibid.). Riassumendo: l’ipertesto non sarebbe niente altro che un
«libro interattivo», in quanto «al lettore si può
dare non solo la libertà di scegliere tra più direzioni di
lettura, comunque precostituite dall’autore, ma addirittura la facoltà
di creare a sua volta dei collegamenti, dei links tra testi, mettendo in
crisi la stessa distinzione tra scrittori e lettori» (ibid.,
p. 180; il corsivo è mio).
La catena di relazioni che lega l’ipertesto
con l’universo di conoscenze da esso implicate non sembra necessariamente
derivare la sua autorizzazione dal fatto di essere situato su un supporto
digitale, con gli annessi vantaggi che questo comporta. L’interattività
proposta contiene infatti in parte la propria negazione nella misura in
cui per ottenere delle direzioni di lettura, «comunque precostituite»,
è necessario cancellarne altre, non precostituite, come la libertà
di muoversi all’interno di una biblioteca «reale», di creare
collegamenti autonomi con testi autonomamente selezionati ecc.
Senza un’adeguata considerazione dei risvolti
multimediali degli ipertesti, le applicazioni tecnologiche legate ai supporti
off line a differenza di quanto accade on line, dove
il ruolo interattivo dell’utente è salvaguardato da possibilità
di movimento ben altrimenti strutturate non possono essere viste
tout court come l’elemento necessitante dell’ipertestualità.
Lo stesso testo letterario, nella sua versione a stampa, ha già
sconvolto a più riprese, e non solo nel contesto di sperimentazione
delle neoavanguardie, il dogma della linearità, soprattutto per
quanto riguarda i concetti di inizio e fine del racconto: «molti
racconti preipertestuali contengono casi di chiusure molteplici, e anche
combinazioni di chiusure con nuovi inizi» (Landow 1992, trad. it.
p. 137).
Ma allo stesso Eco, già nel 1976, era
nota l’«utopistica impresa di Mallarmé», ovvero il Livre,
in cui «le stesse pagine non avrebbero dovuto seguire un ordine fisso:
esse avrebbero dovuto essere collegabili in ordini diversi secondi leggi
di permutazione [...].In tale struttura non si sarebbe dovuto rinvenire
alcun senso fissato, così come non era prevista una forma definitiva»
(1976, pp. 48-9).
Si potrebbe continuare citando Il gioco
dell’oca di Sanguineti (1967) o altre opere che Eco definirebbe «aperte»
in quanto caratterizzate dall’invito esplicito ad una partecipazione attiva
da parte del lettore; il dato da evidenziare consiste nella applicabilità
dei principi fatti propri dai documenti elettronici a tutto l’universo
della comunicazione nella misura in cui «ogni opera d’arte
[...] è sostanzialmente aperta ad una serie virtualmente infinita
di letture possibili» (ibid., p. 60; corsivo nel testo).
Ma questo non può stornare, quale che
sia il supporto dove tale opera si trova, l’esito finale della transazione:
L’autore offre al fruitore un’opera da finire: non sa esattamente in qual modo l’opera potrà essere portata a termine, ma sa che l’opera portata a termine sarà pur sempre la sua opera, non un’altra, e che alla fine del dialogo interpretativo si sarà concretata una forma che è la sua forma, anche se organizzata da un altro in un modo che egli non poteva completamente prevedere (ibid., pp. 58-9; corsivi nel testo)14.
Risposte
Stupiscono, ben più del dato della presa di coscienza della
complessità dei problemi, le soluzioni che taluni propongono per
affrontarli. Il libro a stampa, messo fuori dalla porta in quanto statico
e rigido, rischia di rientrare dalla finestra per risolvere i danni causati
da un’eccessiva libertà di movimento all’interno del labirinto ipertestuale:
«È necessario cercare la soluzione sul piano cognitivo, cercando
di aderire il più possibile, nella costruzione di un ipertesto,
ai meccanismi mentali e ai modelli culturali che presiedono alla percezione
e alla conoscenza» (Fezzi 1995, p. 185). Ma sotto il profilo della
sua applicazione pratica, questa aderenza finisce per dimostrarsi un inutile
bavaglio:
La disposizione ipertestuale dei vari livelli gerarchici, visualizzabili uno alla volta, è un fattore di chiarezza supplementare, in quanto aiuta il lettore a tenere distinti i diversi livelli di descrizione e a separare mentalmente ciò che è fondamentale da ciò che costituisce un successivo approfondimento. Il lettore può per esempio vedere inizialmente solo i titoli dei capitoli; premendo il mouse su uno di essi è possibile accedere ai titoli dei paragrafi in cui è suddiviso il capitolo scelto; premendo infine il mouse su di un titolo di paragrafo, si accede al contenuto del paragrafo stesso [...]. In luogo di semplici titoli, vi possono essere testi più o meno lunghi (Fezzi 1995, pp. 185-6; il corsivo è nel testo).
Un tale procedimento, infatti, per riprendere
quanto Landow già teorizzava due anni prima, non è pensabile
in un ipertesto, nel quale «l’enumerante retorica di «primo,
secondo, terzo» così adatta alla stampa continuerà
a comparire entro singoli blocchi di testo, ma non potrà essere
usata per strutturare le argomentazioni in un medium che incoraggia i lettori
a scegliere diversi percorsi invece che a seguire un percorso lineare»
(1992, trad. it. pp. 69-70).
Sono molte le banche dati, le basi full text,
enciclopedie su Cd-Rom e anche altre opere multimediali che dispongono
di strumenti di ricerca anche molto complessi tali da permettere una consultazione
più efficace del loro contenuto. L’importanza di tali strumenti
era stata già sottolineata da Landow: «Dispositivi come la
ricerca su tutto il testo, il collegamento automatico, gli agenti e i filtri
concettuali possono allo stesso tempo permettere di sfruttare i vantaggi
dell’ipertestualità e proteggere il lettore dagli effetti negativi
dell’abbandono della linearità» (1992, trad. it. p. 71).
Anche Mauri, di fronte a quelli che enfatizza
come «limiti effettivi e probabilmente insormontabili e che potrebbero
pregiudicare l’effettivo utilizzo degli ipertesti», si pronuncia
in favore dell’introduzione di meccanismi di recupero automatico, ma avverte
che: «Questi però funzionano bene solo se il numero dei nodi
e connessioni non è troppo elevato, se la rete non cambia troppo
spesso, se i nodi e le connessioni sono sufficientemente differenziati
sul piano visivo e se il sistema risponde abbastanza in fretta ai comandi
dell’utente» (Mauri 1995, p. 204).
Sebbene quasi tutti siano d’accordo su questo
punto, i contributi si distinguono tra quelli che ritengono necessario
adeguare il linguaggio di interrogazione agli ipertesti:
Due sono i problemi da risolvere [...].Il primo è la progettazione di un linguaggio di interrogazione finalizzato alla descrizione di una rete ipermediale, il secondo è la realizzazione di un meccanismo di ricerca che riesca a soddisfare interrogazioni espresse da tale linguaggio (Prampolini - Turtur 1992, p. 63).
e coloro che, al contrario, credono più opportuno creare dei documenti con una struttura già finalizzata alla creazione di un linguaggio d’interrogazione basato sulla logica booleana:
L’idea di fondo è quella di poter disporre di uno strumento di analisi che mantenga l’integrità dei testi o dei documenti anche quando debbano essere sezionati in parti, e che consenta di analizzare il testo con filtri (le cosiddette stringhe di ricerca) basati su operatori logici (Musolini 1994, p. 102).
Mentre meccanismi di ricerca flessibili appaiono
consigliabili nei titoli multimediali ma nella realtà sono
generalmente assenti l’applicazione di quest’ultima metodologia si
adatta di più al controllo dei database propriamente detti o comunque
a quei documenti per cui è più importante la compresenza
di informazioni che la loro organizzazione (si veda qui, la Liz,
cap.iii, par.6), per i quali può avere una funzione determinante
l’uso della condizione «not», ovvero «limiting the amount
information made available to the user during browsing by filtering
out irrilevant information» (Shapira et al.1996).
2. Lo scenario attuale.
La multimedialità ha fatto effettivamente,
in dieci anni, molti passi significativi in varie direzioni. In attesa
dell’inevitabile sorpasso di altri supporti, più potenti e più
pratici e che potranno soprattutto ovviare ai limiti attuali (vedi qui,
par. 3), il Cd-Rom ha fatto la sua parte: esistono titoli che occupano
tutti i campi e le forme del sapere, dalle opere di carattere generale
agli interessi più specialistici; sono stati creati strumenti molto
validi per lo studio e la consultazione in ambito soprattutto, ma non soltanto
educativo.
Quasi tutti gli editori, anche solo marginalmente,
sono stati investiti dal fenomeno. La tipologia potrebbe contemplare cinque
diversi gruppi di soggetti15:
i «giganti», aziende di grandissime
dimensioni produttive e finanziarie che già operavano in un campo
che si può definire latu senso multimediale come la Mondadori16,
Rizzoli New Media, Garzanti, De Agostini, Il Sole-24 Ore New Media, Zanichelli,
che entrando nel mercato multimediale hanno portato esperienza e materiali
da quelli che Parlavecchia chiama «giacimenti editoriali»
«quel complesso di testi, immagini fisse, immagini in movimento e
brani audio utilizzati in precedenti pubblicazioni su supporti tradizionali»
(1996, p. 31) appropriandosi del software necessario a riversare
tali giacimenti nei nuovi supporti.
Un altro vantaggio per questo segmento è
consistito nella possibilità di sfruttare, per la distribuzione
dei titoli multimediali, gli stessi canali dei titoli tradizionali. Così
per esempio Garzanti, che ha un catalogo sterminato di pubblicazioni di
questo tipo, destina alla distribuzione sommersa del «porta a porta»
la maggioranza dei titoli, secondo una strategia già da tempo consolidata
per enciclopedie «generali» e «junior»;
le aziende informatiche che hanno allargato
la loro attività verso l’editoria in senso trasversale portando
il software e appropriandosi a loro volta di «giacimenti editoriali»
già esistenti. In questo gruppo, a livello internazionale, si distingue
la Microsoft17,
che ha prodotto Encarta, enciclopedia in inglese tradotta dal 1998 in italiano,
unico prodotto capace di competere sul mercato con i giochi. In Italia
questo ruolo spetta al gruppo Olivetti, meglio conosciuto in questo settore
con il marchio Opera Multimedia, la cui strategia di compensazione del
gap nell’acquisizione dei giacimenti editoriali è consistita nello
stringere alleanze con editori tradizionali o con la costituzione di prestigiosi
cast autoriali. Qualche sconfinamento dalla distribuzione di software applicativi
alla multimedialità è stato compiuto anche da Tecniche Nuove
Multimedia che ha una propria rivista mensile su Cd-Rom;
i «piccoli» come Giunti
che da «piccola» casa editrice ha saputo proporsi come
«grande» produttore multimediale , Laterza, D’Anna, Paravia,
Editori Riuniti, Bollati Boringhieri. Quasi tutte queste realtà
editoriali hanno una propensione specialistica, che rispecchia la natura
dei propri cataloghi. Fa eccezione Giunti Multimedia, i cui titoli vanno
da argomenti tecnico-pratici o di intrattenimento come la cucina e il tempo
libero, ad altri più teorici e impegnativi che riguardano la storia
e la cultura del Novecento (sta per uscire un Cd sulla Perestrojka) e dove
non manca un’«enciclopedia» sull’educazione sessuale (Edusex).
D’Anna e Paravia sono rivolte essenzialmente al pubblico scolastico. Editori
Riuniti e Laterza si occupano invece soprattutto di storia e scienze sociali,
anche se la prima non disdegna di estendersi anche ad altri campi, come
ha fatto recentemente pubblicando un titolo sulla storia del jazz e un’enciclopedia
per bambini tradotta dal francese. Bollati Boringhieri è arrivato
da poco alla multimedialità confermando il suo interesse verso le
discipline socio-antropologiche (è in uscita un Cd sulla psicologia
junghiana). Ciò che manca del tutto a questo segmento, che naviga
a vista nel mercato cercando di comprimere i costi, è la propensione
generalista ed enciclopedica che connota i primi due e che marginalmente
rientra anche nelle propensioni del quarto;
il quarto gruppo, costituito per lo
più da editori ad hoc come Parsec, Ergoset, DigiMail, Acta, cerca
di replicare con mezzi molto più ridotti rispetto a quelli dei «grandi»
la stessa offerta generalista entro un’ottica più ristretta e con
un’immediata ricaduta anche sulla qualità: non quindi enciclopedie
ma atlanti multimediali, storie di popoli antichi, di città, repertori
artistici ecc. Per il tipo di titoli e per la mentalità editoriale
a questo gruppo possono essere accorpate le iniziative multimediali dei
giornali, purché originali;
gli «occasionali», ovvero
quanti si sono limitati a saggiare il terreno senza produrre un vero sforzo
di conversione: per esempio Castelvecchi, il manifesto ecc.
Molti, forse la maggior parte, sono rimasti
alla «finestra», in un atteggiamento tiepidamente possibilista
nello stile di chi vuole comunque dare l’impressione di non perdere
il contatto con la modernizzazione , ma nella sostanza assai diffidente
verso quanto prodotto e producibile in questo campo, di cui non hanno compreso
né le possibilità, né tanto meno la natura. Mi riferisco
per esempio al Rapporto 1994 sulla piccola editoria in Italia (Aa.Vv.
1994), testo-chiave per comprendere gli umori dei responsabili del settore,
pubblicato in un momento in cui l’editoria elettronica e i Cd-Rom multimediali
erano l’argomento del giorno. In questo testo il problema dell’editoria
elettronica non è nemmeno affrontato e nel questionario posto a
chiusura del volume si chiede di qualificare l’importanza dell’uso del
computer nelle case editrici esclusivamente nella dimensione gestionale-commerciale.
Alla domanda su quali opportunità veda
per la piccola editoria grazie all’editoria elettronica, Antonio Monaco
risponde: «Il segnale che proviene dal mercato nord-americano è
che l’editoria elettronica più povera quella su floppy-disc
anziché su cd può essere ragionevolmente alla portata
di una piccola casa editrice. Una editoria elettronica non da effetti speciali
[...]. Il rischio che vedo è quello di tentativi episodici, isolati,
scollegati tra loro, e con ingenti sprechi delle già esigue risorse
finanziarie e umane». La diffidenza di molti riguarda poi le finalità
che si ritiene debba avere un’editoria su supporto elettronico e che denotano
una cultura intesa in senso fortemente limitante e settoriale: «Non
credo che le piccole case editrici che sono presenti nel segmento della
narrativa possano trovare su questa strada dell’editoria elettronica molte
opportunità di sviluppo, che vedo invece per chi opera nel settore
della saggistica e della manualistica didattica»18.
3.Il futuro..
Molti dei limiti quantitativi più
che qualitativi del compact disc saranno certamente superati grazie
all’avvento, ormai largamente prevedibile, del Digital Versatile Disc (Dvd),
capace di contenere quasi dieci volte più memoria del Cd-Rom, e
quindi particolarmente adatto ad applicazioni audiovisive come già
accade per la distribuzione di film , definito, in modo sibillino
«infernale serbatoio otto volte più capiente dell’attuale
Cd-Rom, destinato a rendere obsoleti prodotti pensati per resistere almeno
tre anni» (Parlavecchia 1996, p. 39).
Ma le cronache informano quotidianamente sul
lancio non si sa quanto felice di innovazioni tecniche sempre
più «sorprendenti» (cfr. per esempio Notarianni 1998).
I libri-computer, i cosiddetti «Electronic Books», sarebbero
dei voluminosi «libri virtuali» caricabili on-demand (con lo
stesso sistema delle tv via-cavo) che possono memorizzare fino a 50.000
pagine di testo con annessi meccanismi di ricerca e altre possibilità
interattive. Anche il loro avvento, come a suo tempo quello del Cd-Rom,
ha trovato subito convinti apologeti:
L’aspetto più positivo degli e-book riguarda l’abbattimento dei costi produttivi, distributivi e di stoccaggio. La stampa e il lancio di un libro sono diventati un’impresa progressivamente costosa e rischiosa [...]. Le brutali leggi del marketing hanno ridotto il pluralismo culturale. Il libro elettronico dovrebbe porre rimedio a tutto ciò, tra l’altro con un grosso risparmio ecologico per le povere foreste adesso triturate in carta» (Lacqua 1998).
Ma l’importanza, non colta in questi primi
interventi al di là degli esiti al momento non ipotizzabili
del lancio di tali «supporti» è che essi sembrerebbero
approssimarsi maggiormente dei Cd-Rom al concetto di libro «just-in-time»
«confezionato al momento della richiesta e non prima»
(Ammendola 1994)19
e porsi quindi in effettiva concorrenza con la carta stampata.
Intanto, appaiono sul mercato le prime opere
su doppio formato, come l’Enciclopedia Rizzoli Larousse, acquistabile
nella versione Cd-Rom in sei pezzi o in quella Dvd-Rom, contenuta in un
solo pezzo ma giustamente criticata da Valeria Camagni: «Se si vuole
fare un’obiezione, questa riguarda la probabile scarsa fruizione multimediale
del supporto dvd, qui utilizzato più come maxi contenitore di Megabyte
d’informazioni che non come strumento per visualizzare effetti speciali
e intrattenimenti vari» («Pc Professionale», 1998, 93).