| Anime salve
Il testamento di Tito Fabrizio De Andrè |
Anime salve
testo trascritto
da Orietta
Mille anni
al mondo mille ancora
che bell'inganno
sei anima mia
e che bello
il mio tempo che bella compagnia
sono giorni
di finestre adornate
canti di stagione
anime salve
in terra e in mare
sono state
giornate furibonde
senza atti
d'amore
senza calma
di vento
solo passaggi
e passaggi
passaggi di
tempo
ore infinite
come costellazioni e onde
spietate come
gli occhi della memoria
altra memoria
e non basta ancora
cose svanite
facce e poi il futuro
i futuri incontri
di belle amanti scellerate
saranno scontri
saranno cacce
coi cani e coi cinghiali
saranno rincorse
morsi e affanni per mille anni
mille anni
al mondo mille ancora
che bell'inganno
sei anima mia
e che grande
il mio tempo che bella compagnia
mi sono spiato
illudermi e fallire
abortire i
figli come i sogni
mi sono guardato
piangere in uno specchio di neve
mi sono visto
che ridevo
mi sono visto
di spalle che partivo
ti saluto
dai paesi di domani
che sono visioni
di anime contadine
in volo per
il mondo
mille anni
al mondo mille ancora
che bell'inganno
sei anima mia
e che grande
questo tempo che solitudine
che bella
compagnia
Il testamento
di Tito
testo trascritto
da Orietta
In questa canzone metto in bocca a uno dei ladroni crocifissi con Gesù una lettura provocatoria dei dieci comandamenti, che il ladrone smonta uno per uno smascherando l'ipocrita convenienza di chi li aveva dettati: è facile dire "non desiderare la roba e la donna d'altri" quando si possiedono palazzi e concubine; oppure "non ammazzare" quando hai le mani sporche del sangue di innumerevoli crocifissioni. E ancora: se oggi fai il delatore sei un benemerito, mentre un tempo il peccato di Giuda era il peggiore.
"Non avrai altro Dio all'infuori
di me"
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse venute dall'Est
dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da
te
e non mi hanno fatto del male.
"Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano",
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:
ma forse era stanco, forse troppo
occupato,
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo
lontano,
davvero lo nominai invano.
"Onora il padre, onora la madre"
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone:
quando a mio padre si fermò
il cuore
non ho provato dolore.
"Ricorda di santificare le feste",
facile per noi ladroni
entrare nei templi che rigurgitan
salmi
di schiavi e dei loro padroni
senza finire legati agli altari
sgozzati come animali
Il quinto dice: "Non devi rubare"
e forse io l'ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche
già gonfie
di quelli che avevan rubato.
Ma io, senza legge, rubai in nome
mio
quegli altri nel nome di Dio.
"Non commettere atti che non siano
puri",
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che
l'ami
così sarai uomo di fede:
poi la voglia svanisce e il figlio
rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere
e l'amore,
ma non ho creato dolore.
Il settimo dice: "Non ammazzare"
se del cielo vuoi essere degno.
Guardatela oggi, questa legge di
Dio,
tre volte inchiodata nel legno:
guardate la fine di quel nazareno,
e un ladro non muore di meno.
"Non dire falsa testimonianza"
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino,
e scordano sempre il perdono:
ho spergiurato su Dio e sul mio
onore;
e no, non ne provo dolore.
"Non desiderare la roba degli altri,
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:
nei letti degli altri già
caldi d'amore
non ho provato dolore.
L'invidia di ieri non è già
finita:
stasera vi invidio la vita.
Ma adesso che viene la sera ed il
buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là
delle dune
a violentare altre notti:
io, nel vedere quest'uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede
al rancore,
madre, ho imparato l'amore.