| Lettera ai posteri
a proposito di certe voci, raccolte su Meridiano scuola, sulla prossima integrazione delle graduatorie permanenti |
[lettera inviata, e [volentieri] pubblicata da Meridiano Scuola, il 27 marzo 2004]
Carissimo, sono tre anni che penso all'integrazione delle graduatorie permanenti con un misto di paura e di speranza (miscela con proporzioni variabili, e prima ne sono passati tre o quattro in cui, dalle graduatorie provinciali saremmo stati sbalzati in un futuro pieno di incognite.
Però, che dovessimo entrare in un tunnel senza via d'uscita, questo non ce l'avevano detto. Un tempo, un po' prima, si cantava ancora una canzonetta: mi faccio cinque o sei anni di precariato, otto annetti se mette male, dieci se insegno educazione a qualcosa, poi esce il concorsetto o ti indovino il concorsone e di qui l'abilitazione, la cattedra, la pensione (un giorno). Poi è venuto il concorsone, i concorsetti, e poi è arrivata la ssis, le fasce chiuse sono diventate aperte, i punti dati e poi tolti, i ricorsi a 25 euro l'uno, i controricorsi pure alla stessa modica cifra. Una girandola di emozioni, la spettacolarizzazione delle graduatorie, il gioco del lotto come in un racconto di Jorge Luis Borges, solo che siamo noi a non sapere - o a non capire - a che gioco stiamo giocando.
E ora siamo alla quarta (integrazione). Questa volta perdo qualcosa come 256 punti e precipito in una graduatoria di terzo livello per la messa in scatola dei gessetti. Ma no, è l'abitudine di pensare al peggio, cioè, sono solo una ventina, trentadue rispetto ai precari con le armi in pugno, 38 rispetto ai precari dottorati con le armi in pugno. Sono sopravvissuto a ben altro, direi. E poi mi sono già fatto tutti i conti: male che vada, stavolta sarà comunque il limite al peggio. Ma la consolazione è magra: non c'è salvezza nel progresso, tanto meno virtù. Se aumentano i punti diminuiscono i posti. Se migliora il vitto, intanto diminuiscono i coperti.
Ma siamo proprio sicuri che non siamo noi i posteri, che non saremo noi a sentenziare su noi stessi, quando, poniamo, a 79 anni e qualche mese smetteremo di lavorare - si andrà in pensione a quell'età di questo passo - senza aver visto, e neppure intravisto un posto a tempo indeterminato?
Mi chiedo se le tre potenti confederazioni che domani (oggi?) scendono in piazza per difendere quello che resta della previdenza si sono accorte, o intendono occuparsi della vera controriforma, quella che polverizza le possibilità di sedere in una cattedra o dietro un tavolo o alla guida di un automezzo. Che poi uno si sbraca, si assenta, si fa mettere incinta - e anche incinto- ed è uno spreco per l'azienda, ma intanto si matura la pensione, o la mezza pensione, la buonuscita e non la liquidazione, rigorosamente fisica quest'ultima, per usura. Arrivederci e grazie.
Ma siamo sicuri che non stiamo sopravvivendo a noi stessi, che diventiamo postumi prima ancora di fiorire?
ciao ale(rino)