Precario e mazziato
di Francesco Accattoli


 

[da La poesia e lo spirito]

Sin dai tempi della specializzazione allíinsegnamento non mi aveva mai spaventato líidea che dovessi farmi quei quattro o cinque anni di gavetta, di apprendistato, di anticamera. In fondo, dai racconti dei miei genitori e dei loro amici, un poí tutti gli insegnanti, da sempre, si erano trovati nella medesima condizione. Sino a qualche tempo fa allíinterno del mondo della scuola non si parlava affatto di precariato, di contratti a tempo determinato - per quanto invece ce ne fossero regolarmente - o di assunzioni a rischio: líattesa per una cattedra, specie per le discipline canoniche, era prassi consueta, formativa, disciplinante, finanche utile perché il futuro docente di ruolo avesse dalla sua un insieme di abilità pressoché consolidate.
Insegno da quattro anni nei licei, soprattutto allo scientifico, ho sgomitato a destra e a sinistra, nonostante il mio punteggio da sissino fosse già alto, per due anni consecutivi ho preso un aereo e me ne sono andato a Barcellona ad insegnare al liceo scientifico italiano. Una possibilità da non perdere secondo alcuni, un colpo di fortuna per molti altri. Eppure la realtà più amara di questo nostro nuovo precariato non risiede tanto nelle destinazioni: quanti, infatti, delle passate generazioni, si sono fatti le ossa nelle scuole del Nord Italia, nelle province di montagna, pur di accumulare punteggio?
Il problema per noi oggi non sta tanto nellíincapacità di totalizzare punti. Tra una supplenzina ed uníaltra, tra un master on line ed un corso di specializzazione, entrambi a profumato pagamento, i punti si trovano e si ammucchiano certosinamente per la tanto sospirata entrata in ruolo. La condizione più umiliante per i supplenti nella scuola di oggi sta nella precarietà degli stipendi, nella loro saltuarietà, per quella beffa che síaggiunge al danno dellíincertezza del lavoro.
Lo scorso dicembre Beppe Grillo pubblicò nel suo blog una mia lettera che, con toni pacati e fare riflessivo, cercava di mettere in luce una questione che va ben oltre alla disputa millenaria sulla legittimità o meno dello stipendio del docente: i soldi arrivano con tempi assai misteriosi, quasi da libro noir, e comunque, a mio avviso, sempre pochi.
Eppure diciamola chiaramente: líinsegnante precario è come un obiettore di coscienza. Tappa i buchi, ricuce gli strappi, verbalizza ogni cosa che si muova allíinterno della scuola, si becca tutte le gite, anche quelle di classi che non sono sue. E poi deve programmare in maniera impeccabile, ne va del controllo qualità dellíistituto, ed in breve, brevissimo tempo, deve organizzare tutte le strategie possibili per improntare la giusta didattica. Questíanno insegno geografia, il prossimo probabilmente mi toccherà un quinto da portare allíesame, fra pochi mesi, se dovesse rientrare la collega, dovrò cambiare classe, facce, argomenti, metodi di insegnamento. E questo, a detta di chi insegnante non è, né è figlio di insegnanti, assume la definizione del non fare un tubo.
Ogni giorno, mi siedo alla scrivania nel primo pomeriggio, e mi guardo quella bella pila di compiti in classe che correggo con zelo e che si rigenerano costantemente, organizzo le lezioni per il giorno dopo, penso alle prove di verifica, ed è già ora di cena. Lo faccio, quasi senza stipendio. Lo scorso anno dovetti attendere quattro mesi, giusto la vigilia di Natale, per vedermi accreditate la maggior parte delle mensilità rimaste arretrate dallíinizio dellíanno scolastico.
Questíanno insegno in una scuola il cui dirigente è di Forza Italia: ogni tanto mi verrebbe la voglia di domandargli se lui, da aspirante manager liberale, lavorerebbe gratuitamente per due, tre, quattro mesi, se nel suo progetto di scuola ideale, gli insegnanti siano categoria privilegiata oppure matricole barrabis alla Fantozzi.
Qualcuno potrà dire che, se lavorassi per una struttura privata, le cose sarebbero assai diverse. Nulla di più banale, al limite dellíinfantile: ho lavorato per istituti privati, ho amici che lavorano per istituti privati, e il soldo è assai inferiore a quello elargito dallo stato, il binomio padrone/sottoposto è ancora più marcato, la didattica è puro avanspettacolo.
La realtà della provincia è diversa da quella della grande città, dove privato può associarsi ad élite, a servizio per le classi più facoltose, che per i loro delfini potrebbero pretendere professori di gran pregio - sempre e comunque minacciabili contrattualmente a causa della natura stessa del servizio privato. Ma in provincia, le scuole paritarie sono sempre più dei diplomifici, dei parcheggi per i lucignoli di turno.
Ecco perché salvare il lavoro statale è sempre più un obiettivo irrinunciabile per la nostra società. Il ricatto già esiste, líinsicurezza dello stipendio associata già a quella del posto di lavoro, è una forma legalizzata di pressione; se poi a questo aggiungessimo anche la scarsa possibilità di impiegarsi nel pubblico, verrebbero meno quelle occasioni di crescita e di formazione che la scuola può dare a tutti, indistintamente.
La scuola è malata? È un ambiente malsano? I docenti spesso non sono allíaltezza?
Sono quesiti legittimi ai quali, da insegnante di liceo, posso solo dare una mia settoriale risposta: líistruzione liceale è ai minimi storici, ma non per colpa degli insegnanti. Maneggio quotidianamente libri di testo che andrebbero meglio alle scuole elementari, veri e propri sussidiari illustrati, di quelli che avevamo da piccoli; le bocciature non esistono più, i provvedimenti disciplinari sono soltanto armi per provocare le ire dei dirigenti scolastici e dei genitori. Se la scuola viene concepita come uníazienda, se il vecchio preside diventa dirigente ed il numero degli iscritti fa la sua differenza nellíassegnazione dei fondi per líistituto, sarà logico e assennato mantenere un profilo basso, non far faticare troppo gli studenti, mutare, in sede di scrutinio, croniche insufficienze in ottimi voti.
Gli insegnanti sono emotivamente e pedagogicamente incapaci di assolvere il loro compito? È probabile, ne ho conosciuti molti di colleghi che sarebbero stati ottimi ricercatori nel chiuso di un laboratorio universitario - sempre che fossero riusciti a trovare un posto non occupato dai figli degli ordinari. Credo però che il tutto rientri nella casistica tollerabile di coloro che hanno sbagliato mestiere.
Il nodo sta semmai nella formazione e nel reclutamento dei docenti: un esame psicoattitudinale risolverebbe di gran lunga il rischio di assunzioni di persone poco idonee. Eppure non solo il discrimine tra il buon insegnante e quello incapace - checché se ne dica - si basa ancora sulla cultura libresca e nozionistica (líesame díammissione alle SISS era un vero e proprio rompicapo), ma a tale richiesta di saperi si sono aggiunti studi analitici sulle metodologie, la docimologia, le teorie sui processi di insegnamento/apprendimento, mirabolanti pretese di rendere il lavoro del docente una scienza esatta, codificabile ma al tempo stesso intuitiva e dinamica. Salvo poi ridurre il tutto in diciture che si ricopiano nelle programmazioni di anno in anno, in frasi senza senso, che sanno di imparaticcio a memoria.
Ho studiato alla SSIS di Macerata, sto facendo un master in progettazione didattica: parole, parole fumose, inutili, le competenze, le capacità, le strategie. Per studiare le declinazioni del latino occorrono due semplici operazioni: aprire il libro e imparare a memoria. Per favorire la stima di sé nello studente occorrono due semplici operazioni: metterlo alla prova e fargli capire i suoi errori. Ma se la prova non cíè, perché così si vuole dallíalto, possiamo continuare a dirci che la scuola non funziona, che i docenti sorseggiano caffè, che il pomeriggio non fanno nulla, o al limite si dedicano ad un secondo lavoro, che la didattica è stantia.
I ragazzi che ho avuto come studenti - sia in Spagna che in Italia - non sono poi diversi da come eravamo noi, sono cambiati i codici di comunicazione, ma le esigenze interiori sono le stesse: attenzione, spazio, comunicazione diretta.
Sarebbe interessante aggiungere come indicatore retribuito in busta paga líascolto o il dialogo. Che, in fondo, è quello che facciamo ogni giorno e che insegniamo a fare ai nostri studenti, per quando saranno grandi. È un passaggio obbligato, un compito cui líinsegnante non può sottrarsi - pena líessere un cattivo insegnante - anche oltre il senso di malumore e di insicurezza generato dallíinstabilità economica.
Una piccola boutade per concludere: a quanti pensano ad alta voce che gli statali siano dei codardi perché si sono scelti un lavoro sicuro e regolarmente retribuito, rispondo che oggi lavorare come docente - precario e mazziato - offre molta più adrenalina di una Parigi-Dakar.
(1/12/2008)
 


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